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lavoro pubblicato giovedì 24 novembre 2011
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Masters - Fistfucking Per Violino Solo (Capitolo 22)

di Ciaby92. Letto 740 volte. Dallo scaffale Pulp

Capitolo 22 Senza che ce ne accorgessimo, le nostre strade fluirono fino alla fine di dicembre senza che troppi eventi ci sconvolgessero l’esis...

Capitolo 22

Senza che ce ne accorgessimo, le nostre strade fluirono fino alla fine di dicembre senza che troppi eventi ci sconvolgessero l’esistenza. Ogni tanto Erika ripeteva la frase: “Stiamo cadendo sempre di più”, come il ritornello del singolo di lancio di un gruppetto pseudo-dark adolescenziale che non si fila nessuno.
Un unico evento, tra le lezioni e i nostri abituali incontri di lavoro, si può definire realmente annotabile: a inizio dicembre, infatti, Massimo tentò il suicidio. Si voleva buttare sotto lo stesso cavalcavia che divorò Samuele, lasciando sulla panchina della metro un suicide-note con una poesia criptica e visionaria di Mallarmé. Lo costrinsero a non buttarsi. Fermarono i treni per mezz’ora e lo tennero stretto, mentre una signora sulla settantina cercava di fargli la morale, ostentando le sue convinzioni filocristiane basate sulla provvidenza e la salvezza attraverso la mortificazione nella vita reale, per liberarsi un posto in un mondo migliore, dove i tuoi occhi diventano nuvole e puoi trovare solo giardini immensi dai frutti scarlatto.

La verità è che Massimo non si voleva buttare, altrimenti non avrebbe urlato in modo plateale davanti alla striscia gialla. Voleva attirare l’attenzione e farsi compatire, nonostante lui fosse un carnefice mancato con gli occhi improvvisamente vitrei. Convinto dall’idea che vivere, tutto sommato, non è così male, si lasciò andare tra le braccia di una ragazza che guardava esterrefatta quello spettacolo teatrale che a Medea poteva solo lucidare le scarpe: era la purezza grottesca della tragedia greca, mai così sofferta, mai così enfatizzata. Lui poco credibile nei suoi vestiti perfetti che si lasciava andare in quell’abbraccio inutile e senz’anima, con la ragazza titubante nello stringere. Lei che voleva solo correre all’università, con la sua cartella rossa sottobraccio, non si ricorderà di lui. Non si ricorderà nemmeno dei lividi che davano colore al suo viso ceruleo. Non si ricorderà dei suoi capelli o del suo profumo di fumo. Ricorderà vagamente quell’abbraccio per farne un argomento cool da conversazione post-coito: “Oggi uno che voleva suicidarsi mi ha abbracciata”. Sarà sempre “Uno”, non Massimo, non lui, con la sua identità calpestata dai passanti. Lei che si è davvero buttata sotto quel cavalcavia e che, forse, è persino un bene. Sfracellata sotto il treno che, alla fine, era passato dopo trentatré minuti, scomparì con l’avvicinarsi progressivo di studenti e lavoratori pendolari , che già si erano dimenticati il perché cristonavano in precedenza o di quella scenata patetica. Tornarono alle loro vite. Un salto nel vuoto dentro sé stessi, prima di riannullarsi di nuovo.

La vita è il continuo emergere e inabissarsi nell’inconoscio gelido, ma poiché nessuno conosce se stesso, queste due attività conoscitive si sono trasformate in meri movimenti meccanici. I futili esseri umani che chiudono la catena alimentare perché si cibano dei loro stessi rifiuti ingoiati dai pesci addormentati nei loro piatti nouvelle cousine, con tartine e salse bicolori, non si accorgeranno mai di quanto la loro vita non è inutile, ma serve come punto di svolta per questo nostro processo chiamato storia. Il cinismo che m’affligge trova nella vita la finalità pratica, senza scavare in quelle macchie informi che mi camminano accanto ogni giorno, senza chieder loro nome, cognome, indirizzo o quant’altro.

Gran parte della gente che incontro è talmente inutile alla mia formazione spirituale che sembrano solo comparse di un kolossal apocalittico, che ruota attorno all’immagine del Duomo che crolla. Mi scorrono accanto ogni giorno, questi piccoli pesci muniti di arti.

E quanto vorrei essere un pesce rosso per avere la memoria a breve termine. Cinque minuti e già dimentichi il tuo nome.

È il ventiquattro dicembre, giornata che sfocia in quella festa che è la gioia di ogni bambino. Non di Erika, che l’ha sempre odiata. Io, invece, non nascondo che, ogni volta che arrivava il natale mi riempivo di gioia, davanti a quei dolci, a quei regali dai nastri sfavillanti, la neve, le luci, tutto quel rosso. è stato crescendo che ho colto il lato deprimente e, persino, sinistro di Natale, da farmi maggiormente apprezzare Halloween: tutti quei monologhi inutili detti dai parenti durante il cenone, i pranzi che non finiscono prima delle cinque, le domande scomode che tutti ti pongono, i ricordi imbarazzanti che volevi cancellare, il “Ce l’hai la morosetta?”, lo stress di dover andare in chiesa pur non credendo affatto a Dio e bersi tutte quelle stronzate del dover essere umili e riconoscenti verso gli altri, tutto quel futile buonismo, tutti i depressi che cercano di nascondersi dietro ai sorrisi o che piangono a dirotto.
Il primo Natale che odiai fu quello dei miei diciott’anni, dove dopo l’ennesimo cenone, sgattaiolai fuori da casa di mia nonna e raggiunsi Daniele, allora il mio ex-ragazzo, in un parco sul confine con un altro paesello basato sulla chiesa, come nel Medioevo si definiva il centro di una città a partire della cattedrale.
“Buon Natale” gli dissi.
“Buon Natale” mi rispose.

Lo baciai sulle labbra e il nostro incontro finì con un’endovena di eroina. La prima e l’ultima volta che assunsi una droga del genere. Davvero non riuscivo a capire come la gente potesse affascinarsi tanto ad una medicina che ti fa stare solo male, invitandoti allo sbocco. Daniele, invece, era un eroinomane convinto, che non disdegnava nemmeno la polvere bianca e le pastiglie di ecstasy. Smunto com’era nella sua magrezza insistita, nel suo maglione blu largo e nelle fosse sulle sue guance. Le occhiaie che gli disegnavano scivoli per le mie dita sotto le palpebre, i capelli castani perennemente spettinati e le dita lunghissime, quasi femminili, da pianista.

Mi disse, completamente fatto: “Non perdiamoci”.
Gli dissi, distrutto sia fisicamente che psicologicamente: “Ritroviamoci nell’eden.”

Lo abbracciai su una panchina. Chiusi gli occhi. Mi addormentai.

A casa sua, Erika sta fumando una Davidhoff rossa, con le dita smaltate di rosso e i capelli corvini che le cadono intorno al viso, come un sipario luttuoso, e aspira forte. Poi butta fuori tutto con un sospiro convinto che pare un orgasmo. Thomas sta cucinando qualcosa che non spetta a me conoscere. Io che, con la sigaretta in bocca, apparecchio la tavola.
Abbiamo invitato un paio di amici per uno pseudo-pranzo di Natale, convinti che, forse, non è così male ritrovarsi un giorno e volersi bene. Nessun parente, pochi intimi: Emanuela e tre nostri compagni di corso, gli unici con cui andavamo vagamente d’accordo: Livio, Denise e Stefano.

Stamattina ho provato a chiamare anche Giorgio e Daniele, ma nessuno dei due rispose. Le minestre riscaldate si comportano sempre così.
Erika ha voluto mettere nello stereo “Black One” dei Sunn O))), riempiendo la casa di rumori abissali e squarci di malati e deliri dal fiume Lete.
“Mi fai fare un tiro?” mi chiede Thomas e io gli porgo la sigaretta sulle labbra, mentre taglia a cubetti le verdure. Lui aspira, butta fuori e poi lo bacio in bocca.

“Che palle, cazzo!” urla Erika all’improvviso, con la sigaretta che disegna geometrie fumose nell’aria.
“Che hai?” le chiede Thomas, sorpreso da quel suo improvviso fomentare di emozioni negative.
“Niente, guarda…ho la testa che scoppia” risponde lei, spegnendo la sigaretta nel posacenere “Vado a cambiarmi.”

“Davide!” mi chiama Thomas, mentre appoggio una bottiglia di Sangue di Giuda sul tavolo, sotto il soffitto vaginale.

“Cos’hai?” lo raggiungo.

Lui mi appoggia una mano sulla natica sinistra e si avvicina sempre più al mio orecchio, sussurrandomi: “Mi manca stare con te.”
“Non siamo insieme ora, scusa?”
“TI ricordi quei momenti in cui parlavamo per ore abbracciati? A parlare del nulla per ore…sai, mi mancano quei momenti ogni tanto. Mi manca la purezza del nostro rapporto”
“Anche a me…anche a me”
“Ho bIsogno di stare da solo con te…”
“Sì”
“Dopo la festa, ti prego, ritagliamoci un momento per noi due. Senza nemmeno Erika. Ne ho davvero bisogno.”
“D’accordo.”
Mi bacia sulle labbra, chiudendo gli occhi. Io fatico nel lasciarmi trasportare troppo, mettendo a fuoco il fatto che questo Natale finisce per ricordarmi troppo quello dei miei diciott’anni. Con una festa ridotta ad un incontro per due annegato nella disperazione. Thomas cerca la mia lingua, ora piano ora forte, e mi prende il viso con le mani. E io gli accarezzo i capelli. I nostri corpi sempre più vicini. I nostri pasti quotidiani. Il mio alito sul colletto della sua camicia bianca.

Erika torna poco dopo, indossando un maglione nero a dolcevita, un paio di pantaloni scuri e degli stivaletti neri di pelle. Ha i capelli sciolti e ancora più lucenti di prima, sembrano perennemente fluttuare in apnea. Sempre. Ha acceso un’altra sigaretta e cambia cd, ormai stufa di rovinare il Natale a tutti. Ha inserito “Boys For Pele” di Tori Amos, skippando subito su “Professional Widow”.

I WANT PEACE, LOVE, AND A HARD COCK.

“Odio il Natale” sussurra Erika, prima di aspirare nuovamente.
“Sai, dovresti smetterla di essere così negativa” le dice Thomas dopo essersi staccato dal nostro abbraccio.
“è una noia … non c’è mai un cazzo da fare e sei costretto ad ascoltare le lamentele della gente…come se tu non avessi già abbastanza cose di cui lamentarti.”

Suona il campanello. È Emanuela, raggiante nel suo cappotto scuro, i suoi capelli lisci e gli occhi colorati di ombretto rosso: “Ciao. Sono in anticipo?”
“No, sei in orario … però sei la prima” le dice Erika, baciandola in bocca.
“Vi ho portato dei regali” dice, allungando verso di noi una borsa.
“Grazie, non dovevi.” Le dico io, appoggiando la borsa sul divano. “Li apriamo dopo, con gli altri.”
“Certo …”
“Mi hai regalato un laccio emostatico?” le sussurra Erika
“Perc hé?”
“Perché voglio drogarmi di te.”
Emanuela scoppia in una fragorosa risata “Non so se è squallida o poetica”
“è squallida, ma va bene così…”
“Che avete cucinato di buono?”
“Ci siamo arrangiati come potevamo” le dico “Anche se l’artefice di tutto è Thomas”.
“Allora mi aspetto qualcosa di speciale…questa cos’è?” dice, riferendosi alla musica. Blood Roses.

“Sometimes we’re nothing but meat.”

“Tori Amos.” Risponde Erika, allungandomi la sua sigaretta, che tengo tra le dita e succhio.

“è bella, particolare, anche se ascolto altro.”
“Tu ascolti solo dubstep e techno minimal” scoppia a ridere Erika. Risata quasi surreale ed enigmatica.
Emanuela risponde con un’altra risata, mentre si toglie il cappotto, esibendo un abito corto grigio, nascosto da un lungo cardigan nero “Caccia un po’ di dubstep!”

Va in cucina, ruba e mangiucchia un pezzo di wurstel tagliato a fettine e chiede ad Erika una sigaretta. Gliela porge: “Le ho dimenticate casa, scusa.”
“Figurati.”

Poco dopo arrivano anche gli altri, appoggiando cappotti e regali sul divano. Stefano con il suo solito vocione profondo che fissa la vagina dipinta di Erika con sorpresa “è proprio bello…”, indossa una camicia bianca, una cravatta grigia, un cardigan nero abbottonato e un paio di jeans slavati.
“Grazie” risponde lei, quasi disinteressata, ma con un mezzo sorriso.
Denise che non si è tolta la sciarpa, si massaggia, seduta sul divano, le caviglie massacrate da un paio di scarpe blu di velluto tacco dodici, portate sotto una gonna nera e un maglione blu scuro largo. I capelli castani legati con la coda di cavallo, e sussurra: “Ma chi me l’ha fatto fare?”.
Livio che, in un maglione dal colore indefinibile tra il giallo e il verdino e un paio di jeans blu, si mette a chiaccherare con me dell’ultima videoinstallazione che ha creato. Una donna in bianco e nero che si fa la doccia e la cui cambia cambia continuamente colore, in base alle emozioni dell’attrice. Si sta salvando grazie ad odivaghi da critico d’arte vissuto e represso, ma il suo modo di esprimersi mi è sempre piaciuto ed è in linea con il mio mood, per questo andiamo così d’accordo.

Gli avevo fatto vedere le foto che avevo fatto a Thomas, valutate con un 30 tonto, ed era l’unico mio compagno di corso a non dirmi: “Carine, ma troppo spinte”, senza riuscire a coglierne il concetto che ci stava dietro, affermando che in quelle chiazze di colore si ritrovava moltissimo e li rileggeva come i pensieri del modello e del fotografo che si univano nell’intimità del ritratto. Non era quello il mio intento, ma apprezzai comunque la sua interpretazione insieme forzata e geniale, banale ed efficace. Ciò che amo di Livio è la sua capacità indiscutibile di fluire senza farsi troppi problemi , donando tutto se stesso all’arte e a nient’altro. Lui nella sua omosessualità mai sviluppata pienamente, con nessun rapporto a lungo termine, era felice e sapeva esprimersi con una destrezza difficilmente riscontrabile in altri.

Denise può sembrare la classica ragazza un po’ snob, ma diventa bellissima quando da vita alla creta, alla plastica o a qualunque materiale lei possa trasformare in scultura. Adoro la facilità con cui da vita alla più infima materia, senza mai vantarsene o parlarne. Lei lo fa perché lo sente, senza per forza riscontrare i pareri altrui. Conoscendola a fondo, scopri la sua forte umanità e il suo lato sensibile, che l’ha portata ad avvicinarsi all’arte. Lei che con il suo ragazzo è insieme da quattro anni e non sente il peso del rapporto, riuscendo a scavarsi uno spazio per se stessa, dove coltivare i semi del suo immenso talento.

Stefano, invece, è affascinante nel suo guardare le cose come se gli possano riempire l’anima, come se senza di esse lui non sarebbe vivo. Ogni volta che vede qualcosa che possa completarlo sembra affetto da una sorta di sindrome di Stendhal ed è splendido perché questa sua sensibilità emerge solo davanti alla più scottante bellezza. Non è una di quelle persone che sfoggiano la loro cultura per sentirsi amati, se la tiene dentro per il suo cammino spirituale. Legge Sartre perché gli piace Sartre, va alle mostre perché gli piace andare alle mostre. È totalmente fuori da quello squallido ideale da borghesia ottocentesca che “se sei borghese devi andare a teatro. Uno, perché non è borghese e due perché fa solo quello che si sente. Adoro come lui riesca ad essere allegro con autocontrollo, proponendo senza pressare, i programmi di un’eventuale serata. È grazie a lui se c’è stato un incremento nella nostra vita sociale che, spesso, porta alla conoscenza di persone totalmente inutili, ma che, per lo meno, ti fa sentire di essere vivo, di avere un conscio e di avere un filo di speranza.

“Emanuela…avresti voglia di recitare per me?” le chiede Livio, con un filo di timidezza.
“Per cosa?”
“Per un mio nuovo progetto…fisicamente sei in linea con il personagio e hai un’espressività notevole.”

Lei scoppia a ridere di nuovo, mostrando la sua dentatura bianca e perfetta, nonostante sia una drogata di nicotina e caffeina “Io? L’attrice? Non credo sia il mio mestiere, ma accetto…non ti incazzare, però, se il tuo lavoro viene una merda.”

Siamo seduti a mangiare, mentre Thomas, di volta in volta, ci porta le varie portate della giornata. Nulla di avvicinabile ad un classico cenone familiare, dove il cibo abbonda e si spreca, quasi a creare un simposio senza poesia, anzi, sembra quasi il menù di un pranzo più comune, nonostante la comunque grossa presenza di vivande, eppure va meglio così. È delizioso. Beviamo litri di vino rosso e di birra ambata, mangiamo lasagne, sushi, patate al forno e torta alla meringa. Anche Erika che, solitamente, non va oltre l’antipasto, mangia con piacere, ridendo alle battute che volano nei momenti morti.

Denise, completamente ubriaca, non fa che sbellicarsi dalle risate come un’ossessa, cadendo spesso addosso a Livio, seduto alla sua sinistra e con il bicchiere di vino rosso perennemente in mano, bevuto con estrema lentezza.

Emanuela fa qualche foto con una Reflex digitale, lanciando dei flash insistenti e psichedelici. Poi Thomas, leggermente sbronzo, mi fa segno di uscire da solo con lui.

“Arriviamo” dico, portandomi una sigaretta alle labbra e uscendo sul balcone, seguito dal mio principe azzurro e il suo sguardo deviato.

“Hai l’accendino?” mi chiede, con una Malboro Medium in bocca. Gliel’accendo con un accendino blu metilene.
“Sei ubriaco?” Il suo viso è tutto rosso.
Lui nega “Boh…ho solo un po’ la testa che mi gira.”
Sorrido nel suo vederlo così infantile, ingenuo, dolcissimo. Lo bacio sulla guancia.
“Davide…”
“Sì…”
“Dopo il 14 febbraio io cambio lavoro…”
“Tutti cambieremo lavoro.”
“No. Dite così, ma sono convinto che poi ci ricascherete, perché vi mancherano dei soldi così facili.”
“Non sono facili, e lo sai.”
“Sì, intendevo che vi mancherà una paga così alta. E non lo dico perché siete avidi, ma perché è l’unico modo di sopravvivere. Il nostro unico modo. Io già da ora lo dico: preferisco vivere solo di arte e fare la fame.”
“Anch’io…”
“Sì, anche tu lo faresti…anzi, no, perché se fossimo davvero stati così convinti, questo lavoro non l’avremmo mai cominciato.”
“Gli esseri umani sono sempre degli ipocriti.”
“Anche se, il fare la puttana ci ha permesso di stare più vicini, conoscerci meglio e comprenderci.”
Annuisco, mentre il fumo mi colora la faccia di vetro incorporeo.

“Davide, io ti amo.”
“Lo so. Anche io ti amo.”
“No. Io dico sul serio, cazzo! Io sono follemente innamorato di te.”
“Non ti sto prendendo in giro. Anche io sono follemente innamorato di te.”
E mi tira uno schiaffo violentissimo, in pieno viso.
Mi tocco il viso, lo sento scottare: “Perché?”
Lui non risponde e scoppia a piangere. Il vapore che gli esce dalla bocca per il freddo si mischia con il fumo biancastro della sigaretta, mentre i suoi occhi si colorano di rosso.
Lo abbraccio. Lo stringo forte a me, come una madre che stringe suo figlio disperato per un ginocchio sbucciato. Lui affonda con la testa sulla mia spalla e mi stringe da dietro, poi mi dice “Io odio tutta la gente che scopi.”
non posso dirgli “Non sono una puttana”, perché lo sono. Non posso dirgli altro se non: “Thomas, passerà tutto. Andrà tutto bene”, mentre gli accarezzo la schiena.
“Non andrà tutto bene” grida lui, staccandosi dall’abbraccio, come un impeto: “Lo sento! Non va mai niente per il verso giusto! Succederà qualcosa di orribile, ne sono sicuro…sono convinto che anziché liberarci, torneremo ad avere quattro appuntamenti al giorno, come quando abbiamo iniziato! Ci comporteremo come rivoluzionari finalmente liberi, ma questo ci porterà al più misero fallimento, lo sai? Ci hai mai pensato? Come credi che io stia ad immaginarti con altri uomini? Dillo! Dillo!”
“Anche tu vai con altri uomini!” gli sussurro con la voce tremante, senza comprendere il ragionamento logico del suo discorso, che forse nemmeno esiste per via della sua ebbrezza. L’unica cosa a cui penso è che sembra aver paragonato le nostre vite al destino marxista del capitalismo.
“E Massimo?”
Sussulto.
“Rispondi! Massimo ci ha forse pagati? Sei stato tu a coinvolgerlo in tutta questa merda! E ammettilo che era solo perché te lo volevi scopare e non perché sei stato commosso dal suo racconto! Lui che ha distrutto Erika, distruggendo tutti noi! Non è altro che uno stronzo…”
“Ma…”
“Fammi finire! Cazzo! Non è altro che uno stronzo. Non è capace nemmeno di morire quando decide di farlo. È un essere inutile, terribilmente squallido e inutile. E tu l’hai portato a mano nelle nostre vite. Davide, ammettilo, tu sei più puttana di noi!”
Ora lo schiaffo glielo tiro io. Le sue parole mi scuotono l’anima e mi offendono spudoratamente, anche perché dietro le sue parole si nasconde un filo di verità e, questo, cazzo se fa male.
“Perché stiamo parlando di questo?” gli urlo contro arrabbiato, mentre delle lacrime involontarie mi rigano il viso di trasparenza sporca.
“Perché è da tanto che te lo voglio dire, che questo tuo atteggiamento mi fa un male cane. Ora dimmi che non è vero che mi ami, dillo!”
Non è vero che non lo amo. Io senza di lui sono perso. Io così cinico, stolto e senz’anima che mi innamoro. È l’ossimoro più grande che mi viene in mente, ma stranamente combacia per licenza poetica.
“Thomas…smettila…te lo giuro, io ti amo.”
“Picchiami.”
“Cosa?”
“Se mi ami, picchiami.”
“Thomas, non lo farò.”
“Allora non mi ami.”

Odio ripetere così tante volte “ti amo” in una sola conversazione. “TI amo” sono due sillabe senza alcun significato, per scrivere canzoni da flebo, poesie adolescenziali e soap opera argentine. Non è un amplesso di due parole vuote, da dizionario, ad esprimere un sentimento così morboso e puro come l’amore, ma uno sguardo. Bisognerebbe muovere meno le labbra, dire meno cazzate e osservare di più. Che questa logorrea ci ucciderà. Che non avremo più neanche quel briciolo d’identità che ci rimane.
In questa conversazione con Thomas sento la massima espressione del salto nel vuoto, la caduta libera. Sento di dover lottare contro me stesso, perché non comprendo cosa voglio, penso o sento davvero. La mia anima è una composizione patchwork del numero N di persone incontrate nella mia vita.
Dicono, infatti, che la nostra identità si basa soprattutto sulle esperienze della nostra esistenza e sulle persone con cui veniamo in contatto. E io sento i loro pensieri, le loro parole, di quel numero N di gente nella mia testa, che grida, urla, strepita e non riesco a decifrarne le intenzioni. Mi sento svuotato e riempito insieme, un vaso Ming, che mai verrà riempito di fiori, esposto da un famiglia ricca per mostrare i propri privilegi. Mi ci vedo già nell’angolo di un lussuoso salotto in fiamme, con un grande, enorme ,lampadario di Swarovski appeso al soffitto, esattamente al centro della stanza.

“Non voglio ferirti, Thomas.”
“E allora smettila di giocare con me.”
“Io non sto giocando con te!”
“Sì, invece. E se mi ami davvero, distruggimi. Fammi sentire come uno dei tuoi amanti. “
“Thomas, sei ubriaco…”
“Picchiami!” urla lui con gli occhi riempiti di lacrime, gettandomi un pugno fortissimo in pancia. Indietreggio, barcollando e tenendomi le mani sul ventre, dolorante, lancinante. Cado in ginocchio. Sul pavimento.

Poi mi chiede scusa. Lo ripete più volte, aiutandomi ad alzarmi, sollevandomi per un braccio. Le sue parole sono musica noise contro i miei timpani. “Non volevo farti così male.”
Io non rispondo. Il dolore si sta affievolendo, ma è ancora presente, e non è più fisico. Però sto bene, sento che questo gesto insensato di Thomas e, forse, dettato dall’ubriachezza mi abbia permesso di sentirmi, come se fosse un monito per agire, per dare libero sfogo al 14 febbraio, affinché non sia vendetta, ma catarsi. Che siamo troppo fragili per prendere un movente da thriller americano, che siamo troppo umani per fare in modo che la nostra pistola abbia colpi infiniti e che dobbiamo farlo per noi stessi. Non importa se ci beccherà la polizia, se passeremo l’intera vita in carcere, non ci importa. L’importante è raggiungere l’ultima nostra possibilità per salvarsi, e per salvare questo derelitto di società, ancorata ancora, in modo ipocrita, all’impossibilità di rivoluzione, di eventi che possano cambiare l’esistenza di tutti.

Se c’è una cosa che odio nelle persone e che, purtroppo, è presente anche in noi, è la convinzione che la vita vada avanti sempre uguale o con leggere variazioni, senza considerare che è una svolta è lì ad aspettare chiunque. Accettare di morire mentre si è vivi, questo mi sconvolge. Coloro che escono di casa, vanno al lavoro dieci ore al giorno, mangiano, fanno la doccia, guardano il più squallido reality show in TV e poi vanno a dormire, che non hanno neanche un cane, un gatto, un canarino, un unicorno da accudire, che sono fantasmi tra i fantasmi. Insieme li capisco e li vorrei consolare, perché anche io, in un certo senso, sono così, ma al contempo mi sconvolge il loro stile di vita, così apatico, passivo.

La differenza tra me e loro è che io un cane ce l’ho: è Thomas.

Mi avvicino, lo abbraccio di nuovo, gli dico “Perdonami. Sarò solo tuo.”
“Le persone non si possiedono, io voglio solo che tu non mi faccia più soffrire, che sei l’unica persona al mondo a cui io tenga veramente!”

Con lo stomaco ancora febbricitante, gli lascio l’ennesimo incantesimo sulle labbra, finché lui non si stacca con violenza: “Fammi sentire amato.”
lui, ora, è il master, io lo slave.

Io sono il cane, non Thomas.



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