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lavoro pubblicato domenica 13 novembre 2011
ultima lettura sabato 18 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IX Legio -capitolo undicesimo-

di dany94. Letto 571 volte. Dallo scaffale Fantascienza

il vecchio che parla ai giovani, il mito di una terra primordiale e il ricordo di questo, perduto nelle spire del tempo. L'umanità, anche nello spazio, non dimentica le sue origini, ma le mischia alla leggenda e al mito.

Capitolo undicesimo

Al di là del tempo e dello spazio

Soundtrack: EVE Online OST -Theme of the universe


Il vecchio era seduto con la schiena appoggiata ad un muro che delimitava in un angolo retto l'area “relax” della fabbrica che, a duecento metri di distanza, era invasa dal tipico caos dovuto alla fabbricazione della chiglia di una corvetta di classe Danaide. Le lastre di metallo venivano lavorate su più livelli per assumere le caratteristiche necessarie al volo nello spazio; le saldatrici termiche delle unità lavoratrici Golem sprigionavano piogge di scintille rosse e bianche che cadevano a terra in una tetra imitazione di quella pioggia che avveniva solo sui mondi veri.

I passi dei Golem facevano tremare il pavimento; quando uno dei loro piedi di foggia umana sbatteva contro il pavimento di sudicie mattonelle metalliche, il rumore e le vibrazioni si spargevano in ogni dove. Una squadra di Golem al lavoro produceva più caos di uno squadrone di carri armati. Accanto a tali colossi alti 3 o persino 4 metri lavoravano, senza sosta, centinaia di persone con attrezzature e strumenti. Le maschere da saldatura erano necessarie per non diventare ciechi, così come i para-orecchi per non vedersi spezzare i timpani dai boati e dal rumore dei macchinari.

Se l'Ade esisteva davvero, pensò il vecchio, doveva essere una catena di montaggio come quella.

Al termine di molti decenni di onorata (e sostanzialmente nulla-pagata) carriera, era stato messo da parte, com'era giusto che fosse. Adesso doveva passare le sue giornate insegnando quel poco che sapeva ai più giovani e occasionalmente aiutando gli operai adulti. Certo, se avesse voluto che la confederazione gli praticasse un eutanasia, non aveva che da firmare un modulo, ma ancora non se la sentiva di lasciare quella terra per approdare chissà dove.

Con 152 anni di età, di cui 130 di lavoro, era entrato nella rosa degli operai troppo vecchi per continuare a lavorare. Aveva montato gli dèi solo sapevano quante parti di gli dèi solo sapevano quante navi spaziali.

Molti politici raggiungevano anche i tre secoli d'età, vi era poi chi si faceva clonare, e taluni che, per paura della morte, diventavano Immortali. Alcuni operai, così come alcuni soldati, nel loro contratto firmavano perché alla loro morte venissero tumulati dentro una Bara e fatti lavorare ancora, in modo da dare alla famiglia ancora un compenso.

Essere una Bara non doveva essere per niente piacevole: sopravvivere alla morte era qualcosa che l'umanità aveva guadagnato con enorme fatica, e che ora stringeva come un tesoro prezioso, coprendolo con le sue dita unticce dagli occhi delle altre specie.

Solo l'umanità aveva sconfitto la morte, perché solo lei ne era degna. Che gli alieni morissero, dicevano i politici senza pensare che ogni giorno morivano migliaia di esseri umani e ne nascevano altre migliaia.


Quando posò gli occhi davanti a sé, vide che una piccola folla di persone si era riunita attorno a lui. Vi erano operai giovani, bambini e alcuni in riposo che aspettavano la fine di quel turno per rimettersi al lavoro. Una persona seduta a gambe incrociate, con capo e corpo oscurati da una mantello e da una cappa nera, aspettava assieme agli altri.

Una persona le passò attraverso senza che questa se ne accorgesse, e la figura, scomposta come se fosse di fumo, si ricompose identica più vicina al vecchio operaio ora messo da parte.

Con molta calma, quella figura estrasse una clessidra dalle pieghe del suo mantello e la posò sul pavimento. La sabbia, dorata e fine, stava finendo di scendere.


Uno dei bambini si avvicinò al vecchio operaio e disse: «Vecchio...hai una storia da raccontarci?».

Capitava non di rado che un giovane gli chiedesse di raccontare qualcosa. Alle volte aveva persino inventato delle storie per soddisfare quella massa di persone, per lo più analfabete oppure scarsamente istruite, che si rivolgevano a lui per svagarsi prima del lavoro.

Guardò la clessidra: la sabbia era quasi scesa del tutto, ma la persona che l'aveva posata allungò la mano fuori dalle falde del suo abito e toccò il vetro; tre granelli rimasero sospesi nel vuoto, e la superficie trasparente si appannò come se coperta da qualcosa di gelido.

A quel punto, la persona fece un cenno con la mano, come a dirgli: «Racconta, ascolterò anche io.».

Il vecchio guardò la piccola folla di persone riunite davanti a lui e poi chiese: «Sapete che cosa è Azuras?».

«No...», risposero in molti, per i quali Azuras era solo una parola collegata a “dèi”.

«La razza umana non è nata su questo sasso tossico, ne su Corinthia o gli altri mondi che voi conoscete. Da qualche parte, nascosta fra le pieghe dello spazio, esiste la nostra vera casa. Si chiama Azuras, ed è il pianeta dove per prima è nata la razza umana. Fu su Azuras che gli dèi diedero vita ai nostri primi antenati.».

Una donna, con il viso sporco di fuliggine dopo un massacrante turno di otto ore passate a saldare sistemi interni per un cannone a rotaia, chiese: «Dov'è questa Azuras?».

«Nessuno lo ricorda più. Un giorno l'umanità lasciò la sua casa. Si dice perché vi fu una guerra tra gli dèi e gli uomini...Gli dèi esiliarono la nostra specie dal pianeta, scagliandoci, a bordo di gigantesche arche, in ogni direzione. Loro ci amano ancora, ma non vogliono che torniamo su Azuras.».

«Qualcuno sa com'è fatto questo pianeta?».


Il vecchio raccontò di Azuras, la prima terra dell'umanità, e della guerra che gli uomini, invidiosi degli dèi, scatenarono contro questi per arrivare alla loro immortalità. Racconto delle magie di cui uomini e dèi erano capaci, e raccontò loro delle Arche: enormi navi spaziali, grandi come montagne, che riempite di persone si mossero verso lo spazio, alla ricerca delle terre promesse.

Disse loro che gli dèi non avevano dimenticato la razza umana, e che Athena, la patrona della loro razza, ancora vegliasse su di loro, distillando saggezza e conoscenza perché continuasse a vivere e a progredire.

Tornare su Azuras era stato vietato, e le scritture (idea interessante visto che molti di quegli operai non sapevano neanche scrivere il proprio nome), dicevano che un prezzo di sangue sarebbe stato pagato se l'umanità avesse rimesso piede sulla sua prima casa.


«Un bellissimo pianeta azzurro, con un grande continente al centro e uno ad ovest...cieli bianchi e mari limpidi. La culla dell'umanità.».


In quel momento suonò la sirena per il cambio del turno e tutti, chi prima e chi dopo, si alzarono per trascinarsi stanchi fino ai loro posti di lavoro. Il vecchio non si mosse, e mentre li seguiva con il suo unico occhio buono, disse loro: «Azuras è un sogno, credeteci e un giorno la ritroveremo. Il nostro esilio non è eterno...e da qualche parte lei aspetta.».


Era rimasta solo una persona: quella che aveva posato a terra la clessidra e che pazientemente aveva fatto cenno al vecchio di raccontare. Si alzò con un rumore di ossa che scricchiolavano, e prese la clessidra con estrema lentezza.

Si avvicinò pazientemente all'uomo, reggendo un bastone nodoso con una lama ricurva in cima, e allungando la mano con la clessidra disse: «Ti dispiace?».

«No...è la mia ora?».

«Sì.», la voce era quella di una signora, ma era una voce incredibilmente stanca e vecchia; i suoi piedi, o meglio, le ossa dei piedi, erano sporchi e consunti, come se avesse camminato senza mai fermarsi.

«Quindi tu sei lei...sai già dove mi porterai?».

«Sì ma non te lo dirò.».

«Posso chiederti una cosa? L'ultima?».

«Certo, te lo concedo per la storia.».

«Azuras...esiste veramente? Ho sentito una volta questa storia da un vecchio.».

Posando la propria mano sulla spalla del vecchio, la Morte disse: «Non è meglio continuare a sognare, piuttosto che scoprire la verità?».

«Forse...», sentì un freddo torpore cogliere le sue membra.

Il tocco della morte non è mai dolce, rifletté per l'ultima volta, ma è calmo.

«Azuras è un mito, una leggenda...ma tutte le leggende hanno un fondo di verità», disse lei prima di svanire per tornare, come sempre al suo lavoro.

Alcuni umani potevano aver trovato l'immortalità, ma molti altri erano destinati ad incontrarla. Sentì che su Eon stava per accadere una strage, e vide le immagini della battaglia che stava per prendere vita.

Posandosi la falce sulla spalla, la vecchia signora si mosse verso la prossima persona da mietere, procedendo a capo chino e con quella stanchezza inenarrabile che si trascinava dall'alba dei tempi.

Il Podcast del dottor D:

Questo capitolo è l'ultimo di pausa prima di tornare a trattare della vera trama, mi sono sentito di scriverlo e di metterlo per due motivi:

il primo era dare una profondità maggiore alla questione di Oxyron e al lavoro degli operai, descritto come massacrante e ripetitivo

Il secondo motivo era approfondire la mitologia di questa storia, dando, anche se per poco, una svolta più vicino al magico che al fantascientifico.

Non mancano comunque dettagli importanti sulla civiltà confederata, a partire dalla condizione semidivina degli immortali, il fatto che vivono più a lungo e che molti, almeno su questo pianetino formicaio, sono analfabeti e costretti ad un lavoro ripetitivo e massacrante praticamente non pagato.

torneremo più avanti a vedere cosa succede qui, ci serve per la trama, ma ora penso che siate ansiosi di tornare in prima linea e vedere cosa fa il nostro protagonista!

Quindi vi saluto, alla prossima e al prossimo capitolo! :)



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