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lavoro pubblicato lunedì 21 novembre 2011
ultima lettura domenica 4 ottobre 2020

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Contromovimento. Conversazione tra il Moscone e Corino

di giordanogiordani. Letto 814 volte. Dallo scaffale Filosofia

La prima volta che ho conosciuto la ricerca letteraria di Bruno, fu leggendo uno dei suoi profondi e fulminei microsaggi Web, sulla nota affermazione di Arthur Rimbaud "bisogna essere assolutamente moderni", contenuta nella leggendaria "..

La prima volta che ho conosciuto la ricerca letteraria di Bruno, fu leggendo uno dei suoi profondi e fulminei microsaggi Web, sulla nota affermazione di Arthur Rimbaud "bisogna essere assolutamente moderni", contenuta nella leggendaria "Stagione all'Inferno".
Userò ora una citazione di Nietzsche per inquadrare meglio lo scenario artistico del nostro incontro, tratta dal "Caso Wagner":
" Che cos'è la decadenza letteraria nel nostro tempo?
Nel fatto che la vita non risiede più nella totalità, in un Tutto organico e concluso.
La parola è sovrana e balza fuori dalla frase, la frase si dilata e oscura il senso della pagina, la pagina acquista vita a spese del Tutto - il Tutto non è più un Tutto - .
Ma questa è l'immagine di ogni stile della decadenza: ogni volta anarchia degli atomi, disgregazione di una volontà autoritaria e unificatrice, "libertà dell'individuo" massificata in teoria politica "diritti uguali per tutti".
Sono passati tanti anni da quando lessi per la prima volta questa intuizione geniale e ancora oggi sono sbalordito dalla sua carica profetica.
Il genio di Röcken aveva fatto una perfetta istantanea dell'appena nata letteratura Web!

Quello che mi colpì nella prosa e nelle idee di Bruno Corino fu proprio questa commistione tra moderno e neobarbarico.
Come Montaigne, Corino ha la preparazione culturale e il senso di disciplina allo studio e il rigore di un Signore rinascimentale moderno laico, tutto preso nella lettura dei suoi libri e teso a meditare sul fatto che la verità assoluta non esiste e, come ricordano le scritte sulle travi della sua biblioteca, tutto è vanità, ogni ragione è relativa ed evoca un'altra ragione opposta e l'uomo non è in grado di conoscere se stesso.
E quanto a Dio, probabilmente è l'unico a non prendersi sul serio.
Quello che m'affascina nel leggere i suoi scritti, sta nel fatto che Bruno ha letto e conosce la profezia di Nietzsche e la medita da anni e la rende operativa!
È uno dei pochi autori del mondo Web che si rende conto dell'attuale situazione di "anarchia di atomi" in cui tutti ci troviamo a vivere, della nostra condizione di moltitudine di Ego che si credono grandi ed eterni scrittori solo per il fatto di alzare il coperchio di un portatile.
Bruno sa scendere dalla sua Torre/biblioteca - si usa dire d'avorio - rinascimentale, per scendere nei suoi ampi giardini a colloquiare con le bande di barbari che si sono accampati, devastando i suoi vigneti.
Fuori metafora, Bruno riesce a vedere nella scrittura Web un potenziale ancora inespresso...così tra moderni rinascimentali e neobarbari, nel clima della profezia realizzata di Nietzsche, può cominciare la nostra conversazione:

Moscone
Bruno, i romanzi in grande stile dell'ottocento e, in altre forme sperimentali, quelli del primo novecento (pensiamo all'Ulisse di Joyce), erano ispirati da una ricerca dell'unità dell'Io, il simbolo era appunto Ulisse, il quale, vagando, cercava di costruire la sua identità su Itaca, il suo equipaggio e su se stesso, rinunciando alle sirene, a Calipso e ai fiori di loto molto simili all'oppio.
La nuova letteratura Web nasce invece dalla profezia nicciana: nessuno ha più voglia di faticare per costruire la propria identità, meglio la dissoluzione dionisiaca.
Tutti hanno una gran voglia di farsi le sirene e delle fumate di fiore di Loto; i marinai tramutati in porci da Circe, non hanno nessuna intenzione di ritornare uomini...
Tu che sei un ottimo interprete della nostra contemporaneità, come vedi questa situazione?

Corino

Sollecitato da questa conversazione, pongo immediatamente una questione di stile: le risposte, se vogliono essere efficaci, se vogliono essere ascoltate, se vogliono essere lette, debbano per necessità essere brevi. In meno di una mezza pagina, bisogna saper concentrare il "Tutto". Per citare il Nostro, "in questioni come quelle che mi occupano la mente, io devo dire molte cose in breve, perché siano udite brevemente" (Gaia scienza). La brevità è imposta dal medium. In una calda conversazione, con un mano un buon bicchiere di vino rosso, in una notte lunga e senza sonno, si potrebbe divagare in lungo, in largo e in ogni direzione, toccare tante questioni, avere modo di approfondire tutti gli aspetti che restano in ombra. In una conversazione tipografica, il nostro lettore avrebbe tutto l'agio di scorrere le pagine con attenzione, di sottolineare i passaggi più significativi, di tracciare a margine un punto esclamativo, un punto interrogativo...
Invece, io so che "posteremo" questa conversazione nel web, e so anche che, se saremo fortunati, nel giro di un mese avremo avuto forse cento "utenti" che l'avranno letto integralmente e con attenzione. Se abbiamo cento utenti non è perché ciò che diciamo sia poco attraente o scarsamente interessante. Anzi, i cento che la leggeranno ci stimeranno, come è già accaduto in passato, perché avvertono in ciò che diciamo una linfa nuova, una parola vitale. Ascoltano qualcosa che finora non hanno mai udito. Ne ricevono stimoli nuovi. Se invece tutto il resto ci ignora non è perché ci trova "incomprensibili", ma semplicemente perché è lo stesso medium a porre delle barriere. Noi ci troviamo nella stessa posizione dei filosofi di fronte al sapere: la scienza cresce a dismisura, e noi oggi giorno scopriamo quando sappiamo troppo poco (Gaia scienza). Così: il web cresce a dismisura, e noi "autori web" scopriamo ogni giorno quanto poco contiamo...
Cosicché, Mosco, se io mi dilungassi in questa risposta più del dovuto, i nostri lettori, dopo aver letto le prime tre righe della risposta, passerebbero oltre...
Ed è appunto con questa realtà che dobbiamo fare i conti...
Il web tende alla frammentazione del pensiero e della mente...
Sparge le sue molteplici tessere in tanti luoghi o non-luoghi diversi...
Il disegno completo sfugge... sfugge il Tutto...

Moscone
Come si racconta questa anarchia degli atomi realizzata?

Corino
Tempo fa, quando mi dedicavo alla stesura della mia Etoanalisi, scrissi che l'individuo, la personalità sono soltanto delle chimere, in quanto ognuna di queste "unità sintetiche" sono, in realtà, il prodotto di un fascio di relazione. Lo stesso "Io", come ha insegnato Nietzsche, è una "finzione", un concetto utile nelle relazioni interumane. D'altra parte, come tanti concetti comodi alla "comunicazione", tali concetti finiscono con il solidificarsi, a tal punto da apparirci più reali della realtà! Ma è solo un errore di prospettiva...
Ognuno di noi crede di poter raccontare il proprio Io, in realtà rappresenta soltanto una tessera del proprio Io...

Moscone
Tu usi alternativamente la saggistica, la poesia e la narrativa: puoi spiegarci le differenze tra i tre generi e in quale modo li usi?

Corino
Da questo punto di vista e anche a rischio di sembrarti ridicolo, io mi sento erede della grande tradizione che legava uomini come Giordano Bruno a Nietzsche. Da un lato c'è la "specializzazione" accademica che impone agli studiosi di tracciare i confini della sua competenza e di non invadere quelli dell'altrui competenza. D'altro, c'è la buona abitudine per riuscire in qualcosa di darsi un solo ed esclusivo obiettivo nella vita: diventare narratore, poeta o filosofo. L'una è figlia dell'altra. Ebbene, per la mia forma mentis, non ho rispettato né l'una né l'altra buona abitudine. Ecco, da questo punto di vista, non sono mai stato uno "accorto". Per me, l'essere è un prisma dalle molteplici sfaccettature. Volerlo ridurre a una sola ed esclusiva sfaccettatura vuol dire (a mio parere) subire una diminuzione del proprio essere. Non sono uno accorto perché alla fine so di correre il rischio di riuscire ad essere un pessimo poeta, un mediocre narratore, un filosofo superficiale. Sinceramente, se questo dovesse essere il risultato finale, sono consapevole che non poteva andare diversamente. Non potevo, voglio dire, andare contro le mie inclinazioni più intime. Non sarei mai riuscito a specializzarmi in un settore della conoscenza, non sarei mai riuscito a diventare soltanto un poeta o un narratore. E anche se lo avessi voluto, lottando contro le mie profonde inclinazioni, sono sicuro che alla fine sarei diventato davvero o un mediocre filosofo o un mediocre poeta. Lo sarei diventato perché avrei fatto prevalere i miei "interessi" materiali contro i miei interessi "spirituali". Sarei stato un uomo accorto, che sa calcolare i costi e i benefici di una scelta vitale a detrimento del mio essere autentico. E, in ragione di questo calcolo, avrei cominciato a scrivere calcolando cosa piace al pubblico, cosa apprezza il pubblico. Di calcolo in calcolo mi sarei trasformato in un ragioniere del sapere, in uno che sa amministrare il poco che sa produrre e da cui sa ricavarci qualcosa.
Invece, ho sempre concepito l'arte e la filosofia come attività complementari: l'una serve ad incrementare l'altra. La poesia è il luogo del linguaggio ambiguo ed allusivo. L'allusività e ambiguità sono caratteristiche imprescindibili della poesia, in quanto componenti essenziali della stessa comunicazione umana. Tali componenti nella poesia risaltano all'ennesima potenza. La poesia, in senso lato, cioè ogni attività estetica, è all'origine di ogni cultura umana. È l'arte che dà, attraverso l'invenzione delle sue metafore, senso e forza all'attività umana. Ed è alla base della cultura in quanto l'allusività e ambiguità danno forma alle relazioni umane. Ma la potenza allusiva del linguaggio deve possedere anche la capacità di essere modificata e variata, adattandola ad ogni circostanza. La variabilità del linguaggio allusivo potenzia la capacità predittiva dell'essere umano. La narrativa trova la sua ragion d'essere in questa capacità. La narrativa (sempre in senso lato) segue un processo sequenziale in cui gli eventi narrati vengono posti in un ordine logico e consequenziale, nel quale a un "prima" segue un "dopo" creando dei legami o dei connettivi che aiutano la mente a ragionare e a prevedere. In questo ordine consequenziale assistiamo a una riduzione dell'ambiguità del linguaggio, tipico della poesia, ma non a una sua eliminazione completa. Infine, arriva la filosofia o il pensiero concettuale che tende a stabilizzare il linguaggio, a imporre, con il rigore della sua logica, un ordine concettuale, a ridurre sia la allusività del linguaggio che la sua capacità di poterlo variare. Il pensiero filosofico tende a solidificare le metafore poetiche, a trasformarle in concetti "chiari" ed "evidenti". Ma a scompaginare i sogni metafisici del filosofo interviene di nuovo l'attività poetica, che sveglia il filosofo dal suo bisogno profondo di dare ordine al mondo, rimettendo in gioco tutte le certezze che aveva fissato come verità. Quindi, tra il poetare, il narrare, il filosofare esiste un rapporto circolare, sono cioè tre attività dell'operare umano, e sono tre attività alla base della cultura in senso lato. Lo sono nello stesso senso in cui lo sono l'inventare, l'innovare e il conservare al fine di tramandare: la poesia inventa, la narrativa innova, la filosofia conserva e tramanda...

Moscone
Per orientarci in questo caotico mondo neobarbarico, abbiamo bisogno di un grande senso critico: puoi farmi una disanima in chiaroscuro della galassia Internet?

Corino
Nel web, l'offerta supera di gran lunga la domanda! Ma per riprendere ancora una metafora di Nietzsche, la grande quantità di cibo crea pinguedine, appesantisce l'essere, chi invece vuol vivere libero e non satollo ha bisogno di scarso cibo per nutrirsi, di un cibo che dà forza e agilità. Riprendiamo la tua citazione iniziale e caliamola nel tempo presente. Sostituiamo il termine wagneriani con il termine "web-iani" (utenti web), e vediamo quali risultati ci dà: per l'homo web-iano, il web è un mezzo per eccitare i suoi nervi stanchi, è un mezzo per esibire il proprio io. Attraverso il mezzo, l'io crede di poter esibire ed offrire una vita eccezionale, delle esperienze straordinarie o fuori dal comune. In virtù di queste qualità eccezionali, gli utenti dovrebbero trovare una sintonia immediata con l'io che s'esibisce, rivivere le sue emozioni. Sta di fatto che quell'io esibito, quelle esperienze offerte come eccezionali sono uguali a tanti "io", a tante esperienze comuni. L'eccitazione o l'intensificazione di stimoli stanno solo dalla parte di chi li esibisce, ma non dalla parte di chi li riceve. La modernità, dunque, può essere anche intesa come un "eccesso" di stimoli, un eccesso che provoca una "patologia" nei rapporti umani. Quando qualcosa non mi stimola in una maniera sovrabbondante non ha valore, mi disorienta. Come l'eccesso di cibo non nutre ma danneggia il corpo così un eccesso di stimoli non nutre la mente ma la danneggia.
La questione sta tutta qui: l'eccesso di stimoli serve a mascherare la mancanza di stimoli nuovi. Voglio dire: colui che non riesce più a generare nuovi stimoli, si vede costretto a produrre una quantità sovrabbondante di stimoli. Gli stimoli nuovi servono a migliorare l'esistenza, a farla crescere nella sua giusta misura. L'eccesso rappresenta invece una degenerazione della vita. L'eccesso è un continuo stordimento che porta dritto dritto all'ottundimento, in quanto rende indifferente allo stimolo "buono" o "cattivo". Come una volta hai fatto notare tu, di fronte a un autore che "posta" in un mese duecento poesie, che cos'è che preventivamente mi fa dire di non trovarmi di fronte a un "poeta"? La superfetazione! Il credere che tutto possa essere tradotto in versi: ogni momento della sua giornata, ogni incontro, ogni emozione provata, tutto secondo lui diventa degno di essere tradotto in versi! Il "fare versi" per il malato di versificazione vuol dire che ha perso il contatto con la vita (prima che con la poesia), ha perso appunto il senso di scrivere poesie. Ha perso soprattutto l'idea che la poesia non è un mezzo di trasporto per trasferire emozioni o esperienze dal mittente al ricevente. Ha smarrito il senso delle parole. Ha smarrito il fatto che le parole hanno origine nell'ambiguità e allusività del linguaggio. Non solo. Al malato di versificazione i "sensi" poetici sono così occlusi da non percepire più il senso di una "autentica" poesia. A costui ogni verso appare privo di spessore o, che è lo stesso, tutte piene di spessore. Insomma, il bulimico di versi perde completamente il "gusto" non solo di elaborare una "buona" poesia, ma soprattutto di riconoscere una "buona" poesia.
Il discorso che qui sto facendo non vale soltanto nel campo del web, ma in ogni altro campo. La differenza con altri campi sta nel fatto che ciò appare più evidente nel web, in quanto è un sistema fondato sull'eccesso di stimoli. Il web di per sé è bulimico. Si nutre di tutto ciò che gli viene offerto. Ogni tanto, dunque, è un bene immettere in questo nuovo Leviatano dei cibi "avvelenati", o dei cibi "tossici". Paradossalmente saranno proprio questi cibi tossici o avvelenati a provocare una reazione "positiva". Ecco, Mosco, ogni tanto, quando postiamo queste conversazioni, è come se mettessimo nel web cibi tossici. Il web vorrebbe ingurgitare soltanto cibi prelibati, gustosi, saporiti, cibi che richiamano altri cibi. I cibi tossici ammalano la mente, fanno male al corpo, creano una reazione di rigetto, fanno riflettere su questa fame insaziabile...
Per cui più i nostri "post" sono tossici, più ammaliamo le menti e i corpi e più avremo persone leggere che sanno danzare...

Moscone
Quali sono i tuoi autori di riferimento per orientarti nel "marasma Web"?
E come li usi?

Corino
Proprio nel microsaggio da te ricordato, dove definivo il web un non luogo, avevo posto all'attenzione dei lettori il problema dell'identità autoriale. Da quel momento, grazie agli stimoli ricevuti da alcuni lettori, ha avuto modo di approfondire il tema e di scrivere altri interventi che chiarissero, prima che agli altri, a me stesso il significato di questa perdita di identità da parte dell'autore. Come sai sul tema ho scritto L'autore al tempo della litweb. Ho ripreso in mano i miei autori di riferimento - Niklas Luhmann, Walter Ong, e, soprattutto, Friedrich Nietzsche. La riflessione intorno a questi autori mi ha dato modo di approfondire il rapporto esistente tra la perdita di identità autoriale e la "chiusura testuale". È un rapporto assai complesso che sto indagando in questi giorni. Insomma, per quanto mi riguarda io ho piena consapevolezza del fatto che stiamo vivendo come umanità una svolta epocale, uguale nella forma (ma non nel contenuto) a quella che l'umanità ha vissuto al tempo del passaggio dalla oralità alla scrittura, e dal manoscritto al libro stampato. Comunque il mio occhio è più attento ai filosofi della modernità, ad esempio a Simmel o Benjamin, ai filosofi della Scuola di Francoforte, ma anche a scrittori che si sono posti problemi all'apparenza distanti da ciò che qui discutiamo. Penso, ad esempio a Elias Canetti, a René Girard, o a pensatori come Norbert Elias. Soprattutto nelle mie riflessioni torna costantemente il pensiero di Gregory Bateson o degli studiosi della scuola di Palo Alto, Watzlawick, ad esempio...

Moscone:
"La parola è sovrana e balza fuori dalla frase, la frase si dilata e oscura il senso della pagina, la pagina acquista vita a spese del Tutto -il tutto non è più un Tutto -."
Parlaci delle tue tecniche letterarie: non credi che i più consapevoli di noi, stanno mettendo in pratica quest'intuizione di Nietzsche?

Corino
In effetti, in questo passaggio epocale, in cui sta cambiando radicalmente il modo di scrivere, occorre un grado di consapevolezza maggiore rispetto ad altri passaggi epocali. A chi scrive con l'intenzione di fare "arte", e non semplicemente per il piacere di "comunicare", diventa sempre più difficile far emergere la sua scrittura in un mondo in cui "tutti" scrivono. Nel passaggio dal manoscritto al libro stampato, come ho illustrato in un altro post, ad imporre le qualità di un autore era uno "stile" originale e innovativo. Sapeva imporsi non solo chi sapeva "dire" cose nuove, ma soprattutto chi le sapeva dire in modo nuovo. La novità e l'originalità erano alla base dell'emergere di un autore di qualità. Tutto questo portava ad escogitare (si fa per dire) una formula stilistica e a saperla variare a seconda delle necessità. Ad imporre novità e originalità stilistiche era il medium, ossia la carta stampata. La grande produzione di libri imponeva agli autori il problema di differenziarsi l'uno dall'altro. Allo stesso tempo, la stessa fame di "novità" stilistica rendeva nel giro di poco tempo obsoleta la "novità" precedente. L'apparizione della stampa creò quell'eccesso di stimoli di cui ho parlato prima. Qui, come ho scritto altrove, è nata la cosiddetta "modernità": la scrittura non guarda più al passato per "scoprire" i suoi modelli, la scrittura è tutta proiettata nel futuro, diventa un esercizio per "anticipare" i tempi, un anti-vedere. Oggi, invece, nell'epoca della litweb, la scrittura non mira né al passato né al futuro, ma vuole essere intimamente legata al presente, non vuole essere né nuova né originale, ma narrare ciò che è nuovo ed originale. La scrittura diventa protagonista della nostra esistenza quando riesce a fare ciò. Ad esempio, qualcuno s'innamora. Un novità entra nella sua vita. Ed ecco che immediatamente vuole tradurre questa novità in scrittura: scrive una poesia, un racconto, un apologo... Oppure, c'è una novità nel mondo politico o economico, ed ecco che immediatamente vogliamo tradurla in scrittura... e così via... Ogni novità può essere tradotta in scrittura. Quindi, non è più la scrittura a porsi come una novità, ma è la novità stessa a porsi come scrittura. La novità appartiene fisiologicamente al presente, ciò che è accaduto non costituisce una novità, ciò che deve accadere non rappresenta ancora una novità... Così accade nel mondo narrativo, nella carta stampata, sempre più "colonizzata" dal web. Il tema del momento, la tendenza del momento, la novità di oggi viene subito tradotta in un romanzo, in un racconto... Se la novità è un meteorite che sfiora la terra, ecco che s'apre la via al romanzo catastrofista, alla fantascienza... Ma se ognuno di noi insegue l'ultima novità non perdiamo di vista proprio quella visione del Tutto di cui parlava Nietzsche? Non perdiamo di vista la prospettiva del passato e del futuro, non perdiamo di vista il senso e la direzione dell'esistenza? Qual è dunque il contromovimento che possiamo mettere in atto contro questa deriva "attualista"? Togliere al racconto proprio l'illusione dello scorrere del tempo: rappresentare il tutto come se il tutto si svolgesse in un eterno presente. Le mie tecniche narrative mirano proprio a questo risultato: livellare i tempi, livellare i piani narrativi, essere lontano proprio da ciò che rappresenta il moto della novità; essere fuori dal tempo, in una sorta di racconto mitico, dove lo scorrere del tempo non ha senso...

Moscone
Ultima domanda ma non la peggiore: lasciaci una tua prospettiva per il futuro.
Fino a quando continuerà l'anarchia degli atomi, fino a quando la vita non dimorerà più nella totalità?

Corino
Continuerà sino a quando uomini o donne non riusciranno a mettere in atto questo contromovimento. Fino a quando ci abbandoneremo a questa deriva attualista, a questo eccesso di stimoli, a questa voglia di tradurre in scrittura ogni piccola novità, per noi non ci sarà "salvezza"...
E tutto questo non potrà avvenire nel presente prossimo, l'umanità ha sempre bisogno di tempi lunghi per accettare di prendere antidoti contro la "miseria" dei propri tempi...



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