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lavoro pubblicato sabato 19 novembre 2011
ultima lettura venerdì 12 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

POTREBBE CAPITARE A CHIUNQUE. il finale.

di frantizan. Letto 558 volte. Dallo scaffale Generico

Cencio si ritrova dove si era lasciato, bocconi nell'erba, di fianco al suo stesso vomito. L'angoscia è intollerabile, le domande bruciano più del fuoco. Lei chi è? E' morta? Cosa l'ha uccisa? Che ci faccio io qui? Si allunga sopra...

Cencio si ritrova dove si era lasciato, bocconi nell'erba, di fianco al suo stesso vomito. L'angoscia è intollerabile, le domande bruciano più del fuoco. Lei chi è? E' morta? Cosa l'ha uccisa? Che ci faccio io qui? Si allunga sopra il cadavere per scrutarne i tratti alla fiamma dell'accendino. La visione è spettrale, un vero incubo, senza contare che nella manovra ha finito per distendersi sulla salma.
Riconosce la ragazza, l'ha vista alla festa, era bellissima, altra fitta di dolore e colpa, aveva lo stesso top bianco che ora costituisce il suo unico indumento. Ed una gonna verde, o forse no, erano pantaloni. Quando ballava aveva un modo di ciondolare i fianchi che aveva provocato effetti elettrizzanti su di lui. Dovevano essere pantaloni. Non l'aveva mai vista prima, di questo è certo. Ma come sono finiti lì, l'uno di fianco all'altra?
Cencio rammenta di essere arrivato alla festa quando già era molto tardi, dopo un lungo pomeriggio con gli amici a bere intorno al biliardo, non riusciva a trovare la casa ed aveva risolto di lasciare perdere, aveva posteggiato a caso in una piazzola sotto gli alberi e aveva iniziato una passeggiata che alla fine lo aveva proprio condotto alla festa. Rammenta anche che al momento di andarsene aveva girato parecchio per rintracciare la propria auto, a vanvera e senza risultato alcuno. Di nuovo l'immagine della ragazza, questa volta sorridente, con il bicchiere in mano, e il ricordo di averla desiderata.
Capita spesso a Cencio di sentirsi un reietto ai margini del mondo, costretto a spiare dall'ombra la felicità degli altri, la loro bellezza, ed in definitiva ad ammirare e a desiderare ogni dettaglio della loro vita. E' vero, ultimamente divide le sue ore con i peggiori sfaccendati nelle bettole più lerce, ed è vero che un gruppo di quella feccia che frequenta all'università ha preso a chiamarlo Bottiglia. Credono di essere originali, non sanno che anche Cencio è un soprannome, antico, conquistato con la sua abitudine di bere fino all'incoscienza, antica anche quella.
Cencio Bottiglia si rivede ai bordi della festa, seduto su una pietra, sotto un albero, nel buio, solo a fumarne un'altra, mentre gli altri, tutti gli altri, nella luce e nella musica vivono. Lui si accontenta di osservarli da lontano, il cuore franto eppure orgoglioso. Ricorda di essersi avviato a piedi in direzione casa. Una delle sue solite follie, la fedele fiat uno rosso corsa risultava introvabile, dopo un po' di quel vagare solitario e infruttuoso ha deciso di avviarsi a piedi, che quindici chilometri sono tre ore, pure meno. Pensava di farcela facile, camminare in discesa lo divertiva, andare in giro a cercare l'auto no, lo frustrava, che la macchina andasse a fanculo, se ne sarebbe preoccupato il giorno dopo.
Ha camminato un bel po', Cencio ne è certo, a tratti cantando a squarciagola e correndo come un forsennato sull'asfalto, al centro della strada, altre volte lento, ragionando con sé stesso e con gli alberi. Quando sentiva il rumore provocato dal sopraggiungere di un auto, che ogni volta arrivava alle sue spalle, auto che certo giungevano dalla festa, s'inoltrava per pochi metri nell'ombra del bosco e s'accosciava. Gustava l'insolita clandestinità, spiava quelli che erano dentro, rumore luce vita che scivolava via, con un piacere tutto suo, segreto e lebbroso, che trovava la sua linfa nella separatezza. A lui piace crogiolarsi là dove duole.
Dopo migliaia di passi, di alberi, di canzoni, di stelle, Cencio si è seduto su un paracarro di pietra, voleva riposarsi un poco, ma ha preso a fare effetto l'ultimo alcol ingollato al momento di abbandonare la festa, quello della staffa. Si è sentito mancare, e forse è proprio mancato, perché una ragazza lo ha scosso per le spalle e gli ha offerto un passaggio. Stava male, persino peggio di ora, con l'aiuto di lei è salito in auto e, senza mai alzare lo sguardo da terra, si era gettato disteso in qualche modo sul sedile posteriore. E' sicuro, quasi, che l'auto fosse una vecchia lancia ipsilon, sull'identità della ragazza non ha alcuna idea, ma perviene alla logica conclusione che deve trattarsi del cadavere che ora gli giace accanto. Non potendone essere certo, passa in rassegna le immagini che serba in memoria, i dettagli, ma trova un muro, nulla altro riesce a rammentare della donna, le scarpe, forse.
Soprattutto Cencio si sforza di richiamare alla mente gli avvenimenti che lo hanno portato fino lì. Lui era in macchina disteso dietro e il cadavere, sempre che fosse questi, era vestito, impegnato a guidare.
Cosa è successo? Perché è morta? Se è stata uccisa dovrebbe esserci una ferita, del sangue, il segno di un colpo. Cencio tenta un' ispezione ma è buio, lui poi è maldestro e subito rinuncia. Chi l'ha uccisa? Lui certo no, lui dormiva rannicchiato dietro. E' lì che deve essere entrato nell'incoscienza da cui si è ripreso qui, nel pratino sotto le frasche. Ma come è possibile che non si ricordi niente? Come è sceso dall'auto, qualcuno lo ha aiutato? L'assassino forse? Ma c'è poi un assassino in questa storia? Perché la ragazza è nuda? E' stata violentata a due passi da lui incosciente?
Cencio sente una strana cosa umida appiccicata alle dita, annusa, sembra sangue, usa l'accendino, è sangue. Esamina la testa del cadavere, alcuni capelli sono appiccicati tra loro, sangue, rivolge a terra lo sguardo, all'erba schiacciata, sangue. Si brucia il dito, anche.
Non si tratta di morte naturale, ora non ci sono dubbi, ma chi l'ha colpita?
Cencio è sempre sulla giostra della nausea e sull'orlo dell'incoscienza pure ora è lucido. E' ubriaco sì, da perdere la ragione e da non stare in piedi, ma dentro di lui c'è qualcosa, c'è qualcuno, che è ben sveglio. Questa sua parte è imprigionata in un corpo dolente e indocile, dentro una mente che vortica e sogna, ma è. E', in fondo a lui, al centro di lui, ed è proprio perché Cencio ha colmato ogni misura. Vuoi vedere che Cencio non ha tutti i torti sulla connessione fra eccessi alcolici e spiritualità? Naaa...
Neppure la lucidità riesce a ricordare chi è stato a uccidere la ragazza. Buio assoluto. E' possibile che sia stato Cencio stesso? E' sempre stato un bravo ragazzo, non ha mai fatto del male a nessuno. Bottiglia rammenta la storia di certe sevizie su piccoli animali, gli scatti di nervi, le furie apocalittiche e i gesti autodistruttivi. Lei, la lucidità, non si sente affatto sicura sul conto di lui.
L'intossicazione è arretrata di qualche passo, a prevalere ora è lo sfinimento, la pigrizia, la semplice voglia di dormire. Cencio fa una cosa che sempre evita perché lo disgusta, si caccia due dita in gola nel tentativo di vomitare. Gli riesce subito, un lungo getto acido che emana fetore di gin. Gli ci vogliono cinque minuti, tutti passati a imprecare dio e la sfortuna, prima di tirarsi su a sedere e respirare calmo l'aria della notte pervasa da fragranze che annunciano l'estate. Così, respiro dopo respiro, guadagnata qualche porzione di controllo sul corpo, si alza per occuparsi della ragazza. La osserva, di nuovo cerca di comprendere; potrebbe averla baciata, potrebbe averci fatto l'amore, potrebbe averla violentata e uccisa. Stranamente questi pensieri lo stuzzicano. L'angoscia, certo, ma immaginarsi assassino lo inorgoglisce, dispensare la morte non è roba per tutti, azione da mediocri. Questo è il punto, Bottiglia si considera troppo cagone e inconcludente per ritenersi colpevole di un omicidio. Lui aggiungerebbe magari, magari averci le palle. Comunque non è certo un problema, qualunque cosa sia successa per Cencio va bene, non ha troppa importanza, come il resto del resto, la solita merda, meglio pararsi il culo, pararsi il culo sempre, a prescindere, questa è la sua filosofia base, e non ha tutti i torti lui che vive nelle bettole.
Cencio fa qualche passo insicuro, oltre le frasche la luna imbeve tutto di una luce perlacea, chiara e forte, con un effetto quasi diurno, surreale. Il gorgogliare che proviene da dietro gli alberi lo attrae, scorto un sentiero lo segue, lento, traballante. Dopo una svolta ecco la fonte della nota cristallina e gaia, un torrente, la cui acqua gli ristora da subito il cuore.
Manda giù lunghe sorsate fredde, immerge la testa bagnandosi i bordi della maglia e i polsini della camicia, poi piscia, con cinico piacere, nello stesso punto in cui si è abbeverato. Come posseduto torna indietro fino al cadavere, lo afferra per le ascelle e lo trascina sulla sponda, quindi fa sì che scivoli in acqua.
Non è così semplice, è ovvio, la massa inerte e pesante della salma, il percorso accidentato, lo stato fisico e mentale di Cencio, giusto per dire le prime considerazioni che mi vengono in mente, pure lui non si ferma, procede con determinazione, a testa bassa, senza una pausa, indifferente alle difficoltà, con spirito masochistico quasi, ed efficienza, una maledetta efficienza che già lei sola puzza di morte.
Perché lo fa? Non lo so, perché Cencio non lo sa. Lui non sta a rifletterci sopra, è solo la prima cosa che gli viene in mente e la mette in atto, davvero urgente è muoversi, fare qualcosa, per non perdere il poco controllo che ha sugli eventi e su di sé. L'unico dubbio, che giusto per un istante gli attraversa la testa, riguarda semmai la sua effettiva capacità di reggere fino al termine del compito.
Quando il cadavere scivola nell'acqua, con leggero sciabordio ed un piccolo tonfo causato dal braccio destro, Cencio si sente sollevato. Barbuglia la salma e lui risponde con una piccola scoreggia che vale come un sorriso. Gran bastardo ce l'hai fatta anche stavolta, dice a se stesso per scaldarsi l'anima, ma il rumore del torrente ora gli pare tristo, anzi minaccioso, e il verso stridulo di un uccello lo convince che lì nessuno lo vuole. C'è un complotto in atto, il fosso, il bosco, l'acqua, ne fanno parte tutti, forse addirittura la luna. Questa ultima idea lo sgomenta, sente che se la luna dovesse sparire e la scena precipitare nelle tenebre il suo cuore si schianterebbe. Rapido ripercorre il sentiero, il panico gli risale in gola, si sente osservato, le foglie hanno certe ghigne, i sassi rotolano producendo un rumore strano; per mostrarsi al mondo sicuro e tosto Cencio procede impettito tra un incespico e l'altro.
Giunto laddove si è risvegliato prova sollievo, l'angoscia allenta il morso. Veloce fruga l'erba ammaccata per accertarsi di non avere perso qualcosa. Prova di nuovo la sgradevole sensazione di essere osservato, ma la mente ora esplora nuove direzioni: e se l'assassino lo stesse spiando ora? Potrebbe essere nei dintorni. Cencio s'affretta nella direzione dove crede essere la strada, trova il cammino sbarrato da una scarpata, si arrampica, sprofonda nella terra viva che gli entra nelle scarpe e sotto le unghie. Non bestemmia neanche, dentro la testa sente come un fuoco.
L'auto la vede quasi subito, posteggiata sul bordo della carreggiata ad una ventina di metri da dove si trova. Indugia, la paura stasera corre con Bottiglia, che se l'assassino non è lui allora potrebbe nascondersi nell'ombra, nei dintorni dell'auto magari, pronto a balzargli alle spalle con tutta la sua furia omicida. No è una cazzata, ne ha avuto tutto il tempo prima. Ma quando intende provenire dal buio un rumore secco che interpreta come lo spezzarsi di un ramo il sangue gli si raggela e si getta a terra con il cuore in gola.
La portiera è aperta, le chiavi sono inserite e il motore si avvia al primo tentativo. Regola lo specchietto retrovisore, accelera, la macchina romba, gli abbaglianti fendono la notte, tutto molto rassicurante, le mani ghermiscono un pacchetto di sigarette abbandonato sul sedile accanto e ne accendono una, dal cruscotto scelgono e afferrano un vecchio cd senza custodia, la voce grattata e la chitarra aspra del Lurido riempiono l'abitacolo. Un tiro profondo, Cencio mette la freccia e si avvia.
La prima cosa che fa è cercare la propria auto, non ha le idee chiare in proposito ed è preparato a compiere lunghi giri infruttuosi. Guida, fuma e ragiona sulla sporca troietta che se l'è cercata, nessuna compassione ovviamente, solo un buco che si è chiuso, dopotutto.
Poche centinaia di metri ed ecco il catorcio infilato in una stradina, è stato facile, persino troppo. La cosa arriva a sembrargli sospetta, si ricordava di averla posteggiata vicino ad una casa marrone con degli alberi davanti, e comunque molto più in là.
Non si ferma subito, prosegue invece per un centinaio di metri, sempre roso dal sospetto che qualcuno stia giocando con la sua esistenza. Vorrebbe urlare, agitarsi, pazziare, ma sa che se ne vuole uscire deve controllarsi, non deve pensare se non lo stretto necessario, le domande non servono, le risposte potrebbero essere irragionevoli, molto meglio stringere il culo e lo stomaco e continuare a testa bassa fino alla fine. Non conta il dolore, la paura, lo sfinimento, bisogna andare.
Con un fazzoletto di carta struscia in giro per cancellare le impronte, in fretta e senza metodo, senza neppure crederci, con l'occhio sempre torto per scoprire un eventuale spione.
Appena sceso ci ripensa, tuffa il busto nell'abitacolo e intasca una manciata di cd e il pacchetto di sigarette lights, se non arraffa tutto ciò che è asportabile è solo per cautela.
Sale sulla sua auto, inserisce un cd nel riproduttore portatile a pile che tiene sul sedile accanto e se ne accende subito un'altra. Guidando riflette sui misteri della vita, fiori che al mattino sbocciano lussureggiando e la sera sprofondano nel buio della non esistenza, insetti che ronzano nel sole pochi giorni ignari che ogni battito d'ali li avvicina alla fine, roba così, ma sente il sonno vincerlo e, dopo avere lottato un po', giudicando di essersi allontanato a sufficienza dal luogo dell'omicidio, nonostante non manchi ormai che un quarto d'ora a giungere a casa, risolve di imbucare una stradina che conduce ai campi e di dormire in macchina. Domani sarà un altro giorno, un giorno migliore.
Tieni duro, l'esistenza non può che migliorare. E' ciò che Cencio si ripete ogni sera da anni, e per lui che sta risalendo dal fondo è vero. Non sarà mai peggio di così. L'ultima cosa che distingue prima di essere riassorbito dal sonno è una giovane infermiera bianco vestita, trasfusa di luce, che si avvicina carambolando su lunghe e nude gambe magre, sorride, candida e sensuale, proprio a lui, fra tanti che piangono, e lo solleva, in braccio, mentre tutto il resto viene inghiottito dal nulla.

!OCCHI FUORI DALLE ORBITE ORA!
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