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lavoro pubblicato domenica 20 novembre 2011
ultima lettura giovedì 10 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Masters - Fist Fucking Per Violino Solo (Capitolo 21)

di Ciaby92. Letto 719 volte. Dallo scaffale Pulp

Fiori di lividi. Boschi di schiaffi. Giardini di nasi rotti. Sei un paesaggio distrutto, disboscato, Erika. Copriti il viso, Erika. Copriti il viso. Nasconditi. Eclissati. Sorprenditi.

Capitolo 21

Lugubre. Sterile. Ascettico muro di un bagno femminile. Piastrelle bianche come la morte prima di marcire. Eccidio di empatia grondante di rivoli di insulti e urla che cola in quel groviglio tartan che separa una piastrella dall’altra. Fiori di lividi. Boschi di schiaffi. Giardini di nasi rotti. Sei un paesaggio distrutto, disboscato, Erika. Copriti il viso, Erika. Copriti il viso. Nasconditi. Eclissati. Sorprenditi.

Erika in un’inquadratura a piano americano, al centro della parete, si copre il viso con le mani dalle dita lunghe e magre. Trattiene le lacrime nel suo vestito nero e il cardigan scuro sgualcito. Io alla sua sinistra e Thomas alla sua destra, che le sussurra: “Dobbiamo ucciderlo?”

Lei scuote la testa: “Non mi ha fatto nulla. Ha voluto solo spaventarmi.”

“Ne sei sicura?” le chiedo io, con il cuore che continua a salirmi in gola, e che vorrei solo vomitare, ma senza successo. Vorrei smettere di battere, di respirare, di sognare. Voglio che ci sia un black out tra le mie pupille. Voglio il nero. Il buio. Voglio che un mare ci sommerga tutti, che ci tolga le ultime speranze che potevamo coltivare.

Lei annuisce: “Mi ha fatto vedere il cazzo e se n’è andato, poi mi sono picchiata da sola. Sono distrutta. Non ce la faccio più, davvero. Non ce la faccio più”

“Non dire così…” la consolo, accarezzandole la spalla, finchè lei non mi blocca dicendomi: “Non mi toccare.”

Sospira. Riprende: “Mio padre non è morto perché l’ho voluto io. mio padre è morto per distruggermi. È stata la sua ultima vendetta morire. L’ha fatto per farmi sentire in colpa…perché sono una puttana…perché sono una puttana senza clitoride.”

“Non è vero!”
“Sì, che è vero! Cazzo! Ed è stato Massimo ad illuminarmi!”
“Quello è un coglione…”

“No! Lui è come mio padre… lui è…mio padre”

“Almeno informa la polizia di quello che è successo…anche se non ti ha fatto nulla, è pur sempre una minaccia, una forma di violenza sessuale!”
“NO! Voi non capite un cazzo, non capite proprio un cazzo!”

Thomas esce dal bagno e io lo seguo, dopo aver detto ad Erika: “Torna a casa”.

Lei ha risposto, sussurrando: “No, vado a lezione.”

Tampina Massimo e lo porta in un vicolo, obbligandolo a forza e facendolo ballare sotto i suoi violentissimi pugni. “Bastardo” gli urla contro “Bastardo! Prova a toccare ancora Erika e sei morto! Hai capito?”
Lui non si difende e non emette alcun suono. Sorride, quasi come se avesse raggiunto una personale epifania: “Avanti, picchiami!”. E mentre io guardo Thomas picchiare selvaggiamente quell’energumeno, la mia ombra si allunga sotto i raggi di un timido sole, intervallo di questa pioggia incessante.

Erika è all’entrata dell’edificio. Dovrebbe andare a lezione e ci sta andando quando, inconsciamente, sferra un pugno contro sé stessa, che la getta a terra all’indietro. Come se fosse posseduta, non riesce a controllarsi. Si graffia, urla, cerca di difendersi contro sé stessa, ergendo lividi come case e fiumi rosso porpora dalle caverne del suo viso. I capelli che le si sporcano di terra. Con i mozziconi di sigarette spenti sul pavimento che diventano i frutti di quei suoi fili neri attaccati alla nuca. È stremata, ma continua. Sempre più forte, sempre più violenta. Si distrugge, un pugno dietro l’altro, mentre viene accerchiata da un gruppo di compagni che o urlano, o si allontanano, o cercano di agire, chiamando qualcuno o cercando di bloccarla.

Lei si blocca solo quando si accorge di non essere sola. E non vede compagni. Vede tante ragazze più belle di lei, vestite meglio di lei, con i capelli più lisci e lucenti dei suoi. Vede i loro volti nascosti da tante maschere in bianco e nero che rappresentano, stampati, i loro sorrisi fissi. Lynchiane forme di espressione di una felicità irraggiungibile.

Ha il maglioncino sporco di sabbia, il vestito strappato. Ha i piedi nudi e le scarpe che , inorridite di tutto quell’odio verso sé stessa, si sono allontanate pochi centimetri più in là.

Si alza a stento, cercando di non guardare quelle ragazze immobili che sembrano giudicarla. Lei è il mostro senza speranza. Lei è il male del mondo. Lei è una puttana nervosa che vorrebbe smettere di soffrire, inutilmente.

Lei è l’oggetto sessuale per rendere questo mondo più bello e vario. Sì, lei ha un’anima, ma è un optional, come un vibratore elettrico caricato a pile. Si sente così. Sola. Inutile. Vagante. Un proiettile puntato contro un cuore di plastica. Il respiro che l’assale come una minaccia è solo la colonna sonora di un cd di nenie erotiche abbandonato in un locale a luci rosse, invaso da cameriere mezze nude e fumo. L’orgasmo discreto di Barry White. Improvvisamente bambola gonfiabile dall’espressione mutevole, improvvisamente suora eccitante, improvvisamente preservativo, lei si alza. Raccoglie le scarpe, senza emettere un suono. Vorrebbe smettere di respirare per non permettere a nessuno di godere di quell’assemblaggio di note musicali. Non ce la fa. c’è sempre qualcuno che ride alle tue spalle.

Sparisce.

Svanisce.

Si disintegra, passo dopo passo.

Zoppicando come una zitella.

Caramella lanciata nel vuoto.

Nella bocca di un bambino con l’apparecchio evidente. Gabbia di pensieri astrusi e gettati in questo nulla.



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