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lavoro pubblicato sabato 27 agosto 2011
ultima lettura sabato 16 febbraio 2019

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AOSTA 22-23-24 AGOSTO 2011

di Nigel Mansell. Letto 1014 volte. Dallo scaffale Viaggi

Finalmente l'ho fatto: in Vespa sino ad Aosta, la mia città natale. Che poi la Vespa abbia dodici anni, sia una ET4 di centoventicinque centime...

Finalmente l'ho fatto: in Vespa sino ad Aosta, la mia città natale.

Che poi la Vespa abbia dodici anni, sia una ET4 di centoventicinque centimetri cubici e si sia in due sulla sella con relativi bagagli, sono dettagli certo da non trascurare.


Da Casale Corte Cerro, un balcone sul Lago Maggiore, si viaggia regolari a ottanta chilometri orari costeggiando il Lago d'Orta; il fruscio del vento fa appena avvertire il brontolio del motore quattro tempi che non delude mai; poi si attraversa Gozzano e si prende per Borgomanero; ora giù a rotta di collo per la collinetta che a nord fa da spalla a Romagnano Sesia, negli occhi il panorama della Pianura Padana che si materializza immensa all'orizzonte, tanto piatta ed infinita che ci si aspetta di vedere il mare là in fondo; attraversando il Sesia ci si porta a Gattinara, poi il Biellese, con appunto Biella che attende sulla collina; e ancora, sempre verso est, si sale e poi si scavalca la splendida e davvero sorprendentemente elevata Serra, dalla cui sommità ci si affaccia sul Canavese; una volta ridiscesa la schiena morenica della Serra, un forte e persistente vento, annuncia l'imbocco della Valle d'Aosta che percorro tutta, tenendo la destra della Dora Baltea, sino al capoluogo.

Ed è proprio tutto un altro viaggiare con la Vespa. Non si corre troppo da non apprezzare i paesaggi né si va troppo piano perché la strada diventi interminabile. Si possono percorrere tranquillamente almeno trecento chilometri al giorno, senza uscirne distrutti. Esposti al vento e ad ogni variazione del clima che si incontra lungo il percorso, si riscopre la parte, diciamo eroica, del viaggio; cosicché il trasferimento, l'itinerario, il percorso che si snoda tra prati, case e valli, fiumi e laghi, diventa parte integrante della vacanza, anzi ne è la parte migliore. Si apprezzano i profumi e gli odori circostanti, fermandosi poi spesso per riposare le terga e allora dalle parlate dei baristi e camerieri, si ha la sensazione tangibile della differenza tra i luoghi che si percorrono. Le ruote sono piccole, bisogna fare attenzione alle buche ed alle differenze di livello del manto stradale: gli occhi sono sempre fissi sulla strada; riporti pertanto la sensazione di aver davvero conosciuto centimetro per centimetro la strada che hai percorso.


E' Bard con il suo forte la vera porta della Valle. Nonostante Napoleone ed il tempo, il sistema di fortificazione è stato riportato al suo antico ed austero splendore. Serra la Valle nel punto più stretto, ma una volta passati al di là, si dischiude tutta la bellezza degli scenari creati prima dai ghiacciai e poi dalla Dora Baltea.

In vero per Saint-Vicent si sale parecchio, quasi non me ne accorgerei se non fosse che la povera Vespa non reagisce alla mie sollecitazioni: continuo a dare di gas ruotando il polso sulla manopola, ma il motore non sale di giri. Ora guardo in fondo alla valle, l'autostrada e la Dora, prima alla mia stessa altezza, ora sono rimaste laggiù, davvero lontane: siamo saliti moltissimo.


Aosta è cambiata e continua a cambiare velocemente. Dal 1979 si è trasformata moltissimo, da città contornata da un interland prettamente agricolo e dedito all'allevamento, con l'abitato praticamente fagocitato dall'acciaieria Cogne, ora è una moderna cittadina turistica principalmente dedicata alla ricettività ed al settore del terziario avanzato.

La regione Amérique appare ora come una piccola Las Vegas. Il fondo valle si è riempito di abitazioni, capannoni e centri commerciali. Dove io, proprio in questo periodo, vedevo le mie amate mucche di ritorno dalla transumanza, tese per la sfida della Batailles de Reines, ora c'è solo asfalto e cemento.

Ricordo con malinconia, un abitato in bianco e nero, fatto di palazzoni costruiti in fretta e furia per gli operai della Cogne, tanto da fare apparire Aosta come una cittadina industriale d'oltre cortina. Ora un'edilizia più aggraziata ma molto più ordinaria, la pratica di tinteggiare le case oltre che del solito bianco di altri colori soprattutto nelle varie tonalità del rosso e rosa, ha tramutato la zona a ridosso del centro storico romano, in una molto più comune cittadina, un qualsiasi centro ai piedi delle Alpi. La larga avenue che dalla lupa si protendeva verso il Monte Bianco, ora non ha più il prato al centro, dove, ricordo, alloggiavano i circhi equestri itineranti.

Anche Busseyaz, ai piedi della Quota 815, proprio sopra Saint-Christophe, dove passavo le domeniche, non è più quella che ricordo. Ed anche se la cerco, non c'è più la stalla dove rincorrevo Miè, per vederlo mungere le mucche con il suo sgabello dall'unica gamba, che si legava in vita: ora è diventata un'abitazione.


Lo Teisson dove alloggiamo è molto curato e di impatto, è stato recuperato lo spirito valdostano da una vecchia cascina. Per via dei miei ricordi confusi, mi era convinto che Pollein fosse solo un centro industriale alla periferia di Aosta. In realtà oltre la Dora di fronte alla Cogne, mi sorprende una località ricca di verde ed abitazioni tipiche, rimaste pressoché invariate.


Questa non la sapevo: sotto l'altare della cripta di Sant'Orso c'è un angusto passaggio, che se attraversato, trascinandosi a terra carponi da destra a sinistra, ma attenzione solo in passaggi dispari, permette di ottenere l'intercessione del Santo taumaturgo, ovviamente ci provo.


Da un castello all'altro, infine mi spingo sino a Courmayeur. E' l'ora della passeggiata con la sfilata dei ricchi, degli arricchiti, di chi non ne ha e fa finta di averne e di chi è lì solo per guardare. Tanti negozi di lusso sotto lo sguardo severo del Monte Bianco: ma chissà poi perché uno deve salire fin quassù, a milleduecento metri di quota, per comprarsi un Rolex? Mah! Forse per farsela dare dalla giovanissima ganza di turno...


E poi non c'è neanche più l'Ottoz. Hai voglia a cercarlo su e giù per la statale. Me lo conferma un cameriere della pizzeria dove mi gusto una pizza valdostana ricca di fontina: al suo posto c'è un negozio di articoli sportivi. Quindi niente più assaggini gratis di grappa alla genziana e genepy: era l'immancabile tappa di ogni pullman turistico. Eh ma il Paradiso dei Bimbi, a fianco della Cattedrale, c'è sempre e forse c'è ancora il segno lasciato dal mio naso schiacciato contro le vetrine per ammirare i trenini elettrici dopo la messa. Non ci sono più i Carabinieri nel palazzo Roncas, ma io che l'ho potuto vedere più volte, non dimentico gli interni di quello splendido edificio. Nei campi di bocce, immancabile corredo di ogni bar e trattoria, cresce ora l'erba. Nell'avvicinarsi, non si sente più quell'odore di vino nero mischiato con il tabacco delle sigarette fatte a mano e delle nazionali senza filtro. Non si ode più lo schioccare delle bronzine lanciate a bocciare per fare il punto o a disfare ambiziosi piani, né il suono sordo delle stesse che si schiantano a fine campo contro l'asse di protezione. Nessuno va più a segnare il punto sugli orologi di latta fissati alle reti di protezione, dopo aver misurato le distanze delle sfere con il compasso di acciaio, tracciando infinite righe sulla terra battuta, per verificare a chi spetta il punto.


Dopo ventiquattro favolosi chilometri di salita e quasi millequattrocento metri di dislivello, l'eroica ed ansimante Vespa, ce l'ha fatta a raggiungere Breuil-Cervinia. Il cambio a variatore della mia Vespa ET4 non è assolutamente concepito per le ripide salite di montagna, e si finisce sempre col trovarsi con un rapporto più alto di quello necessario. Ma nonostante la sua natura cittadina lei è arrivata in cima e con orgoglio la ritraggo in una foto che la immortala con lo sfondo delle incantevoli montagne della Valtournenche.

Nonostante i grattacieli camuffati da Chalet, un'edilizia selvaggia e dissennata, un via vai di auto di grande cilindrata, e personaggi diciamo eccentrici, il Cervino rimane uno spettacolo mozzafiato. D'estate, rispetto all'inverno quanto tutto è bianco, è ancora più maestoso ed emozionante, con il grigio delle rocce che si raffronta con l'azzurro del cielo.


Saint-Vicent, se lo è mai stata, è ora una nobile decaduta. Edifici fatiscenti, negozi fuori moda, un albergo in stile razionalista in abbandono e un cine-teatro trasformato in supermercato. Altoparlanti, gracchianti e stonati, diffondono musichetta pop di gusto dozzinale per il centro, questo non fa che aggravare la sensazione di decadenza. E' vero, il suo casinò è tutt'ora molto frequentato e per fortuna si possono ancora gustare i tipici torcetti. Ma che ne è del suo passato fatto di charme e di classe grazie al centro termale e alle numerose kermesse che si organizzavano in città, tra tutte il Disco dell'Estate... sono tempi oramai veramente lontani.


Davanti a Sant'Orso, la mostra del pittore indigeno Ezio Bordet. Abbiamo anche la fortuna di incontrarlo, forse lì per qualche e sempre utile massaggio dell'ego, che potranno procurargli i visitatori della mostra.

E' una pittura dallo stile molto personale, direi con gusto novecentesco, militante e nostalgica, che rievoca e rende immortali i vecchi e oramai abbandonati mestieri della Valle d'Aosta. Sulle tele ci sono le genti della valle che si ritrovavano secondo i tempi dettati dalla natura, la semina, la mietitura... Le braccia muscolose con gli attrezzi della agricoltura e le manualità richieste dall'allevamento; le donne con le loro cure e faccende quotidiane. Pochi colori, caldi e forti. E' piacevole constatare che nuovi artisti promuovono e rinnovano lo spirito della Valle.


Un acquazzone estivo, un improvviso e violento piovasco dalle caratteristiche quasi tropicali, con pioggia veramente a catinelle e grandine, interrompe la calura di una caldissima giornata che ha raggiunto quasi i quaranta gradi. Non rimane che riparare in camera, sintonizzarsi su di un noioso e rassicurante telefilm ed il sonno non tarda ad arrivare.

Quando oramai sono scese le tenebre, finalmente smette di piovere: si rinforca la Vespa. Questa volta verso Gressan per sorprendere Aosta alle spalle.

E che sorpresa scoprire i castelli illuminati, non li avevo mai visti così, neanche quando abitavo qui. Il primo è quello di Aymavilles che appare a metà collina, poi a destra quello di Sarre e laggiù in lontananza, con la chiesa che gli si è attaccata alle terga come una fastidiosa zecca, il castello di Saint-Pierre. La complice oscurità li fa emergere dal nulla. Le luci che li illuminano dal basso, rendendoli rilucenti e quasi sospesi nel nulla, si ottengono così delle indimenticabili immagini, eteree e fatate.


Lo Teisson, il nostro B&B o meglio Chambre d'Hot, deve il suo nome al tasso, in patois. Il nonno della titolare, negli anni sessanta allevò questo tasso con tale cura da renderlo addomesticato, ed ora, imbalsamato, osserva fiero i turisti nella sala delle colazioni, che era poi l'antica stalla.

Chiedo conferma alla titolare, se è Pollein il paese dove le campane suonano alle undici e trenta anziché alle dodici, io le sentivo dall'altra parte della Dora, nella Regione Brenlo dove abitavo. Mi conferma la cosa, ed allora la sorprendo. Si deve alla cacciata di Calvino dalla Valle, le dico, ma questo neanche lei lo sapeva.


A Bard, nel forte, c'è la mostra multimediale sulle Alpi, sui territori e le popolazioni che la abitano e l'hanno trasformata per sopravviverci: bellissima; molto meno quella annessa di Mirò, per noi a tratti incomprensibile.

E che impressione in una sezione della mostra sulle Alpi, vedere la documentazione degli eccidi che i Savoia compivano ai danni delle popolazioni di stambecchi e camosci. Organizzati come un piccole esercito, con cavalli e vettovaglie, armati sino ai denti, con spedizioni fatte di decine e decine di persone, non si sottraevano poi alle foto di rito con i cadaveri di tutte quelle povere bestie. Poi con le centinaia di corna che strappavano da quegli sfortunati animali, anche dai cuccioli, si dilettavano in stucchevoli decorazioni delle immense pareti del castello di Sarre: disgustoso e molto irritante!


Ed infine, la Vespa dodicenne, nonostante il peso ed i chilometri, le fatiche di Courmayeur e di Cervinia, ci riporta sul lago.


Nigel Mansell



Commenti

pubblicato il 06/09/2011 10.50.22
unaluna, ha scritto: sempre deliziosi i resoconti dei tuoi viaggi. in sella alla Vespa dodicenne deve essere tutto molto fantastico ed.. umano. anche io questa estate con mio marito ho compiuto un viaggetto del genere sulla sua moto. è stato un viaggio effervescente!. quello che mi ha colpito del tuo diario di bordo è l'attenta analisi dei luoghi ove sai ben analizzare, in modo circostanziato ma sintetico, le differenze tra ieri e oggi. ieri tutto un altro mondo, oggi un mondo omologato nel quale più nn ci ritroviamo. bene Nigel, è sempre un piacere leggerti!.1ciao da una collaudata amica di scrittura e di lettura.

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