ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 26 novembre 2011
ultima lettura venerdì 14 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

SOFFIO DI FIORE 3. il finale.

di frantizan. Letto 473 volte. Dallo scaffale Generico

Le luci si abbassano, una voce ebbra annuncia al microfono che comincia la baldoria, sotto con la musica, immediato parte il tapùm tapùm ad un volume tale da rendere del tutto vana ogni emissione di fiato. Si precipitano tutti in pista ...

Le luci si abbassano, una voce ebbra annuncia al microfono che comincia la baldoria, sotto con la musica, immediato parte il tapùm tapùm ad un volume tale da rendere del tutto vana ogni emissione di fiato. Si precipitano tutti in pista come se lo attendessero da ore. Non Clara che senza rallentare seguita con la cronaca minuziosa delle sue ultime gesta sentimentali urlando e gesticolando, ma anche così Elisa non sente e non capisce.
Elisa sorbe i residui della bibita, intorno flash e giochi di luce come in una discoteca, al solito tapùm si sovrappone una voce di donna che in inglese canta i brividi che procura l'accoppiarsi sui sepolcri la notte. A cimitero chiuso. Nel frastuono si distinguono sonorità gotiche. Blèa. La voce consiglia di provare anche di giorno, per scandalizzare i benpensanti borghesi, morti anche se in visita, e arrapare i vivi che per errore transitino nei dintorni.
Non che queste cose la turbino, solo non ne capisce la necessità. Tutto si mesce di continuo con ogni cosa con esiti barbari e stupidi. Arriva a meravigliarsi che certa roba circoli liberamente. Non sarebbe meglio vietarla? Finisce nelle mani dei marmocchi, quelli emulano, si suggestionano. Fanno in definitiva tutto quello che gli si dice. Elisa immagina bande di adolescenti abbarbicati alle croci e alle stele impegnati nel ripopolamento di Parigi con buona pace per il Foscolo. La visione non le piace, la trova niente divertente, e si sente cattiva e un po' troia. Deve ricordare di rimproverarsi e punirsi per queste continue fantasie sessuali.
Elisa posa il bicchiere e fa intendere a Clara la sua intenzione di andare alla toilette. Glielo deve ripetere più volte e alla fine accostarsi all'orecchio.
Trovare il bagno è facile, lo indica un cartello scherzoso scritto con il pennarello. Elisa entra e chiude a chiave. La stanza è rosa: il pavimento, la ceramica ai muri e quella dei sanitari, la tinteggiatura delle pareti e del soffitto, persino i mobili, il lampadario e il sapone. Si osserva riflessa nell'ampio specchio a rosone, manipola il rubinetto a rondella, si china sul lavabo a rosetta e beve lunghe sorsate.
Apre l'acqua al massimo provocando lo scroscio, si volta, preme il pulsante dello sciacquone, con un unico elegante movimento inclina il busto e infila un dito in gola. Un ruscello di vomito scompare nel gorgo spumeggiante.
Anche questa è fatta, Elisa sfrega il dorso della mano sulla bocca, con la carta igienica elimina dalla ceramica rosa lucente uno schizzetto verde, una briciola d'oliva, torna al lavabo, si sciacqua, da una ritoccata alle labbra. Evita di guardarsi, il suo occhio focalizzato sulla matita e il disegno della bocca. Si chiama disgusto di sé. Nausea.
Quando, terminata l'operazione, alza il capo e si concede di nuovo allo specchio, il sorriso è dolce e amaro, e nonostante il trucco, lieve ed esangue. Con applicazione lo trasforma in un incoraggiante mattino d'inverno, nell'aria gocce sparute di pioggia trapassate da smunti raggi di sole, per virare poi con decisione nello splendore gioioso del mare lucente un pomeriggio d'estate. Questo all'esterno, o meglio alla periferia, ma dentro?
La festa è un fastidio, il frastuono della musica, l'afa fetida. I corpi ondeggiano nei lampi o si strascinano in fila indiana. Non si va mai da nessuna parte, l'importante è stare stretti.
"...che i gamberi non sanno di niente"
"Marina Marina, ma tu li compri surgelati. Vuoi che abbiano anche gusto?" scherza Gina.
" Il segreto è il fondino" continua.
" Lo devi fare con gli scarti. Lo insaporisci con scalogno, aglio, prezzemolo e un po' di vino bianco. Puoi aggiungere un soffio di farina per rapprenderlo."
" Ma un soffio, che se no si sente."
" Io metto anche una stilla di tamari. E' buono, sano, e da ai piatti quel tocco in +' " incastra Marina con la solita modulazione da euforica isterica.
" Una stilla di che!? Così rovini tutto. E' dado" la schernisce Gina.
"Non è affatto dado!" replica offesa Marina " E' una cosa giapponese. Una salsa. E' biologica e molto raffinata. E pure costosa".
" La faranno quelli con gli occhi a mandorla, la faranno con i fagioli, con la soia o con il riso, ma sa di dado. E bada che ne basta giusto una stilla per contaminare il piatto e mandare tutto a puttane".
"Ma figurati".
"Invece sì. Ha un sapore e, soprattutto, un colore infestante".
" Ma cosa dici!? Infestante? Ma cosa c'entra?!".
"Ne basta poca per coprire i colori dei cibi. Diventa tutto della medesima sfumatura".
" Che poi è il colore segreto dell'esistenza" chiosa Arturo.
" E quale sarebbe?" domanda Marina con un tono che vorrebbe essere sofisticato.
" Ma tu da piccola non hai mai provato a mischiare le tempere?" riprende Gina.
" Se per questo in disegno ero la migliore della mia classe. Ho anche vinto un premio. In terza. E nostro figlio deve avere preso da me. Dipinge dei cieli grandissimi di un azzurro bellissimo. Molto poetici".
"Prova a mischiare un po' di colori a caso. Vedrai che il risultato sarà sempre un ottuso marrone. E magari volevi il rosa" aggiunge Gina.
"Un marrone imbarazzante" infila Arturo.
" Caro, perché imbarazzante?".
" Forse quando è una scelta il marrone può essere considerato accettabile" dichiara Arturo rivolto alla moglie con l'intonazione del dolce pedagogo.
" Non per me. Mi sta malissimo" Gina.
"Qui cara stiamo parlando del colore segreto dell'esistenza. Non di un marrone qualunque. Ma del classico marrone merda" Arturo ride.
"Secondo me deve essere saltato fuori in un secondo tempo, quando la vita perdeva già la sua magia."
" Un rosso fragola, per esempio, che urla invitante, si decompone, perde la forma e il colore. Niente forma, niente colore, niente dolcezza, sola merda"
E polvere addiziona mesta dentro di sé Elisa in disparte. Gli altri sogghignano di gusto, persino Marina che pure non apprezza che il marito si esprima con trivialità, non è fine.
Arturo è un istrione, con la bocca e lo sguardo che spandono gioia si volge intorno per assaggiare l'effetto delle sue parole, poi seduttivo come non mai si concentra su Elisa "E tu piccola che ne dici?".

Elisa sale in auto, la famigliarità dell'abitacolo la consola, inserisce le chiavi e avvia il lettore, rilascia la frizione, pensavate di essere innocenti e invece eravate tutti coinvolti.
Gli alberi sono come fantasmi, ombre senza forma, e allora possono essere qualunque cosa, mulini a vento o giganteschi mostri neri che fremono nella tenebra. Elisa è suggestionabile, ha però imparato a dominarsi, lì fuori non c'è nessuno e gli alberi non possono che essere sempre niente altro che alberi.
Il motore vibra incoraggiante e gli altoparlanti crepitando fanno del loro meglio. Pure Elisa si sente inquieta, si aspettava qualcosa di unico da questa giornata ed invece, ormai che è al termine, può ben dire che è stata una delusione. Lei è ancora falsa e cattiva. Non è successo nulla. Pensare che ci sperava davvero. Si da della stupida, dell'infantile a credere ancora alle favolette sulla Fata Turchina. In effetti si stava attendendo una magia, la pillola della serenità con l'integratore di felicità, voleva un risultato immediato e senza sforzo, proprio come gli idioti.
Tutta la vita a cercare di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Da sempre impossibilitata ad accettare l'ambiguità dell'esistenza, la sua mutevolezza. L'angoscia di non potere stabilire una volta per sempre il buono, il vero, il bello.
E Dio? Mai visto, mai neppure sentito. Eppure Elisa ha cercato, ha pregato, voleva persino farsi suora. Introvabile. Tutti sanno tutto su di Lui, il Suo vero nome, dove trovarLo, quello che vuole, tutti pappa e ciccia, tutti in missione per Suo conto. Elisa ha persino conosciuto una vecchina che riceveva notizie fresche da lassù, scritte a macchina dal Figlio in persona, le trovava sul tavolo della cucina già dalla mattina presto, certo recapitate a mano dallo Spirito Santo.
-Se in una notte buia e tempestosa ti capitasse di incontrare il Creatore e ti fosse concessa una sola domanda?
-Gli chiederei di mostrarmi la carta d'identità.
Tutti sanno tutto l'inessenziale. I preti hanno imbrigliato Dio, loro legano e slegano, perdonano o condannano, Lui dall'alto della Sua assoluta potenza fa solo sì con il capo. Elisa non è mai riuscita a stabilire neppure se esiste e c'è gente che conosce ogni cosa, persino la Sua opinione sui rapporti prematrimoniali e la masturbazione, sulla globalizzazione e i dazi commerciali, chi voterebbe se solo glieLo permettessero, e in generale da che parte sta.
Ci sono le Madonne che piangono sangue. E c'è Dio che prima ti fa in un modo e poi ti vuole subito in un altro. Ciò che è naturale non va bene, spiace a Dio. E tu allora soffoca i desideri, dove non riesci passa la biacca. Ipocrisia. Ma è inutile, l'umano resta tale e Dio soffre e si dispera. I sensi di colpa c'è chi li amministra, chi riscuote gli interessi, e chi li versa in banca.
Se Elisa riesce quasi sempre a perdonare perché Dio si fa degli scrupoli a fare altrettanto? Non c'è davvero nulla di definitivo, di assoluto, nell'azione umana. Si può pagare per l'eternità ciò che si è fatto nel soffio turbinoso dell'esistenza?
Se fai la brava, se sei furba, fiùm in paradiso. Il sentiero è stretto, basta non fare questo e fare quello, diciamo per quattromila settimane. E' davvero un buon affare, se funziona, un piccolo sacrificio in cambio dell'eternità goduriosa. Vivrai nel giardino delle delizie, mangerai frutti dolcissimi e cagherai oro, anche se lì è inutile e in effetti vale meno della merda, sarai attorniata da uomini meravigliosi e potrai fare tutto ciò che qui ti sei negata.
Non va' bene. La religione uccide la religiosità. La religiosità è domande e curiosità, vita, la religione è fatta di risposte in lingue morte. E quanto dolore cagionano. Ognuno deve scovare la propria soluzione, l'equilibrio energetico. Magari. Che cazzo significa equilibrio energetico?
Il barbaglio della luna sul parabrezza, l'eco di una gioia, e improvvisa, semplice, in punta di piedi, l'illuminazione. Una luce modesta, certo, ma ora Elisa sa quello che deve fare e perché, e che sarà facile e gradevole. Sente di essere dappertutto e in mille forme, e ovunque, l'esistenza non solo l'accetta nella sua interezza ma è pazzamente innamorata di lei. Una piccola cosa, una minuscola grazia ma ora Elisa piace ad Elisa e ciò è per lei di valore incommensurabile, molto di +' di quanto credeva di potere mai chiedere figuriamoci di ottenere. Ora può accettare la morte e la sofferenza. Non le importa +' di Dio, anzi di dio, se esiste o meno, l'universo è immenso, sufficiente anche per scaldare il cuore più grande e freddo. Amore Energia Mistero Trascendenza, dio forse non c'è, ma nell'esistenza c'è tutto quello che serve e a lettere maiuscole.
I fari della scatoletta su ruote irraggiano una figura accartocciata sopra un paracarro ai bordi della strada. Sembra addormentato, probabilmente è ubriaco o fatto.
Elisa accosta, prova vago timore ma nell'abitacolo si sente protetta. La figura si scuote, alza il capo, il viso gonfio, lo sguardo inebetito. Lei lo riconosce come una che era alla festa e che ha già visto bazzicare qua e là.
Elisa scende. Il giovane è del tutto partito, puzza di alcool con il retrogusto acre del tabacco. Indossa uno stupida maglione di lana verde con un'unica riga rossa orizzontale al centro, il davanti è cosparso di patacche, forse vomito già secco.
"Stai bene?" Chiede con il tono dolce di un angelo di marzapane.
"Scì" risponde quello con la bocca impastata.
"Ti serve un passaggio?"
"Scì, abito nella prima casa allo sbocco dell'autostrada non ti darò fastidio" risponde in un fiato cercando di tirarsi su.
"D'accordo. Ce la fai ad alzarti da solo?" sforzandosi di non pensare alle macchie di vomito e di non sentire il puzzo d'alcool.
"Certo!" quello risponde secco con una nota di orgoglio e si drizza in piedi. Le gambe non lo reggono ed è privo di equilibrio, cadrebbe a terra se non si lanciasse a corpo morto contro la fiancata. Elisa si muove per sostenerlo, lui con un cenno ribadisce e insiste, ce la fa benissimo anche da solo.
Il viso è stravolto, Elisa comprende lo sforzo che il giovane compie per esprimersi e per ogni gesto. E' ridotto peggio di un animale. Tira un lungo respiro, scosta il sedile anteriore e si getta steso dietro, lungo, bocconi, le mani a celare il volto.
Che bizzarra situazione. La notte, la luna, l'ubriaco. Gira la carta. Cosa vaticinerebbe una zingara?
Elisa entra in macchina, non fa tempo a distendersi sullo schienale che ode una vocina giungere da dietro. "Svegliami quando siamo all'imbocco dell'A12. Sei gentile. Non me ne scorderò mai. Ti ripagherò. Grazie di tutto" poi il silenzio.
Una strana bellissima notte, calda e stellata, profumata di promesse e di sentore di mare. Forse la strada si è dissolta e l'auto galleggia nel nulla. Forse non consuma benzina ma amore. Sarebbe niente male.
Ride, è diventata una gattara, una che raccoglie cuccioli spelacchiati ai bordi delle strade. Per un istante le balena in mente l'ipotesi di fare sesso con lo sconosciuto sdraiato dietro, increspa le labbra a ribrezzo e ride, in un'altra vita magari.
Ecco, finisce qua. Un sogno si è realizzato, dinnanzi una cornucopia di promesse succulente e dolci, una vera vita, non banale come questa, come la nostra, ma coraggiosa e forte, pura e intensa. Un'esistenza che tutti vorremmo ma mai nessuno vive.
E in cielo la luna ride.

http://festacontinua.blogspot.com/



Commenti

pubblicato il 15/12/2011 16.32.32
Tolkien, ha scritto: Ciao, Frantizan, come sempre la tua scrittura mi stupisce e cattura... Pochi sanno davvero raccontare, anzi, lasciar raccontare le storie per quel che sono, senza l'aggiunta di sé, senza troppo menarla con questo o quello stile, senza lambiccarsi il cervello con mille stupidaggini che vanno purtroppo di moda, come seguire argute regole da almanacco. Sono idee semplici ed efficaci, punto; e piacciono. L'impressione che ho è che tutto il chiacchiericcio sulla narrativa rischi di trasformarla (di deformarla, anzi) in una scienza esatta, che Iddio ce ne liberi... Ti vedrei bene in qualcosa ad ampio respiro, e (mi auspico) fantasy; specie, ti vedrei bene pagato al posto di tanti che non sanno raccontare e credono di farlo. [ho notato solo che c'è da accentare il dà quando non è preposizione -in un paio di casi-; togliere lo spazio prima delle virgolette ("), o accettarlo in tutti i dialoghi; c'è un femminile errato riguardo un maglione]. Di nuovo vivi complimenti e alla prossima...
pubblicato il 15/12/2011 17.55.36
frantizan, ha scritto: Mille grazie, sei generoso. Provvedo quanto prima ad individuare il femminile errato e a correggerlo, ad uniformare lo spazio tra il dialogo e le virgolette. Sull'accento del verbo dare non sono invece d'accordo, mi risulta vadano bene entrambe le forme. Mi piace lo stile semplice, cerco di ottenerlo, ciò che ho sempre avuto in testa è la narrazione orale, di notte vicino al fuoco magari, o Fante, Carver, Cèline... Ciao e grazie ancora. P.s.: Questo racconto fa parte di una collana di 5, insieme danno l'illusione di un romanzo. Nell'ordine: Una cosa da nulla, Potrebbe capitare a chiunque, Soffio di fiore, Il nemico sei tu, Finalino.
pubblicato il 15/12/2011 19.00.46
Tolkien, ha scritto: Buono a sapersi in merito al da. Che hai detto: stile semplice e lineare, racconto al fuoco...! Non ti bacio solo perché so omo e perché non c'è un fuoco... E' esattamente ciò che tento di spiegare a coloro che credono ormai la narrativa derivi dal vezzo di mostrare tramite immagini: è l'orecchio che crea immagini, l'ascolto in sé, e non la quantità (e nemmeno la qualità) di tante immagini insieme, che non fanno nemmeno mezzo racconto. Borges racconta con l'espressività d'una ricetta farmaceutica, eppure, quante immagini non evoca la sua voluta esattezza e frigidità! Specie, molte immagini scaturiscono da congetture e pensieri, del narratore, o del narratore che segue le false righe dei pensieri dei personaggi, o della notte... Chi può dirlo?! Ma è giusto che il racconto contenga il suo fascino e mistero, e che non si palesi ciò che non deve essere palesato; il mistero svelato è il mistero svilito... Ti sento molto vicino allo stile mio (diciamo, all'attitudine, all'approccio con la parola), ma non solo per questo ti stimo. Buona continuazione...

Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: