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lavoro pubblicato venerdì 18 novembre 2011
ultima lettura lunedì 23 marzo 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

POTREBBE CAPITARE A CHIUNQUE.

di frantizan. Letto 918 volte. Dallo scaffale Generico

Emergere all'esistenza è sempre un dolore, un brutto impatto, perché quando si comincia ad essere allora il mondo tutto assieme comincia per noi ad esistere. La luce ferisce chi viene dalla notte, e per Cencio non è diverso, a...

Emergere all'esistenza è sempre un dolore, un brutto impatto, perché quando si comincia ad essere allora il mondo tutto assieme comincia per noi ad esistere. La luce ferisce chi viene dalla notte, e per Cencio non è diverso, anche se lui riaffiora da un buio alcolico. Nella testa gli esplode il bruciore fra bagliori improvvisi e colori accesi, sente freddo, un brivido lungo che non finisce, la carne che tremola, il corpo indolenzito, così neppure prova a spostarsi, rimane bocconi. L'equilibrio doloroso del suo universo si palesa come instabile, la testa ronza e gira, se appena si muove sente di perdersi, si limita a stringersi nelle spalle per contrastare l'agghiaccio.
Cencio è reduce da una sbronza colossale, ancora adesso, che il peggio è passato, è assolutamente ubriaco, più che dal sonno emerge dall'incoscienza, fa fatica a stare vivo, l'universo gli duole, non riesce a pensare, solo immagini vaghe, luci che corrono e che lo trascinano sotto. In questo momento per lui la coscienza è la semplice questione di stare a galla, ed è una faccenda maledettamente faticosa.
Cencio è consapevole di essere disteso su una superficie erbosa, gelida e umida, e che è notte. Il buon senso neppure ci prova a suggerirgli di alzarsi in piedi e di togliersi dall'incomoda situazione, il buon senso sa che Cencio non è in grado di farlo e rimane muto, mentre quello irrigidisce i muscoli, si comprime per sentire meno freddo.
Nella testa le immagini danzano sfrenate, ferme istantanee si susseguono, denti, occhi, bocche, vestiti, capelli, corpi rigidi come manichini, la carne compressa nella forma del push up e dei pantaloni a vita bassa. Le figure girano e vorticano per conto loro, Cencio ha l'impressione di subirle.
Mille volte si è già ripromesso di non bere in questa misura, lui dice che non vale la pena di darsi tanto da fare per stare male, per non contare lo spreco di denaro e gli effetti deleteri sulla salute, eppure gli capita con una frequenza asfissiante, in compagnia o, come succede sempre +' spesso, solo. Tirare il collo alle bottiglie e rovesciarle ormai vuote, per interi pomeriggi alzare il bicchiere, con la fantasia aggiustare antichi torti e da lì ripartire verso un presente diverso, mentre fuori c'è il sole o la pioggia e ronza la vita che poco alla volta ti dimentica. Non succede mai nulla. Cencio immagina la propria esistenza ideale come un viaggio luminoso di cui lui conosce le tappe ed i dettagli, una specie di marcia trionfale nell'azzurro del cielo. Per ora percorre la via crucis in questa valle di lacrime, è vero, ma presto farà il primo passo, già domani magari, e allora tutti lo cercheranno, vorranno sapere, vorranno toccarlo, intanto solo i giorni che passano e i vuoti che si accumulano.
I vetri della birra e dei distillati formano boli sigillati stretti dentro le buste della spesa accatastate con cura nel ventre del vecchio armadio di ciliegio. Nessuno viene a trovarlo da un pezzo ma Cencio li raccoglie e li nasconde, se ne vergogna, sono i residui del suo vizio, il corpo della sua colpa, che lui d'altronde ha da tempo individuato: la viltà. Rinvia sempre il momento di accompagnarli al bidone dell'immondizia così accumulandoli, non vuole averci a che fare e, per quanto egli stesso lo giudichi assurdo, è infastidito dal pensiero di incontrare qualcuno per la strada, o peggio sull'ascensore, che noterebbe le buste. Inoltre, seppure legati stretti, i vetri scivolano e cozzano con fracassi rivelatori che rimbalzano, secondo lui, di piano in piano. Poveretto, quando, aperta l'anta cigolante, aggiunge bottiglie alla sommità del mucchio opera sempre con la massima attenzione, per evitare anche il minimo rumore, arriva persino ad avvolgerle prima in fogli di giornale.
Cencio si è convinto di ricercare l'estrema ubriachezza per certi motivi spirituali, nonché estetici, ma è il primo a darsi dell'ipocrita. Secondo lui gli sbronzi entusiasti, proprio come i pazzi, sono santi, strumenti in mani divine, perché sconnessi dal mondo, o connessi in modo diverso, fuori dall'umano, nudi e crudi nel vento.
Cencio si muove appena ma subito la nausea lo assale, il corpo non lo permette, la carne è meglio scordarla, decide di pazientare, di aspettare che tutto passi, di sopportare in silenzio come una bestiolina presa al laccio. Intanto non fa che rivedersi in sequenze sconnesse ubriaco e traballante, con il bicchiere in mano, in fila indiana, nel latrato della musica, in mezzo a dei disperati come lui, a spingersi in direzione della toilette, del bar, o di chissà che, al buio, con il battito accelerato delle percussioni che occupa ogni ipotesi sonora impedendo qualunque conversazione. Per quanto anche in fila indiana non è facile parlare e comunque lui era solo, quasi un imbucato alla festa di laurea di un'amica della fidanzata di un suo cugino.
In effetti Cencio se ne è stato sempre in disparte, fuori in giardino, a bere a scrocco. Si sente in colpa per come è andata, per essersi comportato in modo sconveniente. Per quanto ora nulla ricordi, anzi proprio per questo, è certo di essere stato inopportuno, sgradevole, villano, imbarazzante, ripugnante; fermo che qualcuno abbia avuto la bontà di notarlo, a volte Cencio liquefacendosi si confonde con l'ambiente.
A proposito, si sente in difetto anche per l'irragionevole incapacità di richiamare alla mente ciò che è avvenuto solo poche ore fa. Della festa ricorda una misera manciata di istantanee e brevi frames assediati da un nero profondo, nulla invece su come sia arrivato a trovarsi disteso a faccia in giù sull'erba, rannicchiato nella vaga posizione fetale. E' convinto di essere un degenerato, un piccolo mostro, e al pensiero che a qualcuno capiti di laurearsi prova una fitta di invidia ben farcita di colpa.
La festa, le luci, le belle fighe, altra fitta di dolore. Cencio riesce ad afferrare altre di queste immagini confuse e disarticolate, per esempio il cortile a lato della casa, ricoperto di ghiaia bianca, usato come parcheggio, dove lui ha trascorso quasi tutta la sera seduto su un grosso vaso di terracotta, prima solo, poi in compagnia di un paio di reietti come lui, quasi come lui, aspiranti, e dove ha vomitato dopo qualche tiro di uno spino che quelli gli hanno offerto.
Mentre cerca di rievocare le facce degli occasionali compagni Cencio ruota il corpo con somma attenzione, senza muovere troppo la testa, che deve sempre mantenere una certa inclinazione per non accelerare la giostra su cui viaggia, per non perdersi nel nulla. E' allora che scorge nel buio, ad un paio di metri, una macchia bianca. Il cuore sobbalza, Cencio guarda di nuovo, individua una massa chiara, una forma oblunga, ad un'estremità riesce a decifrare una testa.
Una donna.
Una donna, Cencio non ricorda niente in proposito, chiude gli occhi, le immagini della festa lo riassalgono accompagnate dal disgusto di sé.
Una donna, Cencio, il petto puntellato sui gomiti, fa delle piccole mosse, un po' striscia ed un po' rimbalza, si avvicina veloce, dimentico della propria prostrazione, si è appena imbattuto in un tesoro.
Sta per dire qualcosa, certo un rude motto di spirito, forse la tipa dorme e occorre svegliarla, ma, stupore, i magri raggio della luna che ora filtrano dai rami gli permettono di vedere che la donna è quasi nuda, il freddo è intenso ma lei indossa solo una corta canotta di raso. I peli del pube sembrano muschio irto, le unghie laccate degli alluci brillano come piccole stelle.
Cencio si sforza di ricordare qualcosa su di lei, su come possano essersi conosciuti. E' quasi certo di essersela piombata, di avere gettato la palla giù nel canestro. Forse è una prostituta, probabile ma non certo, si spreme senza ottenere nulla, neanche un dettaglio della loro intimità. Buio completo.
Non passa molto tempo, giusto qualche vertigine ed un paio di reflussi, che Cencio riprende a muoversi, fino a trovarsi ad un palmo dalla donna e a toccarla, niente. La scuote e dice qualcosa, niente, la scrolla ancora con energia crescente, all'improvviso si ferma e di scatto allontana la mano, il contatto con la superficie fredda e indurita del corpo di lei gli ha finalmente comunicato qualcosa. A fatica si tira sulle ginocchia e, nonostante la paura, scruta il volto della donna. Non è preparato alla visione, allo sguardo dischiuso rivolto al nulla, viene colto da orrore e nausea maggiori, e vomita, sporcandosi, poi lo spazio si assottiglia e il tenebroso nulla l'inghiotte.

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