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lavoro pubblicato martedì 5 luglio 2011
ultima lettura sabato 20 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L’Esercito degli Gnomi Ribelli (finalista Premio Odissea 2008)

di Tolkien. Letto 2752 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il seguente testo è un libro di Narrativa Virtuale; arrivato finalista al Premio Odissea Fantasy 2008, è il primo testo narrativo in cui il lettore figura quale protagonista assoluto della vicenda... Buona lettura... https://www.facebook.com/pages/Il-Mon..


LEsercito degli Gnomi Ribelli

(un libro di Narrativa Virtuale).

Finalista Premio Odissea 2008

Scrivere leggendo e leggere scrivendo: la nuova frontiera del libro, la nuova frontiera del Fantasy!

Il libro che stringete fra le mani non è un comunissimo libro.

Le lettere che si formano durante la lettura non sono quelle che in realtà dovrebbero esserci: se così fosse, vedreste cose molto diverse da quelle che vedete adesso.

Avreste davanti a voi una pagina ingiallita, piegata dall’umidità, fresca al tocco, incavata nei segni che la tempestano, mangiata ai bordi dalla muffa…

La scrittura vi inorridirebbe: sareste persuasi a non leggerlo.

E sarebbe cosa saggia; per questo al posto di quei segni rossi, spettrali come i graffi di uno scheletro, vedete invece una scrittura più favorevole al buon senso.

Perché ciò che nasconde è inenarrabile.

Diverse penne hanno provato a descriverlo interamente, ma ognuna ha fallito, com’è normale che sia.

Sarebbe come studiare il senso del non senso, o bere da un acquitrino putrido…

Quanto la natura crea di dannoso per l’uomo, è bene che l’uomo se ne liberi, o ne rimarrà schiacciato…

Tuttavia, se raccontiamo questa storia partendo dalla prima pagina di questo libro, è proprio perché è da qui che ha inizio e non da un’altra parte.

Nostro malgrado dobbiamo accettare che esso sia davanti a noi in questo momento, fatta eccezione di quando lo si chiude e lo si dimentica in uno scaffale…

Ma se mettiamo nella lettura quanto c’è di più buono, come per incanto vi racconterà un’altra storia, diversa da quella che vi aspettate: una storia bellissima come quelle che si leggono nelle favole, dove ognuno, nel suo piccolo, contribuisce per rendere il brutto più bello del bello e il nero più bianco del bianco…

Ora le pagine sono girate veloci da un vento gelido, come se il testo fosse consultato da un fantasma…

Noi invece rimaniamo nell’ordine e partiamo dal principio: se levaste gli occhi da dove li avete, (ma non lo fate, altrimenti chi ve lo dirà?) avreste davanti a voi una foresta nera.

Gli alberi sembrano carcasse sghembe svuotate dall’aria fetida che si respira; i rami sono aggrovigliamenti, nodi che chiudono l’occhio alla vista del cielo. Lo stesso cielo, qualora entrasse attraverso una fessura, sarebbe nero quanto il resto. Forse è più la nebbia a passare dai rami, soffiando in fili grigi che serpeggiano e incavano in sé stessi, come chiocciole smarrite.

L’erba ha perso il verde: sembra cioè averci rinunciato, costretta com’è a respirare quell’aria malsana, ovvero a soffocare…

Gli animali ci sono, seppur spaventati da qualcosa che deve accadere e che puntualmente non accade: anch’essi imprigionati in quest’atmosfera sospesa e orribile.

L’unico ad essere in armonia con l’ambiente è un gufo gigantesco. Sembra essere a suo agio poggiando le zampette in un ramo ricurvo; i suoi occhi hanno l’espressione accigliata di chi ascolta e non capisce.

Il libro attende qualcuno. Sarebbe impensabile dire da quanto; la sua attesa non ha tempo.

Piuttosto lo sfida. E quando c’è una sfida c’è sempre qualcuno che deve accettare una scommessa con sé stesso…

Quando il gufo prende il volo, spostandosi faticosamente da quello ad un ramo più lontano, è perché il trotto di un cavallo l’ha spaventato. Nella radura si fa spazio uno stallone possente, il cui manto sembra aver rubato l’essenza stessa della notte…

La criniera è appiccicosa, viscida come il pelo di un animale scuoiato. Il suono dello zoccolo è un busso abominevole; gli occhi sono color rubino.

Chi solleva adesso il libro, levandolo dal fusto di un albero tagliato, è qualcuno che siede a cavallo, ma che, siccome d’aria, non può essere descritto.

Se lo dovessimo fare, la descrizione non sarebbe dissimile da quella di un cavaliere in armatura, dove però il cavaliere è l’armatura stessa.

Quando prende corpo, e lo fa ogni qual volta lo desidera, ciò che diventa è un uomo composto da radici e foglie intrecciate…

A quel punto si vede la sua armatura nera, la visiera dell’elmo abbassata, mille rametti adunchi che escono da ogni interstizio, come inutili tralci di vite…

Mantiene ancora una forma gassosa, perciò ad intercettare la sua presenza sono solo dei fili d’erba che crescono dietro il suo passo: formano una specie di sentiero all’opposto.

Seguendo il tragitto a ritroso andremmo a conoscere posti in cui sarebbe meglio non avvicinarsi.

Di quest’erba fatta a vite, sinuosa e abbondante, ne è piena la foresta. Trovare il libro significa perciò che non è stata cosa semplice…

Il cavaliere non se ne è ancora andato: si guarda intorno. Sta cercando qualcuno, è evidente: ti ha individuato…

Ad aiutarlo è stato il suo destriero, ora nervosissimo.

Non continuare a leggere: trattieni il respiro e fermati un istante…

Se ne va, ma la sua risata arrugginita non lascia presumere nulla di buono. Che tu lo voglia o meno, tornerà ancora una volta.

Dovrà trovarti pronto per la sfida. L’affronterai con un manipolo di coraggiosi: molte altre persone stanno leggendo questa pagina in questo momento. Tutti voi dovrete formare un’alleanza; solo così potrete salvarvi e sconfiggerlo…

Per trovare gli altri lettori, ecco spuntare dall’oscurità della foresta la Guida del Forestiero: lucciole grosse come calabroni che, muovendosi in gran numero, consigliano il passo ai nuovi viandanti…

Ora i loro corpi luminosi danzano dinnanzi ai tuoi occhi, quasi cullandosi, e schiariscono quello che in realtà risulta essere né più e né meno che un foglio di pece; con il loro aiuto esso diventa, nei punti in cui volano, azzurrognolo.

La Guida del Forestiero ti ha indicato un passaggio nascosto nella radura, dove l’erba del cavaliere è assente. Sembra una piccola zona protetta: qui la vegetazione non è sparita del tutto…

Gli alberi, pur conservando uno stato orribile, hanno vita in sé; il muschio li riveste per buona parte, e nei punti in cui l’umidità è più laboriosa ecco crescere dei funghi sani, belli corposi, con teste larghe come coppe alla rovescia…

Dei ragni assurdi hanno tessuto ragnatele alte che sfidano le distanze dei rami attraverso un ricamo di fili dorati, dove gocce di brina fluorescente si posano e stillano.

Cadendo, le macchie disegnano il percorso del sentiero.

Tuttavia, in alcuni punti, la piccola strada sicura si muove in uno scenario spettrale, dove gli alberi sembrano vincere miracolosamente la forza di gravità: le loro pose imitano un uomo sciancato da una gamba o dall’altra.

Alcuni sembrano soffrire la lontananza data dal sentiero, e formano una sorta di A gigantesca.

In questo momento è facile dubitare della Guida del Forestiero, perché il suo volo, silenzioso e perpetuo, scorta i viandanti verso un lamento che proviene dal fondo, e che, durante il cammino, si fa spaventosamente alto, tanto da voler tornare indietro…

Chi l’ha fatto non ha più ritrovato la strada maestra: la sua sorte, uguale o diversa da quella di molti altri, s’è persa presto nella leggenda e nel tempo.

I più coraggiosi proseguono; scoprono allora che la Guida del Forestiero li tiene lontani da un gruppo di gnomi che urla dietro le sbarre di una grotta. Sopra di loro c’è un cartello di legno con su scritto: LA GROTTA DEI PERDENTI.

Non sei voluto partire,

Patire sarà la condanna,

Rimanda a domani la storia,

Memoria di chi non sarai…

I loro volti sono i ritratti dell’angoscia in tutte le sue sfaccettature: alcuni piangono e si nascondono il viso nelle mani…

Altri si dimenano urlando frasi sconnesse; altri ancora chiedono d’uscire, ma evidentemente è troppo tardi per farlo…

“Liberaci! Vogliamo partire anche noi!”.

“Non andare! Non andare!”.

“Voglio tornare a casa! Voglio tornare a casa!”.

Queste e altre cose ancora catturano le tue orecchie mentre passi davanti alla grotta.

Superatala, lo sciame di calabroni-lucciole gira bruscamente a destra, lasciandosi gli gnomi alle spalle.

Qui la foresta sembra vecchissima: gli alberi sono relitti putrescenti che sbiadiscono in un’aria viziata.

Gli animali, scoiattoli e altri piccoli roditori, curiosano fuori dalle tane; hanno il pelo sciupato da una o più infezioni della pelle, e anche i loro versi risultano innaturali, quasi rochi…

Insetti di varie forme abitano la radura in ogni suo angolo.

La Guida del Forestiero passa accanto ad alcuni gnomi mangiati dalla decomposizione; sono ai margini della strada, morti, sembra, di terrore.

Inciso su una corteccia a forma di lapide c’è scritto: LA MORTE DEL VIANDANTE STANCO.

La paura non aspetta chi la teme,

Così geme chi l’aspetta con premura,

Sarà dura non temerla in questo luogo,

Manca poco e a gemere sarai tu…

Lo sciame di lucciole si ferma davanti alla lapide, poi si sposta per illuminare tanti piccoli dettagli poco visibili: uno gnomo morto sul ramo di un albero mentre leggeva un libro…

Un altro steso per terra, accanto ad un libro simile…

Un altro ancora morto durante una fuga disperata…

Dopo quest’ultimo dettaglio, la loro luce si fa più fievole: pulsa come se volesse spengersi definitivamente da un momento all’altro.

La foresta cade improvvisamente nel buio.

Si sente solo lo sgattaiolare confuso degli animali…

Se si continua da soli, si inciampa su cose che forse è meglio non vedere. Se si rimane fermi, ci si perde in un buio senza eguali. Se si urla, il suono sembra non andare al di là del proprio naso.

Un gruppo di nuove lucciole si illumina improvvisamente davanti a te e prosegue il cammino…

Entra in un posto in cui sarebbe meglio non entrare: ci sono gnomi impiccati che pendono da rami alti e bassi. Riempiono i lati della strada e il cuore della foresta.

I fusti sono tutti neri, come se un incendio li avesse arrostiti… Animali notturni attraversano la strada all’improvviso, prima di nascondersi in qualche posto lontano. Fanno vento ed emettono versi sinistri…

La strada è percorsa da lunghissime radici, come se gli alberi si fossero rifiutati di aderire alla terra.

La Guida del Forestiero si dirige verso una corda; è occupata da uno gnomo ormai ridotto allo scheletro…

Rimane un po’ lì ad illuminarlo, mettendo in evidenza piccoli e grandi vermi che dilaniano le poche carni rimaste attecchite alla carcassa. Puzza terribilmente.

Poi segue la corda mantenendo una formazione a cono; bisogna salire…

Facendolo, si scopre che la corda regge il peso del corpo e che l’arrampicata non è affatto faticosa…

Tutto ad un tratto però, forse perché sfilacciata più in alto, si abbassa di diversi centimetri. Sarà saggio continuare…?

Le lucciole sono molto distanti, altissime. Sfruttando due alberi vicini per poggiare i piedi e alleggerire così il peso del corpo, proseguire è possibile.

Quando si arriva al punto in cui la corda è sfilacciata, ci si rende conto che il peso del cadavere la allentava sempre di più.

Poco dopo la corda è tagliata per metà.

Si sale con la paura che una seconda intaccatura possa causare lo stesso problema: a cadere stavolta non sarebbe un cadavere, ma qualcuno che, da questa altezza, è facile che lo diventi…

Più in alto il panorama è incredibile; le lucciole si disperdono in un cielo al tramonto così vasto che sembra formato da più cieli insieme. Nuvole simili a città volanti percorrono un piano invisibile; creature alate dissimili tra loro lo pullulano in tutte le direzioni emettendo versi mai uditi prima. Il vento sembra voler tagliare via la testa. Un pavimento ricavato da un intreccio sbalorditivo di rami grandi e piccoli si staglia ovunque; disegna composizioni ancestrali, simboli magici, motivi floreali…

Quando si mette un piede a terra, dove per terra si intende quello spazio che esula dal cadere in uno strapiombo senza fine, i rami formano nuovi nodi ed indicano una direzione ben precisa…

E’ in quella direzione che bisogna andare perché, alla fine della strada che formano, compare un edificio molto simile ad una roccaforte di gesso.

Si raggiunge mentre le tonalità blu del cielo lottano contro quelle azzurrine, arancioni e rosse.

Quando arrivi davanti alle mura della Città Sospesa nel Cielo, quello che da lontano sembrava un minuscolo dettaglio diventa un particolare di proporzioni non indifferenti: i pulviscoli neri sono fori alti due metri che ospitano fuochi colorati. Le ditina che emergevano sottili dal bastione sono torri larghe e robuste. I piccoli spari che percorrevano il perimetro della città sono bellissimi fuochi d’artificio ai quali lo sguardo non può sottrarsi…

Una musica folcloristica guida gli ultimi passi verso l’entrata: un arco che sembra finire volendosi dimenticare dov’è che curva e dov’è che inizia.

Dentro tanti gnomi fanno festa per le strade, dove si consumano banchetti prelibati. Le taverne, tantissime, sono tutte aperte; la gente entra ed esce di continuo, oppure non può transitare per quanti gnomi vanno e vengono…

Nelle locande l’atmosfera è leggermente più intima, ma non diversa da quella esterna: gli gnomi ballano sui tavoli, giocano a carte, fumano e fanno festa come possono. Indossano tutti un medaglione identico.

“E il tuo medaglione…?”.

A rivolgerti la domanda è un signore alto quanto te, coperto in una tunica viola scuro.

Ha la pelle del viso fatta di ciccia d’animale, non si potrebbe dire di che specie; rugosa e flaccida…

I suoi occhi sembrano aver capito che un medaglione uguale al loro non lo hai mai avuto prima.

Un borbottio contrario indica che bisogna seguirlo nonostante la sua poca voglia di dirigersi da qualche parte…

Farlo è quanto di più faticoso: primo perché gli gnomi sembrano non badare a nessuno quando passano, e poi perché ogni tanto si ferma come se non ce la facesse più a camminare. Allora si appoggia ad un muro, ansima e prosegue…

Mentre sale strade, viuzze e scale che via-via conducono in alto, nel secondo livello della cittadina, canta una canzone stonatissima in una lingua ignota; in quella dovrebbe esserci la storia stessa della città, la sua misteriosa nascita, il suo crescere e proliferare…

Ovviamente non ci si capisce nulla, ma ti dà il tempo di godere un panorama senza eguali: volatili inseguiti o inseguitori si litigano altezze indefinibili, solcate da mari schiumosi di nuvole. Le stelle tempestano profondità inimmaginabili. Le radici che conducono alla città compongono disegni ora molto più chiari, che mutano in continuazione. Le trasformazioni sembrano seguire il ritmo di un battito cardiaco, come se la città stessa fosse il cuore, mentre loro le arterie…

Tutto ciò che si comprende dal canto ubriaco dell’uomo di porpora è che la città prende il nome di LUMINARIA, forse per i lumi che scandiscono il bastione esterno. Ce ne sono molti altri interni; culminano in una seconda cittadina, raggiungibile attraverso ponti e strade sempre molto percorse. In quella seconda cittadina interna si deduce avvengano, si svolgano e si sviluppino gli affari più importanti del Comune. Un grandissimo fuoco azzurro arde dentro una gabbia che gli fa da cucuzzolo; pulsa anch’esso, e il suo pulsare sembra fonte dei continui avvicinamenti e allontanamenti che avvengono in quello e nei punti più lontani.

Finita la canzone, l’uomo di porpora è in prossimità di una porticina. Ne avete incrociate tantissime altre durante il cammino; questa però ha le venature del legno che formano nodi sempre nuovi. Anche il legno sembra modificarsi nella qualità: ora mogano, poi noce, poi frassino, abete, faggio, pino, quercia, betulla, ebano, ciliegio, e altre ancora, alcune irriconoscibili…

Sulla maniglia della porta è appesa una medaglia d’oro.

C’è inciso il ritratto di uno gnomo che ti somiglia… Dietro è incastonata una piccola chiave; dovrebbe entrare nella fessura della porticina.

“Riconoscerai la tua porta perché diventa come tu la immagini appena la riconosci”, dice l’uomo di porpora prima di andarsene.

L’indicazione non è delle migliori; ma è già qualcosa… Sarebbe impensabile trovarla altrimenti, visto che numeri non ce ne sono e sembra nemmeno che qui possano esistere.

L’uomo di porpora non ti saluta: imbocca un ponte che dirige in un bastione interno. Altri uomini porpora accompagnano i viandanti lì dove lui è diretto: ognuno impiega un bel po’ di tempo prima di raggiungere una porta.

Quando si indossa il medaglione si diventa gnomi… LUMINARIA allora diventa ancora più grande: le nuvole che la ingombrano sono mostri mitologici che volano lentamente; gli astri che percorrono il cielo sembrano fuochi impazziti che rischiano di centrarla; tutto ha proporzioni gigantesche…

D’altronde farsi più piccoli è l’unico modo per vincere in dimensioni una città come quella di prima! Il secondo modo sarebbe farsi ancora più piccoli…

Da gnomi ci si rende conto che le strade hanno tutte una buffissima particolarità: sono concave; formano un semicerchio perfetto.

La festa della cittadina dura ancora parecchio, e i fuochi che prima si vedevano e si pensavano essere solo all’esterno, scoppiano anche dentro, in mezzo alle strade. Ogni tanto va a fuoco la barba di qualche gnomo, allora diventa necessario un bicchiere, o una brocca, o un secchio d’acqua, prima che la festa continui più allegra di prima…

Andando in paese, cioè nel livello più basso della cittadina, quello formato da locande e taverne, si incontrano facce sconosciute, ma anche volti familiari…

Alcuni, nonostante la condizione anomala, risultano essere amici stretti ad un’occhiata più attenta.

Allora gli abbracci e le risate si sprecano!

Da loro, ma anche dagli amici degli amici, ma anche dagli amici degli amici degli amici, si apprende che la città è in festa perché si sta per raggiungere il numero necessario (ne mancano veramente pochissimi) per creare l’esercito che andrà a sconfiggere il Cavaliere d’Erba, quello che hai visto all’inizio.

“Ha ripreso il suo libro!”. La frase viene detta contemporaneamente da tutti voi, ma non riesce a dileguare l’allegria che si respira.

Ogni gnomo lo ha incrociato in un punto diverso della foresta, sotto diverse spoglie: chi come uomo invisibile, chi come uomo armatura, chi come uomo d’erba nell’armatura…

La tua esperienza è diversa da tutte le altre che hai sentito o che sentirai, ma non meno preoccupante: c’è chi l’ha incrociato pensando che era una comunissima pianta, chi lo ha attraversato con orrore da parte a parte, chi lo ha indossato credendo che fosse un’armatura abbandonata, e altro ancora…

Tutte queste esperienze vi uniscono in un’angoscia comune che, in uno strano gioco prima di somma e poi di sottrazione, si annulla con grande efficacia…

Quando l’ultimo fascio rosso si dilegua all’orizzonte, gli gnomi si voltano verso il sole ed emettono un fischio. Le note che soffiano in aria sono tutte diverse: creano un unico, armonico accordo.

Uno gnomo sembra avere fiato a sufficienza per mantenere il fischio finché arrivi la notte. Quando il Fuoco di LUMINARIA schiarisce un cielo senza eguali, immenso e pieno di stelle, la città si solleva lentamente: sotto di essa tutte le Guide del Forestiero di ogni lettore la issano formando un radioso grappolo d’uva.

La città abbandona così le radici, alzandosi smisuratamente; i viandanti dovranno aspettare il giorno dopo se vorranno raggiungerla. Molti si accampano sui rami stessi, cercando di dormire sotto un vento forsennato, tra creature e comete volanti. Altri nella foresta, in mezzo ad orrori di ogni natura…

LUMINARIA, la Città Sospesa nel Cielo, s’è trasformata in LUNARIA, la Città sospesa nella Notte.

Chi ha raggiunto la sua stanza, una sorta di cellula fatta di mattoni, dorme in un comodissimo letto che gravita a mezza altezza; chi ha preferito festeggiare fino a tarda notte si leva in volo mentre dorme, aprendo le braccia al cielo come se fosse stato sollevato per il petto.

Tutti gli gnomi russano, e, espirando, tirano fuori la stessa nota che hanno fischiato al tramonto, dunque quell’accordo si ripete ad intermittenza per tutta la notte. Gli gnomi all’aria aperta sognano dietro un cielo bizzarro e capriccioso di comete, mentre quelli nelle cellette hanno il vantaggio del calore del letto.

Tutti rievocano la propria esperienza col Cavaliere d’Erba, rivivendola identica o uguale a quella di qualcun altro…

Con un ultimo, lunghissimo fischio, simile a quello emesso il giorno prima, la popolazione si sveglia puntuale all’alba, discendendo lentamente insieme alla Città Sospesa nel Cielo. Il riposo è stato rigenerante come al solito…

Durante la mattina sono soprattutto le donne ad entrare in città, essendo in pena per i loro compagni. Alcuni le aspettavano da tanto tempo; altri vedono giungere persone diverse dalle attuali mogli o fidanzate; altri ancora sanno che non arriverà nessuno.

Gli uomini di porpora ordinano di rimanere distanti da loro finché rimangono in forma umana: solo da gnomi ci si può abbracciare…

Tante donne rinunciano a quest’obbligo, per cui, sentendosi fuori luogo, decidono di abbandonare LUMINARIA il prima possibile.

Davanti ad un affronto del genere gli gnomi che le avevano per consorti si ricredono immediatamente: a loro viene naturale ridere di quell’atteggiamento ostile da soli o insieme ad altri…

Le donne che hanno accettato l’inconveniente trovano presto o tardi i loro compagni, così nascono tantissimi abbracci, molti anche davvero commoventi…

Subito dopo si animano lunghe discussioni su come si è raggiunta la città, su ciò che è accaduto all’uno o all’altra prima di raggiungerla, su ciò che li attende fuori di lì e su altro ancora.

Le donne gnomo si accorgono di avere un seno abbondante di latte; i loro compagni ne bevono a sazietà…

Chi ne assaggia si rinvigorisce a tal punto da voler partire e sconfiggere da solo il Cavaliere d’Erba.

Alcune si organizzano per darne da bere anche a chi è solo, versando il latte in bicchieri di legno al miele distribuiti dagli uomini di porpora…

Gli gnomi che stanno insieme, baciandosi, si riempiono lo stomaco di ogni ben di Dio. Chi è solo invece si organizza in un unico grande gruppo, si prende per mano e, emettendo un suono muto con le labbra incavate, crea dinnanzi a sé pietanze d’ogni genere…

Tutti sanno cosa devono e vogliono mangiare, per cui ognuno prende quel che gli spetta con molta tranquillità.

Finita la colazione c’è un momento di confronto: ogni gnomo ricorda agli altri cosa il Cavaliere d’Erba è stato capace di fare quand’era un uomo. I racconti possono essere anche lunghissimi… Vengono accolti dalla moltitudine attraverso la manifestazione dei sentimenti stessi dello gnomo nel momento in cui è stato vittima del male: con angoscia, agonia, pianto, dolore, frustrazione, impotenza, ecc…

Le esperienze entrano automaticamente nella collettività dopo l’ultima parola pronunciata: faranno per sempre parte dei ricordi di tutti…

Concluso il confronto, gli gnomi sono invitati alla costruzione del paese: ad ognuno è consegnato un foglio diviso in due da un confine. Da una parte c’è la terra, dall’altra il bianco…

Bisogna progettare il bianco. Non è difficile dedurre che non si hanno bisogno di matite per il disegno, visto che dopo pochi attimi foreste di ogni tipo abitano i dintorni della città: basta solo immaginarle…

Viene pensato di tutto: una foresta di sole allodole, un albero grande quanto una foresta, una foresta di bonsai, una foresta dov’è sempre autunno, una foresta tropicale, ecc…

Il solo inconveniente è che più belle sono le costruzioni del cielo e più orribile diventa la terra sottostante, quella in cui opera il Cavaliere d’Erba…

Si espandono anche allo stesso modo. Basterebbe non creare nulla di troppo bello per evitare il brutto, ma questo non è permesso: l’obbligo è di rispettare la propria fantasia, anche e soprattutto se è sfrenata…

Il brutto non è un problema, finché è confinato in un’altra terra.

Subito dopo, gli gnomi sono impegnati nella costruzione delle asce: ognuno ne riceverà una per fronteggiare il Cavaliere d’Erba.

Le asce conoscono una sola grande fornace: la città interna. Il fuoco azzurro che arde sul cucuzzolo alimenta le macchine di un’industria operosa, piena di gnomi fabbro al lavoro.

L’ascia ha diverse particolarità: appena la si impugna prende una misura adatta, si bilancia secondo i muscoli più possenti e si affila nei punti in cui il colpo avrà maggior sfogo.

Inoltre, cosa più importante, suggerisce col pensiero dove mirare e quando pararsi…

Non è tutto: quando la si scaglia il colpo arriva a segno comunque.

Solo un’ascia che ha il legno ricavato dalle radici di LUMINARIA può garantire un tale risultato.

Con una comunissima ascia la battaglia sarebbe persa in partenza: la magia del Cavaliere d’Erba è molto potente…

Gli gnomi garantiscono l’autenticità dell’oggetto raccontando agli gnomi fabbro come desiderano combattere il nemico.

Loro ascoltano con pazienza e sembrano da subito figurarsi l’oggetto in ogni suo dettaglio, comprese le rifiniture…

Alla fine sono tutti soddisfatti di quel che andranno ad impugnare; quando l’ascia esce dalla fornace, con l’acciaio appena temprato dal martello, con le decorazioni adattate al proprio carattere, ogni gnomo rimane sbalordito, fiero del lavoro svolto.

Dopo che ognuno ha ricevuto la sua ascia c’è la prova del Fuoco: bisogna entrare nel lume gigante che arde sopra la fornace!

Ci si arriva salendo una scala che gira sette volte intorno alla torre. Si avanza un gradino alla volta; il tempo impiegato a muovere quel passo informa sul coraggio o sulla paura dello gnomo di turno…

Ci sono momenti in cui si scorre come se sopra non ci fosse nessuno, altri in cui avanzare sembra un’impresa enorme. Alcuni gnomi si rifiutano di attraversare il Fuoco; questi vengono portati ne LA GROTTA DEI PERDENTI, da dove non si uscirà più.

Il Fuoco ustiona solo quelli che desiderano combattere per scopo bellico…

Quando si è dentro, si ha l’impressione che non si è a bruciare, ma che sono gli altri a farlo, insieme a tutta la città…

Guardare il cielo è quanto di più bello si possa immaginare: non si hanno confini, o distanze, o intralci che ostacolino l’occhio…

Tutti i pianeti sono visibili, e si ha come l’impressione di conoscerli uno per uno.

Uscendo dal Fuoco si nasce una seconda volta: non basteranno tutte le vite del mondo per superare il valore di quest’esperienza.

Tornando in basso, gli gnomi che devono passare il Fuoco domandano cosa si prova a quelli che l’hanno già passato, ma loro non rispondono: non si ricordano nemmeno d’averlo fatto…

Ardono del desiderio di combattere. Molti di loro si allenano a tirare d’ascia, dando inizio a piccoli scontri senza vinti e vincitori. Alcuni si divertono a mirare bersagli che sono alle loro spalle, o in punti lontanissimi; nessun tiro va a fallire…

Tanti altri amano scoprire il senso delle incisioni che si sono formate sulla lama, e scoprono, con loro grande meraviglia, che sanno usare piccole magie.

Le magie controllano uno dei quattro elementi (terra, aria, acqua, fuoco), e lo fanno ancora in maniera blanda, con dei piccoli effetti di facile intuizione. Non si potrebbe dire quali: ognuno dà vita a magie diverse, che scaturiscono dal proprio immaginario.

Verso sera le taverne aprono di nuovo; l’attesa dei lettori è accompagnata da lunghissimi brindisi, da feste, da banchetti, da giochi di società e da altro ancora…

Gli gnomi che vedono LUMINARIA per la prima volta sono sconosciuti o amici di vecchia data.

Integrarsi al gruppo è cosa semplice, per cui la festa è in un crescere continuo. Tra le donne in visita, molte sono senza un compagno: chi è solo non perde l’occasione d’attaccare bottone con la donna gnomo che reputa più carina…

Il caso vuole che per ogni gnomo singolo ci sia una donna gnomo libera.

Il batticuore arriva ogni qual volta si ha la sensazione che una donna gnomo non sarà d’altri che la propria; anche lei ha la stessa sensazione quando vede uno gnomo singolo.

La prima cosa che si fa quando uno gnomo ha appurato che la donna gnomo è quella giusta (il tempo di un’occhiata veloce e di un saluto) è presentarla ai suoi amici per dirle quanto le vuol bene.

Quel gesto è segno di un legame profondo…

In piena festa, mentre lettori di ogni paese entrano da punti diversi della città, il Fuoco di LUMINARIA comincia ad ardere violentemente, come se bruciasse più ossigeno o avesse più combustibile: si sta raggiungendo il numero necessario per partire!

Dopo ancora pochi lettori, alcuni dei quali totalmente estasiati dal fenomeno, la torre comincia a tremare tutta, e, quasi come un cannone, spara saette di fuoco azzurro; uno spettacolo senza precedenti…

Ogni gnomo volge lo sguardo al cielo senza proferir parola…

Gli uomini porpora raggiungono punti diversi della città e leggono un messaggio del genere:

“Gnomi di LUMINARIA! Vi comunico con mia grande felicità che stiamo raggiungendo il numero richiesto per partire! Non disperdetevi! Rimanete uniti! Siate reperibili! Ognuno si preoccupi di dire all’altro quanto gli vuol bene! Può darsi che non abbia più tante occasioni per farlo! Il cammino sarà arduo e intriso di pericoli! Non svilite in coraggio, tenacia, forza, astuzia e perseveranza! Vi auguro di portare a compimento la missione, così come di tornare sani e salvi nelle vostre case! La preparazione per avervi tutti qui, sotto i miei occhi, è stata lunga e faticosa! Non rendetela vana! Portatela a buon fine! Domattina, allo spuntar del sole, il primo uomo che passerà attraverso un arco darà il via alla ricerca del Cavaliere d’Erba!”.

Detto questo, pochi istanti dopo il sole muore; gli gnomi emettono un fischio così armonioso che nessuna musica letta in uno spartito potrebbe mai eguagliarlo…

Le saette continuano a percorrere il cielo della città per tutta la notte, rigenerando gli gnomi nelle loro virtù.

L’indomani, all’alba, LUMINARIA è di nuovo a terra, poggiata sulle radici…

L’aurora è un foglio luminescente che sbiadisce nella sua stessa luce, dove i raggi del sole, simili a punte di corona, si stagliano ovunque…

Il suo giallo è tenue ma ricco, vivace ma povero. Cresce insieme all’attesa degli gnomi, fissi verso l’est…

Ed ecco da lontano spuntare qualcosa, non il sole, ma la testa di un viandante che cammina lento e sicuro verso di loro. Quel che dice lo dice camminando, e lo rivolge specificatamente ad ognuno come un padre al figlio, in una maniera che nessuno potrebbe tentare di eguagliare…

Quand’è ormai prossimo alla città, pur rimanendo nell’ombra, tutti lo riconoscono: è la prima volta che un uomo non ha bisogno di presentazioni…

Gli gnomi poggiano un ginocchio per terra. Il sole entra nel petto prima che altrove. Quando lo si vede, l’uomo fa un solo passo per superare l’arco della città.

Grandi e piccole bocche di leone sparse ovunque tra le vie ed i palazzi aprono fontane d’acqua viva che sprizza gaia sopra le teste di tutti…

Gli gnomi ridono una felicità che non si potrebbe descrivere. Ubriachi d’amore, salgono sopra tetti e palazzi per raggiungere le bocche e sciabordarvi sotto come sempre avrebbero voluto fare…

La torre al centro della città, l’enorme fornace, libera getti d’acqua larghi quanto una strada; le stesse vie diventano fiumi in piena che percorrono anche gli angoli più nascosti…

Gli gnomi sono travolti dalla corrente, spintonati su scivoli improbabili che li capitombolano presto verso gli archi di LUMINARIA.

MULINARIA, questo è il suo nome adesso, perché l’enorme fornace si scopre essere un gigantesco mulino a vento…

Chi è rimasto in forma umana viene inesorabilmente schiacciato dall’impeto feroce dell’acqua. Chi è gnomo vede passare dinnanzi a sé strade e vie di ogni tipo; superati gli archi, le radici cominciano ad intrecciarsi secondo uno scivolo invisibile che compare proprio mentre si rischia di precipitare in un dirupo senza fine.

Il viaggio è un continuo slittare su foglie e radici di ogni tipo; quando si è in bilico, lo scivolo si adatta all’esigenza di non cadere…

La discesa dura qualche minuto, e si conclude con un tuffo acrobatico senza il quale ci si alzerebbe da terra sicuramente molto più dolenti…

Tuttavia non è la terra che si raggiunge, ma alberi. Ce ne sono sei, enormi, ed ogni gnomo si è ritrovato in un ramo, una specie di corridoio difeso dalle foglie…

Una musica zingara accompagna la curiosità dei viaggiatori: folletti di varia natura occupano posti diversi degli alberi; suonano tutti uno strumento a pizzico…

I fusti, larghi come bisonti, disegnano uno spiazzo circolare; lo si potrebbe raggiungere semplicemente gettandosi da lì e lasciando che le foglie, tante, in successione e larghe, cullino il peso del corpo…

Sostenuta quest’altra piccola prova, ci si rende conto che non si poggia i piedi per terra, ma su cappelli di funghi enormi.

Sei libri aperti ruotano intorno a sé stessi accanto ad ogni albero; la musica, pur strano ma vero, sembra uscire proprio dai volumi, unirsi e creare una settima musica completamente nuova.

In questa settima musica le parole, note suggerite dalle lettere di ogni libro, si sommano in un unico messaggio:

Unisciti a me o stanco

Viandante,

Riposati un poco prima

Di andare,

Rivivi un momento i tempi

Migliori,

Ritornerai forte e meglio

Di prima.

Non credere d’essere l’unico

Gnomo

Che cresce da solo e insieme

Agli amici,

Non fare di te quel sogno

Nascosto

Che tace per sempre e mai

Fiorirà.

Le prove son tante, più

Delle mete,

Le mete son quelle che cambiano

Sempre,

Le strade son quelle che vanno

Alle prove,

Tu prova a capire dov’è

Che non sono:

Non sono nei mari che dicono

Tutto,

Ma che dopo un attimo restano

Muti;

Non sono nei cieli che aprono

Nubi,

Ma che presto o tardi le fanno

Sfogare…

Io sono nel canto di un

Usignolo,

Quand’è che ti dice che ancora

C’è vita.

Io sono nel gelo del pieno

Inverno,

Quando sogni l’inferno e invece

Vuoi Me…

Poi sono la strada che segna

Il cammino,

Poi sono la sfida di ogni

Destino,

Poi sono il pianto che ancora

Non versi,

Ma che in questi versi tenere

Vorrai…

La cosa bizzarra è che il canto non è stato cantato da nessuna bocca, ma solo suonato dagli strumenti dei folletti: sembrano seguire le note del libro come se avessero davanti dei direttori d’orchestra.

Nel primo si ha la sensazione di voler leggere tutto in fretta.

Nel secondo si ha la sensazione di leggere con paura.

Nel terzo si ha la sensazione di voler saltare qualche pagina.

Nel quarto si ha la sensazione di non trovare nulla di interessante nella lettura.

Nel quinto si ha la sensazione di essere portati per mano.

Nel sesto si ha la sensazione di non trovare una fine.

Intorno ai volumi si sono creati diversi gruppi di gnomi. Lentamente, alcuni si chiudono con un busso spaventoso: il primo, il terzo, il secondo, il sesto, il quarto…

Rimane solo il quinto.

Tutti gli altri gnomi si dirigono verso quello. Ad un certo punto le pagine sono mosse da un vento feroce. La bufera smembra il libro con estrema rapidità, facendo del suo interno una piccola strada da seguire nella foresta…

I fogli sono sparsi sull’erba, ma anche sopra gli alberi, o le siepi; alcuni svolazzano un po’ più avanti ed indicano dove prosegue il percorso appena iniziato…

Diversi gnomi, vinti dalla curiosità di conoscere il significato di quegli stranissimi segni e simboli, li raccolgono e li leggono: di loro non si saprà nulla…

Spariti sul far del guardare, dissolti nell’aria; il foglio o i fogli che stringevano tra le mani si sono messi a planare dolcemente come se intorno a loro non ci fosse rimasto nessuno…

Sforzandosi di non leggere, il cammino continua serpeggiante e insidioso. Ben presto le pagine diventano una vera minaccia: il vento le smuove in gran numero, e viene sempre più naturale guardarle. Alcune si spostano da quelli ad alberi più lontani, o scendono fino a terra, o finiscono chissà dove…

Sul sentiero, un vento le porta avanti come se fossero gli audaci testimoni di un pericolo imminente.

Molte volte finiscono sul viso: per i più fortunati, un grosso spavento è tutto quel che nuoce…

Chi non sparisce raggiunge una larga radura. Civette grosse quanto gufi e gufi spaventosi quanto una civetta animano i rami di questo posto…

Al centro c’è un albero. Riporta una profonda spaccatura da un lato; sembra che l’unghia di un drago abbia sottratto un pezzo di fusto.

Molti gnomi la guardano e vedono modificarsi le venature del legno finché non formano una figura familiare: il ricordo di quel che erano una volta.

Ci sono gnomi che non riescono a separarsene: piangono disperati per riaverla indietro…

Questi si tolgono il medaglione e lo consegnano all’albero. Il gesto è simbolo di un addio; nessun viaggio sarà più nei loro pensieri…

Gli altri, seguendo l’indicazione del libro, girano prudentemente intorno al pericolo e proseguono.

Il sentiero si allontana dalla radura per andare a costeggiare una grossa statua di pietra grezza…

Riproduce un signore ben vestito, con mantello e spada al fianco. Passandoci sotto, la statua rivela uno sguardo magnetico e sibillino che, al buonumore falsamente espresso, alterna il malumore di un messaggio perfido e recondito.

I faciloni notano solo il primo messaggio; i meno superficiali anche il secondo, così che il primo messaggio si annulla completamente.

Lasciando passare una stragrande maggioranza, la statua fa capo ad un perno e ruota su se stessa fino ad indicare una direzione ben precisa con la spada; molti la seguono, perdendosi un po’ ovunque nella foresta…

Ad osservare questa scelta sono tutti i gufi e le civette della radura più lontana, i quali, simultaneamente, vanno a riempire le spalle, la testa e le braccia del cavaliere per gustarsela meglio da vicino…

I suoni che emettono raggelano il sangue nelle vene…

Quando la statua è ormai alle spalle, si alza un vento anomalo, che soffia in una specie di lamento perpetuo e dissonante; la musica zingara, il sottofondo attraverso il quale i fogli si sistemano lungo il cammino, si trasforma in un altalenarsi di suoni casuali.

Dove andare, ora che il libro si è sparso un po’ ovunque…?

Degli gnomi decidono di seguire i fogli che cadono davanti al muso…

Molti altri no: optano per tenersi distanti da ogni scelta affrettata. Sarà una buona occasione per fermarsi, riposare e meditare meglio sull’indomani…

Un piccolo falò può bruciare grazie a cumuli di pagine vecchie, quelle inutilizzabili, cioè quelle già cadute. Dal fumo esce un messaggio chiaro e semplice: “Avete fatto bene! Bravi, siete coraggiosi!”.

Poi le sue spirali inghiottono un’immagine trionfante: la vittoria di una lunga e faticosa battaglia…

Quando è l’alba, le ceneri del fuoco disegnano un cammino ben preciso, che scarta ogni sentiero altrimenti riconoscibile per andare lì dove la foresta è più nutrita d’alberi e piante.

Grazie all’ascia, creare un varco, pur non essendo cosa semplice, è possibile…

Dopo poche accettate a destra e a sinistra, le piante si aprono in uno slargo di terra battuta dove due fazioni di gnomi, strano ma vero, lottano per la vita; cosa più strana è che lottano contro sé stessi!!

Una fazione impugna la bellissima ascia dal legno magico, l’altra no: sono armati di tutto punto. Hanno armature di ogni tipo, scudi, spade e altri ferri ingombranti che pendono o coprono parti del corpo.

Appena gli gnomi più armati vedono arrivare un nuovo contingente, chiedono subito soccorso…

Quelli che brandiscono l’ascia continuano imperterriti ad usare le risorse a disposizione.

Sorge naturale andare ad aiutare qualcuno, così, dopo pochi istanti, la foresta è gremita di gnomi guerrieri e gnomi assassini che sbraitano, sfuriano e sgozzano.

La battaglia si conclude senza perdenti, in una fuga da parte di tutt’e due le fazioni…

Non sarà facile stabilire cosa volevano quegli gnomi, sotto quali ordini si spingevano nella lotta. Sta di fatto che il popolo non è più in pace come una volta: c’è chi segue un comandante e chi ne segue un altro…

Eppure si è partiti uniti, fedeli, grintosi. Da dove proviene quella scissione…?

Se si combatte per raggiungere un ideale, sia esso la pace, che importanza hanno due strade diverse…? Non è sempre una la meta…?

E’ chiaro che l’ideale è stato sostituito con qualcos’altro, anche perché, se in pace vogliamo andare, l’odio non ne presuppone il mezzo.

Qualcuno non la desidera: vuole altro…

Con quest’ ‘altro’ covato nell’animo come un morbo silenzioso, il viaggio prosegue assediato da mille pensieri diversi: perfidia, rancore, rabbia, odio, collera…

Si mischiano in una miscela velenosa che fa ribollire il sangue, e che lo coagula nelle vene come quando ci si aspetta una trappola da un momento all’altro.

Fortunatamente non sopraggiunge. Si è dissipato però un mutismo generale, trattenuto poi da un andamento gravoso e riflessivo…

La natura muta ora con estrema rapidità: gli alberi sono floridi e ricchi di colori; l’erba è alta, pungente, disseminata di rose bianche simili a gentili pensieri d’amore…

Esalano un odore acre e stucchevole; ricorda amori lontani nel tempo, infelici alla luce del sole quanto felici nel pensiero di chi se li figura…

E’ un posto adatto per una scappatella adolescenziale; il sapore di un frutto di stagione appena colto è quel che lo caratterizza maggiormente. Le tonalità degli alberi somigliano a quelle di vespri estivi sciupati dalla pigrizia e dalla noia…

E’ come se questo posto non avesse tempo, o meglio, un tempo definito; come se fosse costantemente alla ricerca di un nuovo tempo, del suo, quello che non riesce a trovare e che, pur conoscendolo, lo bloccherebbe nel medesimo stato attuale.

Stregoneria di primo livello, tanto sublime da portare quasi alla felicità.

Ad ingigantire la stranezza del posto è un’incudine, anch’essa dimenticata in mezzo al verde, un po’ come il resto. Su di essa suonerebbero felici le lame che per il momento vi tacciono sopra, scordate forse da qualche ricco feudatario…

Sembrano in cerca di nuovi padroni. Sono lì a chiedere una mano lesta, decisa, pronta, in grado di rompere il silenzio desolante anche solo facendole scivolare via dal loro stupido posto.

Degli gnomi decidono di farlo: la bellezza delle armi è talmente seducente che un attimo dopo le loro asce vengono buttate in mezzo all’erba.

Le rose cosparse nel prato, una sorta di campo di grano incolto, guidano il forestiero verso una bellissima radura…

Da qui arrivano, in un crescendo dato dall’avvicinarsi, grasse risate, voci di brindisi e chiacchiericci vari.

Si associano a degli gnomi allegri che cenano spaparanzati intorno ad un lungo tavolo di legno sul quale è esposta ogni sorta di leccornia. L’invito è irrifiutabile…

Per circa un’ora il ricordo delle feste che si facevano una volta a LUMINARIA torna vivo e forte nelle menti, disciogliendo in un bicchier di vino, in una coscia di pollo, in un morso succoso, tutto quel che è avvenuto dopo la partenza.

Nell’apoteosi dell’allegria, una voce ripete assiduamente: “Restate uniti! Uniti!”.

Sarebbe bello se la festa continuasse fino all’indomani, ma, proprio mentre le palpebre si chiudono nel tentativo di conciliare un sonno digestivo con la ricca abbuffata, il banchetto, quasi fosse emerso dal nulla, si dilegua insieme alle voci…

L’erba è un materasso insostituibile.

Quando i primi gnomi si svegliano da un sonno pesante e ristoratore, la prima cosa che notano è la sciamatura dell’esercito: molti guerrieri non sono più lì…

Spariti forse insieme all’illusione…? Partiti in fuga durante la notte…? Vinti da una minaccia che ha risparmiato gli altri…?

Nessuno ne sa niente. Sta di fatto che si è sempre di meno.

Raccolte le proprie cose, altro non c’è da fare se non individuare un cammino; i fogli che prima indirizzavano con precisione ora non ci sono più.

Resta l’interrogativo di una radura che sembra guidare nella foresta un po’ in tutte le direzioni…

Senza perdersi d’animo, la maggioranza opta per un sentiero un po’ più sicuro, dove il passo non è ostacolato dal sottobosco.

Ad indurire la decisione è poi una punta di sano stoicismo che si è fatto strada nei cuori di tutti dopo il pasto di ieri.

Seguirlo è l’unica cosa saggia… Dopo pochi svincoli destabilizzanti, la terra battuta si tuffa in un leggero strapiombo, da cui salgono, come da una piccola scala a chiocciola, una miriade di volumi diversi.

Il primo a scendere un gradino comunica che il passo sembra sicuro e che proseguire non è un tentativo inutile.

I libri-guida si inerpicano in una parete scoscesa in cui la foresta declina e muta d’aspetto continuamente, per poi perdersi in ciò che a prima vista appare come un immenso banco di nebbia…

Suoni di rapaci, viandanti di altezze sempre nuove, riempie l’enorme, enigmatico buco in grado di inghiottire occhi e cuore in una sola volta.

Scegliendo il prossimo volume come punto di riferimento del cammino, la discesa prosegue lenta e prudente come se si camminasse nell’aria.

Quando si è più in basso, il vento ulula vicino le orecchie. Il suo lavoro è il tentativo di alzare le copertine dei libri il più in fretta possibile…

Poco dopo, sgusciare su un foglio umidiccio e rischiare di perdersi nelle profondità è una triste routine dettata dalla circostanza, si spera, da dimenticare il prima possibile.

Raggiunto il banco di nebbia, i libri sembrano scordarsi se esistano davvero. Avanzare significa sedersi continuamente sul prossimo per non rischiare brutte sorprese…

Da lontano giungono voci in allarme. Grazie ad un rapido passaparola si apprende che non si può più tornare indietro, qualunque cosa succeda: i libri sui quali si è contato per scendere sono caduti!

Ogni tanto se ne può vedere uno percorrere la cavità vicino alla parete e trasformarsi presto in un puntino confuso nella nebbia…

Le pagine che ruotano intorno allo spessore producono il suono di capelli al vento…

Nella speranza di trovare sempre un nuovo appoggio, la brutta calata deve continuare.

Purtroppo non può più farlo: i libri sono finiti!

Davanti c’è un dirupo vertiginoso dal quale si potrebbe scendere solo aggrappandosi ai margini dei volumi…

Chi tenta l’impossibile, la probabilità più ampia è quella di trovare la morte.

C’è chi invece, controllando l’elemento dell’aria grazie alla magia dell’ascia, riesce a chiedere ad un volume di sollevarsi e portarlo fino a valle…

Gli altri gnomi invece, dopo attimi di vero panico, si organizzano in questo modo: ognuno toglie il libro sotto i piedi del compagno alle sue spalle, con estrema cautela, cercando di concentrarsi solo su di esso…

In questo modo la parete si trasforma, lentissimamente, in una scala più praticabile; la cosa fa volgere il giorno all’imbrunire, così, quando tutti sono a terra, la macchia è cosparsa di grandi e piccoli volumi, alcuni tra i rami degli alberi, altri sulle punte…

Molti gnomi, quelli scesi prima, li consultano divertiti. Ci sono libri di ogni tipo, senza escludere nessun genere letterario: da quello horror, al giallo, al cavalleresco e ad altro ancora…

Con queste letture ancora nei pensieri, ognuno trova un cantuccio favorevole nel sottobosco circostante, protetto da pini e abeti altissimi; alcuni creano dei giacigli ancora più comodi e sicuri proprio accumulando diversi volumi…

Il risveglio al mattino non è dei migliori: si avverte una gran puzza d’aria fetida…

Oggi, forse perché la nebbia s’è diradata, si vedono benissimo le copertine che scendono a valle.

Ci sono anche diverse diramazioni: molte scale portano nel cuore dell’abisso, altre seguono diritte, altre ancora salgono e raggiungono foreste inesplorate.

Si avanza con molta più attenzione; poco dopo la scala abbandona la china della foresta e si spinge verso il centro del dedalo. Nessun rimpianto nell’abbandonare quella zona così torbida e rischiosa…

La strada volge ad un trivio: a destra si va a valle, davanti si prosegue nella nebbia, a sinistra si raggiunge il buio del crepaccio.

Naturalmente l’accordo era di arrivare a valle, ma altri gnomi hanno imboccato a sinistra e al centro, ignorando i patti stabiliti…

I primi della fila sono già inghiottiti dal bianco e dal nero. Voltando a destra la situazione non si complica: alcune copertine sono aperte in modo tale da creare una sorta di comodo scivolo, così, in alcuni tratti, andare avanti risulta addirittura piacevole.

La foschia, traccia indelebile della fitta nebbia di ieri, può ancora indicare molti dettagli: i contorni dei pini che sono ai piedi; strade e viuzze che serpeggiano nei dintorni della foresta; piccole creaturine che si muovono secondo il proprio istinto di sopravvivenza…

Se ad indicare l’atmosfera tersa sono questi ed altri particolari della natura circostante però, a modificarla è una densa nube che si forma di tanto in tanto dinnanzi agli occhi, brumosa e piccante come quella di un pentolone al fuoco.

La puzza che si avvertiva al risveglio qui è un tanfo da scappar via… Bisogna lottarci contro non poco.

Ben presto il pensiero di un bellissimo cielo azzurro è un ricordo lontano nel tempo; bisogna rievocarlo per sconfiggere la triste realtà dell’olfatto.

Ogni tanto salgono dei puntini incandescenti che inceneriscono all’aria e si appiccicano addosso.

Dopo pochi minuti la cenere somiglia ad una piccola bufera boreale…

Fortunatamente, in maniera lentissima, sopraggiunge la valle: una piccola oasi verde in cui la densità degli alberi diminuisce a favore di uno spazio più libero.

L’immagine felice viene presto sbiadita da una nuova nuvola, densa e scura più delle altre; il cammino si interrompe subito…

Un vento mutevole e bizzarro investe l’aria all’improvviso, riempiendola di correnti circolari che si muovono ora da un verso, ora da un altro.

Questi soffi abbassano le nubi, le alzano, le portano avanti o indietro, finché tutto quel che è possibile vedere si vede: un enorme DRAGO D’ERBA è seduto sui volumi già usati, proiettato in avanti come se avesse spiato fino ad ora i movimenti di tutti gli gnomi…

Il suo verso screpolato si disperde tutt’intorno, rifugiando gli animali nelle tane in un rapido brusio di paura…

Anche quelli in aria, di solito molto più indifferenti, si dileguano in piccoli o grandi stormi.

La creatura muove subito un passo in avanti, coprendo almeno una ventina di libri…

Nel medesimo istante la scala comincia a tremare come sotto la scossa di un violento terremoto.

Un attimo dopo tutta quell’enorme pila è in aria: si cade a destra o a sinistra, con tanto, tantissimo vuoto sotto i piedi…

Una lesta magia degli gnomi che manipolano l’elemento della terra riesce a trasformare i volumi in grandi cumuli di sabbia, così che l’atterraggio risulti più morbido e vicino.

Le dune creano uno zoccolo intorno al drago, il quale le smuove con un sordo battito d’ali, mentre le più distanti scivolano a valle, simili ad un immenso tesoro popolato da opere letterarie.

La creatura ha evitato di cadere alzandosi pigramente in volo e mantenendo la medesima quota. Una lingua di fuoco si allunga smisuratamente dalle sue fauci muschiate e va a colpire una zona deserta, occupata poco prima da un gruppo di gnomi.

L’esalazione velenosa getta i più vicini all’indietro e li soffoca per qualche secondo…

Alcuni gnomi si sono aggrappati silenziosamente sulla schiena e stanno cercando di tagliare le ali: i colpi agitano il mostro in un abbassarsi e alzarsi continuo…

Quelli che riescono a controllare il fuoco chiedono alla loro ascia di avvampare mentre la scagliano in aria: l’accetta si pianta sul collo, sulle zampe e su altre parti del corpo creando dei piccoli, indomabili incendi.

Quando il drago sputa di nuovo, il fuoco è proprio l’elemento che lo sta divorando, riducendolo in alcune zone ad uno scheletro di rami e arbusti.

Il suo getto diventa più grande e frenetico, adesso che è dolorante; quando colpisce un gruppo di gnomi, chi ha la magia dell’acqua spenge facilmente le ustioni…

Nel giro di pochi secondi il Drago d’Erba è un falò adatto per la sera, intorno al quale si riuniscono presto tutti quanti.

Gli gnomi che hanno raggiunto la valle il giorno prima sono venuti in aiuto degli altri durante il combattimento. Hanno con sé un’ottima selvaggina da fare arrosto.

Le ali del drago, siccome d’erba, conservano dei funghi saporiti e delle bacche deliziose…

Durante il pasto si ride e si scherza come un tempo, facendo stavolta delle proprie gesta il centro della discussione.

Dopo i racconti al fuoco, però, sono le cattive notizie degli uni e degli altri a fare banchetto: i nuovi arrivati comunicano d’aver visto il Cavaliere d’Erba insieme a moltissimi gnomi, alcuni armati di tutto punto. Il gruppo arginava la valle per andare sul versante opposto del pendio appena disceso…

La seconda notizia infelice è questa: dei compagni di viaggio hanno gettato i volumi nel dirupo, imprigionando gli altri in una trappola micidiale!

Sicuramente i due gruppi sono alleati: hanno sfasciato il passo contemporaneamente e su due versanti…

Secondo un calcolo approssimativo il loro incontro avverrà domani sera, dall’altra parte della montagna, uno spettro che si staglia oltre la notte…

Il sonno è vivace. Pensieri turbolenti, cupi presagi di quel che sarà, fanno capolino ininterrottamente…

Quando il sole dipinge la vallata, animandola ancora una volta di colori e di vita, molti gnomi sono già svegli.

Percorrere lo stretto sentiero che curva intorno ad un nuovo strapiombo e da dove si gode una distesa senza eguali, è cosa piacevole e rilassante. I pini sono mete veloci di uccelli che giocano a chi è primo…

Le nubi, terre incommensurabilmente vaste poggiate sul niente, lasciano passare un raggio si ed uno no…

I fasci di luce operano in un gioco visivo fantastico: somigliano alle dita di un gigante che indica la terra…

Il cammino si fa più cupo quando, voltando verso la montagna, cioè verso l’interno, le nubi diventano addensamenti violacei, simili a ghiacci appena stemperati.

Smorzano i colori in un unico tono grigiastro, freddo come la pietra circostante…

I rami che escono dai massi sembrano trachee di colli sgozzati.

Poco più avanti si aggrovigliano in tessuti bizzarri, simili a cotte di maglia appena abbozzate.

Nel giro di pochi metri le stesse bozze si trasformano in vere e proprie armature, frutti anomali di alberi altrimenti infruttuosi…

Staccarli da lì è l’unico modo per farli cadere. Chi le indossa si sente immediatamente stretto in una morsa vincente, simile all’aggancio di un mostro spaventoso…

La crescita dell’armatura continua attraverso l’allungamento costante di rami e rametti adunchi sopra le cosce, i polpacci, i piedi, le spalle, le braccia, la testa.

Tagliarli è cosa inutile, visto che ricrescono più numerosi…

Completata l’armatura, vedere uno gnomo è come vedere una macchina da guerra. A smentire la ferocia della lavorazione, particolarmente significativa anche nelle decorazioni, sono solo foglie e fogliette che escono un po’ ovunque…

Raggiunti i piedi della montagna, il terreno si screpola come una bocca da dissetare…

Un semplice sguardo basta a dedurre che un intero esercito si è mosso sopra quei ciottoli incalliti dall’arsura non meno di dodici ore fa.

Sapevano dove andare, perché non ci sono segni di dubbi…

L’arsenale si snoda in una profondissima gola, una cavità che si stringe in continuazione come se le pareti si volessero toccare da un momento all’altro…

Più si va avanti e più aumentano le armature; molte figurano in altezze impensabili, vicino a sentieri creati dal caso o dalla temerarietà di qualche incosciente.

Vicino questi sentieri, sopra, sotto, di fianco, si aprono grotte buie, bocche dove il vento entra e grida più forte che altrove.

Il suo incedere con prepotenza, tanto da doverci combattere contro per avanzare, sembra il triste lamento di una solitudine incolmabile…

Superata la strettoia il passaggio culmina in ciò che sembra essere un gigantesco calderone: una mota liquefatta gira intorno ad un risucchio di proporzioni incredibili. Si mischia in colori sempre nuovi: dei giallo canarino, dei rosa, dei porpora, dei rosso scarlatto, dei blu cobalto, formando impasti che non si possono associare al pensiero della natura…

Ogni tanto gonfia e ribolle come fosse lava; le gocce che schizzano sui vestiti si trasformano in esserini volanti simili a folletti di varie dimensioni.

L’esercito ha evitato prudentemente il calderone sollevandosi sopra un ponte…

L’alzata non conosce altri architetti se non la foresta che circonda il fosso: gli alberi, aggrovigliati in alto così da formare una cupola, sorreggono, tramite corde, delle piattaforme altalenanti che si incontrano solo quando il caso lo ritiene opportuno…

Rischiare di non raggiungere l’altra parte del turbine è l’unico modo per raggiungerla.

Sperando perciò in un destino benevolo, il primo gruppo di gnomi sale sulla prima piattaforma; la seconda è ancora distante…

Ci salgono dopo numerose oscillazioni.

Il secondo gruppo occupa il posto del primo, ma non possono avanzare finché quest’ultimo non incontra la terza pedana…

Molti gnomi, presi dal panico, si arrampicano sulle corde dell’altalena e raggiungono la cupola: contano di arrivare a destinazione camminandoci sopra…

Poco dopo il loro sangue scende dall’alto come una piccola lingua rossa, mischiandosi al gorgo…

La terza pedana arriva adesso, ed il primo gruppo ci si tuffa sopra con coraggio.

Tuttavia quella abbandonata non è ancora praticabile: molti gnomi hanno avuto paura di scendere…

Così, quando è ormai prossima al secondo gruppo, solo la metà di loro può riempirla.

Il primo gruppo, nel frattempo, ha finalmente raggiunto la sponda!

Gli gnomi della seconda pedana, che fanno parte un po’ del primo e un po’ del secondo gruppo, riescono a salire sulla terza…

Gli altri sulla seconda…

Il terzo gruppo è sparito: ha avuto paura ed è tornato indietro.

Quando tutti raggiungono l’altra parte del vortice, l’esercito è ulteriormente dimezzato…

Una landa desolata, una specie di deserto roccioso, è tutto ciò che si stanzia all’orizzonte. I massi sono lacrime di dura pietra poggiati su dislivelli impercettibili del terreno…

Ad un’occhiata più attenta mostrano delle scanalature, dei bassorilievi indecifrabili…

Il loro senso è celato dal tempo e dallo spazio, che qui sembrano dimorare da ere infinite.

Ragionandoci sopra, però, si è presi da un grave sconforto, inspiegabile quanto operoso…

Molti cominciano a piangere senza alcun motivo, battendo i pugni sopra i geroglifici. Chi riesce a mantenere il controllo comprende che proseguire contro la volontà di alcuni è cosa impossibile, dunque si dormirà qui, in mezzo a questo immenso spazio aereo…

Strano a dirsi, ma quando il pomeriggio è ormai scuro, volto alla notte dalla parte orientale, i massi hanno preso a muoversi in piccolissime, insignificanti spinte. Alcuni hanno ruotato fino a mostrare figure diverse da quelle precedentemente analizzate…

Il sonno non è affatto aiutato dalla scoperta, quindi, se per quelli che hanno pianto sembra essere di sasso, per gli altri è più leggero dell’aria che si respira…

Quand’è notte e nessuna stella manca all’appello, le pietre si alzano come attratte da una calamita invisibile, percorrendo prima brevi distanze da terra, poi abbandonandola del tutto.

Formano una specie di disegno nel cielo; lo si capisce perché ora rimangono immobili, quasi dovessero formarne assolutamente uno, ordinate da un comando che non ha origini apparenti…

Chi dorme, essendo appoggiato sulle lacrime, si sveglia e rimane sorpreso quanto gli altri…

Sono questi i primi ad accorgersi delle larghe tane nascoste sotto le logge dei macigni, ed anche i primi a rivelarne il misterioso prodotto: degli elfi denutriti, avvolti in camici di seta rossa…

Ce n’è uno per tana; devono essere aiutati per uscir fuori da lì sotto…

I piccoli feti-adulti indicano con un dito ossuto dei bastoni nascosti verticalmente nel buio dei pozzi.

Tirandoli fuori, si notano delle piccole ciotole di legno inserite in una delle due estremità…

Stanno chiedendo di essere nutriti. A confermarlo è un secondo ordine: tornare verso la mota.

Probabilmente quello è il loro cibo. Alcuni gnomi si offrono volontari per raccogliere la strana brodaglia; partono in coppie, una per bicchiere…

Al ritorno, la fanghiglia essiccata sul bordo del legno si trasforma in nuovi esserini alati; ronzano intorno al loro grembo, quasi volessero difenderlo da eventuali pericoli…

I feti-adulti cominciano a bere di gusto; facendolo, il loro corpo cresce sotto la tunica fino a coprirla interamente. Nell’atto si è allungata anche una barba bianca come la neve e folta come il manto di un guerriero. Li nasconde fino alle caviglie. Hanno occhi neri, grossi come uova, dove mille stelle luminose corrono in prospettiva senza mai fermarsi…

Parlano attraverso dei geroglifici che si imprimono nella testa e che, inspiegabilmente, vengono compresi nel momento stesso in cui si vedono.

Ora stanno dicendo a tutti che sono lì per aiutare la missione, che senza di loro tutto sarà vano…

Ci sarà un Elfo Druido ogni dieci gnomi; guideranno con saggezza e prudenza fino alla fine.

E’ necessario che prima conoscano tutti. Devono sapere quale atteggiamento si è mantenuto fin’ora nei confronti della battaglia, che intenzioni si hanno, come si intende affrontare i pericoli; questo dialogo avviene in segreto, nella mente di ognuno…

Sfuggire alla verità è come combattere contro una serie di geroglifici in successione; per molti diventano un bombardamento continuo d’immagini…

Chi non ha mentito riceve un perdono speciale: gli Elfi Druido, dopo aver oscillato il bastone e recitato una formula magica, riempiono la ciotola di un’acqua splendida, la stessa di MULINARIA.

L’acqua viene versata sul capo dello gnomo, ricolmandolo di nuova, inesauribile pace…

Con questa pace è necessario combattere; senza, il cammino sarà molto più difficile…

Un gruppo di gnomi nascosti nei pressi della foresta, udito il miracolo, si affretta a raggiungere gli Elfi Druido…

Versano abbondanti lacrime che inzuppano la barba. Sono pentiti di azioni illecite…

Gli Elfi Druido riservano a loro lo stesso trattamento degli altri. Poi spiegano: “Ci sono lacrime che non si versano da tanto tempo. Altre che si versano senza sapere di versarle… Questi gnomi piangevano da molto e senza saperlo”.

Tornati più amici di prima, raccontano quanto hanno visto: l’esercito del Cavaliere d’Erba sta percorrendo un passaggio che lo nasconderà nei meandri della montagna, dove agirà indisturbato…

Il loro intento è rubare la Campana d’Oro, quella che unisce gli gnomi nel vincolo fraterno e che pende dal Sacro Campanile, una struttura altissima, impossibile non vederla da un qualsiasi punto della terra.

Probabilmente, dato che la torre non ha scale esterne, e che fabbricarne di così alte è cosa impossibile, raggiungere la Campana d’Oro attraverso un passaggio sotterraneo è l’unico modo per toglierla da dov’è…

Ma se non si raggiunge l’esercito in tempo non si saprà mai in che punto si trova!

Ripercorrendo con lo sguardo tutto il tratto fin’ora percorso, e dunque salendo i pendii, le foreste e altro ancora, la torre appare come un palo fisso sopra un cucuzzolo…

Strano non averla notata prima, quando era a pochi metri…

Ma è abilmente nascosta dalla vegetazione, e, fino a poco tempo fa, dalla nebbia… Nessuno biasimi nessuno.

Gli Elfi Druido spiegano che in altre ere il Cavaliere d’Erba, in una delle sue numerosissime metamorfosi, ha già tentato di rubare la Campana; negli sforzi riusciti la cosa ha provocato scissioni inenarrabili, conflitti aspri e sanguinosi…

I Giganti hanno pianto lacrime di roccia, dalle quali loro nascono e si rigenerano. Ogni missione ha la sua stessa importanza, mai una ne ebbe di più o di meno… E con inesauribile energia, il loro compito viene sempre portato a termine.

Il sonno può durare cinquant’anni, ma anche pochi secondi, o addirittura attimi, prima del risveglio…

I combattimenti sono denominati Cataclismi; ora siamo al terzo Cataclisma. Ce ne saranno altri, tanti quanti i numeri, che qui sembra possano esistere…

Gli Elfi Druido vorrebbero raccontare altre cose ancora, ma un suono lacerante mette tutto l’esercito in allarme: dalle buche sono usciti dei lunghissimi VERMI FORMICA!

Esseri dalla testa e dalle zampe di una formica, ma dal corpo lungo e sinuoso come quello di un verme…

Sono fuori per metà, mentre il resto è ancora infilato nel terreno. Protendono la famelica bocca-artiglio in avanti e spruzzano un veleno che, dall’odore che emana e dal fumo che disperde appena incontra qualcosa, ha tutta l’aria di essere fatale!

Alcuni hanno già afferrato gli gnomi più vicini, alzandoli come se niente fosse. L’urlo dei poveretti è disumano…

I primi ad intervenire sono proprio gli Elfi Druido, che iniziano a scuotere la loro coppa e a recitare formule magiche…

I liquidi che versano addosso ai mostri sono micidiali, infatti questi lasciano subito le vittime e si dimenano come se li avesse colpiti la lava di un vulcano.

Alcuni hanno perso la vista; altri l’uso della bocca; altri ancora quello delle zampe anteriori; altri, infine, non si alzano più da terra…

La maggior parte di loro s’è ritirata nei buchi emettendo dei versi che, appartenendo a realtà microscopiche, non si possono ascoltare più di una volta senza provare un senso di vero terrore.

L’intervento degli gnomi si riduce ad un paio d’accettate o di incantesimi…

Chi ne recita uno si accorge che l’effetto del medesimo si è triplicato a sua insaputa, come se avesse acquisito un’esperienza maggiore nel formularli.

E’ la presenza degli Elfi Druido che ne facilita la crescita: sono loro a controllarli, non tanto nell’idea, quanto nel modo in cui scagliarli, e, soprattutto, nella quantità della magia da gestire…

Anche l’uso dell’ascia è migliorato notevolmente: molti si rendono conto, una volta dato il colpo, d’aver fatto delle cose incredibili, manovre maestre che non si potrebbero eseguire senza l’aiuto di millenni d’esperienza!

In poco tempo la landa si trasforma in un cimitero fetido. Le antenne dei VERMI FORMICA si muovono ancora sotto la spinta di un sistema nervoso disintegrato, e ostentano ancora una piccola, inutile ferocia, più simile al miagolio di un gatto che al ruggito di un mostro…

Gli Elfi Druido dicono che bisogna allontanarsi dal deserto: fra non molto la puzza delle carcasse attirerà altri VERMI FORMICA!
I buchi aperti, e lo saranno per tutta la notte, devono essere immediatamente chiusi. Sono sufficienti delle rocce di modeste dimensioni…

Quando si tappano capita che un mostro è quasi pronto per uscire; molte pietre bisogna lasciarle cadere sulle loro teste!

Ostruiti i buchi circostanti, la fuga è tutto ciò che resta. Una magia improvvisa degli Elfi Druido fa correre l’esercito aggiungendo alla carica del piede quella del vento, e dopo pochi secondi si è nell’aria a muovere dei passi che nessuno gnomo ha mai immaginato di poter muovere!

La corsa è talmente silenziosa che sembra nemmeno esista…

E’ però confermata dall’inseguimento dei VERMI FORMICA, che coprono in pochissimo tempo delle distanze stupefacenti…

Il loro verso grumoso non rende più fluidi i movimenti!

Una seconda magia degli Elfi Druido ribalta la situazione: ora il vento non solo è favorevole, ma soffia irrequieto come un monsone!! La fuga, grazie ad essa, è una vera e propria galoppata tra una raffica e l’altra…

I VERMI FORMICA diventano un groviglio di bracci neri in lontananza. Si torna a conoscere il suolo gradatamente, attraverso piccole discese repentine…

Le gambe non bruciano, non dolgono, non appesantiscono; sembra non siano state sottoposte a sforzo alcuno…

Gli Elfi Druido, attraverso il solito procedimento, creano degli infusi di erba medicinale; la sostanza, cremosa e maleodorante, dal colore di uno spinacio cotto più del dovuto, si versa sulle superfici danneggiate con grave dolore per il paziente…

Una seconda erba, un intreccio di foglie battute, copre la lesione, la ammorbidisce e la reintegra al corpo…

Tuttavia molte ferite non permettono di spostarsi durante la notte: si dormirà qui, lontano almeno dalle tane dei VERMI FORMICA.

Il cielo, dicono gli Elfi Druido, porta presagi di sventura; la composizione delle stelle non mente. Dovrà accadere qualcosa…

Non è questa notizia di sicuro una buonanotte, ma riesce a dare al sonno un significato diverso, di recupero energetico, più che di riposo vero e proprio.

Gli Elfi Druido non dormono: hanno unito le loro coppe facendo alzare dei piccoli fuochi. Tenerle unite significa sopperire alla mancanza di un falò…

Ognuno esamina intorno ad esso le stelle, vedendoci cose che possono decifrare la sensazione negativa che hanno annunciato, ora addirittura in aumento.

Un vento caotico spettina le loro barbe; sembrano alla ricerca di un nemico vicinissimo, eppure invisibile.

Dei corpi nuvolosi si sommano al centro del cielo e cominciano a ruotare in senso antiorario…

Il moto attira intorno a sé altre nubi, di diversa grandezza e consistenza.

Quelle che si sono già mischiate formano un agglomerato nerastro, molto simile ad un gigantesco livido dolorante…

Il perno che ruota l’enorme spirale si aggira intorno al vortice di fango multicolore superato dianzi.

Forse grazie anche al secondo moto, i cumuli si aprono in un foro di dimensioni via-via più grandi, fino a formare un enorme varco, impenetrabile quanto sinistro…

Un’improvvisa, agghiacciante scarica unisce il cielo alla terra proprio nel punto in cui si forma il vuoto. Gli Elfi Druido svegliano immediatamente chi dorme.

Altre saette lontane continuano a torturare la roccia del deserto, mentre ci si prepara ad uno scontro ancora poco chiaro.

A renderlo più reale sono i fulmini che seguono: si uniscono in alto, ignorando la terra, e vanno a formare lo scheletro di una figura visibile solo attraverso il fenomeno atmosferico. Dopo diverse lance luminose, tuoni e lampi di tutte le dimensioni, il temerario viaggiatore del cielo si scopre essere un enorme DRAGO DI FOLGORE!

Il suo volo è rapidissimo, perché, se un attimo prima era lontano, simile ad un capriccio della natura, ora, illuminato da un nuovo bagliore, lo si vede girare intorno alle teste: i fulmini che lo compongono sono vere e proprie scariche elettriche scese dal cielo! Percorrono il punto del corpo interessato e spariscono in un istante, lasciandoti col dubbio che possa tornare di nuovo e più vicino…

Scappare è cosa inutile, visto che per la maggior parte del tempo è inconsistente…

Anche l’aiuto degli Elfi Druido è invisibile: non fanno altro che battere il bastone per terra, senza dar vita ad alcunché di rassicurante…

Quando si forma di nuovo, il drago è davanti all’esercito. Scricchiola tra le fauci una scarica irrequieta, che si sfascia per terra e nella quale sparisce rapidamente…

Il colpo s’è disintegrato in una pioggia azzurra.

Il secondo è talmente rapido che il DRAGO DI FOLGORE non ha nemmeno il tempo di formarsi. Lo ha parato una magia: gli gnomi che controllano l’elemento della terra hanno formato un gruppo di alberi scudo.

Quelli feriti, tranciati in due parti, sono caduti con un tonfo raggelante…

Gli Elfi Druido accelerano la magia in opera: picchiano con lena i loro bastoni, tanto da far tremare la terra sotto i piedi…

Gli stessi bussi si ripetono ora in lontananza, ma sembrano più forti, quasi terribili.

Forse si sta avvicinando una minaccia ancora più grande di quella presente…

Il sospetto aumenta con l’aumentare dei colpi. Ora sono così potenti da far saltare gli gnomi in balzi sempre più alti…

Quando il boato dei passi in avvicinamento supera il volume dei dardi del DRAGO DI FOLGORE, si compiono balzi di due teste sopra uno gnomo…

La terza schicchera è parata da un dito di roccia che è sceso improvvisamente dalle nuvole…

Lo ha percorso in cerchi innocui, dileguati presto nel nulla. Un’ennesima apparizione del DRAGO DI FOLGORE lo denota profondamente impaurito.

Il mostro si perde in scariche confuse, che mirano a caso senza creare troppi danni…

Un vento poderoso e schiacciante apre il cielo in due parti, disperdendo i banchi nuvolosi in fumi mutevoli e leggeri come quelli di pioggerelline estive.

Quando si dirama del tutto, la notte torna ad assumere il solito aspetto…

Si vedono bene sia le stelle che le comete. Il gigante è tornato nella terra.

La magia utilizzata dall’esercito, potenziata poi dagli Elfi Druido, ha trasformato questa parte del deserto in una foresta.

Scaturendo però da una paura collettiva, l’aspetto che conserva è deprimente: più che presenze minacciose, gli alberi sono un insieme di assenze…

Quello caduto risulta un comodo tavolo per la cena, erbe commestibili strappate dopo una breve perlustrazione.

I fuochi creati dalle coppe degli Elfi Druido sono tra un paio di rami; illuminano gruppi che parlano perentoriamente dell’enorme difficoltà che richiede l’impresa…

Molti di questi, approfittando della disattenzione degli Elfi Druido, si allontanano nella notte senza alcun preavviso.

Mentre la cena prende diversi versi, ora allegri, ora tristi, ora malinconici, le ombre proiettate per terra si allungano smisuratamente…

Gli Elfi Druido spengono subito i fuochi. Dal buio si vedono emergere degli gnomi molto simili ai presenti, solo più brutti e cattivi…

Sono le OMBRE ASSASSINE!

Strozzati ancora dal cibo in bocca, ognuno afferra la propria arma e si getta nella mischia. Gli scontri avvengono scegliendo come avversario la propria ombra: è in tutto e per tutto l’incarnazione dello gnomo dal quale è uscita, ma ne accentua i difetti come una grottesca caricatura…

Anche caratterialmente sembra beffeggiare il suo sosia, colpendolo a volte più con le parole che con l’ascia. Questa, a differenza della solita, ha un manico nodoso e irregolare, sul quale è stata applicata una lama tozza e deteriorata, un po’ dal tempo e un po’ dalle battaglie. I simboli che raffigurano gli elementi sono disegnati con incisioni rozze, quasi tirate a caso.

Facendo della distrazione dell’altro l’arma più potente, molte OMBRE ASSASSINE riescono ad infliggere colpi anche davvero profondi, tali da dover rinunciare al combattimento…

Gli Elfi Druido si avvicinano prudentemente ai più ostinati e strappano via dal collo i loro medaglioni: lo gnomo torna ad essere una comunissima ombra…

Le altre OMBRE ASSASSINE, vedendo la fine dei loro compagni, scappano via urlando come diavoli. Per il momento non daranno fastidio…

Le ferite gravi conoscono una strana medicina: gli Elfi Druido devono convincere la vittima di non essere stata aggredita da nessuno. Quando ci riescono il taglio si riduce in proporzione alla certezza di quanto viene detto. Quando non ci riescono la ferita diventa letale, scavante come una tortura a sangue freddo…

Allora l’aiuto degli Elfi Druido diventa del tutto inutile. Durante la notte il loro tentativo è almeno quello di allontanare il ricordo di quel che è successo, così da arrestare l’effetto dell’autosuggestione.

All’alba la partenza è immediata.

Gli Elfi Druido colpiscono con le ciotole il terreno, facendo spuntare da lì sotto dei Vermi Formica ammaestrati dalla magia. Ogni cavalcatura è in grado di portare una dozzina di gnomi…

Una seconda magia, eseguita battendo il bastone, chiama un bellissimo Drago di Nuvola, che plana dolcemente nella landa insieme ad una leggera brezza…

I feriti vengono adagiati su di esso; un ordine degli Elfi Druido dettato da un soffio a labbra chiuse alza la creatura in volo.

L’esercito lo segue dal basso, a cavallo dei Vermi Formica.

Sostenuto da un vento frettoloso, il Drago di Nuvola percorre distanze irraggiungibili, unendo a sé altre nuvole, passandoci attraverso, evitando quelle più scure, andando a favore di altri venti e sbuffando di tanto in tanto una nube azzurrina dal sapore di un farmaco…

Quando plana, si disperde in una foresta autunnale. Le foglie, cadendo, toccano uno stagno languido, dove formano una pavimentazione ricca di fantasia.

Qui sopra si avvicinano calme alcune DONNE GATTO…

Portano delle foglie che, dopo aver bagnato nello stagno, poggiano sulle parti dolenti…

I loro colori annullano quelli delle ferite: i rossi il sangue, i gialli le parti gonfie, i marroni le parti livide, e così via…

Completano la medicazione leccando quanto rimane: la loro saliva disinfetta e cicatrizza meglio di qualsiasi altro rimedio…

Il viaggio prosegue attraverso il deserto di roccia. I Vermi Formica lo attraversano con grande rapidità…

Ogni tanto un lampo fugace oscura la vista e devia la direzione degli animali.

“Che nessuno guardi i bagliori nel deserto!”, ordinano gli Elfi Druido…

Ci sono infatti sette diamanti, grossi quanto cocomeri, poggiati su sette pilastri sparsi un po’ ovunque.

Il sole, battendo i raggi sulle smerigliature, fa disperdere la luce in mille direzioni diverse…

I Vermi Formica ne soffrono molto: si alzano, si abbassano, emettono versi capricciosi.

Alcuni gnomi non resistono al fascino delle pietre: lo sguardo si focalizza su di loro, rapito da una bellezza che svuota le viscere…

Nello stesso istante una porta invisibile li inghiotte.

Tra questi, alcuni entrano in un’oasi di sole donne; altri in una di solo cibo; in una di soli soldi; in una di soli specchi; in una di soli oggetti; in una di sola ombra; in una di sola mondezza.

Chi entra nell’oasi di sole donne vede le donne più belle del mondo.

Chi entra nell’oasi di solo cibo vede le pietanze più buone che si possano mai cucinare.

Chi entra nell’oasi di soli soldi vede tutti i soldi che si possono accumulare in una vita.

Chi entra nell’oasi di soli specchi vede sé stesso meglio che da qualsiasi altra parte.

Chi entra nell’oasi di soli oggetti vede tutto quello che ha sempre desiderato.

Chi entra nell’oasi di sola ombra vede tutta l’ombra del mondo.

Chi entra nell’oasi di sola mondezza vede tutta la mondezza che si può accumulare in una vita.

Quelli che hanno guardato i diamanti saranno per sempre imprigionati nei loro interni…

Gli altri proseguono la cavalcata.

Una bufera di sabbia investe l’aria all’improvviso. I Vermi Formica perdono l’uso della vista ed avanzano con estrema fatica, muovendo passi più deboli di quelli di un uomo; bisogna abbandonarli al loro destino…

La sabbia è granulosa. Quando colpisce in viso lo fa con una violenza tale da segnarlo…

Sarebbe inutile tentare di attraversare il deserto in queste condizioni. Il consiglio degli Elfi Druido è quello di tornare indietro…

Adesso desiderano il contrario: che ognuno guardi i diamanti.

Soltanto un uomo, spiegano, è riuscito ad attraversare il deserto senza mai essere tentato…

Questo non è concesso a nessun altro. Tutto ciò che si può fare è superare la propria condizione attuale, non eliminarla.

Bisogna diventare uomini, se si vuole seguire l’esempio di un uomo.

Per diventarlo, però, bisogna prima guardare i diamanti: in questo modo ognuno vedrà se stesso, ciò che è dentro.

Poco dopo si torna da loro. Il sole è oscurato dalla tempesta, dunque le pietre sembrano fari spenti e privi di fascino…

Di notte la luna li illumina saltuariamente in una o più sfaccettature. Allora dei barlumi biancastri scivolano repentini sulle piccoli o grandi dune che si sono formate…

Quando la tempesta si placa e l’atmosfera torna lentamente ad essere respirabile, la luna, sgombra da tutto e tonda come un sole, collega i diamanti in un’unica, potentissima luce, accecante come la sete o la fame…

In questa luce si riversa tutta la sabbia caduta tra i sette pilastri: va a formare un agglomerato nerastro che, nello splendore del suo ovulo, si discioglie in un misero pulviscolo.

Subito dopo la massa informe va ad assumere diverse sembianze, fino a prendere quella di un enorme DRAGO DI FUOCO!

La creatura alata gira in tondo e smuove una calura che dissecca i tessuti in un istante…

Il suo verso è l’afa…

I suoi occhi sono fori da cui passa la luce della carestia…

Gli Elfi Druido alzano i bastoni al cielo ed emettono dei suoni rochi che ricordano molto i vaneggiamenti di un assetato.

L’effetto immediato della potenza del DRAGO DI FUOCO è sulla sabbia: s’è trasformata in brace rovente!

L’esercito deve occupare la zona in cui il deserto è ancora roccioso per sopravvivere.

Il drago la raggiunge con un battito d’ali spaventoso, soffocante come una stretta al collo…

Un ruggito, simile ad un fuoco agitato dal vento, scioglie il coraggio in gocce di sudore.

Quando da quel forno esce una fiamma convulsa ed assordante, nessuna magia può evitare il disastro: chi non trova riparo viene inevitabilmente avvolto dal raggio…

Ma, grazie alla magia degli Elfi Druido, ecco arrivare da lontano il DRAGO DI NUVOLA!

Si posiziona veloce sopra il nemico, sbattendo le ali e dando inizio ad un diluvio salvatore…

La creatura sembra comportarsi come quando si è con i piedi invischiati nelle sabbie mobili.

Vorrebbe superare il DRAGO DI NUVOLA, ma le sue ali sono pesanti e non potrebbero mai conoscere tali altezze…

In un attimo il Drago di Fuoco è un cumulo di cenere fumante…

La sabbia del deserto, fresca al tocco, diventa un ottimo giaciglio per la notte.

Al mattino le pietre brillano intensamente; ogni gnomo si avvicina ad una pietra per guardarne l’interno.

Sei su sette non riflettono nulla…

Una sola riflette la propria immagine. Tuttavia non si tratta di quella attuale, ma di quella umana…

E’ splendida.

Riconoscersi in essa è una gioia incommensurabile…

Guardarsi significa essere di fronte ad un eroe. C’è chi si vede con un’armatura, chi con una tunica, chi con altre cose ancora…

Il desiderio di essere quel che si è diventa così forte che infrange il gioiello in mille frantumi.

Gli gnomi che erano dentro vengono liberati: molti, impauriti dai presenti, scappano ovunque…

Altri chiedono umilmente perdono di ciò che hanno fatto.

Quando lo si concede ci si rende conto che non si è più gnomi, ma uomini!

Si hanno le stesse caratteristiche dell’immagine riflessa sui diamanti…

Tutte le ferite riportate durante il viaggio non esistono più: la sensazione è quella di essere partiti adesso.

Gli Elfi Druido, dopo aver concesso il perdono, avvisano gli gnomi che se intendono proseguire il cammino devono accettare l’inconveniente di trasformarsi in cavalli da soma.

Alcuni rifiutano, altri no.

Quest’ultimi, sopportando prima il peso di un uomo sulle spalle, si mutano in veri e propri stalloni, meravigliose creature dai muscoli possenti…

Non perdono il dono della parola, così nascono piccoli o lunghi dialoghi fra cavalli e cavalieri.

Il Drago di Cenere, ciò che rimane del Drago di Fuoco, accompagna gli Elfi Druido e chi non ha una propria cavalcatura.

Si muove spostando delle dune nere come il carbone con estrema rapidità…

Dopo ore di viaggio, il deserto finisce. Al suo posto non c’è nulla.

Il Drago di Cenere si poggia su un terreno ancora inesistente: una macchia nera in mezzo al bianco…

Gli Elfi Druido spiegano che questo è un punto ancora da progettare, dunque non bisogna impaurirsi. Tutto quel che si è attraversato ha conosciuto la stessa, identica origine.

Si tratta di aspettare poco meno di una giornata, forse il tempo di una notte, prima di muoversi in qualcosa di concreto.

L’attesa, sospesi in mezzo al vuoto, non è delle migliori. Molti si sono radunati sopra il Drago di Cenere per vincere lo smarrimento…

Altri si focalizzano sul deserto alle spalle, dove ancora esistono i colori…

Anche da qui è possibile vedere il Sacro Campanile, una guglia persa nel cielo del tramonto.

I dialoghi che nascono sono tutti incentrati su quanto ci sarà sotto i piedi fra non molto: la paura maggiore è quella che qualcuno possa progettare un enorme baratro, e quindi che si possa cadere durante il sonno.

Un’altra molto sentita è quella che qualcuno possa progettare una pozza, e dunque che si possa annegare.

Altre paure si fanno strada appena la fantasia le mette in moto; comunicandole, circolano presto nelle menti di tutti…

Ognuno tenta di vincere il mistero del domani come ritiene più opportuno. Questo crea dei piccoli o grandi gruppi solidali…

La speranza data dall’unione fa si che il sonno diventi più lieto ed accogliente.

Il risveglio è incredibile: si è di nuovo nel bianco.

Molti non hanno resistito alla paura e sono tornati indietro attraverso il deserto…

Gli Elfi Druido raccomandano una sana tranquillità: non si è affatto nel nulla, spiegano, ma ne LA PALUDE SOSPESA NELLA NEBBIA!

A confermarlo sono le sagome di alcuni alberi rifugiati dietro spesse coltri di fumo; sono in aria, in punti diversi…

Poggiano su piccole o grandi rocce che spariscono in fretta, quasi cancellate dalla nebbia.

Segnano, con grande sforzo, un cammino serpeggiante…

Gli Elfi Druido ordinano al Drago di Cenere di rendere più sicuro il cammino: il suo incedere analizza dove si sta andando. Disegna i contorni di un masso, di una buca, di una curva e di quant’altro…

Ogni tanto si distende in uno o più gradini che, dalla strada, conducono in basso, chissà dove…

Altre scale invece portano agli alberi; allontanandosi degradano in quanto c’è di più invisibile…

Dopo un lento vagabondare si arriva sotto una scala di pietra rozza: sale verso cose che si possono solo immaginare.

Si percorre con una lentezza data dalla sostenuta mancanza d’informazioni riguardo tutto ciò che compete la distanza…

Quel che è possibile dedurre con non poca intuizione dopo circa mezz’ora di cammino, è questo: i gradini disegnano una parete tonda…

Gli alberi, nonostante l’enorme vuoto nel mezzo, continuano ad affiorare come se avessero le radici piantate nel cielo…

Dopo numerosi giri intorno alla cavità lo sguardo si adegua a colori più vivaci: degli azzurri che si espandono a macchia di leopardo.

Il Drago di Cenere vola in alto, quasi seguendo l’andamento delle scale.

Poco dopo un fumo nero e denso come quello di un camino si sparge tutt’intorno, tingendo quello bianco di grigio; proviene dal basso, dai meandri…

Ne sale sempre di più, sempre di più, finché respirare significa aderire alla roccia con la schiena e col naso.

Fortunatamente il cielo non è distante: con tre giri intorno al fosso è possibile raggiungerlo!

Il primo lo si compie soffocando in un caldo atroce.

Il secondo con la certezza che si è all’inferno.

Il terzo con questo dubbio: è proprio lava quella che sta avanzando lentamente dal fondo e che sta distruggendo tutti gli alberi…?

Quando arriva a metà cratere il dubbio diventa certezza: è proprio lava!

Scordandosi delle profondità, si conclude il giro correndo a più non posso, con la viva speranza che il fischio acuto degli Elfi Druido possa richiamare il Drago di Cenere!

Dopo un lento planare la creatura imbocca nel vulcano, si ferma davanti l’esercito e attende paziente, anche se questo significa rischiare di incenerire una seconda volta, che ognuno prenda posto sulla sua schiena…

Il decollo è annunciato da un gracchiare rimbombante, anch’esso mangiato dal magma…

Quando esplode in un’eruzione improvvisa, il volo sostituisce al calore del pericolo la freschezza dei cieli al tramonto!

Il drago compie numerosi giri intorno alla montagna e prende una direzione stabilita dal caso…

Da qui sopra si nota un particolare allucinante: sulla lava c’erano sei navi di ferro!

Sono schizzate in aria per poi atterrare sulla lava stessa e percorrerla come un fiume!

La loro volontà di combattere, fin’ora espressa con la sola presenza, è confermata dalle frecce che tirano sul Drago di Cenere!

Vengono schivate abilmente, quasi intercettandole prima ancora del tiro…

Tuttavia non è questo a scoraggiare la sua trasvolata, ma un’inesorabile pioggia, una lenta tortura alla quale non può sottrarsi…

Respira a fatica, perde quota, tenta invano di recuperarla, fino a curarsi solamente di portare tutti in salvo nella pianura e aspettare qui, forse avendo scelto il posto più bello che dall’alto si possa vedere, di liquefarsi completamente sotto gli occhi di tutti…

Si è anche preoccupato di fornire all’esercito un riparo sicuro: una foresta ben lontana dal pericolo imminente.

Dentro gli alberi forniscono un’ottima copertura, potremmo dire inespugnabile.

Sono tozzi e nocchiuti, forti come la terra che li regge.

L’esercito si snoda alla ricerca di una rotta da seguire; dev’essere lontana dagli occhi degli gnomi, ma allo stesso tempo vicina all’esigenza di poter scappare qualora fosse necessario…

Dopo circa un’ora di cammino si arriva in una radura sufficientemente larga da ospitare, se non tutto l’esercito, almeno una nutrita schiera di uomini.

Il riposo è necessario. Bisogna recuperare le forze e tagliare per la pianura il più in fretta possibile, così da raggiungere l’esercito ribelle.

Nel leggerissimo sonno in cui si veglia, una voce lontana arriva alle coscienze più che alle orecchie: “Attenti, sono qui!”.

L’avviso si ripete uguale a se stesso fin quando una mano non conosce l’arma e un occhio non si fa vigile.

In uno stato ancora di pieno sonnambulismo, convincendosi d’esser svegli, quel che si nota quando lo sguardo penetra la foresta è un piccolo incendio del sottobosco, terribilmente manifesto nei tizzi caldi che avviluppano l’aria; il fuoco pulsa con odio e si riflette sui rami, minacciando una rapida espansione che da qui a poco potrebbe raggiungerli…

Quel che avviene in seguito è quanto di più orribile si possa vedere: una nave di ferro, sospingendosi in un lago di lava ancora rovente, arranca minacciosa verso la radura!

Il suo approssimarsi sradica alberi d’ogni specie, gettandoli ai lati con decisione.

Combattere contro un’orda così spietata sarebbe una vera e propria follia, soprattutto quando si è numericamente inferiori…

Bisogna fuggire…

La corsa è sollecitata da una miriade di frecce, una pioggia orizzontale che percorre tutte le traiettorie aeree esistenti tra le foglie e la terra.

Fortunatamente i fusti, larghi e panciuti, forniscono un ottimo scudo di protezione…

C’è poi l’aiuto dell’arma: diventati uomini, anche l’ascia si è sostituita ad altri oggetti, ma tutti contengono in qualche modo le radici di LUMINARIA, l’elemento che le rende così uniche e insostituibili…

Quando sentono arrivare il pericolo suggeriscono il momento ed il punto esatto in cui tirare un colpo…

Gli Elfi Druido corrono svelti verso la direzione giusta; gli alberi, uno ogni dieci, lasciano comparire sulle cortecce delle lunghe formule magiche.

Dopo averle lette, gli stessi alberi si piegano lentissimamente, così da ostacolare il passo dei nemici…

Molti di loro, cadendo in serie, formano una vera e propria transenna.

Usciti dalla foresta si ha il vantaggio di correre più spediti, ma non certo quello di non essere notati facilmente!

I primi a farlo sono un gruppo di OMBRE ASSASSINE!

Avanzano ostinate verso l’interno: erano sicuramente d’accordo per un’imboscata!

Lo scontro frontale non è faticoso, ma dà il tempo alla nave di raggiungere l’esercito.

Gli Elfi Druido stanno chiedendo alla loro magia di sollevarla: trovano la fatica di un peso soprannaturale, dunque è solo la prua, per il momento, a distaccarsi pigramente dal suolo…

L’esercito si trova così a combattere su due fronti: a destra bisogna pararsi dalle frecce degli gnomi ribelli, a sinistra dalle accettate delle OMBRE ASSASSINE.

L’arma, seguita correttamente, deve passare per muscoli e coraggio.

Il triste incendio di una foresta dolente, inerme e indifesa, sale in un lamento perpetuo, un’ode scritta sulla cima degli alberi e recitata dal cuore della natura:

Siamo arrivati da tempi lontani come guglie esuli dal dolore,

Raramente facciamo di noi quanto ci viene chiesto di fare,

Abituati all’imbrunire di un giorno inesistente, taglio netto di un filo pendente

Che si lascia cullare come l’amo da pesca quando piove e non prende

Quanto prendere vuole…

Elemosina stagione delle allodole in fiore prima ancora di sbocciare in vani ricordi.

Reggimi, Padre dei Cieli, perché da solo il cielo non reggo!

Mena a me quanto di più triste al mondo chi per chi mena a loro.

Sopporta la mia vita senza audacia e senza abitudine, temeraria solo

Quando soffia il vento d’autunno.

Oggi vedo quel ch’è finito.

Oggi vedo quel ch’è morto.

Oggi muoio per Te.

La barca s’è rovesciata completamente; molti gnomi sono rimasti seppelliti dentro, divorati dalla lava e soffocati dal buio.

Altri sono riusciti a salire sulla chiatta. Perseguitano a tirare le loro frecce.

Il lago di fuoco sta avanzando incessantemente: rischia di inghiottire gli Elfi Druido, i più esposti al suo tocco fatale…

Le OMBRE ASSASSINE sono quasi del tutto sparite: le armi hanno mirato al collo o al petto, così da tagliare i medaglioni che le tengono ancora in vita…

Il magma, incontrando prima la nave, devia ai lati e prosegue in avanti. Abbraccia l’esercito in una morsa senza via di fuga.

Su quest’isolotto continua l’ostinata battaglia; molte OMBRE ASSASSINE vengono gettate sulla brace vulcanica. Scompaiono con degli urli femminei…

Mentre il cerchio si stringe con disumana sete di sangue, il terreno, illuminato come se gli inferi fossero al suo comando, si scurisce all’improvviso.

L’ombra che lo copre è insolita: è attraversata da bisce luminose, fugaci guizzi di luce, bagliori…

Il Drago d’Acqua è sopra la landa!

Un atterraggio improvviso inonda il campo di battaglia e lo trasforma, anziché in un lago di lava, in un lago vero e proprio…

Soffoca solo chi combatte per scopo bellico. Gli altri sono rimasti chiusi in una gigantesca bolla d’aria.

In essa sono saliti fino alla groppa del drago, dove rimangono in piedi.

A capo del Drago d’Acqua è un giovane di sedici anni, biondo, capelli a caschetto.

Ha una tunica bianca che brilla d’argento. E’ tenuta da una cintura di cuoio, nascosta in parte dal panneggio, ed ha due chiusure sulle spalle che uniscono la stoffa del petto a quella della schiena.

Un paio di sandali sono ai suoi piedi, allacciati dopo diversi giri di stringhe vicino al ginocchio.

Sorride.

Il suo viso ricorda molto l’uomo che tutti conoscono, il primo uomo che ha dato il via alla caccia del Cavaliere d’Erba…

E’ suo padre.

Si diverte a sguazzare coi piedi nell’acqua.

La tira a tutti, invitando quasi ad un gioco infantile…

Diventa contagioso: tutti si divertono a tirare l’acqua del drago e a pulirsi dalle lordure della guerra.

“Sono qui per voi!”.

La voce la riconoscono tutti: è quella che avverte di un pericolo o che consiglia durante il cammino.

Il viso del ragazzo è radioso.

“Vi amo!”.

Detto questo si tuffa nel drago e nuota sotto i piedi di tutti, rincorrendo pesci e accarezzando alghe.

Si diverte ogni tanto a tirare il piede di qualcuno.

E’ un invito a tuffarsi. Chi lo fa si accorge che l’acqua è respirabile e che si può nuotare fin quando se ne ha voglia…

L’acqua del drago non ha fondo…

Continua in un blu sempre più scuro, sempre più scuro.

In quello spazio intimo il ragazzo si rivolge ad ognuno come in una dichiarazione d’amore.

“Sappi che ti voglio bene! Abbi pietà di chi è fuori dalle acque del drago, perché loro hanno invidia”.

Parla poi di quanto è felice del percorso fin’ora svolto, di quant’è fiero di ognuno di voi.

Vuole che questo coraggio si mantenga fino alla fine.

Poi prende per mano e accompagna ancora più giù, dove l’acqua si fa quasi cupa…

Qui decide chi lo seguirà e lo aiuterà nella missione.

Ne sceglie dodici.

Ha scelto anche te.

A questi parla con maggiore intimità, rivelando l’importanza della missione, il suo significato.

Spiega poi che quelli che sono rimasti in superficie riescono soltanto a restare in piedi, ma non a camminare sulle acque…

Voi imparerete a farlo!

Si può riuscire solo se si è innamorati di lui…

Chi lo è, appena sale in superficie, si accorge che lo segue normalmente…

Lo stupore dei presenti si tramuta in meraviglia e invidia.

Gli invidiosi cadono in acqua.

Chi rimane continua l’avventura…

Il drago non vuole alzarsi in volo: ha bisogno di riposo…

L’esercito si adagia su di esso come su un lenzuolo mosso dal vento… Il sonno è accompagnato da dolci carezze d’acqua e dal rumore delle increspature.

Un velo silenzioso si distende dal collo alla coda mentre la luna si specchia tranquilla sulla superficie del drago…

Al mattino il ragazzo sveglia l’esercito con una cesta piena di pesci freschi; invita a prenderne uno.

Il pasto è saporito. L’acqua bagna in maniera anomala: sembra che il suo tocco non abbia effetti negativi, dunque che non offenda le ossa o la pelle.

Molti si accorgono di poter camminare sulle acque.

Questi si dirigono insieme ai dodici in testa al drago, dove il ragazzo che conoscono tutti lo accarezza.

Quando l’ultimo guerriero si sveglia, il Drago d’Acqua fa altrettanto e spiega le ali verso il cielo per sollevarsi…

Facendolo, al suo posto lascia un meraviglioso lago d’acqua dolce.

Il suo percorso semina correnti grandi e piccole, che spariscono subito o che hanno la fortuna di inserirsi in veri e propri letti. In questi, l’acqua scorrerà in eterno…

Il volo della creatura passa intorno al Sacro Campanile, per le foreste già esplorate, raggiunge il deserto, la valle e altri posti ancora, creando sotto la sua ombra tutto quello che di più bello si può immaginare: fiumi, ruscelli, guadi, cascate, laghi, insenature, sorgenti e altro ancora…

Tutto si anima sotto il suo imperioso volo!

Intorno all’acqua nasceranno fiori e piante meravigliose, insetti variopinti, animali d’ogni razza.

Il volo del drago, altissimo, riesce a stanare il varco attraverso il quale l’esercito ribelle sta passando.

Le nuvole scorrono veloci sopra la sua criniera d’onda e l’acqua delle sue ali percorre in mille gocce la pelle invisibile, per disperdersi come una pioggia oltre la coda, un lungo fiotto azzurro.

Quando plana verso le profondità della terra, l’acqua alle sue spalle si fa più mossa, quasi agitata da un vento furibondo.

La creatura si posa proprio sopra l’esercito nemico, creando una cascata al posto di un grossissimo albero, alto e largo più o meno quanto il varco, con dei rami che lo toccavano o lo ignoravano…

Ora quell’enorme gigante della natura è annaffiato da un getto continuo. Gli gnomi che lo attraversavano o che lo scalavano sono stati frenati o sono caduti da varie altezze.

Un soffio d’acqua che si apre enorme dalla sua bocca crea oltre le due montagne un immenso bacino; non lo si può attraversare se non con l’aiuto di una nave di legno…

Dopo un verso glaciale la creatura si alza ancora una volta percorrendo la sua nuova creazione con disinvoltura.

Si poggia in un minuscolo paesaggio, una specie di foresta in miniatura.

Gli alberi sono alti più o meno quanto un uomo.

Il ragazzo che conoscono tutti scende attraverso il collo del drago, che si sviluppa come una scala oltre il suo piede…

Con un cenno della mano indica all’esercito di seguirlo.

Oltre i suoi sandali le foglie e i rami si incontrano per formare una galleria d’alberi. Sa perfettamente dove andare perché cambia direzione continuamente, deviando così la traiettoria del tunnel…

Dopo varie svolte il ragazzo raggiunge una piccola radura, chiusa anch’essa dai rami. La luce si poggia su un largo tavolo di quercia, tondo come il perimetro dell’area che occupa.

Intorno al tavolo si sta svolgendo una conferenza tra gnomi…

La metà di loro afferma che il ragazzo che conoscono tutti esiste. L’altra metà afferma il contrario.

Appena gli gnomi lo vedono corrono da lui per abbracciarlo.

Quelli che lo riconoscono gli vogliono un gran bene, quelli che non lo riconoscono si sono scordati di averlo già visto altre volte…

Il primo gruppo adesso ha l’opportunità di dimostrare la propria ragione, ma il secondo gruppo volge le spalle al ragazzo facendo finta di non averlo visto arrivare…

Lui fa un cenno di disapprovazione e torna a manifestare la sua gioia agli gnomi che lo riconoscono.

“Quanto tempo! Dove sei stato?”, gli domanda uno gnomo.

“Da qualche parte”, risponde il ragazzo.

“E non ci torni?”, domanda l’altro.

“Appena ne ho l’occasione”.

Gli gnomi lo accompagnano in un posto d’onore: l’ultima sedia del cerchio.

“Allora: avete visto che esiste?”, domanda di nuovo lo gnomo alla metà ostile.

Quelli si girano da un’altra parte, o guardano il soffitto, o il pavimento…

Il ragazzo è amareggiato.

“Da quant’è che va avanti la conferenza…?”, domanda.

“Dall’ultima volta che sei venuto qua: appena te ne sei andato si sono scordati della tua visita”.

“Non la risolverete mai, questa conferenza; ascolta quel che ti dico: scioglila il prima possibile”.

Lo gnomo sovrintendente è dispiaciuto dalle sue parole…

“Piuttosto: ho bisogno di condurre il mio esercito verso la vittoria. Il Cavaliere d’Erba tenterà di nuovo di togliere la Campana d’Oro dal Sacro Campanile!”.

Lo gnomo soffoca un grido tra le mani.

“Devi aiutarmi!”.

“Che cosa devo fare…?”.

“Indicami la strada per il castello, solo tu sai come arrivarci”.

“Per il castello. Di nuovo lì…”.

Gli occhi dello gnomo si piantano nel vuoto.

“…Sai cosa vuol dire…”.

I suoi ricordi si fanno più vividi, sempre di più, fino a distoglierlo da un incubo…

“Lo so. Credo di saperlo…”.

“Ragazzi, io interrompo la conferenza per un po’ di tempo, la riprenderemo quando torno!”.

Il ragazzo che conoscono tutti manda allo gnomo una strizzatina d’occhio…

“Che ci posso fare! E’ più forte di me!”.

Lo gnomo va in testa a tutti e conduce l’esercito verso degli snodi già esistenti, solo più difficili da individuare.

“Tu hai visto arrivare qualcuno…?”.

“No, nessuno!”.

“Nemmeno io…”.

Con queste affermazioni riecheggianti che si fanno sempre più lontane, il cammino prosegue in un arzigogolare confuso ed intricante…

In breve la galleria esatta conduce ad un pozzo formato da foglie e rami…

Sotto non si vede nulla oltre all’intreccio dei medesimi sempre più fitto e al buio totale ancora più distante…

“Ecco! Siamo arrivati al pozzo!”.

“Molto bene! Grazie mille!”.

Lo gnomo e il ragazzo che conoscono tutti si congedano con un abbraccio…

“Tornerai vittorioso come al solito… Me lo sento!”, asserisce lo gnomo.

“Ne sono certo”, conferma l’amico.

Un attimo dopo il ragazzo percorre la profondità del tunnel con un balzo deciso.

Seguendolo, si scopre che il pozzo conduce in un mare aperto.

Quando tutti i guerrieri sono in acqua, il fedele drago, nascosto nell’abisso, si alza in volo e accompagna l’esercito verso la riva…

Da qui si vede l’intera isola, dal Sacro Campanile che si staglia sulla cima fino alle spiagge e alle rocce del mare.

I fiumi, i ruscelli e le cascate formatesi grazie al volo del Drago d’Acqua emergono da pianure e foreste di ogni tipo: accarezzano il suolo con movimenti sempre diversi…

L’isola ha la forma di un enorme castello: alberi, cime, colline e altro ancora sostituiscono torri, bastioni, varchi, vedette e tutto ciò che non può mancare in una fortezza!

Ha un ordine decrescente: si smagrisce andando verso l’alto, dove abbandona un po’ tutte le strane architetture naturali per far spazio al Sacro Campanile…

Il drago, planando verso un’insenatura, entra in un cunicolo immenso che conduce nel cuore stesso dell’Isola-Castello.

Il suo volo rasenta l’acqua ed il soffitto e spaventa un fiotto di topi grossi come gatti che percorrono le pareti facendole sembrare in costante movimento…

I ratti si dirigono in avanti come se volessero dimostrare di conoscere la strada esatta…

Dopo una lunga navigata, il drago si appiattisce sulla superficie dell’acqua che dal fiordo entra nel passaggio. La sua sparizione è dovuta alla scoperta del punto esatto da raggiungere: l’immenso tunnel verticale!

Attraversa tutto il castello e conduce al Sacro Campanile…

E’ un canale formato da roccia antica come la terra stessa, lavorato dal picchiettio dell’acqua e dal metodico scavo degli gnomi.

Quanto sia opera dell’una e degli altri è difficile da stabilire: si presume che la natura abbia cominciato a mangiare la roccia, e che gli gnomi abbiano completato il tutto…

Altra cosa desumibile è che il gigantesco pozzo, così alto da smarrire lo sguardo di chiunque, è stato eseguito dagli gnomi che, partiti da LUMINARIA, vi tornarono.

I tunnel orizzontali che ogni tanto sbucano dalle pareti de LA CAVITA’ SENZA FINE, invece, sono strade create dagli gnomi ribelli nel tentativo di soggiogare l’esercito attraverso piccoli o grandi stratagemmi ed arrivare per primi alla Campana d’Oro…

Sono così tanti che sarebbe cosa impossibile numerarli.

Le rocce che circondano la conca in cui ora l’esercito permane con l’acqua alle cosce mostrano antichi segni di apparente inutilità…

Sono invece delle mappe importanti: rivelano l’andamento dei tunnel orizzontali.

Sono così tante che graffiano la grotta con un immenso scarabocchio!

Le hanno disegnate gli stessi gnomi scavatori, ma non è da escludere che alcune siano piccoli o grandi appunti degli eserciti passati, eseguiti nel tentativo di decifrare l’immenso labirinto che, sopra le teste di ognuno, si apre ora in mille e più livelli!

Alcune conservano uno stato integro, ma molte sono consunte dal lavorio dell’acqua, per causa del quale tante altre sono mangiate, o coperte da piccoli sistemi parassitari: alghe, corallo, conchiglie, muschio, ecc…

Se si volesse vedere dove si potrebbe essere fra qualche giorno, l’occhio si sposta in alto, sul soffitto, anch’esso intaccato dalla memoria di quanto si è visto o fatto nel tempo…

Se si volesse vedere quale scavo fra i tanti si percorrerà, lo sguardo indugia con imbarazzo un po’ ovunque…

Se si volesse scoprire quale sarà il primo, bisogna prendere in esame la roccia bagnata dal mare, forse anche quella più bassa, per scoprire così che il percorso, nel suo inizio, è inequivocabilmente celato dall’eternità.

Nove corde pendono dall’alto con la “a” maiuscola…

Sono robuste come i collari di un toro e rivestite fino al soffitto e anche oltre da un sempre più sottile strato di alghe…

L’acqua deve aver conosciuto diverse altezze in passati recenti e lontani…

“Che nessuno prenda per le corde”, avvertono gli Elfi Druido. “Non si sa dove portino: si dice non abbiano una fine…”.

Nove corde, se pendono, devono per forza avere una fine; eppure si percepisce che il loro desolato altalenare, a causa del vento che alita dalle grotte, non suggerisce nulla di buono, nemmeno l’obbligo di una certezza, di un’ovvietà…

Si denota che le parole degli Elfi Druido non nutrano affatto una leggenda, bensì la tragica conferma della sensazione che si ha nel vederle pendere dall’abisso…

“Nove giorni di cammino se si vuole arrivare alla Campana d’Oro, nove notti di riposo per sognarla…”, aggiunge il ragazzo che conoscono tutti indicando la fine delle corde. “…Sfidando il vuoto, il vento, l’altezza, la distanza; tutto all’infuori delle corde e nulla se non le corde stesse…”.

C’è poi da dire che, qualora l’esercito fosse intercettato, non avrebbe via di fuga: né dal basso, col rischio di un’armata ribelle alle calcagna, né dall’alto, dove andare verso la meta potrebbe significare un faccia a faccia col nemico…

Senza poi escludere un doppio attacco su entrambi i fronti!

L’unico modo per difendere il Sacro Campanile è stanare i ribelli nelle loro nicchie, intercettarne i movimenti entrando nel dedalo da loro progettato, scoprire dove e in che punto sono diretti: proseguire da soli nel tentativo di superarli è impossibile, dato il vantaggio che ancora conservano…

Dal Sacro Campanile poi la battaglia sarebbe ancora più aspra, tenuta in gioco da un’architettura che è a favore delle persone minute.

Gli Elfi Druido stanno già cercando un disegno utile alla ricerca: i loro bastoni si avvicinano alle mappe. Quando ne trovano una occupata dagli gnomi ribelli essi si ritraggono come se il male stesse ululando con un soffio tremendo.

“Sono qui sopra, secondo tunnel a sinistra…”, annuncia all’esercito un Elfo Druido.

Cercandolo con gli occhi l’impresa è ardua, visto che la rosa dei venti a cui egli fa appello appartiene ad un mondo interiore…

Si sentono però uscire da qualche parte delle voci strane, camuffate dalla lontananza e da un riecheggiamento che disorienta…

Non sembrano umane…

Quando altre voci ancora arrivano, attraverso chissà quali passaggi, nel fondo che si occupa, un tremendo terremoto agita le pareti della conca…

Alcune rocce del soffitto e altre più aggettanti vanno perse staccandosi e cadendo in successione; costituiscono per di più una seria emergenza alla quale bisogna trovare un rimedio veloce!

Oltre alla via percorsa per arrivare fino a qui, ce ne sono altre sette: c’è chi sparisce a NORD, chi a NORD EST, chi a NORD OVEST, chi ad EST, chi a SUD EST, chi a SUD OVEST, chi ad OVEST.

Chi si arrampica per raggiungere l’inizio de LA CAVITA’ SENZA FINE.

“Non c’è bisogno di temere: aspettate!”, suggerisce il ragazzo che conoscono tutti.

Dopo un po’ l’acqua, già agitata dalla scossa, comincia a salire vertiginosamente; in breve riempie il vuoto che precorre il cunicolo e dà modo di arrivare ad uno dei tunnel artificiali…

Il ragazzo entra dentro e molti lo seguono; altri però si lasciano guidare dalle corde…

Il tunnel ha una forma circolare; è scavato con la dedizione di un artigiano, poiché sembra impensabile sostituire alla roccia un vuoto così perfettamente progettato…

Gli Elfi Druido hanno acceso dei fuochi nelle loro coppe: sono piccoli quanto la ciotola stessa, ma offrono una luce maggiore, si direbbe almeno sei volte quella che la stessa fiamma può offrire…

Il cerchio di luce avanza insieme al loro passo; sembra quasi creare ciò che il buio disfa con così tanta veemenza…

Il tunnel prosegue identico a se stesso, semplicemente riuscendo ad allontanarsi il più possibile da LA CAVITA’ SENZA FINE…

Più avanti le voci che si sentivano di sotto si ripetono più vicine…

Sono orripilanti: somigliano a quelle di una creatura già conosciuta.

Sono i VERMI FORMICA! Dal fondo del tunnel la luce, nella sua debolezza, schiarisce il rapido approssimarsi di questo infimo animale delle tenebre…

E’ così rapido che non concede nemmeno il tempo di mettere mano all’arma!

Ce ne sono tre, e nessuno dei tre procede con le zampe sul suolo: percorrono la galleria sfidando la forza di gravità…

Quando sono ormai ad un passo, la luce schiarisce anche i loro cavalieri: un gruppo di gnomi ribelli!

Le loro asce fendono l’aria con un suono acuto, ma si frantumano davanti al cerchio magico, la protezione che fornisce la luce degli Elfi Druido…

I loro bastoni poi cominciano senza indugio ad accecare le cavalcature della notte, e col fuoco stesso, e col manico.

L’esercito si prepara: ognuno attacca con quanto ha a disposizione; chi con le frecce, chi con le asce, chi con le spade, chi con le magie…

In pochissimo tempo i VERMI FORMICA sono appallottolati per terra, stretti nelle loro ferite mortali.

Gli gnomi volevano fuggire, ma, feriti come sono, la loro corsa sarebbe stata vana; il ragazzo che conoscono tutti si rivolge a loro come a delle nuove reclute: “Oggi la vostra fortuna non conosce limiti: siete stati risparmiati e per di più siete invitati ad unirvi a noi, esercito del buon viaggiatore!”.

Gli gnomi, sporchi in viso come dei minatori, accettano di buon grado colando lacrime che disciolgono la loro lordura in righe bianche…

Si uniscono ad una parte dell’esercito formata già da gnomi, quelli che accettarono di trasformarsi in cavalcature…

Dalle nuove leve si apprende che il tunnel va avanti in questa direzione fin quando non si accetta di esplorarlo nel buio più totale: è protetto da un incantesimo…

Gli Elfi Druido, loro mal grado, devono accettare l’inconveniente di spegnere i fari.

Senza, il cammino è più faticoso: i passi di chi è avanti sono l’unica guida sicura…

Tuttavia, dopo lunghi minuti di attesa, gli occhi si abituano alle tenebre: i piccoli indizi diventano particolari, i particolari diventano sempre più rilevanti, si trasformano in importanti indicazioni, e, in ultimo, in certezze inequivocabili…

Così quel buio più buio che ogni tanto compariva a destra e a sinistra si scopre essere una via laterale che incava e si snoda come la coda di un serpente…

“Non prendete le strade laterali”, avvisa il ragazzo che conoscono tutti rimanendo in testa all’esercito.

Alcuni le prendono…

Dopo ancora tanti passi il tunnel si allarga in un incavo di proporzioni notevoli…

Da qui le strade si diramano in ogni direzione. Alcune sono ancora da costruire: dei lunghi VERMI FORMICA stanno scavando le pareti sotto la vigilanza di un gruppo di gnomi ribelli…

Entrano velocemente come se mangiassero la terra che hanno davanti.

I loro versi si uniscono all’affannoso annaspare delle chele e delle zampe, facendoli sembrare voraci conquistatori di spazi inesistenti.

Gli gnomi li incitano con degli urli bestiali ed indicano loro come prosegue lo scavo consultando delle mappe aperte sotto gli occhi.

“Stanno progettando i nuovi dedali”, osserva il ragazzo che conoscono tutti. “Erano in preparazione da tempo… Sapranno che non esiste una sola via per il Sacro Campanile che conosca il buio?”.

Senza farsi notare, l’esercito sciama verso il tunnel più vicino, grazie anche al lavoro dei VERMI FORMICA, i quali, inserendosi sempre di più, hanno attratto anche i loro padroni…

Il passaggio è un saliscendi continuo.

Conduce verso delle voci lontane di persone dolenti, tormentate…

Le grotte che si incuneano nei muri si duplicano più avanti in zone vagamente schiarite da deboli fiamme, lumi creati dalla combustione di roccia sulfurea…

I piagnistei sembrano provenire proprio da quei punti.

“Non disperdetevi: i lamenti non esistono!”.

Le parole del ragazzo che conoscono tutti frenano solo la curiosità di alcuni, ma non di tutti: chi segue la propria non farà più ritorno.

Il tunnel avanza con irregolarità: questi scavi sono stati eseguiti approssimativamente, quasi alla svelta…

Più si percorrono e più l’opera diventa grossolana. In alcuni spazi è possibile intravedere la forma della tenaglia dei VERMI FORMICA: somiglia ad un calco, un fossile…

Il tanfo che qui si respira preavvisa la presenza di due carcasse dell’animale scavatore: sono così vecchie che la roccia ed il suolo si sono abituati alla loro presenza…

Un buco largo quanto cinque di loro apre il soffitto sovrastante; da lì, quasi spaventate da qualcosa, sgusciano fuori una miriade di FORMICHE DALLA TESTA ROSSA, degli imenotteri grossi quanto un topo di fogna.

Si sparpagliano veloci lungo tutto ciò che è possibile toccare…

Urlano, se l’atto di urlare è possibile associarlo ad un insetto.

Un secondo urlo glaciale squarcia il pozzo con un rapido crescendo, finché la testa di un VERME FORMICA REGINA cala dal buco e si gira verso l’esercito…

Il suo corpo smidollato si srotola lungo lo spazio che precede la tana nel tentativo di affondare una delle sue chele in qualcosa di caldo…

Un intero esercito di FORMICHE DALLA TESTA ROSSA viene ingurgitato dalle fauci del mostro, che cominciano a lavorare di gusto…

Il pasto dà il tempo necessario alla fuga: in breve il tunnel è assediato da uomini, gnomi e FORMICHE DALLA TESTA ROSSA che si cimentano in una corsa senza eguali!

Dal frenetico sgambettare alle spalle è possibile intuire che il VERME FORMICA REGINA ha appena finito il suo boccone e ne desidera un altro…

Le FORMICHE DALLA TESTA ROSSA si aprono in un mare incontenibile appena abbandonano il tubo di roccia ed arrivano all’incavo già passato; la loro frenesia le porta ovunque, senza escludere pareti e soffitto…

Sperando in un destino più benevolo, l’esercito imbocca un secondo tunnel senza nemmeno la voglia di confrontarlo con un altro…

Ad indicarlo è stato l’istinto di sopravvivenza, il quale ha abilmente desunto che in un foro più piccolo il mostro non potrà più offendere!

In questo la presenza degli gnomi è di vitale importanza: senza la loro avanscoperta sarebbe difficile raccapezzarsi…

Con grande solidarietà si affacciano temerari verso il pericolo, opponendo alle debolezze passate un coraggio ed un’astuzia imprevedibili!

Bussano con calma sulle pareti per cercare un varco, una galleria adiacente che possa risultare accessibile a tutti…

Purtroppo qui la roccia sembra dura quanto la stessa Isola-Castello; è impossibile trovare un punto in cui il suono si faccia meno pieno…

Più tardi è anche la mancanza d’ossigeno a favorire l’esigenza di uno spazio diverso.

Quest’opportunità sembra non volersi avvicinare…

Col fiato corto per l’affanno e l’aria viziata, il cammino si fa ora estremamente pericoloso: bisogna scalare il tunnel!

Non ci sono veri e propri appigli, dunque si deve procedere poggiando le gambe e la schiena sulle pareti…

Salire questo tubo digerente non è un’impresa facilissima, ma, dopo ore di sforzi, si riesce con estrema lentezza a trovare un varco: una grotta dove le FORMICHE DALLA TESTA ROSSA, attraversando altri canali, si sono rifugiate in gran numero…

Sono così tante da non lasciare un solo spazio libero; piuttosto si calpestano a vicenda per trovarlo…

I loro corpi segnano la presenza di un’uscita: una svolta oltre la quale arriva un po’ di luce…

Gli Elfi Druido fanno strada coi loro bastoni, sotto la pressione dei quali le formiche si raggrumano ai bordi di una specie di sentiero…

La luce arriva da LA CAVITA’ SENZA FINE; è possibile notare anche le nove corde che pendono dall’alto.

Sul ciglio del dirupo si scopre per giunta che il tunnel imboccato grazie alla marea è di sotto, dalla parte opposta. L’acqua si è ritratta e lo rende inaccessibile come una volta…

Le formiche che escono dalla tana si riversano in fiumi rossi e neri. Spumeggiano intorno al pozzo rincorrendo una meta inesistente: alcune salgono verso cerchi di roccia sempre più stretti, altre scendono fino all’acqua…

Tuttavia, se dapprima sembravano semplicemente attirate dal bisogno di nuovi spazi, quando si rovesciano come sacchi di farina il dubbio che la loro fuga non sia affatto terminata raggela l’esercito in un unico pensiero: da una fossa, evitata forse per caso, emerge l’orribile VERME FORMICA REGINA!

La sua bocca si appropinqua veloce verso l’uscita, scansando e inghiottendo tutti gli insetti che incontra!

“Per le corde! Prendete per le corde!”, ordina il ragazzo che conoscono tutti.

Afferrandone una, l’azione occupa il tempo necessario per evitare la mortale presa del mostro…

Il suo getto in avanti esplode in una pioggia di FORMICHE DALLA TESTA ROSSA, le quali, compiendo un bel balzo, raggiungono e salgono le medesime corde…

Il VERME FORMICA REGINA, sporgendo l’enorme testa, osserva la fuga delle prede con attenzione, in una sorta di tacito rimprovero…

Il vuoto delle viscere le toglie un urlo colossale, dal quale ci si ripara afferrando con più grinta l’appiglio preferito…

Dopo essersi accertato della direzione che il pasto ha preso, incurva verso l’interno e sparisce nel labirinto…

Da qui si ode il suo corpo attraversarlo di gran carriera in cunicoli che salgono sempre più in alto, finché il suo strofinio ed i versi emessi diventano dei sottili, impercettibili echeggi…

Il pozzo li amplifica solo leggermente; forse ha trovato di che mangiare!

Con questa speranza coltivata in fondo al cuore si salgono le corde, sfilacciate dal tempo e dall’usura di qualche temerario viaggiatore…

E’ una strada molto diversa dalle solite: chi l’ha percorsa non lo può raccontare, qualsiasi sia l’estremità che per ultimo ha toccato. Nessuno traccia una cartina a quest’altezza: le rocce, infatti, sono tutte lisce…

Anche i fallimenti degli esploratori passati non sono di grande aiuto: qualora le spoglie potessero mai avvisare il viandante sulla presenza di un eventuale pericolo, i corpi sono tutti lì, nel fondo, quello stomaco lontano e pieno d’acqua…

Dunque, abituandosi all’assenza di riferimenti, la corda non indugia verso altre mete se non l’altezza!

Issandosi in maniera intelligente, cercando cioè di dosare le energie ed evitare gli sprechi, l’esercito si solleva nel vuoto…

La scalata è silenziosa come una preghiera…

In questo mutismo si opera tutto il giorno, poiché fermarsi sarebbe peggio!

Il corpo si adatta presto all’andirivieni della corda, al sudore che rende scivolose le mani, ai crampi dei muscoli utilizzati; alla rinuncia del riposo, del sedersi, del camminare, del mangiare…

Finalmente, dopo innumerevoli sforzi, si arriva nei pressi di un tunnel!

Le membra appesantite dalla dura volontà di non cedere potranno finalmente godere un attimo di riposo!

Uno alla volta si tocca, dopo aver dato alla corda la giusta spinta per un’adeguata escursione, l’entrata del canale; è sufficientemente larga da evitare il fastidio di incunearsi troppo…

Ogni parte dell’essere sembra restituire al fondo de LA CAVITA’ SENZA FINE tutta la fatica fin’ora accumulata!

Ma una corrente improvvisa ghiaccia il sudore addosso: il posto è occupato dal VERME FORMICA REGINA!

Combattere sull’orlo di un precipizio sarebbe un suicidio: le corde sono di nuovo la salvezza…

Il mostro si allunga verso l’esercito in fuga muovendosi come un gomito…

Le antenne non intercettano alcuna presenza, dunque, dopo inutili verifiche, sparisce presto nell’ombra.

Stavolta non percorre nessun labirinto: forse s’è incastrato in un tunnel senza via d’uscita!

Augurandoselo, il cammino si fa sempre più aspro, affaticato dalla debolezza e dal buio…

In questa parte del pozzo, infatti, l’oscurità nasconde tutto come una mano chiusa sugli occhi!

Nemmeno le corde si vedono più sparire all’orizzonte: sono appigli creati dal nulla prima di rimanere penzoloni nel vuoto…

In alcuni punti è possibile sentirne altre a pochi centimetri; sono però biancastre e viscide…

Il vantaggio che si ha nel proseguire su quelle è la resistenza che oppongono a causa dell’appiccicaticcio: la sostanza rende meno faticosa la salita perché di tanto in tanto è possibile lasciare che il corpo si riposi senza lo sforzo di nessun muscolo. Si potrebbe addirittura dormirci sopra…

Avendo ormai smarrito da un pezzo l’idea del tempo, la notte calata ne LA CAVITA’ SENZA FINE è una notte come tutte le altre, trascorsa come nessun altra…

Il sonno arriva solo quando si è pienamente tranquilli: qui non lo si è affatto…

Ci si addormenta in una specie di lenta ipnosi, con gli arti intrecciati tra una corda e l’altra…

Al mattino si è dolenti come dopo una lotta: il nemico è stato la forza di gravità…

La sua potenza trangugia gli esseri meglio di qualsiasi altro pericolo passato!

Vincerla è significato riportare profonde cicatrici sulle braccia e sulle gambe, così, cerando di non offenderle ulteriormente, la pretesa del giorno è quella che il proprio corpo continui a sfidare l’irraggiungibile, quel vacuo occhio che sovrasta l’immenso…

Mentre le nuove fatiche portano ancora più in alto, in posti in cui non ci si può più voltare indietro senza sentirsi svuotati dalla voragine, delle lunghissime file di FORMICHE DALLA TESTA ROSSA percorrono LA CAVITA’ SENZA FINE in una corsa veloce verso il fondo…

Si ha la strana sensazione di andare avanti più spediti, visto che i loro percorsi diventano anche un buon punto di riferimento per l’occhio…

Possibile che ci si avvicini così tanto al buco da farlo quasi cadere verso l’esercito…?

E’ proprio il varco, la meta, quella che soggiunge come una macchia scura…?

E’ proprio lei!

Eppure le pene non sembrano aumentate…

Ma come può essere lei se, adesso che è quasi vicina, non si procede affatto…?

Non è lei: usando tutte e nove le corde come una pista, sta piombando rapidissimo, in un trotto che le sconquassa freneticamente, il VERME FORMICA REGINA!

Dalla bocca espelle una lunghissima bava che richiama a sé con un risucchio ispido e sinistro.

Chi è rimasto invischiato in essa viene spietatamente divorato dalle sue fauci…

Gli Elfi Druido stanno usando i loro bastoni come delle piccole catapulte: tirano degli aculei pericolosissimi, che si piantano sul corpo del mostro e che arrivano in profondità…

Scagliare le proprie armi sarebbe sciocco, visto che non si avrebbe modo di recuperarle: la magia è l’unica difesa!

Usarla qui è pericolosissimo: lo spazio rischia di essere un ulteriore nemico. Per di più non viene in aiuto la propria posizione; il fatto che si potrebbe offendere qualche amico…

Cercando di contenere la sua potenza, l’aria chiede una nube davanti al mostro; la terra chiede ai massi di cadergli addosso; il fuoco chiede ad una corda di infuocarsi sotto il suo ventre; l’acqua chiede alla corda di spegnersi e di gettare il VERME FORMICA REGINA nelle profondità dell’Isola-Castello…

La perdita d’equilibrio del gigante, a causa del vuoto improvviso, crea una depressione che fa girare la testa per un po’…

In questo stordimento lo si vede rimpicciolirsi sempre di più, sbattere da una parte all’altra e prendere ad ogni botta una posa diversa…

La sensazione che si prova è quella di essere dentro a un tuono, dentro quella caduta formidabile…

Il pavimento è così lontano che le orecchie non possono raggiungere il suono dell’impatto: ci si limita ad immaginarlo con un brivido di paura!

Ogni magia ha avuto i suoi effetti negativi: la nube acceca, le rocce hanno ferito alcuni, il fuoco altri, l’acqua ne ha gettati altri ancora…

Bisogna organizzare il viaggio in maniera diversa: nelle ultime tre corde vengono spostati i feriti; l’ultima corda ospita quelli più gravi…

Le tre seguenti sono occupate dai guerrieri con ferite leggere o leggerissime…

Le prime tre accompagnano solo quelli che non hanno riportato ferite…

In questo modo la scalata procede con tre ritmi diversi, suddivisi ulteriormente in andature più o meno celeri…

Sul far della notte, quando la luce che proviene dall’alto si affievolisce in toni via-via più spenti, chi è in piena forma ha il compito di tirare su i feriti, i quali, raggiunte le corde dei compagni, tornano con adagio sulle proprie…

Il riposo è difficile come al solito; più che incontrarlo, lo si attende con speranza.

Quando il sole, entrando probabilmente da uno spazio aereo lontanissimo, abita di nuovo il grembo roccioso, un’attenta verifica circa la propria posizione informa l’esercito che è distante da qualunque estremo: se si guarda in basso, sembra che si è partiti da un secolo; se si guarda in alto, sembra che il cammino ha inizio ora…

Il vantaggio dei giorni passati ad arrampicarsi è che il corpo non ricorda altri movimenti all’infuori di quelli che procedendo per le corde si compiono.

Andando più in alto le pareti conservano alcune formule ancestrali, scritti lasciati dagli gnomi di LUMINARIA, coloro che hanno scavato LA CAVITA’ SENZA FINE…

Il lavoro ha richiesto anni e anni di dispendi, oltre ad una pazienza che va al di là della comprensione umana…

Gli incantesimi proteggono le mura da qualsiasi tipo di profanazione…

Chi sale senza conservare il degno rispetto per l’opera eseguita, la gravità del peso corporeo aumenta ad ogni passo fino ad immobilizzarlo o a farlo cadere.

Gli gnomi ribelli, dunque, hanno iniziato a forare la roccia partendo altrove, per poi finire qui, nell’enorme pozzo; sarebbe impensabile agire altrimenti…

Si incede poi gravosi di malinconia: i ricordi più brutti che si hanno affiorano dal canto delle mura in un lamento intimo e impalpabile…

Soltanto chi si concentra sul presente riesce a non essere vinto dal sortilegio.

Poco più avanti l’alfabeto magico continua a segnare la roccia, ma senza alcun danno per il viandante…

L’effetto delle nuove rune si svela solo dopo qualche passo, quando le corde cominciano ad avvicinarsi sempre di più alla roccia: tenendole tra le mani, si riesce a camminare tranquillamente sulle pareti!

Il lunghissimo pozzo diventa così una galleria dove l’occhio si perde ad ogni direzione…

Sicuramente gli gnomi scavatori hanno utilizzato questo incantesimo per rendere più facile il lavoro svolto: in questo modo hanno potuto scavare come sulla terra ferma, senza correre alcun pericolo.

Ora si ha l’opportunità di riposare un poco, di essere curati a dovere, di meditare meglio sul percorso: la strada procede come al solito dritta, indisturbata, ma ogni tanto si possono vedere delle porte lontane, come delle piccole o grandi botole di legno.

“Ci siamo!”, esclama un Elfo Druido portando una mano sopra gli occhi. “Ecco davanti a noi le MILLE PORTE!”.

Se sono proprio mille è difficile da sapere; fatto sta che sono davvero molte…

L’occhio si perde nell’esaminarle, la mente nell’enumerarle, l’immaginario nel quantificarle.

“Mille porte dalle facce più svariate, mille porte mangiate dai secoli, mille porte per mille direzioni diverse!”, suggella il ragazzo che conoscono tutti…

“Già…”, ripete a mente un Elfo Druido.

“Bisogna contarle!”, fa notare un altro. Sarà una bella impresa…

“Alcune sono giovani, altre vecchissime, altre conoscono il mondo meglio di chiunque…”, rammenta un terzo Elfo Druido.

“Contarle… Come si può contare ciò che non ha un inizio e una fine…? La numero mille è quella che è al penultimo posto…”, rende noto il ragazzo che conoscono tutti.

Una singolare collocazione. Se la millesima porta è al penultimo posto, significa che è la novecentonovantanovesima; il che, in altre parole, non la farebbe più essere la millesima…

Se invece la millesima è proprio la millesima, cioè un numero che non può diventare un altro, allora significa che le porte non sono mille, ma milleuno!

Il mistero si duplica, anzi, si triplica!

Sarà la novecentonovantanovesima porta quella da aprire? O la millesima? E anche fosse la millesima, cosa mai nasconderà la milleuno, quella porta così lontana, così irraggiungibile…?

L’incertezza aumenta nel vederle tutte: sono così diverse fra loro, così ambigue…

Alcune chiudono il passaggio con semplici chiavistelli arrugginiti, dissimulando una finta protezione; altre invece sono blindate come casseforti, con spranghe e ferri di tutti i tipi, quasi fossero l’entrata verso quanto c’è di più segreto al mondo…

Altre ancora allontanano il pensiero di una mano sulla maniglia con delle feroci bocche di leone, silenti ed eterni protettori.

Si passa poi a porte scolpite con formule magiche, o dove si incastrano gioielli pigri di luce, o dove fiammeggiano metalli squisitamente intagliati.

Il conteggio è lentissimo, non perché le porte siano effuse in spazi troppo larghi, ma perché se ne contano solo alcune; il criterio con il quale si procede nell’operazione già di per sé complicatissima è ignoto. Solo il ragazzo che conoscono tutti lo ha bene in mente.

E’ lui di tanto in tanto a tirar fuori un numero, quasi estraendolo da una moltitudine…

Si saltano dozzine di porte; molte di queste sembrano avere un’importanza davvero rilevante, o perché enormi, o perché preziose, o perché sono talmente ben nascoste che si lasciano prendere per quelle giuste…

Tra le vere, poiché si spiega intanto che le altre non esistono: sono solo proiezioni interiori, ed è possibile dunque che siano diverse per ognuno, la maggior parte sono semplicissime porte spoglie da qualsiasi particolare degno d’essere menzionato.

In questo eterno vagare la mente cancella il ricordo di quanto è dato per vero e per falso…

L’istinto non serve; l’intuizione inganna; il ragionamento disillude; il caso è cieco…

Come in una rapida ma ponderata processione, l’esercito sciama verso il lontanissimo balzo nel buio…

Cosa celano le porte è un segreto che il tempo custodisce con estrema gelosia: nessuno lo ha mai raccontato, perché nessuno è mai vissuto per raccontarlo…

Quantunque un esercito ribelle fosse mai annidato dietro una di esse, chi si è unito a loro o chi lo ha combattuto tiene in serbo una storia inenarrabile; eppure il coraggio o la codardia di questi uomini sono due ingredienti inamovibili, entrambi esalanti misteriose emozioni.

Si arriva in un punto in cui alcune porte sono già aperte…

Nessuna protezione, nessun segreto da tenere nascosto: chi vuole entra. Se però non c’è nessun custode ad allontanare i viandanti, a farlo sono i corridoi stessi, che dalla soglia si intravedono svoltare gli angoli più spaventosi e orripilanti possibili…

La notte arriva in maniera bizzarra: il cielo, infatti, non è più sopra le teste, ma di fianco!

I fasci iridescenti che di solito albergano LA CAVITA’ SENZA FINE sconquassandola di luce spariscono lentamente verso i piedi, così che per un tratto si prova la straordinaria emozione di camminare sopra un sole al tramonto…

Quando l’ultimo raggio si spenge in una linea rossa centrale, brillante come un guizzo d’acqua, simile ad un piccolo ruscello capriccioso, la notte non tarda a raggiungere il buio del pozzo, di per sé già più buio della notte…

Quei fili argentei sopra le rocce, o è umidità, o è il riflesso di qualche stella, o l’ultima cosa sulla prima.

Il sonno è facilitato dalla forza di gravità dell’incantesimo. Bisogna però dormire allacciati alle corde, in nodi che cingono una o più parti del corpo.

Il picchiettio delle gocce, piovendo in orizzontale, conferisce alla grotta un’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio, dove la concezione di entrambe le cose non si può che smarrire in cambio di una mera illusione…

Per una volta tanto i massi torturati dal lavorio dell’acqua, formatasi a causa dell’umidità, sembrano ricevere carezze al posto di pugni, a causa dei quali la loro forma è stata seriamente e per sempre compromessa…

E così anche il viaggio che le gocce, o per meglio dire, la piccola pioggia percorre è diverso: risalgono le superfici come piccoli bruchi azzurri, per poi quasi decidere volontariamente di tuffarsi una volta visto il masso da raggiungere…

Il meccanismo, che dura praticamente da sempre, continua a scrivere una musica infinita, uguale e diversa, dove le note coprono il presente con la stessa importanza del passato e del futuro; il primo, conservato nei segni della roccia, il secondo, chiamato da un ritmo che, più che un’improvvisazione, è un’invocazione…

Se si passasse un dito sopra quelle cicatrici profonde, quei tagli incisivi, si assaggia il sapore dell’eterno: una valanga di note investe il cervello in un millesimo di secondo, svelandogli quanto non hanno potuto dire con l’aiuto stesso dei secoli…

Il dolce carillon mette uggia sulle palpebre, le quali smettano di sbattere…

Cullati da una ninna nanna involontaria, giuggiolona e inebetita, ci si rilassa come se le gocce massaggiassero le tempie.

Il suono della tranquillità, se non è questo, non ha corpo alcuno…

Ma è proprio in essa che il pericolo si fa più concreto e tagliente: delle urla spaventose arrivano da una porta aperta sul fondo!

Da qui escono, in un volo confuso e affrettato, uno stormo di CIVETTE GIGANTI, cavalcature notturne degli gnomi ribelli!

I loro versi sono i richiami dell’oltretomba: prendono un suono inconsistente, velenoso e maledetto.

Rimanendo legati alle corde, ognuno si concentra in quel che intende fare.

Gli Elfi Druido chiedono ai loro bastoni di allungarsi fino a raggiungere le bestie, in modo da menare loro dei fastidiosissimi colpi sulla testa…

Questo agire le innervosisce come satanassi: urlano ancora più forte, senza la possibilità o il coraggio di raggiungere il nemico.

Alcune si ribellano ai zuccotti volando in alto e sparendo per il dedalo. Altre rimangono ferme lì dove il bastone ordina loro di rimanere, ma a quel punto, oltre a urlare, spalancano gli occhi assassini e allargano le zampe…

Le civette ferite dall’esercito perdono quota e cadono: stando sulla parete, sembra di vederle gettate in una corsa dal moto sempre più celere…

Molte civette prendono posto sulle corde; da qui gli gnomi ribelli lanciano, o piuttosto lasciano cadere nel vuoto, una miriade di fogli scritti in rosso: se l’occhio si posa sul loro contenuto, si sparisce all’istante!

Ben presto LA CAVITA’ SENZA FINE è invasa da una vera e propria bufera di fogli volanti, sotto la quale è difficile scovare il nemico e trovare i compagni.

Le carte, ovviamente, si allontanano in senso orizzontale: sembra che un incantesimo le tenga sospese a mezz’aria…

Scansandole, lo spavento nel vedere una CIVETTA GIGANTE che ti urla in faccia non è piccolo!

Quando si è così vicini gli gnomi ribelli, anziché lasciar cadere i fogli, li poggiano direttamente sul viso.

La battaglia è giocata con armi molto diverse tra loro, ma non per questo la si ritiene meno aspra di altre: il pericolo di non farcela è altissimo!

Ad un certo punto, nel pieno della mischia, alcune civette, spaventate da un pericolo invisibile, tornano a nascondersi da dove sono uscite…

Un Elfo Druido si gira verso il fondo ed esclama nella sua lingua mentale: “La terza marea!”.

Un gorgoglio anomalo cresce partendo da dove l’Elfo Druido sta guardando; è una specie di vortice, unico nel suo genere. Lo si potrebbe descrivere solo guardandolo, e guardandolo si ha il vivo desiderio di non farlo una seconda volta…

L’acqua è salita di nuovo per la cavità, ha trovato l’incantesimo degli gnomi scavatori e da lì ha deciso di attraversarla tutta, di riempirla come i muscoli sull’osso di un braccio!

Probabilmente una marea arriva ogni qual volta si accende un conflitto; questa è la terza occasione…

In breve i fogli vengono inghiottiti dalla voracità del mare, sparendo in esso come tanti moscerini.

La corsa verso l’altro estremo del tunnel è immediata!

Alcuni gnomi continuano ad attraversarlo sulle loro CIVETTE GIGANTI, evitando di volare troppo lontano per far vedere meglio i fogli che lanciano…

Ora si scorge, in maniera quasi impercettibile, la fine de LA CAVITA’ SENZA FINE: se quest’ultima la si pensa come un immenso corridoio che comprende anche il Sacro Campanile, è quel punto bianco lontano, lontanissimo…

Il Sacro Campanile dunque non ha un tetto, perché, dopo molti passi e occhiate fugaci, l’infinito si scopre essere la luna!

In mezzo, quel bel punto nero, dev’essere la Campana d’Oro!

Le due cose insieme formano una specie di gigantesco occhio, attento, vigile su quanto accade.

Centrifugando nella grotta e trascinando con sé rocce e massi pericolanti, l’acqua raggiunge presto l’esercito in un turbinio di voci impetuose!

Il volo degli uccelli è compromesso dalla marea: l’acqua raggiunge le ali e le appesantisce. In poco tempo li chiama a sé insieme agli gnomi…

Le loro urla, di un dolore non fisico, ripercorrono le distanze già esplorate, rammentando in pochi secondi quanto lungo è stato il tragitto fino a qui!

Quando la marea supera anche l’esercito, i nodi escogitati per dormire servono invece a rimanere saldi e a non essere trascinati via…

L’acqua copre fino alle gambe. Poi fino alle ginocchia. Fino ai polpacci. Alle caviglie. Sparisce.

Le rocce somigliano a denti aguzzi dopo una bella bevuta…

Stavolta il meritato riposo, più che essere anomalo per la trasposizione della gravità, lo è per il bagnato su cui le ossa devono, loro malgrado, poggiare.

Una roccia può servire come riparo dalla corrente d’aria fredda.

Al mattino si prova la stranissima sensazione di non potersi stiracchiare, unita ad una seconda: quella di non essersi potuti muovere per tutta la notte…

Aprendo gli occhi si capisce perché: la gravità è tornata normale!

Il cantuccio sul quale ci si rannicchia onde evitare un tonfo smisurato è una misera pedana curiosa del vuoto!

Le corde sono sparite! Un’ennesima magia degli gnomi scavatori attuata per completare il loro incredibile lavoro!

Scendere? Salire? Che fare?

L’unica soluzione sarebbe trovare qualcuno in grado di volare…

Eccolo!

Qualcosa si sta avvicinando rapidamente laggiù! Una farfalla gigante!

Si posa. Vola di nuovo. Si riposa…

Fa tutto questo fino a raggiungere l’esercito. Ma che strano aspetto…

Ha le ali e il corpo di pece: è LA FARFALLA DELLA MORTE, la metamorfosi del VERME FORMICA REGINA!

Si comporta come un comunissimo verme: camminando sulla parete e chiudendo le ali. Come una comunissima formica: toccando tutto con le lunghissime antenne. Infine, e solo quando è indispensabile, come una comunissima farfalla: volando in maniera pressoché leggiadra…

E’ come un essere tutto nero che cambia rapidamente aspetto, dove e quando vuole, per essere tutto e niente, niente e tutto…

Dunque non era caduto: si era solo chiuso nel suo bozzolo per aspettare di nascere una seconda volta, più orribile e terrificante di prima!

A giudicare dallo sguardo che fa nel vedere carne umana si può intuire che il suo nutrimento non è affatto cambiato!

Ad essere cambiato semmai è l’appetito, visto il balzo che compie verso le rocce sporgenti!

Usare la magia sarebbe gravissimo: si rischierebbe, in tali condizioni, di dimezzare l’esercito!

Le armi da tiro possono essere utilizzate solo se il braccio trova uno spazio sufficientemente ampio: qui non ce l’ha…

Si prova almeno a mantenere l’equilibrio, quello che rischia di venire a mancare di fronte ad una creatura del genere…

Conservando un silenzio molto simile ad un lunghissimo respiro, si scopre con grande meraviglia che l’arma salvatrice è la natura stessa del mostro: quando vola il suo olfatto non può sentire nessuno; quando cammina sbatte sui massi e cambia direzione; quando tasta con le antenne ci si sporge per fargli sentire solo la roccia…

Un pericolo innocuo come una farfalla che non uccide.

Non offenderlo è l’unico modo per offenderlo. Rendersi invisibili, invulnerabili…

Dopo inutili esami della parete, LA FARFALLA DELLA MORTE vola e sparisce nella notte…

Morirà qui, senza l’aiuto di nessuno.

Superato il pericolo, scalare è quanto di più semplice, visti i numerosi appigli.

Alcuni sono anche dati dalla crescita di rami e arbusti, solidi come la pietra dalla quale spuntano testardamente…

Più avanti, di questi aggrappi ce n’è un’infinità, tanto che il verde si sostituisce al grigio, e, ancora più in là, al marrone degli stessi arbusti.

In breve ci si cammina sopra come su una piccola balaustra di legno!

In maniera spasmodica, senza formare nulla di troppo preciso, le lunghe radici formano scale e pedane che accompagnano verso l’alto, meta tanto ambita…

Le porte cospargono il percorso di mistero e di fascino, incuriosendo sempre di più il viandante con le loro maniglie, con i loro chiavistelli, con le loro spranghe, con i loro lucchetti, con le loro serrature, con i loro cardini…

“Ecco la numero seicentosessantasei”, annuncia il ragazzo che conoscono tutti davanti ad una porta senza alcuna chiusura.

Ha il legno marcio, dove vermi, bruchi e altre forme di invertebrati e di larve sbucano da alcuni spazi aperti…

“Sappiate che questa non è una porta. Chi la vede come tale non potrà mai distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato! Se voi la vedete come tale, è perché già troppe ne avete viste… Non siamo venuti qua per questa: se così fosse voi sareste scesi dal cielo, invece venite dalla terra. Non manca ormai molto a quella giusta, abbiate pazienza!”.

Detto questo il ragazzo che conoscono tutti continua la salita verso il grande occhio che è sopra le teste…

Le porte seguenti sono tutte simili a quella appena descritta, fatta eccezione per i numeri che portano: hanno grandezze diverse e sono mischiati nell’ordine di comparizione…

Così fino alla numero seicentonovantanove, dopo la quale cominciano ad assumere le solite caratteristiche: uniche, originali, irripetibili…

Dalla settecento in poi, le porte hanno una stranissima particolarità: i loro catenacci, insieme a ganci e a lucchetti di varie misure, sono uniti tra loro in maniera da tessere una gigantesca ragnatela sospesa nel vuoto!

Non c’è altro da fare se non arrampicarsi…

Il ragazzo che conoscono tutti sa scegliere i catenacci delle porte esatte, e, salendo su questi, continua a contarle…

Arrivati alla novecentonovantanove la ragnatela di ferro si chiude verso il centro; la porta è aperta e forma un enorme buco dal quale soffia una corrente incerta: pare che esca da spazi immensi, poi da spazi piccoli, poi da un vuoto assoluto…

Ecco avvicinarsi due grossi rubini, di un rosso intenso, ammagliante… Ogni tanto si chiudono e spruzzano un liquido del medesimo colore; sfrigola sopra la ruggine, mangiandola…

E’ una specie di lubrificante, o qualcosa di simile!

Un’unghia di legno si posa sopra un filo; il tocco l’ha smosso un po’…

Altre due, uscendo sempre dal buco, si poggiano sopra altri fili più lontani…

La ragnatela traballa tutta!

Tre unghie escono contemporaneamente, aprendosi a ventaglio, come dita che già sanno dove andare a toccare…

E poi, lentamente, lentissimamente, dal buco nero esce un secondo buco nero, quello che ospita i due rubini!

E’ peloso, umido, vischioso, con una bocca di palpebra, simile ad un mantice che si apre e si chiude sotto un respiro spasmodico…

E’ IL CUSTODE DELLE MILLE PORTE, un ragno largo quanto l’intera ragnatela!

Subito le sue dita cominciano ad entrare nei lucchetti, e, picchiettandoci dentro, li scardina con estrema facilità…

Alcuni fili si staccano così dall’insieme, finendo penzoloni; i guerrieri rimasti aggrappati sono ancora lì a dondolare…

Poi, senza muoversi tanto, rimanendo col corpo dov’è, tutte le zampe si muovono contemporaneamente, come sei dita sopra un pianoforte, entrando in vari lucchetti ed aprendoli con dei ritmi consequenziali, quelli dei piccoli organismi di ferro: gli ingranaggi…

La creatura sa perfettamente, quasi avesse un disegno stampato nella mente, quali meccanismi aprono e chiudono i lucchetti, per cui i suoi movimenti risultano meccanici, oltre che istintivi…

Inoltre nessuna delle azioni che ogni singola zampa compie risulta più breve di un’altra, e questo pur dovendo scardinare lucchetti semplici e complicati allo stesso tempo…

Quando sono terminate la ragnatela cede proprio nei fili occupati dall’esercito; una specie di suono acuto e stridulo avverte che IL CUSTODE DELLE MILLE PORTE è divertito da questo piccolo gioco di società…

Prima che le sue zampe tornino ad arruffare altre serrature, ognuno si preoccupa di aggrapparsi ad altri fili; il ragno, già pronto a completare il lavoro finito solo per metà, torna con le zampe al proprio posto e aspetta che gli occhi passino al cervello la nuova informazione…

“Mirate agli occhi! Agli occhi!”, ripete il ragazzo che conoscono tutti…

Quasi contemporaneamente una pioggia di dardi di tutte le specie, reali e creati dalla magia, si conficca nel bulbo oculare del mostro, che comincia a lacrimare la sua sostanza lubrificante…

Le viscere raggrinzite lanciano un urlo che lo fa impennare come un cavallo imbizzarrito, menando all’aria le due zampe anteriori.

Il ragno torna al suo lavoro, ma i suoi arti vagano con incertezza tra un filo e l’altro, prima di posarsi su quelli che reputa esatti…

La parte sinistra non riesce più a focalizzare nulla, per cui è praticamente fuori uso…

Un secondo lancio, più deciso e mirato, si proietta verso l’altro occhio, coprendolo di stecche e altro…

IL CUSTODE DELLE MILLE PORTE si chiude come sotto una fiamma rovente, rattrappendosi nello spazio delimitato dalla porta…

Cade, sbatte su tutti i fili e sparisce verso l’irraggiungibile fondo de LA CAVITA’ SENZA FINE.

La porta numero novecentonovantanove è finalmente libera!

Ma non è quella da aprire…

Il ragazzo che conoscono tutti la supera, e, con un cenno della mano, invita il suo seguito a fare altrettanto.

Molti, stanchi di tutto quello che hanno passato, ignorano la direzione da lui presa e imboccano nella tana…

Chi lo imita torna a salire grazie agli arbusti, che riempiono di nuovo le pareti…

Nessuna porta accompagna la traiettoria…

“Non abbiate timore, amici miei… Non tutto ha un inizio e una fine… Quello che io vi indico ha un solo principio… E’ eterno… Tranquillizzatevi, amatevi gli uni gli altri… Trovare l’ultima porta spetta a ognuno di voi… Abbiate fiducia… E’ quella che non ha spranghe… E’ quella che non ha chiavistelli… E’ quella che non ha maniglie… Perché chi vuole entrare entra, chi non vuole entrare non ha modo di farlo…”.

Continuando a parlare, il ragazzo che conoscono tutti incede verso la luna, ora più vera e visibile…

La Campana d’Oro è un astro fiammante che invita l’occhio alla stupefacente contemplazione di sé stessa…

I bagliori creati dai riflessi della luna accarezzano le pareti della cavità con dei raggi onnipresenti, lenti al giudizio di ciò che toccano…

All’improvviso la campana si muove, oscilla a destra e a sinistra… Il primo bagliore acceca la vista; il secondo bagliore la testa; il terzo tutto quel che in un uomo palpita.

Quando le facoltà visive, di qualunque natura esse siano, tornano a funzionare normalmente, captano una così grande quantità di bagliori che forse chiudere gli occhi riesce di più che tenerli aperti: tutto intorno è oro! E’ luce! E’ vita!

Con uno sforzo immenso riversato nel tentativo di decifrare gli spazi, si presume essere in una sorta di corridoio curvilineo, dove le pareti si allungano in alto, altresì in maniera curvilinea, e spariscono prima ancora di toccare il soffitto; dalla loro andatura, si capisce che intendano incontrarsi, più che incastrarsi in qualcosa che ha la stessa ampiezza del corridoio…

Conservano diverse effigie, diversi simboli, alti e bassorilievi… Raccontano, insieme, il destino di un popolo costretto alla lotta per la sopravvivenza.

In alto, grosso come il piatto di un re, c’è la figura del sole.

Girando il corridoio, dall’altro capo si trova la figura della luna.

Ad altezza d’uomo ci sono una miriade di fori, delle feritoie a forma di arabesco. Guardarci attraverso è quanto di più bello si possa immaginare: un’aurora delicata e tiepida come una carezza in pieno inverno schiarisce l’immenso mondo dell’Isola-Castello.

Un vento costante, derivato, più che dall’atmosfera, dall’altezza, soffia attraverso le finestre, solletica il corridoio e, trovando questa o quella figura, lì si incurva, scava, vibra e produce, tornando, un suono dolce e pacifico…

Le note sono diverse per ogni finestra; ad uno sguardo più attento, ma molto, molto più attento, si comprende infatti che non sono proprio tutte identiche, fatta eccezione solo di alcune…

Altri fori e feritoie si moltiplicano in alto, dove le pareti si restringono; più lo fanno e più la musica diventa timbrata, netta, precisa…

Così si ammira la meraviglia del creato sostenuti da una melodia tintinnante, un sottofondo magico e celestiale che viene dal soffitto; poi, verso il centro delle pareti, si ode un coro angelico; infine, nel corridoio, arriva un vagheggiare aureo, un suono che si riempie la bocca d’oro e che mai ne resta all’asciutto…

Il direttore d’orchestra è il vento.

Se sfiora, la musica sfiora le orecchie; se investe, la musica investe le orecchie. E ogni volta decide di abitare il corridoio in maniera diversa…

Attraverso la musica, le note costruiscono, in una maniera che è impossibile descrivere, la voce di un ragazzo: “Eccomi! Sono qui!”.

La frase fa il giro di tutto il corridoio, che in realtà è un anello perfetto.

Si ripete fin quando le pareti ne hanno voglia…

“Fra non molto arriveranno! Vorranno rubare la Campana d’Oro, quella in cui ora siete. Lasciate che io vi consigli. Agirete come la musica: con il ritmo e le note che io vi ordino! Sarete voi il vento!”.

E’ la voce del ragazzo che conoscono tutti! E’ lui la Campana d’Oro!

“Mettete un orecchio sulla campana: ascolterete tutto quello che dovete ascoltare!”.

Lo si fa: il verso di un animale… Il VERME FORMICA! Voci confuse… Gli gnomi ribelli! Il loro padrone… Il Cavaliere d’Erba!

La sua voce muschiata incita al combattimento!

“Io vi ho detto che oltre alla Campana d’Oro, la millesima porta, ne esiste un’altra: quella porta siete voi!”.

Il ragazzo che conoscono tutti scende dal soffitto, dove la sua voce si amplificava all’inverosimile!

“…E quella non ha nessun custode all’infuori di me!”, ammicca con un sorriso radioso quanto tutto l’oro che lo circonda!

“Tenetevi pronti!”.

Nell’angolo del pavimento si apre un merletto che ricama la Campana d’Oro tutt’intorno; è sufficientemente ampio da vedere ciò che accade nel Sacro Campanile, e, più avanti, ne LA CAVITA’ SENZA FINE…

Qualcosa attraversa le mura in un minuscolo brusio: sono le FORMICHE DALLA TESTA ROSSA…

Appena varcano la soglia che separa le rocce rozze dalla pietra levigata, un secondo brusio si fa strada verso l’esercito: dai tunnel laterali ecco spuntare la cavalleria più terrificante che possa esistere, quella dei VERMI FORMICA!

Prima delle zampe, sono i loro versi a percepire il terreno.

E, come sotto un comando simultaneo, ecco uscire l’orda più spietata: le creature delle tenebre, ovvero tutto quello che ancora non si è visto, forse tutto quello che si immaginava si potesse mai incontrare esplorando i dedali!

In breve LA CAVITA’ SENZA FINE diventa una cassa di risonanza per le voci più incredibili; la baraonda si trascina lentamente verso l’alto, ritmando un avanzare che è colorato dalla sete di sangue!

Tra le tante creature, molte sono capaci di arrampicarsi, ma si sospetta che non lo facciano da moltissimo tempo!

Altre sgusciano, strisciano, si espandono, rotolano, trottano, dondolano, annaspano, lievitano, e fanno tutto quello che il loro corpo permette loro di fare, a patto di raggiungere la Campana d’Oro, quella meta che, se per pura disgrazia non la si ambisce, la si vuole per forza distruggere!

Senza perdere tempo, il primo comando del ragazzo che conoscono tutti è quello di tirare le frecce, vere o create dalla magia: legni acuminati, lingue di fuoco, schegge di ghiaccio, materializzati su archi invisibili, fatti d’aria, raggiungono i nemici in un fitto rincorrersi, ferendoli a morte…

Una parte dell’esercito invece ha già delle armi da tiro: le usa eccellentemente…

Perdendo una cospicua somma di uomini, se con questo termine è possibile definire tutto ciò che pian piano guadagna terreno, l’esercito degli gnomi ribelli continua la sua avanzata.

“Non fateli arrivare fino al Sacro Campanile!”, comanda il ragazzo che conoscono tutti…

Effettivamente tutti quei massi aculei che per il momento rallentano loro il cammino, qui, nel Sacro Campanile, non ci sono: in un solo istante arriveranno alla campana!

Le FORMICHE DALLA TESTA ROSSA, per quel che possono offendere, hanno già invaso il corridoio: una presenza insolente e fastidiosa come quella di un ospite indesiderato!

Fra non molto si uniranno a loro i VERMI FORMICA, compresi gli gnomi sulle loro groppe…

“Ora bisogna che io faccia una cosa… Sarete voi il vento!”, con queste parole il ragazzo che conoscono tutti ordina alla Campana d’Oro di staccarsi dal Sacro Campanile…

Con un suono simile all’urlo di mille angeli, la campana mangia in un sol boccone il campanile, piomba diretta sull’esercito degli gnomi ribelli e se lo porta giù, e più giù, e ancora più giù, per tutta la CAVITA’ SENZA FINE!

Intanto l’attacco continua, sia con le armi da tiro, mirando a quelli più lontani, sia con le armi ad una o due mani, cercando di espellere i nemici che nella caduta si sono infiltrati!

Il vento rende il combattimento rallentato rispetto alla norma: di due volte, di quattro volte, di otto volte, di sedici volte…

Gli Elfi Druido preparano un incantesimo che permette ai muscoli e agli oggetti scagliati di agire come se le raffiche trovassero un muro ancor prima del corpo…

Ogni tanto la campana scintilla, squillando, sopra la roccia, e si polverizza in una scia d’oro.

I nemici si moltiplicano mano a mano che il tonfo li trova; tra questi, molti si rifugiano nelle loro tane dopo aver messo solo per un attimo il naso fuori, mentre altri non fanno in tempo a scegliersi un riparo…

Dopo pochi secondi l’esercito nemico non ha più reclute, fatta eccezione di qualche animale che, soffrendo un’anomala solitudine, rarissima nei cunicoli, decide di saperne qualcosa di più…

Mentre ancora si combattono gli ultimi mostri, quelli entrati, per loro grande sfortuna, nella Campana d’Oro, il ragazzo che conoscono tutti emette un lunghissimo fischio, ancora più acuto della musica…

Il Drago d’Acqua si sveglia da un brevissimo letargo. Scioglie le ali al vento e sale verso il suono…

Il salvataggio è delicato com’è delicata l’acqua quando esce da una sorgente; tutto l’esercito degli gnomi ribelli lo ha attraversato, poiché nessuno di loro ha mai creduto nel ragazzo che conoscono tutti, e nemmeno a coloro che parlavano di lui…

Alzandosi in volo, il Drago d’Acqua trasfigura, partendo dalla coda per arrivare fino al collo e alla testa, nel Drago d’Arcobaleno!

La scia che lascia partendo proprio dalla pozza, il fondo dal quale è partito, è di sette, meravigliosi colori: il violetto, l’indaco, il blu, il verde, il giallo, l’arancione e il rosso…

Rifrangono nell’intera cavità, facendola brillare di una luce eterna…

Con un verso che è simile ad un ricordo felice, il Drago d’Arcobaleno riporta la Campana d’Oro al suo legittimo posto, e, allontanandosi nel cielo, la tocca come un batacchio.

La campana suona felicemente, espandendo un messaggio fraterno verso l’intera umanità.

Il ragazzo che conoscono tutti, a cavallo del Drago d’Arcobaleno, accompagna l’esercito vincitore fino a casa: LUMINARIA!

Non sono più dei guerrieri, sono degli eroi! Hanno fatto tutto quello che dovevano fare, hanno superato pericoli di ogni genere, hanno sfidato la sorte, hanno cambiato il destino del mondo; hanno un cielo intero da respirare!

Lo faranno insieme agli amici più cari, e, soprattutto, insieme al loro condottiero e salvatore!

L’arcobaleno, entrando nei cunicoli, li ha disintegrati… Nessuno di loro è rimasto aperto…

Chissà, chissà mai nell’entrata di quale, una mano ora sporge dai massi; è forse da lì che un libro di magia nera è caduto, sparendo sempre di più nell’ombra…?

In Memoria di Michael Ende, eterno ispiratore dei miei romanzi;

e del Maestro Scenografo, Costumista, Regista,

Luciano Damiani,

della sua amicizia,

del suo Teatro dal sapore magico,

fabbrica instancabile di sogni da tramandare.

Di uno zio scrittore mai conosciuto, Marcello Coscia,

che ho felicemente scoperto essere lo sceneggiatore del film ‘Momo’,

1986, tratto dall’indimenticabile, omonimo romanzo di Ende.

Ma soprattutto, di Ernest Gary Gygax e Dave Arneson,

inventori del Gioco di Ruolo,

senza i quali non avrei nemmeno poggiato la punta della penna

sulla carta

In questo libro avrai potuto immaginarti:

a) Gnomo buono nell’esercito buono:

1- Manipolatore dell’aria.

2- Dell’acqua.

3- Della terra.

4- Del fuoco.

b) Gnomo cattivo nell’esercito cattivo:

1- Manipolatore dell’aria.

2- Dell’acqua.

3- Della terra.

4- Del fuoco.

c) Gnomo buono nell’esercito cattivo:

1- Manipolatore dell’aria.

2- Dell’acqua.

3- Della terra.

4- Del fuoco.

d) Gnomo cattivo nell’esercito buono:

1- Manipolatore dell’aria.

2- Dell’acqua.

3- Della terra.

4- Del fuoco.



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