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lavoro pubblicato domenica 20 novembre 2011
ultima lettura domenica 24 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

P E R D I T E

di mifi77. Letto 559 volte. Dallo scaffale Sogni

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P E R D I T E

prima parte

Dicembre, un pomeriggio. Esco tardi dall’università, perché c’è stata una riunione. A trentacinque anni sono una ricercatrice precaria, devo fare la brava e a volte non posso rifiutarmi.

Sono un po’ indispettita, perché mi ritrovo a piedi per lo sciopero dei benzinai e farò tardi, ma Guido è già avvisato. D’altra parte mio marito in casa è anche più bravo di me: a volte mi fa trovare delle cenette deliziose!

C’è qualcosa di strano, in via Roma… Non è lo scarso traffico che ho già notato durante la pausa caffè. E’ che non vedo autobus. Alla fermata un’anziana signora ricambia il mio sguardo perplesso e m’informa che è sopravvenuto lo sciopero dei mezzi pubblici:

- L’hanno fatto apposta, per far ribellare la popolazione…

- Anche la metropolitana?

- Quella specie di trenino che fa solo tre fermate in mezza città? Sì, anche quello. Spero che passi una carrozza vuota…

Mi sento un po’ persa, ma sono diventata fatalista e penso che da molto tempo non mi permetto una bella passeggiata. Però prendo il cellulare e telefono a Guido: si propone di venirmi a prendere con l’auto.

- No, risparmia la benzina per le necessità: io farò una passeggiata.

- Ma sono sei o sette chilometri!

- No, poco più di cinque… Il dietologo dice che è inutile fare la dieta se non si cammina. Forse per strada farò un po’ di shopping, poi in via Libertà prenderò una carrozzella, oppure mi farò prestare una bicicletta da Irene. Se tardo, fammi trovare una minestrina con la verdura.

- Dopo chilometri di passeggiata? Ti farò trovare una bistecca con le patate al forno!

Ne approfitto: - E una bottiglia di vino rosso già aperta…

- Quale preferisci?

- Scegli tu. A stasera.

Mio marito è quasi un degustatore, di vini. Si dice così? Insomma, un intenditore.

M’incammino a passo sostenuto: c’è un sole velato, basso sull’orizzonte, ma presto farà buio.

Ho paura del buio, ancora paura dopo tanti anni. Però ho in borsa la scacciacani, e un coltellino che ho reso affilatissimo.

Guardo la strada davanti a me, lunga e dritta, quasi un rettilineo sino a casa mia. La mancanza di traffico e di rumori è piacevolissima. Ci sono molte biciclette in giro e qualche carrozza trainata dal cavallo. Ecco, ho detto bene: se mi stancherò, in via Libertà potrò prendere una carrozza. Sì, lo farò senz’altro: sarà bello e tornerò presto, per la tranquillità di Guido.

Ai grandi magazzini la strada si allarga sulla destra in una zona pedonale con tanti alberi. Fanno anche le caldarroste… Al diavolo la dieta, per Natale!

Sgranocchiando lentamente le castagne profumate che mi bruciano le dita, ma che mi riscaldano dentro, osservo le vetrine: devo ancora scegliere i regali.

Non voglio appesantirmi adesso, con i sacchetti, ma voglio dare un’occhiata per fermi venire delle idee. Tanto, poi prenderò una benedetta carrozza, volesse anche un biglietto da cinquanta! Precaria sì, ma non tirchia!

D’altra parte mio marito guadagna bene, mi ha sempre dato tutte le sicurezze… Io lavoro più che altro per realizzarmi, dopo la mia laurea in chimica.

Passando da una vetrina all’altra, vedo… Vittorio! E’ con una ragazzetta molto giovane, certamente la figlia.

Mi emoziono, mi batte il cuore, torno indietro nel tempo…

---

Le regole sociali vogliono che una donna non si debba mai innamorare per prima. Se inoltre si dichiara, per prima, è una poco di buono! Veramente queste regole stanno cambiando anche da noi, nel profondo sud, ma venti, venticinque anni fa erano così.

M’innamorai di Vittorio alla festa del Liceo, io quattordicenne del primo anno, lui quasi ventenne del quinto.

Quella sera mi guardò al massimo tre volte, e riuscii a fare con lui soltanto mezzo ballo. Mi sembrò quasi normale che guardasse le ragazze più grandi e più formose.

Gli girai intorno per mesi, arrivando a una specie di amicizia. In primavera, nel riconsegnarli un libro che mi aveva prestato, maldestra e timida mi dichiarai.

Mi sorrise divertito:

- Da quando in qua le donne si dichiarano per prime? Gioventù perduta!

Poi, vedendomi delusa, si fece serio:

- Muriel, mi dispiace, io sono già impegnato…

- Non è vero, mi sono informata!

- A scuola non lo sa nessuno, ma dura da un po’: appena lei compirà diciott’anni, faremo conoscere i nostri genitori.

Io ero sul punto di piangere. Lui si chinò e mi diede un bacio sulla guancia. Ripeté:

- Mi dispiace…

Mi voltai e andai via subito perché non vedesse le mie lacrime brucianti. Nelle settimane successive ci fu qualche altro sguardo da lontano, prima dell’estate, poi nient’altro, anche perché, quando lui mi osservava, io mi sforzavo di apparire allegra e spensierata.

Per me quello fu il mio primo vero grande dolore.

Vi aspettavate che dicessi amore? No, forse io non ho mai conosciuto l’amore, quello completo, fatto di sentimenti forti e di piacere intenso. E non per colpa mia.

---

Non ho mai dimenticato quel dolore, quindi guardo Vittorio, girato di tre quarti verso la graziosa ragazzina (quanto gli somiglia!) e mi rendo conto che quello è stato davvero il primo dolore della mia vita, una ferita non più rimarginata.

Adesso posso almeno salutarlo, guardarlo in faccia: sarà cambiato. Mi sembra di notare che ha le basette un po’ brizzolate. Di già?

Lo chiamo: - Vittorio.

Non sente. Richiamo:

- Vittorio…

Non mi sente, o fa finta. Perché, poi? Chiamo più forte:

- Vittorio!

La figlia gli fa cenno verso di me. Lui si gira e… vedo un altro! Non ha nulla in comune col mio Vittorio.

Accenno un mezza scusa e mi allontano svelta.

Il sole è scomparso e c’è meno luce. Mi scende dentro una certa tristezza: com’è crudele la vita!

Non l’ho più rivisto, dopo quell’anno scolastico, e adesso rimpiango di aver fatto la sostenuta quando potevo ancora scambiare due parole con lui, guardare il suo sorriso e stringere la sua forte mano.

---

Ho terminato le caldarroste, è quasi sera e decido di entrare in un bar a prendere un caffè. Mentre attendo, mi guardo riflessa in uno specchio e vedo una giovane donna elegante: sono come mi preferiscono Guido, mia madre e i miei fratelli. Traspare poco della mia malinconia, sembra eccessiva serietà. Esco e riprendo a pensare, agevolata da quella imprevista passeggiata.

Non ho avuto molte gioie, nella mia vita. Anzi porto dentro di me un dolore recente, la precoce morte di mio padre: pochi anni fa ho perduto l’affetto più grande, dopo un mese di malattia.

In ospedale i miei fratelli si alternavano nel fare la notte, ma di giorno c’ero io con lui. Man mano che la malattia procedeva, lo vedevo trasformarsi da padre in bimbo, bisognevole di cure sempre più impegnative.

Io ero certa della sua guarigione, di futuri pomeriggi trascorsi in terrazza, nella dolcezza di un autunno che sembrava non voler terminare.

Non mi rendevo conto che la mia continua presenza lì era un’eccezione, concessa dai medici per una ragione speciale.

Lui soffriva, e io con lui. Mi sforzavo di conversare un po’, ma trovavo sempre meno argomenti, o forse ogni argomento mi sembrava sempre più futile.

Poi capii che quella sofferenza non era un’agonia superabile, che mio padre non sarebbe guarito e poi col tempo ammalato di nuovo, che quella era l’ Agonia, che lo stavo perdendo: lentamente scivolava per una china sempre più ripida e io allungavo il mio corpo, il mio braccio per trattenerlo, ma non riuscivo.

Quanti pianti, quante lacrime la sera, tra le braccia di Guido, che non aveva più risorse per consolarmi!

E ricordavo la mia infanzia, i bagni di mare in quel piccolo golfo, con mio padre che mi sosteneva a galla dove io non toccavo il fondo; l’acqua limpida, di color celeste contro un fondale di sabbia chiara.

A venticinque anni era stato mio padre a convincermi di sposarmi, di accettare la richiesta di Guido, nonostante avesse dodici anni più di me.

Io non avrei voluto uomini nella mia vita: mi avevano fatto molto male, Vittorio e quell’altro: mi avevano fatto perdere il desiderio dell’amore spirituale l’uno e dell’amore carnale l’altro.

Però Guido era effettivamente un po’ speciale: buono, generoso, gentile, simpatico, colto. Sì, le sue qualità erano innumerevoli. E molte donne gli ronzavano intorno, con argomenti ben più convincenti.

Forse l’animo umano è fatto così: vogliamo sempre il frutto proibito, ciò che a noi si nega. Non era stato forse così per me nei confronti di Vittorio, e in seguito per quel mostro nei miei confronti?

Mio padre mi aveva detto:

- Io e tua madre un giorno non ci saremo più. E tu devi riacquistare la capacità di desiderare gli uomini. Una volta i giovanotti ti piacevano, e in particolare quelli più grandi. Scegli Guido o un altro pretendente serio, ma non rinunciare alla tua identità di donna.

Quanto possono fare i genitori per noi! Con una semplice parola, un consiglio… se noi sappiamo ascoltarli, se ci convinciamo a riflettere, a sfruttare la loro esperienza, la saggezza acquisita con gli anni!

Quella era stata la vera eredità di mio padre: lo compresi durante quel mese di agonia e gliene sono ancora riconoscente.

Se ne andò una sera d’autunno, come addormentandosi dolcemente. Se ne andò tra le mie braccia, mentre aspettavo mio fratello. E dormì, e forse dorme ancora, sognando i suoi figli.

I rimpianti vennero dopo, il rammarico di non essergli stata più vicina quando era in buona salute, quando io ero coinvolta dal lavoro e dalle ricerche, con la speranza di uscire dal precariato; quando correvo a casa da Guido per fare l’amore nei giorni giusti, perché volevamo un figlio, che non è ancora arrivato e probabilmente non arriverà più.

Sì, correvo perché era accaduto così come papà aveva desiderato: l’amore di Guido, la sua pazienza, la sua sensibilità, forse la sua esperienza, tutto questo aveva risvegliato in me il desiderio di essere donna, anche se spesso confessavo a me stessa, con un senso di colpa, che non lo amavo quanto invece avevo amato Vittorio, prima che il rancore si facesse spazio nel mio cuore.

E mentre il crepuscolo scende e tutto imbrunisce, e gli antichi palazzi acquistano un fascino particolare all’accendersi delle luci gialle, penso che ho subito due gravi perdite, nella mia vita, due perdite assolute, che mi hanno lasciato un dolore infinito.

---

Ho girato intorno al teatro, ho ammirato la bella piazza e adesso sono nella via Libertà: tre ampie carreggiate, due file di platani alti, adesso spogli. Qualche foglia permane ancora nelle piccole aiole quadrate ai piedi degli alberi.

Sono foglie che mi ricordano i sogni dell’adolescenza, sogni per lo più infranti contro la dura realtà.

E mentre i miei due grandi dolori mi tornano in mente e quasi mi sopraffanno, penso a un altro dolore, a una perdita volontaria, per la quale forse Dio, dopo tanti anni, mi sta punendo severamente.

Sì, perché io, che non posso avere figli da Guido (unico suo difetto, poverino!), ho, ho avuto in realtà un figlio, un figlio non cercato, non voluto, non amato.

Il figlio del mostro.

continua

copyright 2009 Michele Fiorenza

opera registrata



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