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lavoro pubblicato sabato 13 agosto 2011
ultima lettura domenica 13 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Masters - Fist Fucking Per Violino Solo (Capitolo 2)

di Ciaby92. Letto 886 volte. Dallo scaffale Pulp

Ho sognato di contrarre la sifilide dagli insetti, da quelle larve lunghe e nere che sono i tuoi capelli. Ho sognato che mi trafiggevi le interiora a suon di "Bastardo!", colpendo duro al di sopra dell'ombelico.

Capitolo 2

Ho sognato di contrarre la sifilide dagli insetti, da quelle larve lunghe e nere che sono i tuoi capelli. Ho sognato che mi trafiggevi le interiora a suon di "Bastardo!", colpendo duro al di sopra dell'ombelico. Ho sognato che mi sognavi mentre mi sporgevo, bambino, troppo oltre il balcone. Puoi anche credermi morto, ma voglio che mi pensi. Voglio starti sulla coscienza, appoggiato sulle tue spalle, con i denti sul tuo collo. A fottere i tuoi occhi. A fottere i tuoi occhi. E rivenderli.
E sia panico.

E sia panico.

La tua finta saggezza.

Thomas, mio unico, grande amore.

Si schiude come una rosa e si distrugge. E piange ogni volta che incontra un cliente.

Oggi mi ha chiamato, dopo che ho liquidato il mio solito grasso imprenditore sposato, chino sulle ginocchia e con il sedere devastato dalla cellulite maschile. Neanche sapevo che esistesse. Mi ha detto che era nudo, chiuso nel bagno del suo imprenditore grasso. Si stava per fare la doccia. E sentivo l’acqua che scendeva e scivolava sulle piastrelle fredde del muro.


“Non voglio più fare questa vita di merda”. E sentivo a malapena la sua voce, che la cornetta era intasata dalle sue lacrime.

“Non piangere, gli uomini che piangono sono poco attraenti. Un master non piange mai”.

“Io lascio… tu non sai che cosa mi ha chiesto di fare…”
“Se lui ti chiede qualcosa che non vuoi, devi dire ‘col cazzo’ e poi picchiare”.

“Non ho lo spirito giusto, a volte non ce la faccio. Non sono abbastanza soldi”

“Li vuoi i soldi per l’università, no? Credi che a me piaccia?”
“A volte, credo proprio di sì.”
“Smettila di piagnuco…”

“Mi ha chiesto di cagargli in faccia.”

“Che cosa?”
“Sì…”
“E tu l’hai fatto?”

“Ora vado. Ci vediamo tra poco.”
“Ti aspetto alla stazione tra mezz’ora.”

“Ciao.”
“Ciao.”

Sentivo la tristezza di Thomas. Contagiosa la malinconia. Sulla pelle scivola esausta, ma palpabile e decisa. E alla fine anche io, il crudele carnefice degli impiegati grassi, sento la tristezza nel cuore. non vorrei far vacillare sempre il mio bastone.

L’idea è stata nostra. Doveva essere un lavoretto per raggiungere un infido futuro precostruito in un mondo di pura decadenza. Io che volevo dipingere e lui che voleva recitare e doppiare. Ma Dio solo sa dove li prendono i soldi chi fa quelle scuole. Chi può permettersi di rincorrere i suoi sogni, senza fare per forza un lavoro mediocre?

Figli di precari o disoccupati. Baristi e camerieri insoddisfatti.

Noi non volevamo cadere nella depressione, non volevamo essere un accessorio della nostra città distrutta. Sarà la città a morire per noi. Non il contrario. E guarda un po’, alla fine siamo morti sul serio. Peggio di tutti quei baristi insoddisfatti e con le occhiaie dei pendolari. Siamo carcasse ambulanti che sputano sui loro clienti, ma in verità siamo oggetti da mobilio, piccoli e lussuosi pezzi da supermercato. La gente paga per averci, per usarci. Usa e getta. Usa e getta.

Lo schizzo di sperma dell’impiegato obeso è sempre l’extra. La mancia per aver fatto bene il lavoro.

L’impiegato obeso di Thomas si sta intingendo il dito sul petto, dove le perle bianche del mio amico si sono sparse. Si porta il dito alla bocca. Succhia. È nettare. Vita.

Ecco la fregatura. Nonostante il dolore, i nostri clienti provano la vita. Noi moriamo ogni volta.

Dicono che le mosche mi donano, che mi ravvivano gli occhi spenti. Dicono che vestito di lividi sto molto meglio, che la mia pelle bianca acquista subito colore e lucentezza. Che ho bisogno di fumare meno, perché altrimenti mi si cancella l’odore di cenere vitale. Che si sente solo il tabacco e non sembro più uno spettro. Che i miei occhi sono lune in totale eclissi. Sono bello solo se morto. Dicono che devo mangiare meno, perché temono che le mie guance perdano il loro fascino, quel fascino di essere così scavate, di sembrare solchi.
Perché è così tanto cool essere la vittima, quando mi è concesso essere il carnefice? Perché essere sempre il carnefice non è così appagante? Perché gli esseri umani creano sempre problemi attorno a loro, che sono via via sempre più grossi e disturbanti?

Nulla è semplice.

Anche la cosa più elementare può essere discussa.

Uno che non ha studiato matematica può mettere in discussione il fatto che due più due faccia quattro, può non essere d’accordo. Nulla è sincerità.


Così anche noi siamo costretti a mentire. Sempre.

E a picchiare duro.

A non dare nulla per scontato.



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