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lavoro pubblicato sabato 9 luglio 2011
ultima lettura mercoledì 30 gennaio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La riva non e' lontana

di StefanoGabriele. Letto 915 volte. Dallo scaffale Pulp

L’acqua gli entrò nel naso con violenza, i suoi polmoni si riempirono di liquido salmastro quasi all’istante, prima di tossire convulsamente assaporò per qualche attimo quell’ancestrale legame che aveva semp.....

L’acqua gli entrò nel naso con violenza, i suoi polmoni si riempirono di liquido salmastro quasi all’istante, prima di tossire convulsamente assaporò per qualche attimo quell’ancestrale legame che aveva sempre pensato lo legasse al mare, ma che ora ogni cellula del suo corpo ripudiava violentemente.

Irwin sperò per qualche secondo di svenire, di lasciar cadere tutto nell’oblio come forse era giusto che fosse, di abbandonarsi, di smettere di lottare.

“Ho lanciato l’allarme prima o poi qualcuno arriverà” si disse obbligandosi a respirare e riprendere il controllo del suo corpo scosso da tremiti e spasmi.

Faticava a ricordare da quanto tempo fosse in acqua, da quanto quel suo fottuto corpo flaccido fosse preda dei capricci del mare. Ma una cosa la ricordava e tornava a tormentarlo di continuo,come un film striato da continue scariche elettrice vedeva davanti agli occhi arsi dal sole la sua barca andare a picco, sentiva ancora come un’eco lontano il rumore del legno dello scafo che si spezza sotto la pressione della tempesta che non avrebbe voluto e dovuto incontrare. Ma lui sapeva che le regate in solitario erano così, pericolose ed affascinanti.

Cercò di uscire da quell’incubo, che stagnante persisteva nella sua corteccia celebrare spalancando gli occhi. Davanti a lui una distesa indistinta di azzurro ininterrotto si perdeva nella vastità siderale della sua disperazione, facendogli dubitare persino che esistesse la terra ferma.

Ora più che mai trovava ingiusta la salinità del mare, la sete amplificata dal calore gli stringeva la testa in una morsa di dolore insopportabile, riusciva solo a pensare quante volte nella sua vita aveva sprecato l’acqua, lasciandola scorrere sotto la doccia o annaffiando il suo prato, ora avrebbe leccato il piscio di un cane se solo ne avesse avuto la possibilità.

“Ci deve essere una soluzione per uscire da qui” si disse cercando una lucidità che sembrava essere evaporata di pari passo con i suoi liquidi corporei.

Tutto quello che ora aveva era un salvagente arancio, due pezzi di legno a cui si era aggrappato durante il naufragio, un coltello e sotto il braccio una bottiglia in vetro scuro chiusa ermeticamente che si era ritrovato accanto al termine della tempesta.

L’etichetta si era staccata, ma Irwin sapeva cosa contenesse, quella era la “bottiglia della vittoria”. Il simbolo che avrebbe dovuto sancire la sua supremazia sul mare, una volta sbarcato sulle coste della Nuova Zelanda.

“Amarone” Pensò guardandola,

Scosse la testa, come si poteva festeggiare con lo Champagne?, lui preferiva un vino rosso, forte e fruttato, “Un vino da meditazione” non una maledetta bibita gassata.

Aveva resistito, aveva tenuto duro, era conscio che quei settecento cinquanta ettolitri provenienti dall’Italia erano la sua ultima spiaggia, ma ora non ne poteva più, doveva bere.

La sua mano rispose a fatica agli impulsi sinaptici provenienti dal cervello, strinse la bottiglia e la guardò.

Tutto era confuso, difficile. Una lacrima solcò il suo viso, la mandibola si piegò in una smorfia grottesca, un urlo gutturale si sprigionò profondo come gli abissi marini dalla sua gola, propagandosi a velocità ultrasonica nella sua anima.

<> Riuscì a dire.

Picchiò violentemente il collo della bottiglia contro il legno mandandolo in frantumi, per un secondo piovve porpora.

Il vino come il sangue di cristo lo avrebbe salvato.

Strinse la bottiglia e la girò verso il suo volto, come un fiume tumultuoso il liquido gli intasò la gola, ma lui sembrò non esserne mai sazio, velocemente il livello si assottiglio e lui si accorse di averlo assorbito tutto.

Il sorriso dello stolto in breve si dipinse sul suo viso, tutto girava in modo vorticoso, la solitudine e il freddo sparirono velocemente, la frustrazione e la paura si tramutarono in lucida spensieratezza. Scaraventò la bottiglia vuota oltre le increspature prodotte dal suo corpo.

Strane considerazioni e piccoli sotterfugi della sua mente, gli suggerirono stravaganti luci di speranza, nuotare fino alla riva non gli sembrò un’idea così assurda.

<> La sua voce rimbombò nella sua testa, rendendo credibile quell’assurdità.

Un’assennata voce, quella che pareva essere l’ultimo disperato consiglio del suo “io” razionale gli ordinò di non muoversi da lì, ma l’inerzia liquorosa che scorreva abbondante nelle sue vene, l’aveva già spinto lontano dai piccoli tronchi che fino a poco prima lo sorreggevano.

Una, due, tre, quattro bracciate, si sentì forte, più forte che mai, ma qualcosa gli impediva di nuotare come sapeva. Si tolse il salvagente, non ne aveva bisogno, lo avrebbe solo rallentato.

Sapeva cosa fare, venti minuti di bracciate e cinque minuti di riposo “la terra non può essere così lontana” si disse immergendo la testa e guardando quel mondo distorto dall’acqua.

Le sue braccia remavano da tempi immemori, o almeno così gli sembrò, ma la testa vagava lontana in ricordi e pensieri che lo tenevano lontano dalla realtà e dalla fatica, il corpo si muoveva automaticamente in gesti primordiali, ma che con il passere dei minuti erano sempre meno fluidi e coordinati.

A poco a poco una sensazione di calore lo avvolse, i muscoli iniziarono a pompare acido da batteria e gli organi interni sembravano volergli esplodere nel petto . Si fermò. Il sudore vischioso come catrame gli colò dalle sopracciglia e del liquido iniziò a sgorgargli degli occhi.

Non sapeva se come per la malattia prima di morire si passasse da sette stati d’animo, ma la rassegnazione lo accolse nelle sue confortevoli braccia e lui si sentì sprofondare.

L’acqua lo sommerse così lentamente che dubitò che stesse veramente accadendo, i polmoni si espansero al limite della rottura, per un breve istante pensò di poter toccare il fondo dell’oceano, di non aver bisogno di quel gas che alcuni sostenevano fosse vitale, ma l’illusione durò il breve tempo di una scossa dolorosa al cervello.

Un colpo di reni e la luce lo investì nuovamente, violenta e crudele come mai avrebbe pensato fosse possibile.

Un mugolio ritmico gli incominciò a girare per la testa, lo conosceva bene, risaliva alla sua infanzia era un motivo che cantava suo padre quando usciva in mare per andare a pesca.

Quella vecchia canzone dei marinai lo rasserenò, si mise nella posizione del morto e aspettò, le onde lo cullarono e solo allora gli fu chiaro e limpido come mai nella sua vita era stato: tutto era passeggero tranne le emozioni provate, quelle rimanevano, restavano e lui non poté far altro che ringraziare.

Amava le sensazioni che solo il mare e il buon vino potevano dargli e ciò gli bastò.

Le braccia ripresero a muoversi e lui se ne convinse.

“La riva non è lontana”.



Commenti

pubblicato il 09/07/2011 19.54.14
Nynfea, ha scritto: Questo racconto, oltre ad essere ben scritto, è riuscito a coinvolgermi così tanto da farmi immaginare che il protagonista fossi io. Complimenti allo scrittore!

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