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lavoro pubblicato venerdì 18 novembre 2011
ultima lettura lunedì 6 maggio 2019

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IX Legio -capitolo tredicesimo-

di dany94. Letto 666 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Capitolo tredicesimo: Rimpiazzi Pianeta Eon Confederazione di Solaria, settore Solaria XII C.Y. (Confederate Year) 16.709 Il plotone avan...

Capitolo tredicesimo:

Rimpiazzi


Pianeta Eon

Confederazione di Solaria, settore Solaria XII

C.Y. (Confederate Year) 16.709


Il plotone avanzava tenendosi al margine della strada asfaltata a due corsie che si gettava, dalle retrovie esterne, fin dentro l'enorme catena montuosa che separava il fiume Gelea e la sua vallata dal resto della regione. Andava detto che gli Ar'El erano sbarcati proprio in una posizione stupida, però gli alti comandi non volevano approfittare della cosa e bombardarli.

Mandare la fanteria era meglio, secondo le loro considerevoli opinioni.


Una dropship Isegrim sfrecciò in lontananza, passando sopra la strada prima di volgere il proprio muso verso le retrovie delle forze armate Confederate, accampate lì e dietro la riva del Gelea ormai da più di settantacinque giorni.

Il feroce ruggito dei suoi motori che la spingevano ad un regime supersonico era ormai familiare al soldato semplice Mikeal, che sbuffando per la fatica fece un altro passo in avanti. Stava trasportando a spalla una pesante cassa di munizioni per i compagni in trincea, aiutato in questo tedioso lavoro dal suo nuovo amico Antonio, che nonostante l'aspetto esile stava dimostrando una forza fisica non da poco.

«Muoversi!», sbraitò il tenente Axera, «Quelli che stanno in trincea hanno bisogno di queste munizioni!».

«E allora perché non gliele portiamo con i camion?», mormorò Antonio, cambiando mano con cui reggere la pesante cassa.

Questa era verde oliva metallizzato, con maniglioni appositi sui due fianchi laterali e con serigrafato sul coperchio -DANGER- e -PROPERTY OF THE CONFEDERATE ARMY-.

Il tenente era ben attenta a non unirsi allo sforzo dei suoi soldati, che senza lamentarsi, salvo nel caso di Antonio, trasportavano quegli equipaggiamenti, parlando a bassa voce tra loro.


Dal buio della galleria emerse una colonna disordinata di soldati di ritorno dal fronte sul Gelea. Camminavano strisciando i piedi, con una stanchezza indicibile addosso e gli sguardi persi nel vuoto. Le loro divise erano in diversi punti lacere e sporche di fango tinto di rosso sangue, molti si erano tolti la corazza anatomica e se la trascinavano dietro, oppure l'avevano legata agli zaini e se la portavano a spalla.

Mikeal sbatté le palpebre: erano esausti e traumatizzati, uno stato di shock che aveva visto in certi operai costretti a fare straordinari per molte e molte ore di fila. Un soldato si appoggiava al fucile come ad un bastone, un altro frugava nel proprio tascapane con gli occhi bassi, in cerca di qualcosa da mangiare che non fosse stato guastato dalla sporcizia e dal fango.

A differenza del plotone di reclute fresche non marciavano, e i loro anfibi sbattevano senza verve contro l'asfalto. Si tenevano al margine della strada, subito superati dai veicoli blindati e dagli APC che facevano la spoletta a fianco delle colonne di fanti che si avviavano verso la prima linea.


Fu quando quei soldati alzarono gli occhi sui rimpiazzi che a Mikeal venne la pelle d'oca. Nei loro occhi sembrava essersi spenta quella scintilla di vita presente in ogni persona e in ogni animale. I loro parevano annacquati, tanto erano stanchi.

Passarono accanto al plotone guardandolo con veli di tristezza sulle facce scure e sporche dopo i giorni tremendi passati in trincea; Mikeal abbassò lo sguardo su di loro, sobbalzando alla vista di due fanti che aiutavano un terzo, bendato sugli occhi e con le mani protese in avanti, a camminare.

Un caporale guardò le nuove reclute con l'unico occhio ancora vivo e disse: «Grazie agli dèi...i cambi!».

Mikeal non aveva mai sentito una voce tanto spenta, nemmeno in un esclamazione.

Un ferito in barella alzò la testa per guardare i nuovi arrivati: una gamba era fasciata e con un tratteggio rosso all'altezza della coscia: gliela avrebbero amputata, probabilmente.

Quella colonna, composta da circa settanta fanti di prima linea, passò sotto gli occhi del plotone, avviandosi verso le retrovie dove avrebbero ricevuto cure e assistenza, prima di essere di nuovo sbattuta in trincea.


«Dèi...lo hai visto quello? Cosa sarà successo ai suoi...», Mikeal s'indicò con la mano libera gli occhi e Antonio comprese e gli rispose: «Mah...schegge, fango, gas...comunque i mutabbib lo rimetteranno in sesto.»

«Ah...dici?».

«Sì, te lo dico io...quelli sanno il loro mestiere...dalle mie parti li chiamiamo mutabbib...oppure bramini, sì, bramini è più usato...».

«Di che città sei?».

«Nazeen'Khan...una città formicaio da venti milioni di abitanti...».

«Reblis, un insediamento per operai.».

«Ah questo spiega i tuoi capelli grigi...sei un operaio!».

«Perché, tu non lo sei? Intendo prima di farti spedire qui...a trasportare casse?».

«Io ero un...minatore...».


Le montagne che si stagliavano innanzi al plotone in marcia facevano apparire le alte pareti della crepa rocciosa dove Mikeal aveva vissuto alla stregua di un murettino di mezzo metro confrontato con i grattacieli. Il fante non riusciva nemmeno ad abbracciare con lo sguardo l'intera forma di quelle mostruosità rocciose.

Aguzze come delle zanne, le montagne svettavano imbiancate.

«Pensavo non ci fosse neve su questo pianeta!», esclamò Mikeal guardando incredulo il manto bianco che ricopriva le più alte cime delle montagne, «Lassù c'è la neve...?».

«Son ghiacciai perenni, quelli là», disse un soldato affiancandosi a Mikeal, «si formano sulle montagne più alte...e restano lì anche quando viene l'estate.».

Era un componente del loro plotone, tutto proveniente da Kryòs, ma il suo corinthiano aveva un accento particolare, diverso da quello a cui era abituato Mikeal, che guardandolo di sottecchi notò subito come la sua pelle fosse più abbronzata e sana, i suoi occhi non chiari come nella norma ma più scuri, in una tonalità verde quasi come l'erba dei prati.


«Tu non sei di Kryòs, vero?», chiese Antonio dopo averle dato un occhiata, «Di dove sei?».

«Di Aure...era una cittadina di Vama.».

Mikeal si ricordò immediatamente della giornata in cui tutto era cambiato, quel tardo pomeriggio in cui l'esercito li era passato affianco, lanciato a tutta velocità verso il suo insediamento per vedere se la notizia era vera, se non era una montatura.

Invece quel giorno era tutto vero, e il mondo che gli umani conoscevano era finito.

Distrutto in una miriade di esplosioni nucleari che avevano effettivamente cancellato la popolazione di Vama dalla faccia del pianeta. Solo le persone all'esterno, lontane dal pianeta al momento dell'attacco, si erano salvate.

Legata con del nastro adesivo all'elmetto della ragazza c'era una fotografia, che Mikeal guardò per un lunghissimo secondo.


Un uomo, un pilota della Confederate Space Fleet, crollato in ginocchio davanti ad un immagine di agghiacciante crudeltà e di crudeltà a malapena descrivibile.

Una città, nessuno sapeva quale, era in fiamme davanti a lui, e alte colonne di fumo si levavano, rese più realisticamente orrende dal fatto che la foto era in bianco e nero.

Il casco era rotolato ai piedi del pilota, che devastato da quella visione guardava impotente la morte della città, dando le spalle a chi aveva scattato la fotografia.


-nu uita niciodata-


Questo stava scritto sul bordo bianco della fotografia.

Mikeal non sapeva leggere quella scrittura, che presentava qualche tratto in comune con il corinthiano, e tanto meno riusciva a capire che cosa volesse dire.

«Quella foto l'ho già vista...», mormorò Antonio, «...era nella sala centrale della caserma. Ma la scritta era diversa...».

«Vuole dire la stessa cosa: non dimenticare mai. È in Vamanees questa.», disse il soldato toccando la fotografia prima di passare oltre Antonio, che disse: «E che ci fai in un plotone di Kryosi...», Mikeal lo bloccò prima che potesse finire, «Si sarà trovato su Kryòs al momento dell'attacco no? Povero disgraziato...».

Forse era solo un caso che migliaia di poveri, operai nulla-pagati, spiantati che avevano perso tutto o non possedevano niente, disperati, criminali in cerca di redenzione e disgraziati fossero stati arruolati nella Fanteria di Prima Linea.


E quel plotone di cinquanta fantaccini di nessun valore stava marciando, senza davvero saperlo, verso la propria fine. L'offensiva che stava per avere luogo avrebbe condotto quei soldati oltre il fumo, le trincee e oltre il loro estremo sacrificio.

Il podcast del dottor D:

Dopo 3 giorni di silenzio posto questo capitoletto di transizione che prepara il campo, dopo l'incursione dei Teschi, per la grande offensiva che nei piani confederati (piani molto stupidi, tra le tante cose), dovrebbe eradicare l'infezione aliena da Eon. (bombardare non fa la stessa propaganda di una carica di fanteria eroicamente vincitrice)

Nota a piè di pagina che non interesserà a nessuno (no dai, scherzo): la scritta sull'elmetto del soldato che affianca Antonio e Mikeal è in rumeno, e vuol dire "Non dimenticare mai".

Vama ha lo stesso nome di una cittadina in Romania.

Per la frase ci tengo a ringraziare il mio buon amico Luca, di cui non cito il cognome per privacy, però tu sai chi sei :)

Grazie, amico! Hai aiutato a caratterizzare questa storia :)



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