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lavoro pubblicato sabato 1 ottobre 2011
ultima lettura lunedì 17 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Oscar

di bobdessi. Letto 656 volte. Dallo scaffale Amore

La testa. Quanto gli faceva male la testa. Se Oscar avesse potuto spiegare quanto gli facesse male la testa in quel momento con un’immagine, avrebbe sicuramente scelto un incidente automobilistico. Fischi dei freni, asfalto bruciato, lamine metal...

La testa. Quanto gli faceva male la testa.
Se Oscar avesse potuto spiegare quanto gli facesse male la testa in quel momento con un’immagine, avrebbe sicuramente scelto un incidente automobilistico. Fischi dei freni, asfalto bruciato, lamine metalliche distrutte, vetri sbriciolati, urla di dolore. Sentiva tutta quest'orchestra di sinistri suoni nella sua testa, pesanti e ridondanti, incontrollabili e molto, molto fastidiosi.
Non ci poteva far nulla, oramai questi suoni avevano preso affitto dentro di lui. Erano dei coinquilini piuttosto scomodi, di cui avrebbe fatto volentieri a meno, come del resto di tutte quelle altre sensazioni che si portava dietro, come se fossero legate alle sue gambe, che si appiccicavano viscidamente sulla sua schiena come sanguisughe. Solitudine, desolazione, disperazione, confusione, sporcizia.
Ah, la sporcizia!
Non riusciva a sopportarla. Ultimamente Oscar non aveva avuto molte possibilità di lavarsi. Solo grazie a qualche fontanella o a qualche bagno pubblico riusciva a ritrovare un minimo di igiene. Ma per la maggior parte del tempo, puzzava di fritto. Sentiva sempre intorno a sé un odore di piedi fritti. Piedi che avevano percorso migliaia di chilometri. Fritti. Era una sensazione disgustosa, ma per uno come lui, uno che dormiva nella stazione dei treni, era quasi una normalità.
Com'era finito a vivere e dormire in una stazione?
Oscar si poneva spesso questa domanda, senza trovarvi mai risposta. Pensava quasi di esserci nato là dentro, ma nel suo io più nascosto, più vivo e pulito, sentiva che prima di quella squallida vita, ne aveva vissuta un'altra migliore, con una donna al suo fianco, degli amici, un lavoro, una macchina, una casa e, chissà, anche con dei figli. Senza puzza di frittura.
Automaticamente, dopo questo pensiero, si chiedeva sempre quanti anni avesse e dove fosse nato. Non aveva risposte, né carte d'identità. Sapeva solo il suo nome: Oscar. Chi avrebbe potuto dargli un nome simile? Gli ricordava il cinema, i premi Academy Awards. E se si ricordava del cinema e dei premi Oscar, pensava sempre volesse significare che lui al cinema un tempo c'era andato. Ma non se lo ricordava. Cominciava poi a chiedersi chi fossero i suoi genitori e così via, sfogliando una dietro l'altra domande sulla sua esistenza che, puntualmente, ogni giorno doveva porsi per evitare di diventare pazzo. In finale, chiedeva a sé stesso se era diventato pazzo, o se lo fosse sempre stato.
Una gran confusione regnava nella sua mente, merito non solo della sua strana amnesia, ma anche, e soprattutto, della sua migliore amica in quei tempi: la bottiglia, adesso vuota, di Jack Daniel's.
La fissava incredulo. Non ricordava di averla finita così presto. Erano solo le otto del mattino, eppure, era già sbronzo, di cattivo umore, e con un gran mal di testa. E puzzava.
Doveva far qualcosa contro quell'odore di fritto.
Pensò che, come ogni mattina, si sarebbe seduto di fronte ai binari dove fermavano i treni in arrivo, in modo da posizionarsi di fronte ai passeggeri che sarebbero scesi a quella fermata. Si sarebbe messo con le gambe accovacciate, le mani unite come in preghiera e avrebbe ondulato il proprio corpo seduto avanti e indietro in una sorta di preghiera della pietà.
La pietà. Era questa che doveva suscitare nei passanti per riuscire a mangiare e a bere ogni giorno. In quell'ultimo periodo, soprattutto a bere.
Ma quando aveva iniziato a bere?
Dopo essersi seduto fronte ai binari, con un piattino posato vicino al suo corpo in modo da raccogliere le donazioni, rimase fermo in quella posizione ad aspettare l'arrivo dei passeggeri del treno.
Quanto avrebbe incassato quel giorno?
In genere, solo alla mattina, riusciva ad incassare circa tre, quattro euro. Quando gli andava bene, anche cinque. Sapeva però che quella cifra era troppo bassa per comprare una nuova bottiglia di Jack Daniel' s, che costava parecchio di più. Doveva migliorare le proprie finanze e pensò che probabilmente la causa dei suoi scarsi guadagni era dovuta al suo vestiario.
Aveva sempre un lungo cappotto verde, con grandi chiazze di chissà cosa che lo rendevano a pois, un maglione nero largo e bucato sotto le ascelle, dei pantaloni marroni nuovi con una scritta in cinese riportata sulla cinta, delle scarpe da tennis grigie aperte sulla punta e un berretto bianco che aveva trovato in stazione quella stessa mattina.
Pensava che questo suo vestiario troppo antiquato e fuori moda potesse essere la causa delle sue entrate così basse. Si rese conto poi che se si fosse vestito meglio, avrebbe guadagnato molto meno perche non avrebbe fatto pena a nessuno. Era ubriaco, e non riusciva a pensare con lucidità.
Era mai riuscito a pensare con lucidità e razionalità?
Sentì il rumore del treno che si avvicinava, la stazione che pian piano si affollava, e lui lì, seduto di fronte ai binari. Alle sue spalle, lontano qualche metro dai binari, c’era il suo letto, nascosto dietro a delle piante, fatto di cartone, di un ammasso di giornali e di una esile coperta che aveva odore di cane.
Aveva mai avuto un cane? Le domande aumentavano minuto dopo minuto.
La stazione non era molto grande: c’erano soltanto quattro binari, un piccolo giardinetto dove dormiva la notte, qualche panchina, un piccolo treno simbolico fatto di mattoni rossi su cui qualcuno aveva fatto una strana scritta che non riusciva a decifrare e dei bagni pubblici pressoché inutilizzabili.
L’arrivo del treno in stazione era accompagnato da un fischio di freni, di rotaie che tremolavano e dal frastuono provocato dalle parole della gente che pian piano si affollava di fronte ai binari, chi per partire, chi per aspettare qualche persona conosciuta.
Poi c’erano quelli che arrivavano. A Oscar non piacevano molto. Erano sì gli unici finanziatori della sua sopravvivenza, ma erano anche molto maleducati.
Ogni mattina, Oscar non riceveva nessun segnale di umanità.
C’era chi lo evitava mostrando disprezzo per la sua condizione di senza tetto e di sporcizia, a volte anche con parole offensive dette ad alta voce, quasi per farsi sentire, in modo da aumentare e sottolineare la vergogna nei confronti di quel pover’uomo, chi poi addirittura lo insultava a gesti, mostrandogli il dito medio, sbattendogli contro e facendo finta di non vederlo, rovesciandogli il piattino delle offerte, e c’era addirittura chi, passando, sputava sulla sua giacca.
A Oscar dava fastidio tutto ciò. Pensava che, se qualcuno avesse osato sputargli in faccia, lo avrebbe ucciso senza pensarci due volte.
Da dove proveniva tutta quella rabbia?
C’era poi un’altra categoria di passanti che non riusciva a digerire. La peggiore.
Erano i menefreghisti. Quelli che nemmeno lo guardavano, che facevano finta di non vederlo, come se non esistesse. In quei momenti, sentiva di non avere una propria essenza. Immaginava di essere un insipido grigio scuroe e sfuocato in mezzo a una fotografia piena di colori, di profumi e di sapori, e lo stomaco gli bruciava, una sensazione d’impotenza gli riempiva la gola, le pulsazioni che aumentavano, una lacrima che costantemente tratteneva e, alla fine, un lungo sospiro per far passare tutto. Gli bastava un sospiro, per riuscire a riaprire gli occhi e guardare, ancora una volta, quella realtà che non comprendeva.
Il treno si era fermato, le porte si stavano aprendo, i passeggeri erano pronti a scendere e Oscar era pronto a combattere con la pietà per continuare a vivere.
Come di consueto, i primi passeggeri erano quelli più frettolosi, quelli in ritardo da lavoro, da scuola, e dopo esser scesi rapidamente dal treno, correvano via velocemente senza nemmeno guardarlo. Poi c’erano quelli più rilassati, coloro che non erano in ritardo: da questi Oscar doveva riuscire a strappare qualche moneta. Si fermò una ragazza giovane, sulla ventina, alta e mora, con gli occhiali da sole e un lungo cappotto nero, che mise una moneta da un euro nel suo piattino. Oscar ringraziò chinando la testa e pensò che quella ragazza fosse molto carina. Poi un signore sui cinquanta, capelli brizzolati, con un vestito elegante blu, la cravatta e una valigia da lavoro, che gli donò due euro. Oscar era contentissimo, era già riuscito a racimolare ben tre euro!
L‘inferno poi arrivò mascherato da tre ragazzini, tutti sui quindici o sedici anni, i soliti piccoli teppisti che gli rompevano le palle quasi ogni mattina. Due di loro erano bassotti, entrambi con i capelli scuri corti, uno magro era ben carico di brufoli in fronte, l’altro, piuttosto sovrappeso, aveva un accenno di barbetta e di baffi incolti, il terzo invece era alto, con i capelli rossi e un po’ robusto. Era il capo banda, Oscar ne era sicuro. Glielo leggeva negli occhi, profondamente divertiti dalle chissà quante idee malefiche aveva elaborato.
Cercò di non guardarli in faccia, in modo da non attirare la loro attenzione, non gli importava delle loro offerte. In quel caso, avrebbe ben gradito un po’ di indifferenza.
Invece, i tre teppisti lo puntarono: i due bassotti gli andarono incontro. Il primo, quello magro, diede un calcio al piatto con i soldi, ora vuoto perché Oscar aveva sempre l’abitudine di mettere subito in tasca i soldi che “guadagnava”, l’altro, quello grasso, gli andò a sbattere contro, facendo finta di non averlo visto. Oscar rimase in silenzio, subì la spinta senza ricadere all’indietro.
Poi il più alto fra i tre, il capo, commise l'errore più grave: arrivò veloce e, trattenendo qualcosa in bocca, si mise di fronte a Oscar. Dopo pochi secondi, gli sputò sul berretto.
Oscar chiuse gli occhi. Cercò di trattenere la rabbia, la collera, tutti quei sentimenti di odio che stava provando per quei ragazzini. Si chiese cos’avesse fatto di male a quei tre. Voleva solamente esser lasciato in pace, voleva solo provare a vivere.
Represse la rabbia, nonostante le risate sghignazzanti dei teppisti, ma poi qualcosa lo fece esplodere. Lo sputo, dal suo cappellino, scendeva lentamente sul suo viso. Prima toccò una parte dell’orecchio. Poi, come una docile lacrima che designava una traiettoria imprevedibile, passò rapidamente sulla guancia.
Non ricordava si essersi mai sentito così umiliato e ripudiato prima di quel momento.
Notò che, intorno a lui, in tanti avevano assistito alla scena, ma nessuno fece niente, come a dar ragione a quei tre ragazzini nel dimostrare che un barbone non fosse un essere umano degno di rispetto.
Non stette lì seduto a pensarci troppo: si alzò di scatto e, mentre i tre ragazzini se ne stavano andando continuando a ridere, dandosi pacche sulle spalle come dopo aver vinto una scommessa, Oscar gli raggiunse da dietro.
Con una forte spinta fece cadere i due bassotti a terra: quello magro con i brufoli riuscì subito a rimettersi in piedi, quello grasso rotolò a terra urlando qualche bestemmia nel suo dialetto. Prima che si potesse girare, prese per le spalle il più alto, facendolo roteare di scatto e, trattenendolo per le braccia, gli sputò in piena faccia.
<<Com’è? Che sapore ha? Ti piace?>> - Oscar urlava dominato dalla rabbia. La sua voce era rauca, nervosa e potente. Fu come sentirla per la prima volta in tutta la sua vita.
Il teppista pareva scioccato: mai si sarebbe aspettato una simile reazione da quel barbone. Pensava che probabilmente se ne sarebbe rimasto seduto senza dir nulla. E invece, eccolo lì, in piedi, ruggendo come un vecchio leone che difendeva il suo onore. Guardando gli occhi di quell’uomo, pieni di rabbia, ma anche di disperazione, si pentì amaramente di ciò che gli aveva fatto. Il teppista magro rimase per qualche secondo a guardare la scena, poi scappò via verso l’uscita, mentre il grasso rimase a terra, coprendosi la testa come se qualcuno lo stesse prendendo a calci.
Oscar teneva il ragazzo per il colletto della camicia e gli ringhiava contro. Voleva fargli capire che non avrebbe mai più dovuto insultarlo in nessuno modo. Poi sentì un rumore. Era un fischietto.
Un poliziotto infatti aveva notato l’aggressione ai tre ragazzi e, correndo, urlava all’uomo di lasciar andare il ragazzo. Oscar pensò che quel poliziotto volesse arrestarlo, decidendo in un attimo che sarebbe stato meglio scappare. Prima di lasciar libero il ragazzo gli disse, guardandolo fisso negli occhi, di non provare a umiliarlo mai più. Il ragazzo sembrava paralizzato dalla paura.
Oscar lo lasciò andare e cominciò a correre verso l’uscita della stazione, in modo da scappare all‘agente di polizia. Nel girarsi di scatto però, urtò contro una donna. Le colpì il braccio e la borsa, facendo cadere da questa un biglietto. La donna non sembrò neanche accorgersi di quel tamponamento e continuò ad andare verso la sua strada. Anche lei stava andando verso l’uscita.
Oscar tentò di chiedere scusa a quella donna, ma questa era già lontano, mentre il poliziotto era sempre più vicino. Vide il biglietto in terra, si chinò in terra per raccoglierlo e se lo mise in tasca, pensando che avrebbe inseguito quella donna per ridarglielo. Poteva essere qualcosa d’importante.
Così, cominciò a correre verso l’uscita della stazione, cercando di mischiarsi in mezzo alla folla per non farsi notare dall‘agente. Questo arrivò alla porta d’uscita, ma c’era davvero troppa gente per poter riconoscere il barbone, che nel mentre si era furbescamente nascosto dietro un ragazzo più alto di lui che camminava lentamente parlando al telefono con sua madre. Diceva ad alta voce che oramai aveva diciotto anni ed era libero di uscire anche dopo cena.
Il poliziotto cercò ancora fra la folla, ma non trovò traccia del ricercato, perciò si diresse verso i tre ragazzi aggrediti. Oscar era salvo.
Sì sentì sollevato e, camminando nella folla, si chiese se fosse mai uscito da quella stazione prima di quel momento. Si guardò intorno: la città gli sembrava così grande e confusa: negozi, uffici, macchine, parcheggi, rumori, parole e tante persone. Aveva paura che il suo cervello non potesse reggere tante immagini tutte insieme. Subito dopo si sentì a disagio. Si chiese perché diavolo era dovuto scappare da quell’agente quando erano stati quei tre teppisti ad attaccarlo per primi? C’era una giustizia in quel mondo? Ora era un ricercato, ma si sentiva una vittima.
Continuò a camminare sul marciapiede, fianco ad altre persone che nemmeno lo guardavano. Sentiva di respirare un’aria diversa là fuori, non c’era quell’odore stagnante e di chiuso come dentro la stazione.
Notò che in quel mondo esterno regnava l’indifferenza: nonostante fosse vestito a stracci e puzzasse, nessuno lo notava. Tutti camminavano verso la loro destinazione, senza riuscire o voler guardare le altre persone negli occhi. Erano come tante ombre invisibili, senza forma o materia, che si passavano sopra l’un l’altra senza accorgersi di nulla.
Oscar non sapeva se avrebbe preferito esser notato per quello che era, un barbone che puzzava di piedi fritti. Sapeva però, che non riusciva a sopportare la totale indifferenza altrui.
Si chiese a quel punto come mai soffrisse così tanto della sua posizione di barbone. Forse voleva significare che in passato anche lui aveva avuto una vita normale? Che probabilmente anche lui, chissà quando, era stato una di quelle ombre che camminavano senza notare nessuno? O era semplicemente pazzo? Si rese conto poi di aver perso il cappellino bianco, forse durante la fuga dal poliziotto.
La città gli procurava un nuovo mal di testa e le troppe domande che si porgeva continuamene peggioravano l'emicrania. Sentiva ancora qualche effetto della sbornia mattutina, gli faceva male pensare troppo. Decise che quel giorno si sarebbe concesso qualcosa di diverso e, per cancellare gli effetti postumi della bevuta a base di Jack Daniel’ s, sarebbe andato in un bar e avrebbe preso un bel caffè. Doveva solo trovare un bar, possibilmente lontano dalla stazione per evitare di incontrare quell’agente di polizia che forse gli dava ancora la caccia. Lo avrebbe riconosciuto? Oscar non ebbe nemmeno il tempo di guardarlo in faccia.
Mise una mano in tasca per controllare quanti soldi avesse e, oltre a tre euro e cinquanta in monete, tolse fuori anche un pezzo di carta. Era quello che era caduto alla donna che aveva urtato poco prima. Si era completamente dimenticato di cercarla.
Così, per curiosità, aprì il biglietto per vedere di cosa si trattasse. Del resto, se non fosse stato nulla d’importante, non ci sarebbe stato il bisogno di trovarla.
Aprendo il biglietto vide che al suo interno c’era solamente una grande scritta rossa su uno sfondo bianco. La scritta diceva: “Perché sei arrabbiato?”.
Oscar non capiva. Che significato poteva avere quella frase? Non sapeva perché, ma pensò fosse rivolta a lui.
In quel momento, nonostante fosse una bella giornata di sole senza nuvole, scoppiò un lampo improvviso nel cielo. Sentì poi, forse per la paura, come una morsa al braccio e al petto, una fitta che passò in pochi secondi. Istintivamente pensò che fosse tutta colpa di quel biglietto. Perché quella frase? E chi era quella donna?
Provò a ricordare come fosse: era più bassa di lui, magra, con i capelli lunghi castani leggermente mossi, portava un paio di jeans chiari, delle scarpe basse nere e un giubbotto in pelle nero. Al braccio, teneva una borsa blu scura, dalla quale era caduto il biglietto. Altro non ricordava.
Decise che avrebbe cercato quella donna per ridarle il biglietto e per chiederle come mai ci fosse scritta quella frase. “Perché sei arrabbiato?”.
Sì sentiva matto, fuori di testa, da ricoverare. Eppure Oscar, voleva vederci chiaro in quella situazione, pensando forse che si trattasse solo di una coincidenza.
Cominciò a camminare. Pensò di fare il percorso che le altre persone uscite dalla stazione seguivano, sperando che anche quella donna facesse altrettanto.
Si mise in cammino e, seguendo le altre persone, che sembravano dirigersi verso la fermata dei pullman, non vide la donna da lui ricercata. Del resto, non sarebbe stato facile trovarla: non l’aveva nemmeno vista in viso. Però si ricordava com’era vestita e il colore della sua borsa. Poteva riuscire a trovarla.
Continuò a seguire una seconda folla, che si dirigeva verso una lunga via piena di negozi e persone. Doveva essere la via principale della città. Decise che sarebbe andato in quella direzione, sperando di aver fortuna. Nel mentre che camminava ed entrava nella grande via piena di negozi da entrambi i lati, pensò ancora alla frase di quel biglietto. “Perché sei arrabbiato?”.
Si chiese se fosse arrabbiato.
Di primo impatto pensò che non lo fosse. Certo, era un barbone, non aveva una casa ed era costretto a vivere e dormire alla stazione, non ricordava nulla di sé oltre che il suo nome e la sua puzza, aveva dei vestiti sporchi e quasi distrutti, le altre persone o lo sputavano, o nemmeno lo calcolavano, era rincorso da un poliziotto, ed era anche un ubriacone e si poneva troppe, troppe domande.
Riflettendoci meglio, capì che in realtà era arrabbiato. E anche parecchio, perché quella vita che gli si era appiccicata addosso era scomoda, sentiva che non gli apparteneva.
Forse si stava facendo condizionare troppo da quel biglietto.
La grande via piena di negozi era affollatissima. Persone di ogni età, turisti muniti di buste in ogni mano, insegne che invitavano all’acquisto. Oscar camminava ai bordi della strada per cercare di non farsi notare. I suoi piedi poggiavano sui ciotoli neri che formavano la strada. Nel mentre che camminava e allo stesso tempo continuava a porsi domande sulla sua strana rabbia, qualcosa catturò la sua attenzione.
Si fermò di colpo in mezzo alla strada e guardò alla sua destra. C’era un negozio di strumenti musicali e, in vetrina, si potevano vedere chitarre, bassi, batterie e altri strumenti.
Oscar si sentiva affascinato. Guardò esterrefatto la bellezza di una chitarra Fender rosso fuoco, sì sentì elettrizzato nell’ammirare la maestosità di un basso color mare, e sì sentì spaesato e conquistato dalla potenza d’immagine di una batteria bianca e nera.
Non riusciva a capire perché fosse rimasto così colpito da quegli strumenti. Sentiva di conoscerli, sentiva di aver preso parte a quel mondo, sapeva dentro di sé che quel negozio, quelle chitarre e tutto il resto, gli ricordavano la sua vita. Quella che ora non c’era, mascherata sotto abiti rozzi e puzzolenti.
Il proprietario del negozio, un ometto basso e tarchiato, con pochi capelli neri col riporto, un paio di occhiali che coprivano gli occhi piccolissimi e un pizzetto brizzolato, avendo visto il barbone che sbavava in vetrina nel guardare i suoi strumenti, uscì fuori e disse a Oscar di andarsene, che quelle cose non erano “roba per lui“, che non se le sarebbe potute permettere nemmeno vendendo l’anima al diavolo, che quelli come lui non sapevano nemmeno la differenza fra un basso e una chitarra. Il tono di voce del negoziante era acido, impostato per incutere timore e disprezzo.
Perché tutta quella cattiveria? Perché tanta ostilità?
Oscar si sentiva abbattuto e sconfitto. Andò via lentamente, a testa bassa, mentre il padrone del negozio gli rifilava altri insulti gratuiti, continuando a guardare quella chitarra rosso fuoco che gli ricordava la vita che, in chissà quale tempo e dimensione, forse aveva davvero vissuto.
Dopo tutte quelle chitarre e quegli insulti, si era completamente dimenticando della ragazza e del suo bigliettino. Dove cercarla? Oscar camminava cercando di non incrociare lo sguardo altrui, per paura di esser preso di mira, di esser notato. E l’immagine di quella chitarra gli appariva davanti come un ologramma.
La testa gli doleva ancora e non riusciva a pensare, non poteva focalizzare i propri pensieri. Un caffè, gli serviva un maledetto caffè! Si guardò intorno, ma non vide alcun bar. Andò avanti sulla lunga e grande via piena di negozi da entrambi i lati, con in testa ancora gli insulti di quel negoziante che gli rimbombavano come spari che lo ferivano ogni volta, senza lasciargli tregua.
Giunto alla fine della lunga via, arrivò a una piazza: era grande, con molte panchine, tanti alberi, una fontanella, delle macchine parcheggiate in seconda fila, un enorme folla di persone e un bar con i tavolini all’aperto.
Oscar si sarebbe finalmente preso il caffè che tanto voleva.
Andò verso i tavolini, senza pensare minimamente al suo vestiario, al suo porsi come un barbone di fronte ad altre persone che erano considerate “normali”. Si rese subito conto della differenza quando sentì addosso mille occhi che lo guardavano con aria ostile e critica. Nessuna indifferenza questa volta, ma tanta hobofobia.
Cosa poteva fare Oscar, se non far finta di nulla, chiudersi dentro una botte di ferro impenetrabile dall’esterno e cercare di andare avanti come se fosse tutto normale?
Un attimo prima di arrivare verso il bancone centrale, per ordinare il suo caffè, qualcosa però catturò ancora una volta la sua attenzione. Era un immagine che vide con la coda dell’occhio, manipolata da un colore, forte e intenso. Un blu accesso che risaltava in mezzo ai tavolini gialli del bar.
Oscar si girò di scatto e vide che una donna si stava alzando dal tavolino. Aveva i capelli scuri mossi, era magra, portava dei jeans chiari, delle scarpe basse nere, un giubbotto in pelle nero e una borsa blu.
Era lei, la donna del biglietto.
Così Oscar tralasciò la fila della cassa e si diresse di tutta fretta verso la donna, che stava già andando via dal suo tavolino a passo veloce. C’erano troppe persone che li dividevano e, più cercava di avvicinarsi a lei, più sembrava fossero distanti. Pareva irraggiungibile, come quando in un sogno non si riesce mai ad afferrare ciò che si ha di fronte.
Per raggiungerla, dovette dare diversi spintoni ad alcune persone che erano in piedi, mentre parlavano e bevevano caffè o tè, provocando l’attenzione della gente intorno a lui. Quando arrivò al tavolino dove era seduta la donna, lei era già scomparsa in mezzo alla folla, chissà dove.
Gli era sfuggita ancora. Non riusciva a capire perché, ma Oscar sentiva che era importante parlare con quella misteriosa donna che non riusciva a vedere in volto. O forse era solamente un ubriacone fuori di testa?
Il caffè. Doveva prendersi un maledetto caffè. Guardò nel tavolino con la tovaglia gialla dove si era seduta la donna con la borsa blu e vide che c’erano due tazzine. Una vuota, l’altra invece piena di caffè macchiato. Proprio come piaceva a Oscar. Così, senza pensarci troppo e cogliendo al volo la fortuna che gli si poneva di fronte, prese la tazzina e finalmente riuscì a bere il suo caffè. Era caldo e intenso, senza zucchero e amaro, ma quella goccia di latte lo rendeva anche dolce e amabile. Si chiese come mai quella donna avesse lasciato una tazzina di caffè piena proprio in quel momento, quando lui la stava cercando. Era un segnale? O un’ennesima distorsione della realtà intorno a lui?
Non riuscì a darsi una risposta perché notò due particolari: il primo era un biglietto sul tavolo, simile a quello che era scivolato dalla borsa della donna nella stazione dei treni, il secondo invece era il cameriere del bar, alto e snello, con i capelli lunghi neri legati con un codino, un orecchino a barra sul lobo sinistro e un’espressione tutt’altro che amichevole, che veniva verso di lui con aria minacciosa.
Oscar prese velocemente il biglietto dal tavolo e, senza farsi notare, se lo mise in tasca. Poi arrivò il cameriere.
<<Ma chi diavolo sei tu? Come ti permetti di stare qui a disturbare la brava gente? Ma non ti vergogni?>>
Oscar sapeva che il cameriere gli avrebbe fatto la ramanzina, era conscio del fatto che un barbone come lui non poteva essere accettato in un luogo pubblico e di ritrovo come quello.
<<E poi hai pure il coraggio di rubare i caffè ai clienti! Ma lo sai che se ti denuncio ti passa la voglia di fare il ladro? Tanto quelli come te in giro non ci fanno nulla, danneggi la mia attività e anche la tranquillità dei clienti, perciò vattene via di corsa prima che ti prenda a calci nel culo!>>
Il silenzio fu la risposta di Oscar a quelle parole. E nel mentre che il cameriere, un po’ come il negoziante degli strumenti musicali, continuava a sparargli addosso una raffica inesauribile e carica d’odio di insulti, Oscar pensò a come avesse potuto resistere alla sua condizione disagiata fino alla sua età. Del resto, sapeva benissimo di non essere un ragazzino, anche se non si ricordava quanti anni avesse. Pensava di essere intorno ai trenta, forse meno, o magari qualche anno di più. Poi il cameriere gli diede una spinta per spronarlo ad andarsene, e lui tirò fuori dalla tasca una moneta da due euro, porgendola al cameriere per pagare il caffè che aveva bevuto.
<<Ma tieniti i tuoi soldi sporchi! Chissà come te li sei procurati, non voglio neanche immaginarlo! Ora vattene fuori dai coglioni, puzzi di merda! E non farti mai più vedere in questo bar o in questa piazza, capito? Fila via fallito del cazzo!>>
A Oscar pareva che il cameriere gioisse nell’insultarlo. Pensava che fosse frustrato e scontento della sua vita e che, probabilmente, si sfogava dando addosso al primo debole e isolato che incontrava. Proprio come lui.
Si girò mestamente, andando via camminando senza girarsi indietro. Sentiva di voler già dimenticare quel bar, quel cameriere, quella folla di persone, quella piazza, voleva dimenticare tutto. Il problema è che non ricordava nulla.
Prima di andarsene da quel posto, si sedette per qualche momento vicino alla fontana e si bagnò la faccia. Cercò un fazzoletto nella tasca della giacca, ma vi trovò invece un biglietto. Era quello che aveva trovato nel tavolino del bar. Così, spinto ancora dalla curiosità e dalla brama di risposte, lo aprì e lesse il contenuto. All’interno, vi era un’unica grande scritta rossa sopra uno sfondo bianco, proprio come nel primo biglietto da lui trovato. Il messaggio però era diverso. Questa volta vi era scritto: “Perché sei solo?”.
Oscar non capiva. Mille domande confuse e irrazionali gli frullavano in testa. Cosa diavolo stava succedendo? Chi era quella donna che aveva lasciato un biglietto sul tavolo? E perché aveva la sensazione che quelle domande fossero rivolte a lui? La donna aveva qualche strano scopo nei suoi confronti? Chi era? Cosa voleva? Era sveglio o stava sognando?
Gli venne un’altra fitta al braccio e al petto, più forte della precedente, nel cielo si liberò un altro lampo, pieno di negatività, accompagnato dal sordo rumore di un tuono. Eppure il cielo era sereno, il sole alto, poche nuvole.
Oscar sentiva come delle strane voci in testa, come dei bisbigli. Forse stava diventando davvero pazzo, pensò che quella fosse l’unica spiegazione razionale. Ma cosa c’era di razionale in tutta quella storia?
Non ricordava nulla di sé, tranne che fosse un barbone, sporco e odiato da tutti, col vizio della bottiglia, che aveva aggredito dei ragazzi e per questo era ricercato dalla polizia e che per di più cercava una donna che non aveva mai visto in viso che gli lasciava dei biglietti con delle domande che sembravano formulate esattamente per lui.
Poi, nel tempo di un secondo, focalizzò la domanda sul biglietto: “Perché sei solo?”.
Sapeva di essere solo, era una certezza radicata nel suo essere, di questo era sicuro, ma non conosceva il perché della sua solitudine.
Si chiese se avesse qualcuno che, da qualche parte, lo conoscesse e gli volesse bene. Un parente, un amico, una compagna, chiunque! Ma non poteva saperlo e, dentro di sé, era convinto che fosse completamente solo. Come poteva qualcuno interessarsi a un ubriaco vagabondo che puzzava?
Cercò nelle sue tasche in cerca di qualche indizio che lo ricollegasse a qualcuno, come un numero di telefono, un indirizzo, un’immagine, qualsiasi cosa!
Controllò nelle tasche della giacca, poi in quelle dei pantaloni, perfino nelle mutande, ma non trovò nulla. Vide poi che nella giacca aveva una tasca interna di cui non ricordava l’esistenza. Vi infilò la mano e trovò una foto.
Era in bianco e nero, piuttosto rovinata. Vi erano raffigurate due persone: sembravano due figure femminili che però erano indistinguibili perché la foto non era stata scattata a fuoco. Quella sfocatura così accentuata non dava la possibilità a Oscar di guardare il viso delle due donne, se davvero di donne si trattava, ma riusciva solamente a intuire la loro linea del corpo e lo sfondo, un grande giardino con un’altalena sulla destra e una piccola fontana sulla sinistra.
Doveva essere piuttosto vecchia o, forse, semplicemente scattata da un fotografo molto maldestro.
Oscar non si ricordava di nessuno, nemmeno di sé stesso, figurarsi se potesse intuire chi fossero le protagoniste di quella fotografia. Rimise la foto nella tasca interna della giacca, si alzò e, allontanandosi dalla fontana, si convinse che quella donna con la borsa blu fosse coinvolta in questo mistero e che per trovare le risposte che stava cercando da una giornata che gli pareva lunga una vita, dovesse assolutamente trovarla.
Continuò la sua spasmodica ricerca per le vie della città, senza trovar risposte. La misteriosa donna era introvabile. Cercò nelle vie più grandi e affollate, entrò in ogni negozio, attirando su di sé una certa e morbosa attenzione, si affacciò a ogni bar, si sedette in ogni piazza, con gli occhi sempre vigili, pronti a focalizzare su quel blu di quella borsa che la donna portava a presso.
I suoi sforzi non servirono a nulla. Non sapeva nemmeno che ore fossero, ma immaginava di esser stato a gironzolare per la cittadina in quella furiosa ricerca per un bel po’ di tempo.
Gli tornarono in mente le due frasi scritte nei biglietti. La rabbia e la solitudine, due caratteristiche che sembravano far parte della sua esistenza e che, eppure, continuava a non sentire come sue. Ma non aveva alcuna fiducia in sé stesso, nelle sue idee. Del resto, come poteva un barbone col vizio della bottiglia, credere ai propri pensieri più istintivi?
Era stanco ed assetato. Gli venne voglia di bere dell’acqua fresca. Niente whisky, rum, caffè o altro, solo un po’ di pura e cristallina acqua. Pensò di entrare in un bar, ma vista l’esperienza precedente, cercò un metodo alternativo per poter bere. Vide allora, in alcune indicazioni stradali, che lì vicino c’era un parco. Immaginò che avrebbe trovato una fontanella dalla quale bere, senza che nessuno potesse insultarlo e, per di più, senza pagare.
Seguì le indicazioni e dopo pochi minuti, attraversando due strade con solo case a schiera su ambo i lati, si ritrovò all’entrata del parchetto. Proprio all’entrata, seduti su un muretto adiacente al cancello d’ingresso, stavano seduti due adolescenti che dall’aspetto sembravano avere intorno ai sedici anni. Lui stava seduto sul muretto e portava in braccio lei, seduta sopra al ragazzo mentre lo baciava. Lei gli teneva il viso fra le mani nel mentre che le sue labbra assaporavano quelle del compagno, mentre lui ricambiava con passione il bacio e teneva le mani sui suoi fianchi snelli. Entrambi tenevano gli occhi chiusi.
Oscar rimase a guardare quei due ragazzi mentre si scambiavano il loro amore. Si muovevano, si contorcevano, erano in preda alla passione ma allo stesso tempo, erano sereni, complici. E lui rimase lì a fissarli, a pochi metri di distanza, mentre loro nemmeno si accorgevano della sua presenza. Gli sembrava così bello quel gesto, così naturale. Sembrava fosse il primo bacio per quei due ragazzi, così giovani e inesperti, ma anche così fortunati a scoprire e a coltivare il vero carburante dell’uomo: l’amore.
Nella sua mente da barbone si formulò immediatamente un’altra domanda: aveva mai dato un bacio così? Era mai stato amato? Aveva mai regalato amore? O era sempre stato un barbone, un nessuno? Si disse, forse per rincuorarsi, ma con una certa dose di razionalità, che se pensava quelle cose sull’innamoramento, allora forse le aveva davvero provate. O, magari, le aveva lette in uno di quei giornali che gli facevano da trapunta.
I due ragazzi continuavano a baciarsi, e Oscar decise di non disturbarli più con il suo sguardo confuso e smarrito, dirigendosi oltre il cancello del parco.
Era un piccolo parco con molti alberi con foglie colorate, dal rosa al lilla, delle panchine marroni, una pista per correre e tante persone che camminavano dialogando fra loro. Parlavano del più e del meno, del tempo, di gossip, di politica, di calcio e di soldi. Mentre Oscar ascoltava le parole della gente che si univano in un unico potente rumore di fondo, riuscì a sentire in lontananza un suono simile a un fruscio di un fiume e, incuriosito, si lasciò trasportare dal suo udito.
Osservando le persone che lo circondavano, coppie di amici, di amanti, parenti e quant’altro, disse a sé stesso quanto fosse bello essere in compagnia di una persona gradita. Si chiese se quelle persone erano felici. Si rispose che probabilmente non erano né rabbiose, né sole. Tutte quelle persone che camminavano, che parlavano, che si stringevano la mano o che si prendevano a braccetto, erano un tutt’uno: anche se molte di loro non si conoscevano, potevano guardarsi, sorridersi, anche ammiccare o semplicemente stare in silenzio fra loro senza sentire alcun disagio. Erano lì, tutte insieme, a formare una società, un blocco unico di persone che creavano l’umanità a stretto contatto con la natura.
Oscar si sentiva totalmente emarginato da quella realtà. Non faceva parte né della natura, poiché ripudiava un mondo che lo schiacciava e lo obbligava a chiedere le elemosina per continuare a vivere, né dell’umanità, perche anche se simile nei tratti morfologici, gli pareva così lontana, ostile e assente dalla sua realtà, tanto da non potersi assolutamente riconoscere in essa. Era come un essere senza forma o perché. Eppure, nonostante quell’ostilità, quel ripudio e quella voglia di urlare, di ricordare all’uomo i principi di uguaglianza e di fraternità, avrebbe voluto essere come tutte quelle persone.
Dopo questo pensiero, gli venne un’altra fitta al petto, questa volta più forte e intensa, come se fosse stato lacerato all’interno e, ancora una volta, vide un lampo accompagnato da un tuono, più silenzioso ma allo stesso tempo, più cupo e oscuro. Poi tornò il sole e Oscar continuò la sua ricerca del fiume, spossato e, allo stesso tempo, bramante di verità.
Si chiedeva il motivo di quei dolori al petto e di quei lampi improvvisi a ciel sereno quando, prima di darsi una risposta che come al solito non possedeva, raggiunse il fiume. Non si trattava di un vero fiume, ma più semplicemente di una grande fontana. Gli venne una gran sete solo a guardare tutta quell’acqua che gorgogliava in alto e poi tornava in basso verso terra, come una cascata. Pensò che, se non ci fosse stato nessuno nei paraggi, si sarebbe potuto fare anche un bagno ed avrebbe così finalmente eliminato quella puzza di fritto che tanto lo assillava. Per sua sfortuna, qualcuno lo stava guardando.
Infatti, al lato della fontana, c’era un’altalena. Sopra di essa, stava seduta una bambina.
Si dondolava appena sull’altalena, come sconsolata e triste. Era vestita con dei pantaloni blu e una magliettina gialla, portava un cerchietto verde e le scarpette rosse.
Oscar la guardò a lungo, non capiva se stesse piangendo. Si avvicinò a lei e, guardandola nel viso, vide che aveva pianto. La bambina alzò lo sguardo e lo guardò. Aveva due grandi occhi color castano, i capelli lunghi neri con la frangetta che le copriva la fronte, il viso colorato dalle guance color pesca, simpatico e giocoso, tipico dei bambini, sul quale era però dipinta un’espressione di tristezza.
Cosa le poteva essere accaduto? Che ci faceva una bambina così piccola da sola in quel parco? Oscar pensò che avesse potuto avere fra i sette e i dieci anni. Si avvicinò e provò a capire il perché della sua tristezza.
Non voleva farle paura. Sapeva che il suo vestiario, il suo aspetto e la sua puzza, non erano delle buone credenziali per presentarsi. Ancor meno a un bimbo che piangeva. Cercò allora di tenere le distanze e parlò alla bambina con tono pacato.
<<Perché piangi?>> - la voce era strozzata.
<<Perché sei vestito così?>> - la bambina rispose immediatamente, come se si aspettasse quel dialogo. Oscar fece finta di non aver sentito e le rifece un’altra domanda:
<<Perché sei triste? Sembri triste>>
<<Perché sei vestito così? Sei buffo>>
Oscar capì che la bambina era rimasta colpita dal suo modo di vestire e pensò che fosse meglio andarsene, prima che anche lei lo insultasse. Poi, mentre si era già girato per andarsene, la bambina gli parlò ancora: <<Ho perso la mia mamma. Non la trovo più!>>
Oscar si rigirò e, inchinandosi, riuscì a guardare la bambina dritto negli occhi.
<<Hai perso tua madre? Non devi preoccuparti, sono sicuro che è qui da qualche parte, forse ti sta facendo una sorpresa!>>
La bambina fece una smorfia di delusione e le uscì un broncio disegnato sul viso.
<<Non raccontarmi le bugie, lo so benissimo che non mi deve fare le sorprese! Non è mica il mio compleanno..>>
<<No..Ma quali bugie! Vedrai che la tua mamma è qui..Forse si è persa pure lei!>>
Dopo questa frase, la bambina cominciò a piangere e a urlare “Mamma, mamma!!”. Oscar capì che non l’aveva tranquillizzata, anzi, l’aveva spaventata. Pensò che sarebbe stato un pessimo padre. Cercò dunque di rimediare: <<No, no..Non fare così! Ora si sistema tutto..Dai..Dai proviamo a pensare a qualcos’altro! Per esempio..Ecco, come ti chiami?>>
Oscar non ricevette risposta, la bambina continuava a piangere e a disperarsi.
<<Ok, ok..Non vuoi dirmi come ti chiami..Allora se vuoi, vado a cercare tua madre! Sarà qui intorno! Vedrai che Oscar riesce a riportarti la tua mamma, promesso!>>
Oscar si alzò e, deciso a trovare la sbadata madre di quella bambina, si preparava a fare un escursione del parco, quando, ancor prima di cominciare, fu interrotto dalla bambina. Non piangeva più. Rideva.
<<Perché ridi?>> - Oscar pensò che forse quella piccola peste lo stesse prendendo in giro.
<<Oscar!>>
<<Oscar? Sì..E’ il mio nome! Perché?>>
<<E’ il nome di un cane! Però non sei un cane!>> - Si mise a ridere fragorosamente.
Oscar si sentì leggermente offeso. Il suo nome non era da cane..Però anche a lui non piaceva molto. Vide poi che la bambina aveva ritrovato il sorriso e capì che avrebbe dovuto scherzarci su.
<<Beh..Sì, è vero! E’ da cane..I miei genitori mi hanno chiamato così perché da piccolino le prime parole che ho detto sono state: Bau, Bau!>> - la bambina esplose in un’altra risata.
<<E da piccolo, invece dei biberon o degli omogeneizzati, mi lanciavano un osso e me lo mangiavo di gusto!>>.
La piccola era divertita e Oscar ne fu contento. Della madre non si scorgeva alcuna traccia, avrebbe dovuto cercarla, prima o poi. La bambina a quel punto gli fece un’altra domanda: <<Sei un barbone?>>
Una piccola sensazione di vergogna nacque dallo stomaco di Oscar, salendo in alto, dritta al suo cuore. Sperava che quella bambina non si accorgesse di quel particolare così imbarazzante ed evidente, ma si era sbagliato. Anche ai suoi occhi, era un povero barbone. Cercò però di ironizzare per non farla piangere ancora.
<<Io un barbone? No, no! Cos’hai capito..Io faccio finta di essere un barbone!>>
<<Nooo! Non ci credo! Non mi prendi in giro a me!>>
<<Dico sul serio! Non sono un barbone, in realtà vedi..Sono un attore!>>
<<Un attore? Non è vero! Non sembri un attore!>>
<<Giusto, non sembro un attore perché devo sembrare un barbone! E’ tutto nel film..Lo stanno girando proprio adesso, sai? Proprio qui, e io sono il protagonista! Un cane che si trasforma in barbone!>>
La bambina esplose ancora una volta in un’intensa risata. Era divertita. E anche Oscar, per la prima volta quel giorno, si mise a ridere di gusto, come non gli sembrava di aver fatto mai. Pensò che ridere così spensieratamente, anche per una piccola bugia, fosse bellissimo.
Il barbone smemorato decise allora che avrebbe potuto continuare a far ridere la bimba finche non avesse trovato la madre quando, uscita da un sentiero nascosto da alcuni cespugli alti come alberi, vide una donna. Era sulla trentina, forse trentacinque anni, i capelli corti a caschetto nerissimi, gli occhi scuri, grandi e intensi, le labbra pronunciate ma non prosperose, il viso preoccupato, il corpo magro coperto da un vestito di jeans celeste lungo fino alle caviglie e delle scarpe a zeppa verdi. La donna corse verso la bambina che rideva sull’altalena.
<<Cristina!! Cristina!!!>> - Era ovviamente la madre della bambina che, in un raptus di paura, la chiamava con foga per la felicità, o rabbia, per averla ritrovata.
<<Mamma, mamma!!!>> - La bambina, Cristina, scese velocemente dall’altalena per andare verso la madre ritrovata.
Cristina correva verso la sua mamma con il sorriso stampato sugli occhi. Teneva le braccia aperte, in modo da lanciarsi su di lei ed abbracciarla. La madre però, aveva altri progetti.
Come Cristina le si avvicinò per abbracciarla, le diede uno schiaffo. Il suono secco della sua mano che sbatteva contro la guancia della figlia, riecheggiò per tutto il parco.
La bambina rimase ferma, immobile. Il suo sguardo, ora vuoto e brutalmente sorpreso, cercava risposte a quel gesto. Forse si stava chiedendo cos’avesse fatto di male per meritarsi quello schiaffo così improvviso.
Come risposta, si mise a piangere.
<<Cristina!! Te l’ho detto mille volte che non ti devi allontanare da me quando andiamo al parco! Cosa ci facevi qui? Sei sempre su quell’altalena dannazione! E’ pericoloso Cristina, lo vuoi capire?!>>
<<Ma..Ma..Io stavo parlando..Con..Oscar..>> - la bambina parlava singhiozzando e piangendo.
La donna si era ora girata con lo sguardo verso Oscar, che era rimasto in silenzio guardando la scena di riunione famigliare.
Si alzò e si diresse verso il barbone. Rimase a un metro di distanza, squadrandolo dai piedi alla testa più volte. Il suo sguardo era pieno di disgusto per quell’uomo. I suoi occhi si muovevano velocemente cercando nella figura di Oscar qualcosa che potesse evitare di farla esplodere. Non trovò nulla, ovviamente.
<<Lei..Chi diavolo è? Cosa ci faceva qui con mia figlia?>>
Oscar sapeva cosa stava per accadere. Si preparò a ricevere dei pesanti e immeritati insulti.
<<Lo sa che Cristina non ha nemmeno nove anni? Si diverte ad importunare le bambine vero?>>
<<..Importunare?>>
<<Stia zitto!! Lei..Lei è uno di quegli esempi che mi fanno quasi pentire di aver messo al mondo una bambina. E lo sa perché? Perché ho paura! Ho paura che persone come lei, un poveraccio sporco e pervertito, rovinino la serenità e la felicità di mia figlia..Lei è un mostro, mi fa schifo!!>>
<<Ma..Signorina..Non è come pensa..>>
<<Se ne vada! Subito! E non si avvicini più a mia figlia o a nessun’altra bambina, e non osi mai più darle uno schiaffo, altrimenti chiamo la polizia! Anzi, Cristina vieni qui! Ce ne andiamo noi! Puzza troppo per rimanerle vicino. Andiamo a cercare subito una guardia così metteranno quel porco nel posto in cui merita. Andiamo Cristina!>>.
Oscar non capiva. Quelli che aveva ricevuto, non erano soltanto insulti, come quelli che aveva ricevuto durante la giornata. Quelle erano delle accuse. Gli era stato detto che era un mostro. Ma non aveva fatto nulla di male, nessuno schiaffo, nessuna felicità infranta, aveva solo fatto ridere un po’ quella bambina, cercando di aiutarla.
Cristina, presa per mano con forza dalla madre, si allontanava e guardava Oscar con i suoi grandi occhi colmi di mille lacrime pioventi. Sembrava quasi che gli stesse chiedendo scusa per il comportamento della madre.
Una fitta improvvisa lo colpì al petto. Un’altra, l’ennesima, ma sempre più forte della precedente. Si accasciò a terra per il dolore, non solo fisico, sentiva una sensazione di disagio e disgusto per ciò che era. Quello che aveva insinuato quella donna non era vero, ma si sentiva come un’entità inutile, che non meritava alcun rispetto. Non aveva nemmeno il coraggio di identificarsi come essere umano o come persona civile. Era un nulla.
Si sedette sull’altalena per cercare di riprendere fiato, per cercare di svuotare quei pensieri così pesanti che sembravano volessero trascinarlo sempre più in basso, verso l’inferno.
Poi vide qualcosa sull’altra altalena. Era un biglietto.
Si alzò di scatto per prenderlo, capendo subito che si trattava di un altro di quei biglietti. La donna. Dove stava? Si girò intorno per cercarla, ma non vide nessuno.
Prese il biglietto e lo aprì velocemente, divorato dalla curiosità. Ancora una volta, uno sfondo bianco e una scritta rossa: <<Perché sei così?>>
Questo era il messaggio del terzo biglietto. Cosa voleva intendere?
Oscar sentì un’altra leggera fitta al petto. Alzò gli occhi e vide che il cielo si stava oscurando. Udì in lontananza dei tuoni forti come delle esplosioni di bombe atomiche che pian piano si avvicinavano. Poi dei lampi, qualche goccia che cadeva dalle nuvole. E un’altra fitta, più forte. Non riuscì a rimanere in piedi e cadde a terra. Cosa stava succedendo intorno a lui? Perché era così? C’era una motivazione per cui stesse accadendo tutto questo?
Vide la fontana davanti a sé, a pochi passi. La sua bocca secca e assetata gli ricordò che non aveva ancora bevuto, aveva una gran sete. Si avvicinò all’acqua camminando carponi, mentre un’altra fitta, ancora più forte, lo perforava dentro, in luoghi così remoti in cui nessuno avrebbe potuto curarlo. Ancora un lampo, qualche altra goccia di pioggia.
Arrivò con fatica alla fontana, si affacciò verso l’acqua e allungò le mani per raccoglierne un po’. Proprio quando immerse le mani nell’acqua, vide qualcosa raffigurato in essa: vide un viso.
Un uomo, sui trent’anni, con la barba lunga nera, gli occhi scuri, piccoli e stanchi, con delle occhiaie pronunciate sotto di essi e delle rughe sulla fronte, le sopracciglia folte ma sottili, il naso con una leggera gobba e delle narici grosse, le labbra screpolate e fini, i capelli lunghi fino alle orecchie, neri ma con delle tinte brizzolate ai lati per l’effetto dei numerosi capelli bianchi. Un’espressione sconfitta. Persa, stanca.
Guardò quel viso più volte, e solo dopo un’attenta analisi, il suo ego riuscì a creare un’immagine sui suoi occhi, la sua immagine, capendo così che stava guardando sé stesso per la prima volta. Si sentì male. Quel viso, quell’espressione, quegli occhi, sapevano di morto. Non percepiva il calore della vita, non toccava il presente. Si chiese, ancora una volta, perché fosse così. E non trovò nemmeno ora una risposta. Un’altra fitta gli fece digrignare i denti, chiuse gli occhi per il dolore. Arrivarono altri lampi, tuoni e anche dei fulmini in lontananza, che sembravo avvicinarsi sempre più minacciosamente. La pioggia aumentava secondo dopo secondo, dipingendo il suo viso di grigio. Ma Oscar sapeva che quella che aveva addosso non era solo pioggia: erano le sue lacrime, piene di tutti quei perché, di tutti quei dubbi e dolori che lo stavano uccidendo.
Chiuse gli occhi e cominciò a urlare. Piangeva e urlava. Urlava un perché, una motivazione per tutto ciò, sbatteva le mani contro il marmo della fontana e tratteneva il dolore per un’altra fitta al petto, che si diramava lungo la schiena, fino alle braccia. Riaprì gli occhi e, lanciando un urlo soffocato, vide un’altra immagine riflessa sulla fontana. Sembrava una donna: aveva dei lunghi capelli scuri mossi, un giubbotto in pelle nero, dei jeans chiari e una borsa blu. Era la donna dei biglietti, colei che avrebbe dovuto dargli delle risposte.
Oscar si girò velocemente e la vide lì, in piedi, a pochi passi da lei. La vedeva di schiena. Finalmente era lì, così vicina. Con le poche forze che gli erano rimaste, si alzò in piedi e cercò di andare verso la donna. La chiamò, ma lei non fece nulla. Rimase ferma.
Continuò ad avvicinarsi a lei e, quando fu abbastanza vicino, le mise una mano sulla spalla. Le fitte aumentavano, cominciavano a diventare come un dolore costante. Oscar pensò che stesse morendo, il mondo intorno a sé glielo stava dimostrando: il cielo, le nuvole, i lampi, i tuoni e i fulmini, la pioggia e il dolore che sentiva nell’aria come una mostruosa presenza sgradita ma impossibile da trovare e cancellare.
Doveva assolutamente vedere il viso di quella donna. Lei ancora immobile. Oscar allora le girò intorno, per vedere finalmente quello sguardo che gli avrebbe chiarito ogni dubbio.
Oscar cominciò a gire in senso orario, mentre le fitte lo distruggevano dentro, mentre perdeva il controllo delle braccia, la sensibilità alle gambe. Le lacrime continuavano a scendere e non voleva far nulla per fermarle.
Continuò a girare intorno alla misteriosa donna, ma non riuscì a vedere il suo viso. Più ruotava intorno al suo corpo, più focalizzava la stessa immagine. Il suo corpo si muoveva, riusciva a vederlo, ma non il suo viso, che continuava a rimanere coperto dai capelli. Era come se la sua testa avesse un solo lato, una sola facciata: quella posteriore. E Oscar continuava a girare, cadeva e si rialzava, mentre la terra sotto diventava fango, e lui ruotava, cercava di aggrapparsi a lei, soffriva, le fitte lo martoriavano e perdeva ogni contatto con quel corpo, e poi urlava, urlava un “perché?”, un “chi sei?”, e poi ancora un “chi sono?”, e girava e correva ancora, all’infinito, mentre tutto intorno diventava scuro, mentre lui crollava a terra, in un ennesimo attacco di dolore al petto, che questa volta gli attraverso tutto il corpo, toccando ogni organo, ogni neurone, girovagando dentro al suo sangue, soffocandolo in una feroce morsa dall’interno. Oscar, buttato a terra in mezzo al fango, mentre la pioggia tempestava sui loro corpi, continuò a guardare la donna, sempre in piedi, ancora ferma, come se stesse aspettando la sua morte. Ebbe l’impressione che fosse lei, la morte. Provò a dirle qualcosa ma non ci riuscì e, sentendo un esplosione dentro di sé, si lasciò andare e, infine..Aprì gli occhi.
Vide che l’ambiente intorno a sé era completamente cambiato. Non stava più in quel parchetto, in mezzo al fango, sotto la pioggia battente. Bensì ora era circondato da quattro mura color celeste e un soffitto bianco. Tutt’intorno vi erano dei macchinari che non aveva mai visto. Sembravano dei computer, collegati fra loro da diversi fili e fra altre apparecchiature. C’era una grande finestra con delle tende azzurre alla sua sinistra, dal quale si vedeva il cielo completamente privo di nuvole e qualche alto palazzo in lontananza. Vide poi, sempre alla sua sinistra, uno strano oggetto: era come un palo sottile che aveva, nella sua sommità, una sacca di liquido rosso. Il palo aveva un filo collegato direttamente alla sua pelle. Fu chiaro a Oscar in pochi secondi che quella era una flebo e che quello strano posto era una stanza di un ospedale. Lo capì anche dal particolare lettino sul quale era coricato.
Non ricordava il perché fosse in ospedale. Aveva qualche frammentata e fugace immagine che gli ronzava in testa di tanto in tanto. Un parco, del fango, la pioggia, una fontana e una donna senza viso. Quelle esplosioni, quelle fitte, i lampi e i fulmini nel cielo. Sentiva fugace l'avvicinarsi della verità per riuscire a ricordare l’accaduto quando, dalla porta della camera, fin’ora chiusa, entrò una donna. Era bassotta, bionda e piuttosto formosa, nel seno e nel fondoschiena, ma con qualche chilo e rotolo di troppo, con i capelli corti, gli occhi celesti grandi e un’espressione preoccupata. Era un’infermiera. Appena lo vide sveglio, il suo viso mimò stupore e sorpresa. Corse subito indietro sui suoi passi e chiamò qualcosa o qualcuno. Oscar era stordito e non riusciva né a sentire, né a vedere bene. Gli faceva male il petto e il braccio sinistro. Sentiva una sensazione di spossatezza che era sicuro di non aver mai provato prima.
Nella stanza entrò un uomo: alto, magro, sui quaranta, con i capelli corti brizzolati, gli occhiali, appoggiati su un lungo naso aquilino, che coprivano due occhi piccoli e castani, le labbra sottili e un mento pronunciato e barbuto.
<<Signore, mi sente?>> - la sua voce era forte e decisa, un timbro pesante e rassicurante.
<<Lei..E’ il dottore?>> - la voce di Oscar, invece, era rauca e sottile. Sentiva la gola irritata, come se avesse urlato per giorni e giorni.
<<Sì, sono il dottor Lampis. Da quanto si è svegliato? Si sente cosciente? Sa dove ci troviamo?>> - nel mentre che gli poneva queste domande, il dottore, in piedi fianco al letto, puntò verso gli occhi di Oscar una piccola torcia dalla quale usciva della luce.
<<Non so..Da cinque, sei minuti..Sì, mi sento cosciente e a meno che questo non sia il paradiso, dovrei essere in un ospedale..Mi sento debole..Non ricordo..>>
<<No, non è il paradiso, sarebbe piuttosto deludente, non trova? Non ricorda cos’è successo?>>
<<No>>
<<Niente? Nemmeno qualche vago ricordo?>>
<<Nulla, dottore>> - Oscar mentì. Ricordava le immagini che aveva racchiuse nella sua testa, ma non era pronto per condividerle. C’era qualcosa di strano in lui, dentro sé stesso. Come se avesse preso conoscenza e coscienza di un altro corpo, di un’altra persona. Ancora non poteva capire.
<<Va bene, glielo spiegherò io. Prima, però, mi saprebbe dire come si chiama?>>
<<Co-Come mi chiamo?..Non sapete il mio nome?>>
<<Purtroppo no. Abbiamo cercato nei suoi vestiti, ma non c’erano documenti. Se lo ricorda? E’ cosciente?>> - il dottore lo trattava con parsimonia e premura.
<<Io..Io non ricordo..Mi spiace..>> - Oscar si sentiva confuso. Troppe idee si ammucchiavano nella sua mente oramai sovraccarica, non riusciva a scegliere verso quali avrebbe dovuto dare importanza.
Il dottore annuì con un gesto della testa. Richiamò l’infermiera, che era rimasta tutto il tempo in silenzio stando appoggiata sulla porta socchiusa, dicendole poi qualcosa all’orecchio. La donna andò in un angolo della stanza, dove stava un armadietto grigio. Lo aprì e tirò fuori un oggetto, che porse al dottore.
<<Lei non si ricorda nulla..Ora, proverò a darle questo specchio e, guardandosi, mi dirà se ricorderà qualcosa. Ci vuol provare?>>
Il dottore diede a Oscar il piccolo specchio per potersi guardare. Oscar non sapeva cos’aspettarsi: non ricordava il suo viso. Fra le immagini che aveva in testa però, gli compariva spesso, come un fotogramma apparso in mezzo alla stanza che perforava ogni oggetto presente là dentro, un uomo barbuto, sporco e con uno sguardo perso. Non sapeva se quell’immagine appartenesse al suo corpo. Ebbe un po’ di timore a guardarsi, per la paura di vedere quel viso raffigurato sullo specchio, ma quando lo alzò e si vide proiettato, notò che era ben diverso da quell’immagine: vedeva un uomo sui trent’anni, con gli occhi piccoli, il naso con una piccola gobba e le grosse narici, le sopracciglia folte e sottili, le labbra screpolate e sottili anch’esse, la linea del viso dura e marcata, i capelli corti neri con qualche linea bianca qua e là., il mento spigoloso e sbarbato. No, non era l’uomo che aveva immaginato.
E così, di colpo, guardandosi nello specchio, vedendo la sua essenza riflessa in quell’oggetto che lo aveva catapultato dentro il suo io più profondo, ricordò tutto.
<<..Oscar!!>> - disse all’improvviso ad alta voce.
<<Come dice..?>> - il dottore era incuriosito tanto quanto sorpreso.
<<Il mio nome..è Oscar!>> - sillabava il suo nome con una voce fiera e più netta rispetto a pochi minuti prima.
<<Oscar, bene! Si sta ricordando?>>
<<Sì, sì, sto ricordando tutto ora!>>
<<Ricorda anche il suo cognome?>>
<<Marelli, Oscar Marelli!>>
<<Bene, signor Marelli, sono contento di vedere che si sta ricordando del..>> - Oscar lo interruppe e continuò a parlare.
<<Mi chiamo Oscar Marelli, ho trentaquattro anni e ho un negozio di strumenti musicali in centro. Ho suonato la chitarra e la batteria per tanti anni quand’ero giovane, e poi decisi di aprire il negozio, per rimanere ancora in contatto con la mia più grande passione, la musica - mentre parlava si agitava, sbatteva le mani, scuoteva la testa, era come in preda a un orgasmo raggiunto grazie ai ricordi - Ma non sono solo un musicista e un commerciante, sono anche un marito e un padre. Sono sposato con Laila da circa otto anni, e abbiamo una figlia, una bellissima figlia, Cristina, che non ha nemmeno nove anni. Oh, le mie due donne!>>
Tutti quei ricordi riempirono Oscar di euforia e di passione, si sentiva vivo, e aveva come l’impressione che non provasse quella sensazione, così calda e tenera, da tanto tempo. A braccetto con queste emozioni, sentì anche malinconia e tristezza, senza dargli troppo peso.
Il dottore e l’infermiera, nel mentre che Oscar continuava a parlare del suo negozio, delle sue due bellissime donne, del suo nome e cognome, si guardavano in silenzio, scambiandosi occhiate indecifrabili.
<<Oscar, adesso si calmi, siamo molto soddisfatti che abbia preso coscienza, ma ora è il caso che si riposi un po’, va bene? E’ ancora molto debole>>
Oscar avrebbe voluto continuare a parlare di tutto quello che si era appena ricordato, di tutte quelle belle nuove immagini che gli riempivano la mente.
<<Appena si risveglierà e si sentirà un po’ meglio, mi faccia chiamare, e continueremo a parlare. Poi mangerà qualcosa>>
<<Va bene, grazie dottore>> - con un po’ di rassegnazione, dovette bloccare il suo best of di ricordi.
Il dottore si alzò dal letto e andò verso la porta. Uscì l’infermiera bionda e, prima che anche lui uscisse dalla stanza, Oscar lo chiamò: <<Dottore!>>
Il dottore si girò chiedendogli se avesse bisogno di qualcos’altro.
<<Ho fatto un sogno, dottore. Non un sogno, forse un incubo. Come glielo spiego, ah, quasi mi vergogno. E’ un sogno così stupido>>
<<Ci provi, l’ascolto>>
<<Non è nulla d’importante. Però, è così stupido..Sognavo di essere un barbone. Di avere la barba lunga, di essere tutto sporco, di aver il vizio della bottiglia e di vivere alla stazione dei treni!>> - Oscar fece una risata isterica mentre il dottore continuava a guardarlo e ad ascoltarlo, in silenzio. Poi continuò: <<E cercavo una donna, con una borsa blu, che mi lasciava dei bigliettini strani con frasi senza senso. E mi sentivo perso, un relitto, un fallito. E poi cercavo questa donna, ma quando la raggiungevo lei spariva sempre, e non riuscivo a vederle il viso, e poi vedevo lampi, fulmini, e continuavo a..>>
<<Oscar>> - il dottore lo interruppe, richiamando la sua attenzione - <<Ora si riposi>>
Oscar non fece a tempo a rispondere, che il dottore chiuse la porta alle sue spalle. Lui, coricato su quel letto d’ospedale, ripensò a quel sogno: al barbone, alla stazione, alla donna. E cominciò a ridere. Rise di gusto, una lunga risata chiassosa e a pieni polmoni, di quelle che fanno scendere le lacrime. Si disse quanto fosse stupido per la sua infinita fantasia di quel sogno e, fra un vago sorriso e una manciata di applausi diretti a sé stesso, si addormentò velocemente, in balia della debolezza.
Si risvegliò più tardi, qualche ora dopo, mentre era sera e, dalla grande finestra, si poteva osservare il sole cominciare a tramontare, diventando sempre più incandescente e pronto per il meritato riposo. Appena aprì gli occhi, vide che al suo fianco stava seduto il dottor Lampis.
<<Si è svegliato, Oscar>> - sembrava seduto lì, al suo fianco, per vegliare su di lui.
<<Ho dormito molto? Troppo?>> - la sua bocca era impastata e secca. Si girò dal lato destro e vide che sul comodino c’era un bicchiere e una bottiglia d'acqua. Se ne versò tre bicchieri in tutto, bevendoli con gusto, come se fosse il miglior cocktail mai provato al mondo.
<<Non c’è mai troppo riposo. Si sente meglio? Si è ricordato altro?>>
<<Mi sento un po’ meglio, grazie. Ho degli strani dolori però. Ma non ho fatto altri stupidi sogni, non si preoccupi>> - Oscar fece un grande sorriso al dottore, come per fargli capire che fosse già guarito da un male che nemmeno conosceva.
<<Mi scusi..Allora, Oscar, posso darle del tu? Del resto siamo quasi coetanei>> - Oscar fece segno di sì con la testa.
<<Bene, Oscar. Vedo che ti sei ricordato tante cose, sono felice per te. Però, sembri non ricordare il fatto più importante: perché ti trovi qui in ospedale>>
Oscar rimase a bocca aperta a pensare. Gli occhi che vagavano per la stanza. Non gli venne in mente nessuna risposta.
<<Non ricordi, Oscar? Non ricordi l’infarto che ti ha colpito?>>
“ L’infarto?” - Oscar continuò a porsi questa domanda svariate volte nella sua testa, talmente tante volte, che la parola stessa “infarto” non aveva più alcun senso.
<<Oscar, sei stato trovato tre giorni fa in un parco qua vicino da una donna, che ti ha visto a terra, ansimante, mentre ti contorcevi dal dolore. Era l’infarto, Oscar. Hai avuto un infarto cardiaco piuttosto forte, te lo ricordi?>>
Nessuna risposta, nessun movimento.
<<Sei giovane per avere già un infarto. E questo ci porta alla sua causa: l’alcol. Sei un alcolista, Oscar. Abbiamo fatto le analisi del sangue, e abbiamo scoperto il tuo problema. Bevendo tanto, hai creato dei disturbi ai vasi sanguigni e, per colpa dell’etanolo, si è creata una situazione di arteriosclerosi. Oscar, non ti ricordi dei tuoi problemi di alcolismo?>>
Oscar proprio non se lo ricordava. Poteva davvero essere, lui, un alcolista? Così spugna da provocarsi un infarto a trentaquattro anni? Non gli pareva possibile.
<<Non ricordi nient’altro?>> - Oscar disse di no, con voce quasi impercettibile, mentre una lacrima gli scendeva sulla guancia, segnando sul suo viso un’espressione triste, come quella di un bambino quando gli si nega di giocare.
Chiuse gli occhi con forza, cercando di ricordare o, forse, di cancellare tutto quanto, e all’improvviso un lampo gli oscurò la mente, un fulmine lo attraversò dentro e un tuono esplose nel suo cuore.
Pensò all’alcol, alla bottiglia, alla stazione, al barbone.
Oscar sentì rapidamente la cruda e implacabile sensazione di consapevolezza, quella che pervade e rosica ogni singola cellula del corpo, che non lascia spazio a nessun dubbio e illusione. Una verità assoluta ed onnisciente lo attendeva fuori da quella porta.
Il dottore vide Oscar mentre, con grande fatica, cercava di trattenere le lacrime che, tuttavia, continuavano a scendergli con sempre maggiore velocità dagli occhi. Singhiozzò qualcosa, come delle scuse, ma non riuscì a decifrare quelle parole. Passò qualche minuto e si calmò leggermente, smettendo di piangere, almeno dall’esterno.
<<Mi scusi dottore>> - la voce strozzata era diversa da quella che aveva sentito qualche ora prima. Sembrava la voce di un’altra persona, niente più euforia, niente più speranza, ma solo disperazione, come appena svegliato in un sogno che si rivela poi essere l’incubo dal quale si è scappati per tutta una vita.
Il dottore gli diede una pacca sulla gamba, un misero gesto di consolazione di una persona che non sapeva come comportarsi contro il risveglio di un barbone che aveva immaginato e sperato di essere un uomo.
<<Ora ti sei ricordato?>>
Oscar disse di sì e, soffiandosi il naso con un fazzoletto, chiese perché fosse così diverso dai suoi ricordi.
<<Come ti abbiamo portato qui eri conciato male. Ti abbiamo dato delle scariche col defibrillatore e, dopo diversi tentativi, ti abbiamo rimesso in pista - cercava di usare un linguaggio il più informale possibile per rendere meno satura l’atmosfera - poi, sei rimasto incosciente per qualche tempo. Durante questo periodo, prima di svegliarti, ti abbiamo lavato, ti abbiamo tagliato i capelli e fatto la barba. Ne avevi bisogno>>
<<Anche i capelli? Mi stavano così male lunghi? Sembravo troppo una rockstar?>> - Oscar cercò di sdrammatizzare.
<<Avevi le pulci, Oscar>> - il dottore non rise e abbassò la testa, guardando il pavimento. Poteva sentire la puzza della vergogna che quell‘uomo, disteso sul lettino, sentiva nei propri riguardi.
<<I vestiti che avevi sono stati bruciati, puoi capire perché. Ti daremo noi dei nuovi abiti, cercheremo in qualche modo di aiutarti, te lo prometto. Soprattutto con i tuoi problemi di alcol. Mi segui, Oscar?>>
Oscar lo guardò dritto negli occhi, senza dire nulla. Sapeva che se avesse continuato a parlare, il dottore gli avrebbe detto che non si sarebbe potuto permettere un altro infarto del genere.
<<Adesso Rosa, l’infermiera bionda dalle taglie forti che hai visto prima, ti porterà qualcosa da mangiare>>
A Oscar scappò una risatina piena di disperazione. Cercava di non pensare a quella triste realtà che solo per qualche ora, era sembrata semplicemente un brutto sogno.
<<Ah, quasi dimenticavo. Quando ti stavano togliendo i vestiti, gli infermieri hanno trovato questa nella tasca interna della giacca. E’ l’unico oggetto che avevi con te>>
Il dottore passò la fotografia a Oscar, che la guardò attentamente, come fosse un compito in classe per l’esame di stato. Si ricordava di quella foto. Nel suo “sogno” era sfuocata e impossibile da decifrare, scorgeva solo la figura e la linea di due ombre, con un giardino sullo sfondo. Ora, invece, poteva vedere bene quell’immagine: vi erano raffigurate due donne, una, più grande dell’altra, con i capelli scuri corti scuri tagliati a caschetto, gli occhi grandi, le labbra carnose, sorrideva e teneva in braccio l’altra donna, una bambina piccola, con i capelli lunghi neri a frangetta, le guance color pesca, gli occhi grandi come la donna che la sorreggeva, come anche il sorriso, macchiato da qualche dente da latte che non c’era.
<<Sono loro?>> - chiese il dottore, ansioso di sapere se quella storia, quasi come un telefilm, avesse un buon finale.
<<Sì, sono loro>>
Prima che il dottore uscisse dalla stanza, Oscar lo interrogò ancora: <<Dottore, avete trovato solo questa foto nella giacca? Non c'erano, per caso, dei biglietti? Tre biglietti con delle scritte rosse?>>
Il dottore rispose dicendo che non aveva trovato nessun biglietto, ne era sicuro. Salutò il paziente e uscì dalla stanza.
L’uomo sul lettino continuava a guardare la foto, schiacciato da mille pensieri, da un incubo che ogni secondo si trasformava e prendeva la forma della realtà. Disse poi, parlando sottovoce, come per non farsi sentire da nessuno, nemmeno da sé stesso: <<Sì, sono loro. Ma non ho idea di dove siano>>
Si addormentò mentre qualche lacrima continuava a scendere sul suo viso e, in sogno, vide delle strane sequenze: lui al negozio di musica che faceva dei calcoli sulle entrate e le uscite con una calcolatrice gigante, di quelle col rullo di carta, che stampava tanti numeri rossi che sembravano sanguinare e, dopo ogni calcolo, questi numeri diventavano sempre più grandi e Oscar sempre più piccolo, sempre più invisibile, come il negozio che, pian piano, chitarra dopo chitarra, mattone dopo mattone, spariva nel nulla. Vide anche una casa, una grande casa, e vide anche il suo viso e il suo corpo, seduto su una sedia di fronte a un tavolo, dove al centro, stava una grande bottiglia di vino. La bottiglia gli parlava e gli sorrideva, blaterando frasi in una lingua incomprensibile, aliena al suo udito. La prendeva in mano e l’abbracciava forte a sé, come una figlia, poi dalla porta entrava una donna, simile a quella che lasciava i biglietti: la testa girata al contrario, mentre il resto del corpo era al suo posto. La donna gli urlava contro, anche lei parlava in una strana lingua, sembrava come se lo stesse maledicendo, e poi un’altra donna entrava nella stanza, più piccola, una bambina, anch’essa con la testa capovolta, che piangeva, non faceva altro che piangere e lui, in preda al panico e alla frustrazione, le dava uno schiaffo in pieno viso e la sua testa, solo per un attimo, si girava dalla parte giusta, potendo così vedere il viso di sua figlia. Ma solo per un secondo, fin quando la testa si capovolgeva di nuovo e la bambina riprendeva il suo pianto. Oscar scappava, correva nelle stanze, negli anditi, nel giardino, mentre una grossa valigia lo rincorreva. Correva, correva veloce Oscar, finche non si ritrovava in una stazione dei treni, su un binario. Le sue sembianze erano cambiate: era diventato il barbone sudicio e sporco, con i vestiti a brandelli e con la puzza di fritto. Ma, senza rendersene conto, il treno era già alle sue spalle, a pochissimi metri, e andava così veloce, le luci lo accecavano e Oscar rimase fermo lì, ascoltando il frastuono assordante dei fischi, dei freni, delle lamine, del vuoto finche..
Oscar si risvegliò sudato. Sudatissimo. Gli faceva male la testa, il petto, le gambe.
Rivide fronte a sè, come in uno schermo di un grande cinema, l'incubo che lo aveva colpito poco prima: il suo negozio di musica, fallito, il nuovo vizio della bottiglia per dimenticare il fallimento e la sua rabbia che si sfogava contro chi non doveva, le sue due donne. Immaginò una donna, con una borsa blu e i capelli lunghi, che lo rimproverava, con il potere della sua presenza, per come si era comportato. Qualcosa di simile alla sua coscienza.
Passarono diversi giorni. Gli unici che andarono a trovare Oscar furono il dottor Lampis e l’infermiera bionda. Gli diedero dei vestiti nuovi: una maglietta intima nera a maniche corte, una camicia blu, dei jeans celesti, delle scarpe da tennis bianche e una giacca marrone scuro. Gli diedero anche una colonia, decisamente troppo forte, per profumarsi. Non era molto, ma con quei vestiti e con quel profumo, si sentiva già meglio. Come se fosse diverso. Come se bastasse un altro vestiario per cambiare completamente, per diventare migliore. Il dottore gli diede delle pillole da prendere e gli disse che avrebbe dovuto sottoporsi ad altri controlli. Oscar lo salutò e, dopo un attento e vigile sguardo del medico, come a rimproverarlo di non dimenticarsi della sua condizione, lo ringraziò con una stretta di mano. Il dottore gli mise in mano un biglietto e, salutandolo con un sorriso che sapeva di speranza, tornò al suo lavoro. Oscar uscì dall’ospedale e si trovò in strada.
Tutto era sempre uguale. La gente, le macchine, i palazzi.
Lui si sentiva diverso. Si sentiva vivo. Vivo, ma non felice, non in pace. Non aveva nulla con sé, solo una fotografia e il biglietto che gli aveva dato poco prima il dottore durante la stretta di mano. Lo guardò attentamente. C’era un indirizzo, un numero di telefono e il nome di una clinica. Girando il biglietto, vide anche un altro indirizzo e un numero di telefono, seguito da una scritta a mano che diceva: "Le tue donne". Oscar sorrise. Ora aveva capito cosa la sua coscienza voleva dirgli. Era ora di smettere di bere. Guardò anche la fotografia, rivedendo le sue due donne, così felici, così unite. Anche se in quel momento non faceva parte di quella serenità, di quel piccolo pezzo di paradiso, Oscar sentì che ci avrebbe prima o poi fatto ritorno, avrebbe riabbracciato le sue donne, e avrebbe rifatto parte di quella fotografia. Si sarebbe messo d’impegno, sapendo che, questa volta, avrebbe avuto un degno alleato contro i suoi demoni.
E ogni volta che sarebbe stato vicino alla crisi, avrebbe potuto ripensare a quella donna con i capelli lunghi castani mossi, il giubbotto in pelle, i jeans chiari, le scarpe nere e la borsa blu.


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