ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 20 giugno 2011
ultima lettura domenica 5 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ODISSEA NEL TEMPO

di mifi77. Letto 891 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 st1\:*{behavior:url(#ieooui) } ...

Sintesi precedenti parti: Il protagonista è stato convinto da un amico scienziato a fare un breve viaggio nel tempo, poi la Macchina ha avuto un guasto e adesso si trova in un lontano futuro...

Capitolo 10

I TUNICATI

Entrai nel tempio dopo essermi tolto le scarpe, nel timore di profanarlo, e averle riposte in un angolo esterno. Il locale conteneva un centinaio di … persone? in piedi, coperte da tuniche di colore chiaro. Le finestre del tempio tutto intorno erano fornite di vetri colorati a disegno geometrico; in alto una cupola emisferica perfettamente trasparente lasciava entrare il sole abbondantemente, così che l’ambiente era abbastanza caldo.

Un religioso vestito di scuro, anziano, con una lunga barba, bruciava manciate di piccoli fiori su un braciere posto su un altare che mi sembrò di forma ellittica. Certamente mi notò, ma non si interruppe. Mi fermai parecchie file dietro gli ultimi tunicati.

Il religioso si pose davanti al braciere e cominciò a parlare; dopo alcuni minuti i tunicati, tra mormorii di sorpresa e forse di paura, si voltarono e mi osservarono.

Erano tutti alti e belli, con capigliatura rada ma ben curata; le donne erano delle bamboline, ma completamente coperte. Qualcuna si spostò alcune file più avanti. Dall’altare il religioso mi fece numerosi cenni diversi, finché non capii che dovevo avvicinarmi.

Questo tizio, che per semplicità chiamerò Relig, mi osservò bene e mi toccò, poi cominciò a parlare all’assemblea. Quindi proseguì nella funzione con un canto ripetuto dai tunicati; alla fine tutti si inginocchiarono, imitati da me, e ripeterono tre volte: Diah! La terza volta riuscii ad unirmi alla loro esclamazione.

Relig indicò due uomini (erano quelli più alti, con capelli più corti) e una donna, i quali si accostarono a me. Lentamente l’assemblea si sciolse, ma la maggior parte degli uomini si avvicinò al sottoscritto.

Non so se avete mai provato del panico; io non l’avevo mai provato, ma lo riconobbi subito: avevo l’impulso di fuggire, ma restavo fermo come un sasso; avevo l’impressione di tremare come una foglia e il mio viso certamente non esprimeva serenità; avvertivo un indeterminato senso di colpa che mi faceva attendere una punizione peggiore della morte.

La donna, una trentenne dal naso sottile e dai lunghi capelli biondi, mi osservava da vicino; alla fine mi diede sei solenni ceffoni, tre per guancia: li contai quando si fermò, mentre io mi ero convinto che volessero uccidermi a forza di potenti schiaffi.

Intanto la donna, che chiamerò Cef, mi guardava fisso, mentre io mi dicevo: non aver paura; poi compresi che non io, ma lei, mi diceva di non aver paura!

Lo avvertivo col pensiero: non temere! Allora perché quegli schiaffi? Forse avevo dato l’impressione di essere addormentato o sotto choc.

Cef indicò l’anello d’alluminio che portavo al dito. “Oh, Signore” pensai “l’unico ricordo di Lauren, la fede!” Tuttavia, terrorizzato com’ero, lo sfilai e glielo diedi. Lei guardò l’interno.

Cominciavo a capire: all’interno c’era scritto “Marius e Lauren – 27.11.2140”. Sebbene i tunicati non potessero capire le parole, forse capivano i numeri.

La donna alzò l’anello, si voltò e disse qualcosa. I tunicati presenti fecero un’esclamazione di sorpresa e si avvicinarono per guardarmi da vicino. Cef e i due uomini li fecero sistemare in cerchio intorno a noi. Poi Cef si voltò verso di me, sorridendo:

Sei l’uomo della leggenda, il viaggiatore nel tempo

Intanto Relig osservava soddisfatto.

Cef mi prese per mano e mi condusse in una di quelle case che avevo visto; i due uomini ci accompagnarono. L’interno della casa aveva una grande cucina, come dedussi dal gran numero di frutti e ortaggi che vedevo in giro. Poi Cef m’indicò un locale che risultò essere un enorme bagno, nel quale mi spinse, dopo avermi dato due tuniche, chiudendo poi la porta dietro di me.

Accertatomi che c’era acqua corrente riscaldata, feci un bagno in una grande vasca, usando anche un olio che risultò essere detergente.

Quindi indossai la tunica più piccola e scura, che lasciava scoperte le braccia e le gambe dal ginocchio in giù e che era conformata come un insieme canottiera-calzoncini in un solo pezzo; su questa misi la tunica grigia.

Quando uscii dal bagno Cef era sola, e aveva preparato un pranzo. Fece cenno di sedermi, quindi mangiammo una specie di cuscus dolce, ancora caldo, seguito da piccole uova sode e da un’abbondante insalata mista; da bere c’era un liquido del colore della birra, ma non gasata e probabilmente senza alcol.

Completammo il pranzo con la frutta, per lo più consistente in piccoli pomi di vario colore, molto saporiti.

Mi si chiudevano gli occhi, anche perché ristorato, ed ebbi paura che Cef riprendesse a schiaffeggiarmi; invece mi accompagnò in una cameretta e mi indicò un letto.

Mi sdraiai esausto ma confortato dall’ottimo livello di civiltà che gli abitanti di quel villaggio avevano dimostrato. Il letto era piuttosto largo e lungo, ma rigido e con un materasso che mi parve di piume.

Le lenzuola sembravano di canapa e c’erano due coperte a strisce multicolori; mi sdraiai vestito tra l’una e l’altra, ristorato anche dalla temperatura tiepida del locale.

Vagamente capivo che io ero per loro la realizzazione di una leggenda, quella di un viaggiatore nel tempo, forse atteso dopo l’anno 100.000. A me la loro civiltà sembrava neo-primitiva, cioè senza tecnologia, ma non priva di scienza e cultura. In fondo, ero stato fortunato.

Ebbi appena il tempo di formulare questi pensieri, che mi addormentai profondamente.

Capitolo 11

TELEPATIA

Mi svegliai all’alba del giorno dopo, come era accaduto nel 2073; rimasi a letto per non disturbare Cef e per riflettere; mi sentivo un po’ sotto choc per la nuova civiltà che mi si presentava, però ormai mi stavo abituando a questi cambiamenti, dovuti al mio folle viaggio.

Soffrivo ancora per la morte di Lauren e per la perdita del suo amore, ma dovevo pensare al mio immediato futuro. Intanto avrei dovuto cercare un lavoro: forse avrei potuto fare il giardiniere o il falegname. Poi avrei dovuto studiare. Per tutto questo sarebbe stato necessario imparare la lingua, che però era piena di suoni gutturali molto difficili per me.

La telepatia di Cef e forse di alcuni altri sarebbe stata utile soltanto per ricevere i messaggi e non per esprimerli; per quanto riguarda la lingua scritta, quel poco che avevo notato era in ideogrammi, forse come l’antico egiziano: sarebbe stato difficile impararla. Per esprimermi a gesti, avrei dovuto apprendere la loro gestualità, in gran parte diversa da quella che conoscevo.

E poi avrei sentito il bisogno di una compagna, adesso più che nel passato, perché ero solo e diverso dagli altri. Cef aveva ricevuto un incarico, da Relig, ma per quanto tempo?

Quando il sole cominciò a entrare nella stanza dalla finestra alta, mi alzai e andai in bagno; poi mi recai nella grande cucina a bere un po’ d’acqua.

Cef si presentò poco dopo e riscaldò del latte, che poi risultò essere di capra; sul tavolo c’era anche dello zucchero bianco, che assaggiai per conferma, e del cacao in polvere, che riconobbi odorandolo. Aggiunsi zucchero e cacao al latte e ne bevvi in abbondanza dalla ciotola di legno levigato.

Come era già accaduto le altre volte, la mia tutrice mi fece fare il giro del villaggio, indicandomi anche le attività artigianali; le feci capire che volevo lavorare in falegnameria e lei concordò il mio ingaggio.

I tunicati non erano tutti ugualmente telepatici: Cef era particolarmente dotata e per questo motivo Relig le aveva dato incarico di occuparsi di me.

La presenza di quella diffusa telepatia per un verso impediva la possibilità di una vera privacy, per altro verso imponeva una grande sincerità. Per quanto mi riguarda, era necessario che io imparassi la loro lingua, piena di suoni difficili. Cominciai col farmi spiegare alcuni simboli, poi mi iscrissi a un corso di lingua per stranieri: in tutto eravamo cinque studenti adulti.

Un’altra cosa mi fu imposta da Relig: andare regolarmente dall’estetista; col tempo capii che per loro io ero “brutto” e devo ammettere che l’estetista fece per me miracoli. Cef mi guardava con crescente simpatia e mi insegnava i suoni di parecchi ideogrammi.

In sintesi quella era una civiltà molto evoluta, ma l’evoluzione aveva imposto di scegliere le cose naturali, semplici. In pratica non c’erano industrie, ma artigianato; l’agricoltura e l’allevamento erano fiorenti, ma per merito delle conoscenze scientifiche e non per l’uso di macchine agricole; lo stesso per la pesca, di fiume e di mare. Per quella sparuta popolazione la mancanza di industrie era un vantaggio.

Lo spirito religioso era assoluto e imponeva rigidi canoni morali: le coppie erano tutte regolarmente sposate nel tempio; capii anche che i rapporti fisici tra anziani erano vietati. “Poverini!” pensavo tra me.

Poiché ogni attività lavorativa era manuale, il tempo libero scarseggiava, ma anche gli svaghi. In piena estate, quando faceva un po’ di caldo autentico, i tunicati facevano il bagno nel fiume o nel vicino litorale marino. Così come nel 22° secolo, non usavano costumi da bagno, ma il loro abbigliamento intimo, cioè si toglievano la tunica esterna e tenevano quella interna. Che differenza con i tempi di Atina!

Mi adattai a quella realtà bucolica con rassegnazione, mentre mi permettevo di guardare Cef con crescente interesse, visto che inopinatamente anche lei si sentiva attratta da me. Un giorno, nel mio stentato linguaggio locale, che chiamerò Tun per l’impossibilità di trasformare i suoni esatti in caratteri fonetici, le chiesi se era disposta a sposarmi.

Mi osservò a lungo perplessa, poi mi disse:

- Io ti voglio bene, ti desidero, però devi sapere che in quest’epoca c’è un limite di età per i rapporti fisici.

Tra di me pensai: “Sessant’anni? Cinquanta?”

- Io non voglio che tu mi dica la tua età, perché la mia mente non potrebbe nasconderla al pensiero degli altri. Il limite è quarant’anni. – precisò.

- Anche per gli sposati?

Si turbò: - Che vuoi dire?

Mi corressi: - Voglio dire che le coppie sposate non dovrebbero avere alcun limite.

- No, no: quelle non sposate devono astenersi, pena la morte; per quelle sposate, appena uno dei due compie quarant’anni, devono astenersi ugualmente, altrimenti il più anziano viene ucciso e l’altra o altro punito molto severamente.

- Addirittura!

- D’altra parte la riproduzione sessuata è soltanto tollerata, perché c’è quella asessuata.

Avevo capito: c’era un tabù molto potente nei confronti della sessualità.

- Io ho trentotto anni… - dissi

- Anch’io. – disse Cef – però Relig ti farà controllare con un’analisi di anzianità; quindi, se non sei sicuro di ricordare bene, dì che non ricordi.

Insomma, con i miei quarantasette anni, non avevo speranze: sarebbe cambiato poco o nulla, tra me e Cef.

L’analisi, ripetuta per conferma, diede il seguente responso: oltre quarantacinque anni; ci sposammo lo stesso. Per Cef era la seconda volta, dopo alcuni anni di vedovanza.

Col matrimonio aumentò la nostra familiarità e affettuosità, sino a poterci vedere senz’abiti; la bellezza corporea di Cef non mi facilitò ovviamente l’accettazione di quella forzata castità; per altro verso, le reazioni del mio corpo lasciavano Cef molto perplessa.

Accadde pian piano che nei momenti di relax, cioè la sera o la mattina, o nei giorni consacrati, Cef mi chiedesse della mia vita prima del viaggio.

Superando le profonde emozioni che quel rivangare il passato mi procurava, gliene parlai.

- Una vita caotica… - fu il suo commento.

Poi le parlai dell’amore, com’era centomila anni prima.

- Avevate tutta quella fertilità?

- E tutta quella voglia… E sai qual è il colmo?

- Quale?

- Che qualche volta, per fortuna raramente, le donne non erano abbastanza soddisfatte.

Cef rimase quasi sconvolta da quell’affermazione.

- Cef, (aveva accettato il mio soprannome) tu non sei già stata sposata prima?

- Una sola volta, per alcuni anni, poi lui morì in mare.

- E avevate rapporti frequenti?

- Certo, alcuni mesi più di una volta.

Mi venne da ridere. Era necessario raccontarle con garbo com’era la vita dei giovani innamorati centomila anni prima. E farle anche un po’ di educazione sentimentale.

Capitolo 12

INDIETRO

Ci volle un po’ di tempo prima che Cef (continuavo a chiamarla così) capisse che la sessualità è un bisogno primario dell’uomo (e della donna), così come mangiare, bere e dormire; che astenersi dal soddisfare un bisogno primario può portare alla morte o alla follia. Ci volle tempo perché si scrollasse di dosso alcuni tabù.

Ascoltava attenta e curiosa il racconto delle usanze degli uomini primitivi, come lei li chiamava, e pian piano comprese che certe cose potevano essere interpretate diversamente.

Così un giorno ci accadde di infrangere il tabù dell’età; se dopo la prima volta Cef si sentì in colpa a causa della mia età, dopo il primo giorno mi cercava con bramosia.

Quel salto di qualità del nostro matrimonio fu bello e soddisfacente, ma pericoloso; dopo un po’ Relig intuì qualcosa e tentava continuamente di indagare la mente di Cef.

Un giorno la vidi piangere: mi spiegò che dovevo fuggire, per la salvezza di entrambi. Avevo temuto quel momento… e mi sentii smarrito.

Benché mi dispiacesse moltissimo lasciarla, le chiesi:

- Dove dovrei andare?

- Alcune generazioni più avanti…

Ero stanco di fuggire più avanti, ma capii che Cef aveva ragione: dovevo farlo, se non altro per lei, prima che Relig avesse la certezza dei nostri rapporti.

Dopo la mezzanotte ci salutammo, tra il mio sconforto e le sue lacrime, quindi mi allontanai dal villaggio senza far rumore.

La luna era quasi piena e io dovevo soltanto seguire il fiume sino alla Macchina, ma al buio non era facile; avevo la morte nel cuore, per almeno tre motivi: non avrei voluto lasciare Cef, la mia terza, cara moglie, per sempre, non volevo andare più avanti nel futuro, verso l’ignoto; e temevo che mi prendessero per uccidermi barbaramente.

Per fortuna era di nuovo estate e il freddo notturno di quell’epoca post-glaciale era quasi sopportabile, col mio abbigliamento pesante; inoltre mi consolavo pensando che il movimento mi avrebbe aiutato a riscaldarmi.

Giunto alla Macchina, ebbi qualche difficoltà ad aprire lo sportello, dopo tanto tempo; poi accesi il motore a plutonio, ma una spia mi indicava di attendere. Era quasi l’alba e mi guardai intorno: mi sembrò di vedere, tra la vegetazione, una tunica in movimento, poi un’altra, poi un’altra ancora, poi decine, che correvano verso di me.

Impostai in fretta il datario e partii: i tunicati si allontanarono e sparirono…

Perché si erano allontanati senza voltarsi? Guardai il datario e notai che… girava all’indietro!

La Macchina si era guastata? No, andava proprio all’indietro, un po’ lentamente, ma all’indietro… Com’era possibile? Non si può viaggiare nel tempo all’indietro! Ciò avrebbe implicato l’esistenza o la creazione di futuri paralleli!

Il contatore girava lentamente, ma accelerava con continuità; forse dopo due generazioni si sarebbe fermato; ma perché, poi? Perché doveva fermarsi? Quando si sarebbe fermato? Era il terzo guasto di quella macchina, dopo l’allungamento della prima tappa da ventotto giorni a due generazioni e dopo l’ininterrotta corsa della terza tappa. Le mie scelte avevano influito poco su quel viaggio…

Qualcosa si accese nei miei pensieri: forse la Macchina era programmata; forse Atos aveva deciso per me la prima e la seconda tappa, lasciandomi libero per la terza; forse… dopo la terza tappa era programmato il rientro!

Non credevo alla possibilità che Atos avesse scoperto il modo di rientrare dal futuro dopo la mia partenza, semplicemente perché dal 2007 non poteva riprogrammare una macchina che si trovava nel futuro!

Atos mi aveva mentito spudoratamente, mi aveva usato come cavia, incurante della mia vita, della mia serenità, incurante di mia moglie e mio figlio: chissà che cosa avevano pensato!

Non lo avrei mai perdonato, ammesso che fossi sopravvissuto all’ennesimo viaggio. Fortunatamente il datario accelerava sempre più: avrei impiegato più di ventiquattrore, ma avevo speranza di arrivare vivo.

Se veramente stavo tornando nel 2007, potevo esserne felice, ma il mio rancore verso Atos non si sarebbe placato: quale spiegazione avrebbe inventato?

Quando alla fine il contatore superò il 2100, cominciò a rallentare; dopo un’ora segnava 2009, poi 2007, poi si fermò lentamente al 22 Febbraio. Stavo troppo male e svenni.

Continua

Copyright Michele Fiorenza

Opera registrata



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: