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lavoro pubblicato venerdì 2 settembre 2011
ultima lettura lunedì 30 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Masters - Fist Fucking Per Violino Solo (Capitolo 6)

di Ciaby92. Letto 777 volte. Dallo scaffale Pulp

Capitolo 6   Thomas ha degli occhi troppo belli. Ogni volta che il mio sguardo incontra il suo, vorrei spezzare quella dolcezza intrinseca che nascondono dietro gli iridi. Anche dopo venti, cinquanta, cento clienti, il suo sguardo non cambia mai...

Capitolo 6

Thomas ha degli occhi troppo belli. Ogni volta che il mio sguardo incontra il suo, vorrei spezzare quella dolcezza intrinseca che nascondono dietro gli iridi. Anche dopo venti, cinquanta, cento clienti, il suo sguardo non cambia mai, mentre il mio ha perso completamente vitalità. I miei occhi, così scuri e poco umani, sembrano pietre da scagliare contro i porci che mi stanno sotto, avvinghiati alle mie caviglie. Nient’altro, solo armi. I suoi, invece, sono oceani da solcare. Vorrei gettarmi dentro di lui e nuotarci dentro e naufragare sulla sua anima, senza sentire il bisogno di scriverci sopra HELP affinchè i suoi lobi possano vedermi e salvarmi. Voglio disintegrarmi dentro di lui. Diventare polvere. Di stelle o magione per acari, non importa, voglio essere polvere che ti circola nel sangue, che ogni tanto ti fa soffocare e che ti è sempre accanto. Sarò lo spettro seduto sulla tua schiena, la macchia d’umidità sulla parete del tuo appartamento e i rumori molesti che ti inquieteranno la notte. Thomas, io ti amo.

“Che hai da guardare?” mi chiede Thomas, notando i miei occhi sgranati e fissi sul suo collo.

“N-n-niente... è solo che ti trovo bellissimo, oggi…”

Io amo Thomas perché non voglio scoparlo.

“Grazie…”. Indossa una maglietta con la copertina di “Unknown Pleasures” dei Joy Division, un cardigan nero, un paio di pantaloni scuri aderenti e degli anfibi neri. Abbassa lo sguardo, che cade sui mozziconi di sigaretta abbandonati dai passanti. “Prima di andare da Erika, ci fermiamo a mangiare qualcosa?”

“Non ho molta fame, ma va bene…Accompagnami a prendere le sigarette”
Thomas annuisce.

C’è sempre stato un rapporto strano tra noi. Forse, in contrasto con quel lavoro che ci stava svuotando la vita, tentammo persino di amarci come una coppia. Io amo lui e lui ama me. Ma c’è sempre stato qualcosa di strano. Non c’era mai il sesso tra noi e persino il nostro rapporto puramente sentimentale si incrinava, perché eravamo due masters. E l’amore tra masters non implica la sottomissione. Sì, quel lavoro ci aveva rubato l’anima. In toto.

Ci lasciammo assai quietamente, ma siamo sempre rimasti insieme. Spesso ci baciamo, ci facciamo le coccole, ci abbracciamo, ma in tutto questo resta sempre quell’insopportabile senso di tensione feroce che ci disturba. È l’amore. Quel dannato mostro a tre teste con fauci mostruose che ti obbliga ad essere dolce. Quel dannato mostro chiamato eros con la maschera di un bambino di tre anni. Dietro la dolcezza c’è sempre l’intento malvagio, la schifezza ipersonica. Ecco, l’amore è proprio questo: è un sorriso a trentadue denti che nasconde la voglia di copulare. Decuplicazione dell’ipocrisia, la vergogna di un abbraccio, il tempo che ci vuole per intrufolarsi dentro un’altra persona per cambiare identità.

La decadenza a cui siamo andati incontro dimostra che l'i-phone sia il clitoride del ventunesimo secolo. Nessuno ha più voglia di guardarsi, figurati di parlarsi. Questo secolo è l’elogio all’autoerotismo. Nulla ha più senso, se non il picchiare, perché picchiare è il tramite con un mondo esterno che ti fa reagire. Il sadomasochismo ti sussurra “Tu esisti” al timpano. È questo quello che ci frega, però. Esistiamo, ma non siamo.

Abbraccio Thomas, seduti su una sedia, mentre il tramonto sta per disegnarsi in cielo, con i suoi colori che vanno dal rosa al grigio, dal rosso al blu. Sento un inconfondibile odore di smog, misto a quello che sembra Armani Code. Il suo odore. Lui mi stringe e la strada sembra desertificarsi.
“Andiamo a prendere le sigarette?” mi chiede, forse per paura che qualcuno ci possa vedere.

“Restiamo ancora qui, almeno due minuti.” Gli rispondo, con la bocca appoggiata al suo collo. E lo sento pulsare.

“Dai, qualcuno ci vedrà…”
“Thomas…”

“Sì?”

“Ti prego, taci.” E detto fatto, lui tace e chiude gli occhi. Come un bambino ubbidiente.

“Però anche tu, ti prego, devi tacere” E detto fatto, io taccio e chiudo gli occhi. Come un bambino ubbidiente.

Lui è come se fosse mia madre. Mi protegge ogni volta che, dopo un appuntamento con i clienti, mi sento sul punto di crollare. Lui è il mio Samuele, la Medea che mi impicca.

Lo bacio sulla punta delle sue labbra. Lo esploro con le palpebre abbassate, come un bambino che studia le cose che vede per la prima volta. Come un sogno senza fine, dal quale non vorresti svegliarti mai. Thomas mi stringe più forte e intrufola la sua lingua, tra le mie labbra. E sento la sua anima, e sento che c’è, e sento di non essere solo, e sento che io, al contrario, non esisto più. Thomas mette la sua mano dentro la camicia, per sentirmi il petto e tiltillarmi il capezzolo. Gemo. La sua mano calda mi raffredda la pelle, e sono cadavere.

E poi penso ad Erika, che sorridente ed immobile, mi sussurra “Papà, Paparino, Non fottermi.”

Le scende del sangue dalla tempia e le cola lungo il viso.

Sussulto annaspando. E Thomas quasi si spaventa: “Che ti succede?”
Scuoto la testa: “No, niente.”

Thomas torna sulle mie labbra e mi abbandona un bacio a stampo.

“Abbracciami” gli sussurro, trattenendo le lacrime a fatica. “Abbracciami e non lasciarmi più andare.”



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