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lavoro pubblicato domenica 7 agosto 2011
ultima lettura giovedì 4 aprile 2019

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Maestrale

di elisa55. Letto 798 volte. Dallo scaffale Fantasia

La ragazzina dai capelli biondo-rossastri...


La ragazzina dai capelli biondo-rossastri, tirati giu’ dritti dritti sulle spalle, con i grandi occhi verdi sgranati su un mondo che non riusciva a comprendere, guardava, seduta su una panchina del parco, il mondo girare intorno a lei. Guen, cosi’ si chiamava da sempre, arriccio’ il naso lentigginoso mentre golosa mangiava un gelato. Ogni tanto si tirava sul davanti la magliettina rossa che non voleva saperne di coprirle la pancia prominente, ma lasciava subito perdere, attenta a non macchiarsi dita, maglietta e faccia con il gelato.Era estremamente stanca e assonnata. Soprattutto non sopportava la fatica di dover affrontare le folate di vento di quel bel pomeriggio, e la fatica di dover vivere ancora su quella panchina, in quello stupido parco.Lei , 17 anni compiuti da qualche mese, una casa l’aveva,o l’aveva avuta, con una genitrice, la madre vedova e anzianotta, che passava il tempo a farle interminabili prediche sulla vita.Cosi’, quando Guen aveva comunicato alla madre di essere rimasta incinta per il troppo amore con uno studentello universitario fuori sede, senza ne’ arte ne’ parte, si era sorbita due ceffoni, non troppo forti per la verita’, qualche urlaccio, un’ora di predica e il perentorio ordine di abortire immediatamente o andarsene da casa.Non le andava di abortire, un po’ per paura, un po’ perche’quel coso che aveva in pancia le teneva stranamente compagnia. Oddio doveva ancora essere piccolissimo, ma qualche volta sognava di lui o di lei, come di una bella cosa con cui giocare. Furono inutili i maneggi piu’ o meno legali della madre per farla abortire, lei non voleva e basta. Scappo’ anche dalla stanza di uno strano medico da cui era stata portata in un estremo tentativo di convinzione. Infine la madre piu’ che mai esasperata, l’aveva sbattuta fuori di casa. Cioe’ no, lei aveva scelto di andarsene. Meglio la vita su una panchina che i rimbrotti continui, le occhiatacce, i sospiri materni, i commenti di chi la conosceva sulla pancia che iniziava ad essere tale,.e tutte quelle cose li’, che rischiavano di farla sentire una “ marziana” caduta per caso sulla terra o qualcosa del genere. . E poi le piaceva la liberta’ di non dover andare a scuola, di muoversi libera, di sognare un futuro con il suo bambino, che magari sarebbe anche diventato astronauta o musicista. Sorrise divertita, ma subito si sposto’ dal viso i capelli che quell’incredibile vento a folate le aveva buttato in faccia. Un vento strano quello, sembrava la perseguitasse, la seguisse in ogno posto, curioso di tutti i suoi spostamenti.
“Ciao Guen, che stai facendo?” era lui, il suo ragazzo, il coglione che l’aveva messa incinta.
“Ciao, cosa vuoi che faccio in queste condizioni, mangio un gelato…”
Mauro si sedette accanto a lei, come al solito senza parlare e guardandola di tanto in tanto.
“Beh, che hai da guardare?”.
“Io… no niente, hem…forse domani torno a casa dai miei, sai com’e’.
“No io non so com’e’, so solo che sei uno stronzo, e che te ne sei fregato da sempre di me e del bambino, ed ora corri da mamma e papa’ per farti consolare della mia gravidanza.”
“Dai Guen sai che non e’ cosi’, debbo andare a casa per concentrarmi sul prossimo esame, comunque penso di tornare. Tieni ti ho portato un panino e un po’ di pollo. Se vuoi fino a domani possiamo stare insieme su nella mia stanza.”
“Il panino lo mangio perche’ ho fame, ma a casa tua non ci vengo, non sono il passatempo di nessuno io. Potevi anche sprecarti a chiedermi di vivere insieme quando e’ iniziato tutto questo, ma tu niente, hai da studiare e tutte quelle cose li’, e non vuoi impegnarti per ora.”
“Ma dai Guem sai che ti voglio bene, e poi forse un giorno chissa’..”
“Ciao, preferisco cambiare panchina, e non venirmi dietro, tanto non attacca.”
Si alzo’ dirigendosi dall’altra parte del parco sospinta, anzi quasi spintonata dalle folate calde di quel vento cosi’ strano.

Era passato qualche mese, e Guen ormai vicina al parto, viveva in casa con la madre, ma quando il tempo era clemente fuggiva a passeggio per le strade o nel parco.Non riusciva proprio a tenere in casa quel suo pancione. Ormai era in bella evidenza, e si divertiva un mondo a portarlo in giro per il mondo. Qualcuno che la conosceva la guardava con occhi severi o interdetti, ma lei se ne fregava di tutto cio’.Non le interessavano piu’ neanche i sospiri di profonda autocommiserazione della madre,ne’aveva voglia di parlare con Mauro, che forse preso da un “raptus” le aveva di recente proposto anche il matrimonio, naturalmente in un futuro ancora da venire. Quello non voleva ne’ lei ne’ il bambino, forse voleva solo mettersi in pace la coscienza sperando che lei non accettasse.E lei Guen non lo aveva voluto. Voleva essere sola, lei e il suo bambino. Restava per ore nel parco a scaldarsi al sole, a guardare nonne, mamme e bambini. Una volta si era fermata a guardare una donna che allattava il suo bambino. Quella aveva alzato gli occhi, e vedendo il pancione le aveva rivolto un sorriso di complice felicita’. Altre volte girava per le strade del centro. Si fermava a guardare le vetrine , sognava di comprare per lei e il figlio gli oggetti piu’ belli, piu’ costosi. Dopo ore e ore di vagabondaggio tornava a casa e parlava con la madre di tutte le cose che avrebbe fatto dopo la nascita del figlio, ma quella invariabilmente le ricordava che non erano ricche, che vivevano della pensione e di lavoretti saltuari, e che era stupido star li’ a sognare cio’ che non era possibile ottenere. Allora Guen se ne andava sul balconcino di casa. Li’ prometteva a se’ e al figlio un futuro dorato, fatto di gioia e successi. Avrebbe lavorato, nella sua citta’, in un’altra citta’, all’estero se necessario, ma ce l’avrebbe fatta. Lei avrebbe vinto su tutto.Soltanto il vento la accompagnava costantemente durante le sue passeggiate o nelle sue fughe sul balconcino . Anche quando era nella sua stanza a volte le imposte si aprivano di colpo per improvvisi e violenti colpi d’aria.I primi tempi quel vento l’aveva infastidita, ma ora stava li’ anche lui a farle compagnia, un po’ come il bambino.

Era uno strano pomeriggio ne’ caldo ne’ freddo, e Guen decise di portare al parco il pancione . Il bambino in quegli ultimi tempi le faceva sentire la sua presenza con piccoli calci, pressioni delle manine, e continui movimenti. Soprattutto la notte, quando era distesa nel letto, non la lasciava in pace. Quel pomeriggio fatto di nuvole e sole decise di uscire, convinta che suo figlio si sarebbe calmato sentendola fuori all’aria aperta. Ma non fu cosi’, quello una volta al parco aumento’ le “giravolte”, anzi le accompagno’ con strani dolori di pancia, che mentre Guen era seduta al sole su di una panchina accanto ad una simpatica vecchietta, aumentarono vorticosamente . Incredula e terrorizzata per il luogo e la situazione, Guen capi’ che era arrivato il momento del parto. Anche la vecchietta accanto a lei capi’ subito tutto . Cerco’ pero’ di rassicurarla, e chiamo’ immediatamente qualcuno che era seduto li’ vicino. Guen era troppo presa dal ritmo delle doglie per accorgersi che un piccolo gruppo di persone preoccupate per lei si era radunato di fronte al luogo che suo figlio aveva scelto per nascere. Qualcuno chiamo’ immediatamente una autoambulanza. Guen sentiva che tutto questo era inutile. Il bambino voleva nascere e per farlo non aveva riguardi ne’ per lei, ne’ per le persone che la circondavano. Lui la costringeva a spingere e a spingere ancora, perche’ voleva vedere il mondo non piu’ attraverso gli occhi della mamma. E poi voleva piangere e urlare e prendere il latte al seno di lei, e per questo spingeva incurante di tutto e di tutti. Le persone radunatesi la incoraggiavano, e continuavano a chiamare con i cellulari ospedali, polizia, o qualsiasi istituzione che potesse aiutare quella quasi neomamma.
Guen era esausta, impaurita per l’assenza di medici, vergognosa di doversi mostrare pubblicamente mentre svolgeva una delle fondamentali funzioni a cui la natura l’aveva chiamata.
Era sudata, incapace di contenere gli spasimi e i gemiti delle doglie. Cercava nei momenti di riposo con gli occhi un medico, qualcuno che la potesse aiutare a superare il dolore, l’ansia. Subito pero’ tornava il dolore, le contrazioni, il bisogno di spingere, e il sudore che ormai la copriva interamente come un secondo vestito.
Ma improvviso si alzo’il vento.
Terribile nella sua forza. Impossibile da dominare. Si infiltro’ tra quelle persone che la assistevano volenterose, le fece arretrare, porto’ incredibili scrosci di pioggia finissima, argentina, che le bagnarono rinfrescandolo il viso e il corpo. La ragazzina era esausta, l’arsura le stringeva la gola. Alle prime gocce di pioggia apri’ istintivamente la bocca per bere quell’acqua che scendeva dal cielo. Mulinelli di foglie, erbacce e polvere si creavano e ricreavano intorno a lei, formando una barriera tra lei e la gente. E Guen aiutata dalle urla del vento, dalle gocce di pioggia , dal bambino che non voleva piu’ aspettare, comincio’ a spingere sempre piu’ forte. Non aveva piu’ tempo di pensare alla paura o alla vergogna, doveva aiutare il bambino a nascere, e cosi’ fece, disperatamente, con tutte le sue forze.A tratti cercava di ghermire con le mani le folate di vento piu’ violente, quasi fossero braccia tese ad aiutarla. Finalmente senti’ scivolare il bambino fuori da se’. Improvvisamente il vento cesso’. Tutto si acquieto’. Un paramedico fece appena in tempo a raccogliere il bambino che usciva dalla vagina di Guem. Glielo mise tra le braccia per un attimo. Un’eternita’ di vita, di gioia, di incredibile trionfo per Guen.
La ragazzina si risveglio’ al caldo, all’ospedale, col bambino accanto. La madre li’ vicino riceveva le congratulazioni di alcune persone. Guen riconobbe alcuni dei visi che aveva intravisto al parco durante il parto.
Il bambino serenamente addormentato era li’che sognava sorridendo chissa’ chi e chissa’ che cosa.Lo guardo’ con la tenerezza e il rispetto dovuto a chi aveva mostrato tanta decisione nel venire al mondo, e a qualcuno che le si era avvicinato chiedendole come lo avrebbe chiamato rispose: “Maestrale, lo chiamero’ Maestrale”, mentre una folata d’aria, stranamente tiepida per un vento di maestrale, si era infilata chissa’ come nella stanza, andando a lambire i visi di madre e figlio adagiati sullo stesso cuscino.



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