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lavoro pubblicato martedì 25 ottobre 2011
ultima lettura mercoledì 26 giugno 2019

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LA LOCANDA DEGLI SCOIATTOLI ASSASSINI

di Ladeeflake. Letto 530 volte. Dallo scaffale Fantasia

Pietro era un uomo semplice, aveva un lavoro, una moglie, due gemelli. Usciva dall’ufficio tutti i giorni alla stessa ora; tutti i giorni prendeva lo stesso mezzo di trasporto e quando dico lo stesso, intendo la stessa vettura: se non era quella .....

Pietro era un uomo semplice, aveva un lavoro, una moglie, due gemelli. Usciva dall’ufficio tutti i giorni alla stessa ora; tutti i giorni prendeva lo stesso mezzo di trasporto e quando dico lo stesso, intendo la stessa vettura: se non era quella con il sedile svitato in terza fila, Pietro non saliva. Rincasava per cena alle sette in punto tutte le sere, dal lunedì al venerdì; si lavava le mani, si sedeva a tavola e si faceva servire dalla moglie. Dopo cena aiutava i bambini a lavarsi i denti e a indossare il pigiama e, dopo averli messi a letto, trascorreva un paio d’ore con la donna che aveva sposato e per la quale provava un grande affetto.

Pietro definiva la sua vita “normale”. In cuor suo si domandava cosa ne sarebbe stato di lui se non avesse accettato quell’impiego come ragioniere, se non si fosse sposato all’età di venticinque anni e se non avesse avuto i gemelli due anni dopo.

A volte Pietro si sorprendeva a fantasticare su isole caraibiche, viaggi col sacco a pelo, scalate di monti sconosciuti, cibi esotici e belle donne. Quando questo accadeva, Pietro prendeva dal portafogli la foto di famiglia che ritraeva il quarto compleanno dei gemelli e, sospirando, dissipava ogni smania di rivalsa nei confronti di quella vita che di tanto in tanto gli sembrava monotona.

Quella mattina Pietro uscì di casa alle sette e trenta come di consuetudine, prese il bus numero quindici e arrivò in ufficio alle nove, come sempre.

Contabilizzò fatture dalle nove e trenta fino mezzogiorno; alle dodici e trenta si recò nella cucina dell’ufficio e scaldò al microonde i maccheroni al formaggio che sua moglie aveva preparato il giorno prima, e alle tredici e trenta tornò a occuparsi delle partite doppie.

Quando l’orologio indicò le diciassette e trenta, Pietro spense il computer, mise in ordine la sua valigetta e, indossato il cappotto, uscì dal palazzo.

Fu proprio in quel momento che le sue disavventure cominciarono.

Anzitutto si era messo a piovere, a discapito di quello che aveva annunciato il servizio meteorologico (nel quale nutriva piena fiducia), e Pietro non aveva l’ombrello.

Corse fino alla pensilina del bus, coprendosi la testa con la valigetta, ma proprio quel pomeriggio avevano cominciato i lavori al manto stradale e i tombini esposti avevano trasformato il marciapiedi in un campo minato. Pietro inciampò, rovinando sull’asfalto bagnato.

In quel mentre, il suo autobus -proprio quello- gli sfrecciò davanti lasciandolo con un’espressione di incredulità mista autocommiserazione sul volto fradicio.

Cosa avrebbe fatto ora? Senza quell’autobus sarebbe arrivato a casa in ritardo, la moglie si sarebbe preoccupata, la sua cena si sarebbe raffreddata, i bambini avrebbero pianto. Tutto questo non poteva accadere a lui, era un affronto. Si sentiva come un mendicante derubato.

Stizzito prese a guardare a destra e a sinistra nella speranza di veder passare qualche altro autobus. Ma lui non conosceva altri orari all’infuori di quello, non conosceva altre linee oltre a quella e, dannazione, non voleva un altro autobus se non quello.

Borbottò tra sé per qualche minuto quando, infine, un lungo bus color pervinca gli si fermò di fronte.

«Sale, signore?» domandò l’autista spalancando le porte e doppio battente.

«Io…non lo so, questo bus dove porta?» chiese quasi disperato.

«Beh, dipende. Lei dove deve andare?»

Era certo una domanda bizzarra, tuttavia Pietro diede il proprio indirizzo al conducente.

«Via Raffaello al numero quarantadue»

L’uomo del bus rifletté per qualche istante.

«Io non arrivo fino in Via Raffaello, però c’è una fermata in una delle parallele, la Via Vivaldi»

E vada per la Via Vivaldi, pensò Pietro.

«D’accordo, salgo. D’altronde non posso mica rimanere in giro tutta la notte!»

L’autista sorrise ma Pietro non lo vide.

L’autobus riprese la sua marcia, sfrecciando come un pazzo per la bretella. Fuori dal finestrino era talmente buio e pioveva talmente forte che, anche se Pietro avesse accesso un faro, non sarebbe riuscito a scorgere nulla all’infuori delle condensa sul vetro.

Dopo poco più di un’ora l’autobus si arrestò.

«Siamo arrivati signore» disse l’autista «Via Vivaldi»

Pietro si alzò e si diresse verso l’uscita del bus, ma prima che i suoi piedi toccassero terra, i suoi occhi abitudinari sfrecciarono in ogni direzione, trovandosi in difficoltà.

«Un momento! Questa non è Via Vivaldi!» Sbottò.

«Certo signore che lo è»

«No le dico, conosco il mio quartiere, questa non è Via Vivaldi!» insistette.

«Suvvia signore, non vede che all’angolo c’è persino il cartello? Guardi! E’ scritto in grande e grosso: Via Vivaldi»

Pietro, perplesso, poggiò entrambi i piedi al suolo, ma non fece in tempo a voltarsi che l’autobus si dileguò nel traffico.

Checché ne dicesse il conducente, quella non era la Via Vivaldi, ma allora: dov’era finito?

Passeggiò fino all’angolo, curioso di verificare la targa della via.

ANTONIO LUCIO VIVALDI 1678-1741 – Compositore e violinista italiano

La via era proprio quella giusta.

Forse il bus l’aveva portato in un’altra città…

Tentò di interrogare i passanti ma questi, quasi Pietro fosse invisibile, tiravano dritto ignorandolo completamente.

Rassegnato prese a camminare sul marciapiedi. Meta: nessuna.

Pietro stava quasi raschiando il fondo del barile della disperazione quando una voce alla sue spalle lo richiamò.

«Buonasera Signore, le interessa la buona cucina? Abbiamo piatti giapponesi, tailandesi, aborigeni, congolesi, argentini e della Patagonia. Prego Signore, visiti il nostro locale»

Pietro si voltò incuriosito. Udiva la voce, leggeva il cartello “Ristorante Etnico”, ma non vedeva nessuno accanto a lui.

Spinto un po’ dalla disperazione, un po’ dalla voglia di evadere dalla monotonia, Pietro aprì la porta gialla del locale ed entrò.

Quello che vide all’interno lo lasciò senza fiato.

C’erano dei tavoli…per forza c’erano dei tavoli, quello era un ristorante…Pietro scosse la testa, come per scacciare una mosca…ma non era un posto normale o meglio, il locale era normale…era il personale a non esserlo.

Al posto di camerieri in carne e ossa, i clienti venivano serviti da almeno una quarantina di scoiattoli con tanto di abito nero, panciotto, guanti e papillon.

Pietro rimase a bocca aperta, impalato come uno stoccafisso bloccando l’entrata.

«Signore, posso aiutarla? Prego, venga. L’accompagno al tavolo»

Una sagoma alta due volte un uomo lo sorpassò indicandogli un tavolo libero alla sua destra.

Pietro lo squadrò da cima a fondo: aveva un lungo pelo fulvo, con striature color ebano che correvano dalla fronte alla coda. L’abito blu lo cingeva fino alla vita, mettendo in risalto i muscoli del torace, ma lasciava libera gran parte degli arti inferiori, che erano scalzi.

Gli occhi grandi e acquosi, la voce stridula e quel suono gutturale ricordavano a Pietro la pantegana, ma quella non era una pantegana, era l’abominevole scoiattolo delle nevi. Era la cosa più grossa e pelosa che Pietro avesse mai visto in vita sua.

Oh, i gemelli non gli avrebbero mai creduto se l’avesse raccontato loro. Anzi, avrebbe certamente portato i gemelli in quel ristorante appena possibile perché, era certo, i bambini ne sarebbero stati entusiasti.

Pietro, ancora sbalordito, accettò di buon grado l’aiuto del maître – perché quello era il suo compito – e si accomodò al tavolo.

«Il signore desidera il menù?» chiese lo scoiattolo con deferenza.

Stava accadendo tutto troppo in fretta, ma soprattutto: stava accadendo?

Il cervello di Pietro, come inceppato, non ebbe il tempo di elaborare tutte le informazioni, quindi non gli restò che accettare passivamente il menù e abbandonarsi alle cure del suo ospite.

«Io non…non so cosa scegliere» balbettò Pietro.

Gli occhi del maître balenarono sulla sala prima che questi riprendesse a parlare.

«La casa consiglia il piatto unico giapponese. Carne freschissima e verdura stufata, il tutto condito con salse agrodolci di nostra produzione. Se posso permettermi, le consiglio di accompagnare la portata con del vino rosato del millenovecentottantacinque proveniente dalle nostre cantine»

Era troppo. Pietro scoppiò in una risata isterica, non sapeva più nemmeno lui a cosa credere. In un angolo della sua mente era convinto di essersi addormentato alla scrivania, tutto questo non poteva essere vero. Un ristorante con degli scoiattoli come camerieri? Un maître peloso di due metri d’altezza, che per giunta parlava? Impossibile.

«Il signore si sente poco bene?» domandò il cameriere.

«Io…no, sto bene. Mi porti pure quel che suggerisce la casa» lo invitò Pietro, ormai certo di vivere un sogno. Cosa poteva capitare più di così? Male che andava, finiva a lavare i piatti in cucina insieme al bianconiglio.

I minuti passarono lenti, ma il clima festoso e animato del locale non si smorzava di un tono.

Gli scoiattoli saltellavano sui tavoli portando enormi vassoi d’argento, colmi di cibi fumanti e dagli aromi sopraffini.

I clienti terminavano le pietanze soddisfatti, discutendo animatamente con i camerieri, “probabilmente riguardo le ricette” pensò Pietro.

Ma tutta quell’atmosfera festosa e allegra aveva, secondo lui, anche qualcosa di sinistro.

Pietro, solo al tavolo, prese ad ascoltare involontariamente la conversazione della coppia seduta di fronte.

La donna, dai lineamenti esotici e dalla pelle d’ebano, rimproverava il suo compagno di non essere sufficientemente zelante in ufficio. Da quel che Pietro aveva capito, lei era il suo capo e si occupavano di alta finanza.

Sfortunatamente la conversazione fu interrotta da uno scoiattolo con una fretta particolare che, balzato sui tavoli, correva dritto verso le cucine e ne usciva poco dopo con una manciata di ghiande di quercia.

Pietro seguì lo scoiattolo con lo sguardo fino a metà della sala, ma venne interrotto da un altro cameriere che saltò sul tavolo portando la sua ordinazione.

Lo scoiattolino, che era alto poco più di quindici centimetri, il pelo argenteo, quasi scintillante che spuntava da sotto il gilet, dava a Pietro l’impressione di trovarsi di fronte a un addobbo natalizio.

«Il suo piatto giapponese, signore» squittì.

«Ehm…grazie»

Lo scoiattolo attese finché Pietro non infilò in bocca la forchetta e, quando l’uomo inghiottì il boccone, gli occhi dell’animale brillarono di una luce perfida, assassina.

«Bene, spero che la cena sia di suo gradimento» mormorò il cameriere, ma sul suo volto non vi era più il sorriso cordiale che aveva accolto il cliente, bensì disgusto e malvagità.

Pietro mangiò la pietanza un po’ inquieto, guardandosi attorno furtivamente.

C’era qualcosa che non andava, molti dei clienti non erano più seduti, tuttavia avevano lasciato gli effetti personali al tavolo.

L’uomo lanciò un’occhiata veloce alla porta del bagno, forse erano tutti in attesa, ma con suo scorno non vide nessuno in coda.

Il senso di inquietudine serpeggiava fra i tavoli.

Pietro bevve un sorso di quel vino pregiato che gli era stato consigliato dal maître e quando lo ebbe scolato tutto, attraverso il bicchiere, vide una cosa raccapricciante.

La bella donna dalla pelle scura di fronte a lui non stava chiacchierando animatamente col cameriere, bensì stava litigando a proposito del conto.

«Lei è impazzito, io non pagherò mai questa cifra» urlò la donna.

«Mi spiace signora, lei ha consumato, lei deve pagare. E’ la regola» ribatté il cameriere.

«Ma questo conto è assurdo, totalmente folle. Dodicimila euro per una cena, chi credete di essere?»

Il compagno della donna le dette man forte, forse per dimostrarle che anche lui sapeva tenere in mano le redini della situazione.

«Signori voi avete mangiato e bevuto. Se non potete pagare in denaro, c’è sempre l’altro metodo di pagamento»

«E quale sarebbe?» domandò l’uomo.

Per un folle attimo, Pietro pensò davvero che avrebbero mandato i clienti a lavare le stoviglie nel retro del locale, ma quello che vide in seguito andava al di là di ogni più cupa previsione.

Lo scoiattolo schioccò le dita e uno dei camerieri balzò sui tavoli, correndo in cucina, e come era successo qualche ora prima, ne uscì portando un vassoio colmo di ghiande di quercia.

«Io non intendo pagare in nessuno dei modi, signore. Non intendo accollarmi un conto del genere» protestò inutilmente la donna.

«Signora, le regole del ristorante sono esposte all’esterno, sullo zerbino. Spiacente che lei non abbia letto ne’quelle ne’i prezzi del menù. Ora se non le dispiace è arrivato il memento di pagare»

Sullo zerbino, pensò Pietro? Nemmeno lui vi aveva fatto caso, d’altronde chi è così folle da mettere il menù e dei regolamenti su di uno zerbino? Tuttavia quello era un ristorante gestito da scoiattoli…

Una decina di scoiattoli attorniarono la coppia e, mentre la squadra era impegnata a tenere fermi gli ospiti che protestavano vigorosamente, il cameriere con le ghiande salì sul tavolo e afferrata la più grande la piantò nelle tempie prima alla donna, poi all’uomo.

A Pietro si gelò il sangue nelle vene.

Era uno scherzo? Era una messa in scena per intrattenere gli ospiti?

Inorridito prese a guardare le persone intorno a sé. Ovunque scoiattoli indemoniati saltellavano sui tavoli, fracassando la testa dei clienti riottosi.

Mentre i corpi senza vita dei vicini di Pietro venivano trascinati verso le cucina, il maître fece accomodare una coppia nel tavolo all’angolo.

«I signori sanno già cosa ordinare?»

«Veramente no, lei cosa consiglia?»

Lo scoiattolo gigante gettò un’occhiata verso la cucina, proprio nell’istante in cui la gamba della donna spariva dietro la porta.

«Oggi la casa è lieta di offrire un ottimo spezzatino congolese» sorrise gelido.

Pietro gettò un’occhiata al proprio piatto e per poco non vomitò.

Uno scoiattolino con in mano un vassoio d’argento e un foglio di carta piegato s’arrampicò sul tavolo.

«Il conto, signore»

Pietro lo guardò inorridito e prese a gridare.

«NO! STAI LONTANO DA ME! VATTENE! NON LO VOGLIO!»

«C’è qualche problema qui?» intervenne il maître, attirato dal trambusto.

«Il signore non vuole il conto»

Un ghigno malefico si allargò sulla faccia dell’enorme essere peloso.

«No, davvero? Ma che peccato…»

Lo scoiattolo schioccò le dita e venti scoiattoli scattarono sull’attenti.

«No! No, io non resterò qui un minuto di più!»

Pietro guardò l’orologio, erano le sei del mattino. Era rimasto lì dentro tutta la notte.

Gli scoiattoli scattarono sul tavolo e aggredirono Pietro atterrandolo.

Alcuni gli mordevano il collo, altri gli bloccavano le mani e le braccia. Pietro era completamente paralizzato. Gridò aiuto, si dimenò con tutte le sue forze, ma quel che era peggio è che nessuno degli altri clienti sembrava accorgersi di nulla.

Non c’era niente da fare, era spacciato, doveva solo lasciarsi andare e sperare che tutto finisse in fretta.

Con la coda dell’occhio vide avanzare lo scoiattolo che portava il vassoio delle ghiande.

“Ecco, ci siamo” pensò.

Con un balzo lo scoiattolo gli fu sul petto, ma inciampò nel portafogli aperto di Pietro e le ghiande rotolarono sul pavimento.

I venti scoiattoli, alla vista delle ghiande, non capirono più nulla e dopo aver mollato la presa sull’uomo, rincorsero il cibo in ogni angolo.

Pietro non attese una seconda occasione. Si alzò in un baleno e schizzò verso la porta.

Oltrepassato il battente giallo vide un piccolo scoiattolo marrone, in un pertugio vicino allo zerbino, richiamare i clienti come una sirena. Ma non si fermò a indagare oltre. Prese a correre a più non posso, fino all’angolo della strada. Poi, senza fiato, si arrestò. Il sole stava sorgendo e i riflessi dorati baluginavano sulla superficie delle pozzanghere. Pietro poggiò le mani sulle ginocchia, mentre il cuore martellava nel petto.

L’uomo alzò lo sguardo e vide l’insegna della Via Vivaldi spiccare alta sull’incrocio.

Con sua sorpresa, questa volta, quella era veramente la Via Vivaldi. Ora la riconosceva. Riconosceva il negozio di antichità, il fast-food, il negozio di abiti da lavoro, il panettiere, il gelataio.

Sollevato, gettò un’occhiata alle sue spalle. L’insegna “Ristorante etnico” non c’era più.

Non gli importava. L’unica cosa che voleva era tornare a casa.

Pietro rincasò quella mattina alle sette e trenta, andò in cucina, preparò la colazione alla moglie e gliela portò a letto.

Svegliò i gemelli, li vestì per la scuola e poco prima di uscire baciò la donna.

«Tesoro, ti senti bene?» domandò lei.

«Oh…si. Benissimo» sorrise Pietro «Ah! Amore. Ho preso una decisione» aggiunse.

«Che decisione?»

«Oggi vado a comprare una macchina»

Uscì e chiuse la porta alle sue spalle.

www.ladeeflake.com



Commenti

pubblicato il 26/10/2011 0.12.46
Tatylop, ha scritto: Che trip! :) hai una stupenda fantasia!
pubblicato il 26/10/2011 9.50.13
Ladeeflake, ha scritto: Ti ringrazio per il complimento. In effetti, la fantasia è una droga meravigliosa ;)

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