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lavoro pubblicato sabato 12 novembre 2011
ultima lettura venerdì 25 gennaio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Masters - Fist Fucking Per Violino Solo (Capitolo 19)

di Ciaby92. Letto 545 volte. Dallo scaffale Pulp

Il mondo è un escremento lasciato a liquefarsi, un inutile crogiuolo di bocche che parlano sempre e non agiscono mai. Mi sento così male a pensare che io nuoti così perfettamente in questo putrido letame. Scavate. Io sono lì.

Capitolo 19

Massimo ci saluta con un bacio sulla guancia, come se nulla fosse accaduto. Come se fossimo amici, o neanche: conoscenti.

“Chi è il soggetto?” ci chiede Erika.
“Uno…” ho risposto.

“Sembra proprio il tuo tipo, Davide…”
“No, il mio tipo è Thomas”. So che gli avrebbe fatto piacere, difatti, prevedbilmente mi bacia in bocca e cerca la mia lingua.

“Però lui ti era piaciuto, ieri” mi sussurra Thomas dopo il bacio.

“Perché?” chiede Erika “Ci hai fatto qualcosa?”

Fortunatamente, quell’imbarazzante strepitante silenzio viene interrotto dall’arrivo di Emanuela che ci saluta con un bacio sulla guancia.

“Ciao, Erika…ti vedo stanca, che hai?”

Lei l’ammutolisce con un bacio in bocca. Mi chiedo se sappia tutta la verità, del suo lavoro, del quattordici febbraio e di quanto soffra.

Un mio compagno di corso mi chiede se abbiamo il calendario delle lezioni del primo semestre, un altro se abbiamo l’accendino. Una ragazza ci chiede se abbiamo trenta centesimi da prestarle. E queste sono solo facce che scorrono e che non rivedremo mai più, come fotografie sfuocate, come una memoria RAM, come una vittoria senza pubblico.

Parliamo con il più grosso numero di gente inimmaginabile, ogni giorno, e poi clicchiamo sul tasto “ERASE”. Perché? Per difesa? Per mancanza di voglia? Per non ferire? Per non amare? Nulla ha risposta, tutto si ferma sul saluto finale. Il più ipocrita e inutile di questa terra di fantasmi.

Ho lavorato tutta la notte alle foto di Thomas, dopo la scopata randagia che mi ha lasciato solo marcio e macelleria. Sono da presentare per oggi e, credo, siano le foto più belle che mi siano mai uscite. Thomas ha sempre quella bellezza deviata e incomprensibile, innocente e bastarda insieme. Un bambino che può stuprarti solo schioccando le dita. Non ha anticorpi per difendere la sua innocenza, essendo stata violata troppe volte, eppure riesce a mantenerla sempre. Quel pezzo di merda. Magari in modo effimero, ma ci riesce sempre.

Che io sia uno pseudo-tossico malato di mente me lo si legge in faccia. Lui è un cazzo di bambino cresciuto dagli occhi bellissimi.

Prima dell’inizio delle lezioni ho dovuto incontrare un giovane cliente, dall’aspetto stranamente decente e piacente, raramente me ne capitano così.

Ho dovuto seguirlo in una toilette malmessa, immersa di scritte di Uniposca, per lo più nero: insulti, messaggi d’amore sgrammaticati, parole poco rassicuranti ai politici, presunte ragazze vogliose di sesso che lasciano il loro numero di telefono.

Quando andavo alle medie, per scherzo, ho chiamato uno di quei numeri (bollente ragazza coreana, gambe mozzafiato, terza di reggiseno, fascino esotico, piedini perfetti), sorprendendomi del fatto che, a rispondermi, fosse stato un uomo che di orientale non aveva neanche l’accento. Mi ha chiesto se conoscessi Eraclito e, visto che allora lo ignoravo completamente, abbiamo parlato del nulla, finchè non mi ha chiesto testuali parole: “Credi che smetterà di piovere?”. Non ho risposto. Non conoscevo la risposta. Ho riattaccato. No, la risposta la sapevo benissimo, ma non volevo credere, nel mio inconscio, di conoscerla.

Il cliente mi osservava balbettando, timido sul da farsi e, ancora, non l’avevo inquadrato. Cosa voleva da me?

“Alle 11 dovrei andare, mi spiace” gli ho detto.

E lui scattò, violentissimo, come se il tempo per amarmi non fosse abbastanza. Mi disse che non voleva un rapporto sadomasochistico, ma che esigeva una cosa molto semplice, che avrebbe potuto chiedere a chiunque, ma che nessuno avrebbe capito. Mi chiese di spogliarmi, obbligandomi ad indossare dei vestiti che mi aveva portato: un abito scuro Ralph Lauren, una camicia bianca, una cravatta nera e scarpe di cuoio nero. Senza chiedere, nonostante odiassi quella mise così filoborghese, mi vestii in silenzio, interrogandomi sulla strana entità di quel rito, finchè, completamente vestito, non mi porse un palloncino giallo.

“Gonfialo” disse.

E io lì, nel mio limbo, pensavo a quando, da ragazzino, cercavo a fatica di gonfiare un palloncino simile alle feste di compleanno. Tutti i miei amici che ci riuscivano, con i loro preservativi enormi, gonfi, pieni e avidi di aria, che rubavano colori sgargianti dalla tavolozza di Dalì.

Immaginavo l’orsetto di una mia amica cadere in una pozza di latte rovesciato, su un pavimento di marmo bianco. Ora capace, gonfiavo quel palloncino con gli occhi che mi si riempivano lentamente di lacrime. Mi sentivo così male nel vederlo masturbarsi davanti al mio lutto, alla fine della mia infanzia, che coincise con il momento in cui capii che un giorno sarei morto.

Il mio squallido volto smorto segnato dalle occhiaie si squarciava ancora di più sotto quelle lacrime amarissime, sfuggenti e disperate, che sapevano di sale.

Eiaculò sul cavallo dei miei pantaloni e sulla punta della mia cravatta, uniforme di disperazione iperspaziale e di grotteschi traumi infantili. Mi sussurrò “Grazie, il vestito lo puoi tenere”, mi lasciò i soldi, cinquanta euro erotti, e sparì dalla cabina.

Battezzato del suo liquido seminale, mi sentii come Cristo purificato da San Giovanni battista, ma solo per un attimo. Purtroppo, non ero più un infante. Ero solo un maledetto psicopatico, un adulto disperato affetto da sindrome di Stoccolma. Io che non mi innamoravo del cliente, mio carnefice, ma del mezzo con cui mi seviziava: quel palloncino, ora sgonfio nella mia mano destra. Un piccolo cazzo bitorzoluto senza vita. Quello che ero io, quello che siamo tutti.

La purezza dell’infanzia uccisa dalle mie stesse mani. Il terrore che non possa più tornare. E non tornerà. E non tornerà mai.

Di quel vestito ho tenuto solo la giacca nera, che mi piaceva, e ho buttato tutto il resto in un cestino della spazzatura. Mi sono ricambiato, sono uscito dal bagno e mi sono lavato la faccia con ingordigia.

Ho fumato una sigaretta prima di prendere la metro. Era un piccolo esorcismo privato, ascoltando la purezza di una canzone sofferta come “Stigdu Mig” di Bjork, una canzone di apnee e meduse invisibili.

Io stesso vorrei essere una canzone, o una medusa per non essere toccato mai. Mi piacerebbe sentirmi pericoloso, allarmante, fatale, ma non lo sono e non lo sarò mai. Sono il risultato flebile del morbo dell’invidia da pena. C’è sempre, infatti, chi sta meglio di te, chi ce l’ha più grande, chi ha più soldi, chi ha i contatti giusti.

Il mondo è un escremento lasciato a liquefarsi, un inutile crogiuolo di bocche che parlano sempre e non agiscono mai.

Mi sento così male a pensare che io nuoti così perfettamente in questo putrido letame. Scavate. Io sono lì.

Sto male a pensare che qualcuno stia peggio di me, ce l’abbia più piccolo, abbia meno soldi e meno contatti giusti.

Il mondo è basato su continui paragoni per disilludersi, mentre la nostra identità, brutalmente, si uccide negli occhi degli altri.

Massimo torna, mi lascia un bacio sulla guancia e mi sussurra all’orecchio: “L’ho spinto io dal cavalcavia.”

Poi sparisce, disincantandomi dal mio gelo per spingermi da un altro cavalcavia, ben più peggiore: un baratro infernale con vista sulla discarica.



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