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lavoro pubblicato giovedì 19 maggio 2011
ultima lettura lunedì 15 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ODISSEA NEL TEMPO

di mifi77. Letto 806 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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Capitolo 7

XXII SECOLO

Si avvicinarono incerti e fecero un inchino, che ricambiai. Parlavano una specie di italo-inglese. La ragazza mi fece capire che era la pronipote di Atina; doveva avere circa vent’anni.

Si chiamava Gian e il ragazzo Mark.

- E’ il mio fidanzato. – precisò.

Faceva un freddo terribile e i ragazzi mi fornirono una pesante tuta felpata, scarponi, berretto di lana e guanti di pelle.

- Dobbiamo rientrare in città prima di sera, per sopravvivere. – disse Gian.

Fuori c’era la neve, e mi fecero salire su una strana automobile senza ruote: alla guida di Mark l’auto si sollevò e sfrecciò via, mentre Gian mi diceva:

- Dai tempi della bisnonna Atina sono cambiate moltissime cose, a causa di una guerra nucleare che ha offuscato il sole con le sue polveri e ha indotto un inverno perenne; ma la cosa più grave è che la radioattività è micidiale, così l’umanità, ormai ridotta a pochi milioni di persone, sparpagliate sulla terra, ha costruito città completamente immerse nel mare, dove l’aria e l’acqua necessarie sono continuamente filtrate. E dovrà essere così per centomila anni!

Ero sconvolto… e rammaricato di non essere rimasto con Atina a godermi un mondo surriscaldato, ma ancora vivibile. Dopo un po’ le chiesi:

- Hai i genitori?

- Soltanto la mamma Lauren, perché papà è morto.

Mi guardò con attenzione, poi disse:

- Ha quarantaquattro anni.

- E Atina?

- Non l’ho conosciuta, ma suo figlio era mio nonno, il padre di mia madre.

- E’ morto anche lui?

- Sì…

- Sembra che la vita si sia abbreviata, in quest’epoca.

- Certo, le radiazioni sono terribili.

Poco dopo entrammo in una galleria che sembrava scendere sottoterra, poi ci fermammo in un enorme parcheggio sotterraneo ben illuminato.

Lì prendemmo una specie di comoda metropolitana e arrivammo in un luogo che somigliava a una città in miniatura. In alto un cielo artificiale illuminava le strade con numerosi piccoli soli, evidentemente luci artificiali. C’era molta pulizia e silenzio. La gente camminava a piedi o su grossi tricicli a pedali, in apposite corsie. Mi guardavo intorno perplesso: adesso si viveva così, in città di metallo e plastica sotto il mare? Tuttavia la mancanza di automobili rendeva l’ambiente molto vivibile.

Giungemmo a un incrocio di strade che fungeva da piazza; lì una decina di aiuole erano coltivate con arbusti che riconobbi resistenti al freddo, in verità abbastanza sopportabile sin da quando ero salito sulla vettura guidata da Mark. Svoltammo a destra.

- Questa è via Nostalgia, dove abitiamo noi. – disse Mark.

Lauren ci attendeva sulla porta di casa. Era bruna e formosa, in tuta scura. Mi fece un inchino, che ricambiai, notando che era alta quasi quanto me e aveva un bel sorriso; poi mi fece accomodare in una specie di cucina-soggiorno, sulla quale si aprivano parecchie porte.

- Gradisci del tè? – mi chiese in un italiano quasi corretto.

Mentre sorseggiavo il tè, mi disse:

- La nonna Atina mi raccontava di aver avuto addirittura tre mariti! E che tu eri stato il secondo, che venivi dal passato e poi eri ripartito per la nostra epoca. Mi ha detto di accoglierti bene.

Le porsi la fotografia di Atina. La osservò, dicendo che era più bella di come la ricordava:

- Adesso capisco meglio perché si è sposata tre volte…

Azzardai una domanda: - Esiste ancora il matrimonio?

- Certamente! Ed è indissolubile, anche dal punto di vista civile. Per sposarti una seconda volta, dopo una separazione, devi cambiare religione; ma rimangono parecchi doveri nei confronti del primo coniuge e degli eventuali figli.

Poiché ascoltavo con interesse e meraviglia, aggiunse:

- Le cose sono cambiate molto in queste due generazioni: visto che i valori materiali si sono ridotti al lumicino, quelli morali hanno ripreso quota.

Si avvicinò al mio viso e abbassò la voce:

Sai che mi sono sposata vergine?”

- Mamma! Non si parla di questi argomenti con una persona appena conosciuta…

- Gian, in un certo senso è mio nonno, e non ho detto niente di male!

Mi sentii di azzardare:

- Se il matrimonio è indissolubile, come si fa a rischiare che non ci sia intesa fisica?

- E’ vero, - ammise Lauren – mio marito voleva provare, come tante coppie, ma allora mi sono incaponita. Bene, adesso avrai bisogno di cenare e poi di una bella dormita. Domattina farai un bagno, poi andremo al collocamento, a meno che tu non voglia ripartire subito.

La osservai: sebbene il viso fosse soltanto simpatico, aveva un bel corpo e bei modi. E un sorriso gaio e luminoso. Volevo conoscere meglio quel mondo artificiale.

- Gian e Mark vivono con te?

- No! Sarebbe sconveniente… Soltanto Gian, sino a quando non si sposerà. Ma Mark abita qui vicino. Ti hanno detto che sono sposi promessi?

La cena non fu molto diversa da quelle che preparava Atina, quando si trattava di pesce, però scarseggiavano i condimenti e da bere c’era soltanto acqua dissalata e una specie di birra dolce.

Andai a letto stanco, pensando come fosse strano quel mondo sottomarino, tecnologicamente avanzato e socialmente antico, da primo Novecento. Ma dovevo ringraziare Dio che la situazione non fosse peggiore, e Atina per avermi raccomandato alla nipote.

-------

All’ufficio di collocamento al lavoro mi resi conto che tutto quel che sapevo fare nella mia epoca non valeva niente nel 2140; così dovetti accettare un semplice lavoro di lavapiatti in una tavola calda, a cominciare dal lunedì successivo. In seguito avrei potuto seguire un corso di cuoco. Intanto mi venne in mente che avevo in tasca delle monete e delle banconote e le feci vedere a Lauren.

- Sono molto antiche, adesso. Se vuoi, Mark ti aiuterà a cambiarle con monete attuali: potresti ricavarci l’equivalente di due o tre stipendi.

Volli stabilire con Lauren un mio contributo per l’alloggio e il vitto, che lei accettò per finanziare gli studi universitari di Gian.

Nel pomeriggio mi fece girare la città, che si chiamava Axur e contava diecimila abitanti.

- Ci sono circa duecento città come questa, nel mondo, piuttosto lontane tra loro, così ognuna è un’isola culturale diversa. Più tardi andremo al centro commerciale, oppure al cinema, al teatro, o a ballare o al ristorante con veduta sul mare.

- Per oggi andrà bene il centro commerciale, poi potremmo restare a casa, dove mi insegnerai un paio di ricette molto in uso in quest’epoca.

Il sabato mattina i miei nuovi amici mi invitarono ad andare in piscina.

“Ci siamo”, pensai, “ adesso non si userà più nemmeno il perizoma, e io avrò vergogna a spogliarmi davanti ai ragazzi.”

Il fatto che non mi dessero alcun costume confermava la mia ipotesi.

La piscina era una grande emisfera la cui parte superiore arrivava a pochissimi metri dalla superficie del mare, permettendo alla luce solare di entrare: l’effetto era di una atmosfera verde-azzurra molto bella, e inoltre lì faceva abbastanza caldo da desiderare un bagno rinfrescante. Ci diedero una cabina fuori dal recinto della piscina vera e propria, e Lauren m’invitò a spogliarmi.

Io iniziai lentamente, osservando Mark, che rapidamente restò in mutande; in effetti si trattava di un indumento di colore scuro che somigliava contemporaneamente a un boxer e a un costume molto accollato sulle gambe.

- Io sono pronto. – disse.

Guardai Lauren e Gian, che avevano addosso accollati reggiseni e stavano togliendo i pantaloni, sotto i quali erano provviste di un indumento simile a quello di Mark. Ricordai che lo stesso indumento mi era stato fornito da Lauren quella mattina e che io lo avevo indossato al posto dei miei slip. Rassicurato e un po’ perplesso, mi avviai con loro verso la piscina.

Erano tutti così vestiti, con un abbigliamento intimo che fungeva anche da costume da bagno. Le nostre donne si stesero al tiepido sole.

Mark mi chiese se era vero che nel secolo precedente si stava al mare quasi nudi. Gli risposi che si usavano appositi costumi da bagno, di dimensioni molto ridotte.

- Il mondo anteriore alla Guerra era un mondo di sporcaccioni. – disse Gian.

- Tutto è relativo. – ribatté Lauren alla figlia. – La tua amica fa la modella per i pittori e si spoglia per farsi ritrarre. Quando facciamo i controlli sanitari ci spogliamo anche noi.

- Il nudo non è un tabù, ma nemmeno un’abitudine. – concluse Mark, rivolto principalmente a me.

A parte il castigato costume, il bagno fatto con Lauren mi ricordò un po’ quello fatto con Atina e quelli della mia vita con Clara. Cercai di sopprimere i miei rimpianti familiarizzando con la mia nuova amica Lauren.

Capitolo 8

INNAMORAMENTO

A casa volli aiutarla in cucina, con l’intenzione di apprendere il più possibile: non volevo farmi licenziare subito dal mio nuovo lavoro, anzi desideravo migliorare nel tempo le mie capacità e le mie mansioni.

Quando tutti e quattro ci sedemmo a tavola, mi sembrò di avere ritrovato una famiglia.

Non mi riuscì troppo difficile accettare il nuovo umile lavoro, considerando i drammi psicologici che avevo dovuto subire: la perdita della mia famiglia, del mio lavoro, della mia vita… Speravo soltanto che mia moglie e mio figlio avessero capito, prima o poi, che non li avevo abbandonati volontariamente.

Avevo deciso di interpretare la mia tragedia come un’opportunità: forse in un mondo più progredito sarei potuto essere nuovamente felice, forse mi sarei abituato a vivere in quella prigione dorata, forse le mie competenze e capacità di fisico avrebbero potuto aiutare quella società a contrastare i danni della radioattività.

Intanto avevo appreso che la vita media era diminuita sino a sessant’anni; io avevo una maggiore speranza di vita, soltanto perché ancora non avevo assorbito grandi quantità di sostanze radioattive. Sapevo bene che era estremamente pericoloso uscire all’esterno della città, ed era anche vietato, perché si sarebbero portate in città polveri radioattive e velenose; tuttavia quella vita al chiuso, in una grande gabbia dorata, mi generava sensazioni di rimpianto e malinconia. Mi consolavo con l’affetto e l’amicizia di Lauren e Gian.

Infatti, poiché Mark viveva per conto suo, Lauren, Gian e io divenimmo una specie di famiglia; e poiché il tempo è galantuomo, io cominciai, lo confesso, a dimenticare Lory e a osservare meglio la donna che mi ospitava: aveva un viso simpatico, familiare, e un sorriso accattivante; i lineamenti erano vagamente brasiliani e il colorito piacevolmente ambrato.

Quel minimo d’intimità che nasce dal vivere insieme mi fece capire che era una donna ben formata e ben fornita, l’ideale per l’amore; sebbene avesse avuto Atina per nonna, le sue caratteristiche somatiche derivavano da qualche altro progenitore, da un altro ramo della famiglia. Me lo confermò Lauren stessa, dicendomi che suo padre aveva sposato una brasiliana, poco prima del conflitto nucleare.

Io riflettevo anche sul fatto che Lauren non aveva alcuna fretta che mi sistemassi per conto mio, e non era certamente per il mio contributo economico, piuttosto modesto. Un giorno le accennai al fatto che mi dispiaceva di aver imposto la mia presenza.

- Non devi nemmeno pensarlo. Mi piace avere un uomo che gira per casa, cucinare per lui e chiacchierare insieme. E’ una delle cose che mi manca di più di mio marito.

- Sai che il mese prossimo mi promuoveranno aiuto-cuoco? Penso di voler fare la carriera di chef, anche se prima insegnavo fisica.

- Se riesco a procurarti un documento falso, forse potrai partecipare a qualche concorso per docente; ma dovrai imparare tutta la fisica degli ultimi 133 anni.

- Posso tentare, ma quando prenderò la qualifica di cuoco e avrò un lavoro ben retribuito, vorrei sposarmi.

- E chi vorresti sposare?

- Lauren, tu mi piaci veramente: mi faresti l’onore di sposarmi?

Lei interruppe ciò che stava facendo, si voltò e mi guardò con uno strano sorriso:

- La speranza di vita di una della mia età è breve: vuoi rischiare di restare vedovo tra dieci anni?

- Quando si ama, un giorno o un secolo è lo stesso.

- Per fidanzarsi ci vuole un anello: sceglilo e intanto io rifletterò sulla tua proposta… ma penso che la risposta sarà sì.

Mi sembrò che un’intensa emozione illuminasse il suo viso.

- Quanto deve durare il fidanzamento?

- Secondo le usanze attuali, almeno un anno, ma nel caso nostro ci contenteremo di molto meno, soltanto per conoscerci un po’.

Andai a scegliere l’anello con Gian, che sembrava più felice di Lauren. Intanto io riflettevo sulle enormi differenze che c’erano tra l’epoca di Atina e la presente; ma dovevo adattarmi.

Appena fidanzati, Lauren mi abbracciò e mi baciò, e io capii che almeno sul lato fisico mi attendevano grandi soddisfazioni. Poiché lei era riuscita a procurarmi un documento d’identità attuale, preparammo una vera festa di fidanzamento, con alcuni invitati, buffet e balli. Il mio nuovo nome era Marius.

Dopo due mesi di desideri repressi, stabilimmo la data delle nozze, per due mesi dopo. Io mi sentivo felice di avere accanto quella bella e brava donna, ma lei era addirittura al settimo cielo.

I preparativi furono molto semplici, con una trentina di invitati; in verità si occuparono di tutto Gian e Mark.

Due settimane prima delle nozze, approfittando di una gita dei ragazzi, dopo un quarto d’ora trascorso amoreggiando sul divano come due adolescenti, Lauren mi portò in camera da letto, con mia grande sorpresa e gioia.

Che dire? La nostra passione e gioia fu indescrivibile e il nostro amore continuò così. Unica nota di tristezza fu una precisazione di Lauren, pochi giorni prima della fatidica data:

- Maurizio, devi sapere una cosa…

- Qualche avventuretta recente, poco prima che arrivassi io? Anch’io devo confidarti qualcosa di simile.

Scosse il capo:

- Non rientra nelle nostre usanze. No, devi sapere che io non vivrò a lungo…

- Un po’ meno di me? Non importa.

- Molto meno. Sai, ho un tumore…

- Ma si può curare! Oggigiorno…

- E’ al polmone: mi curo regolarmente.

Impallidii. Nella mia epoca quel tipo di tumore uccideva rapidamente:

- Che previsione di sopravvivenza hai?

- Circa cinque anni.

Mi salirono le lacrime agli occhi, ma le trattenni e dissi:

- Allora dobbiamo viverli intensamente. – e l’abbracciai con passione.

Col tempo affrontai quel concorso per la scuola, ma lo feci principalmente per Lauren: la mia esigenza maggiore era di trascorrere più tempo possibile con lei. Facemmo dei viaggi, da una città sottomarina all’altra. Ci dedicammo a parecchi sport, andavamo a ballare, agli spettacoli, alle feste, ai ristoranti, con e senza i ragazzi. Poi ci davamo una lunga buona notte nel modo migliore.

Anche Gian, terminati gli studi, cominciò a lavorare e si sposò con Mark. La relativa perdita della figlia indebolì il morale di Lauren. Non erano trascorsi due anni dal mio arrivo in quell’epoca, che Lauren ebbe una grave crisi e dovette ricoverarsi in ospedale. Rimasi al suo fianco instancabilmente (Gian mi sostituiva per brevi periodi), cercando di conversare il più possibile con lei, che ascoltava serena.

Quando si addormentava io rimpiangevo la nostra mancanza di futuro, il nostro amore tenero e passionale, l'assenza di un figlio nostro, che potesse darmi un motivo per vivere.

Lauren non soffriva, per via delle medicine, ma il male progrediva. Un mattino mi disse:

- Sono stati due anni meravigliosi, come te.

Poi mi chiese l’ossigeno.

Si addormentò tenendomi per mano, chiudendo gli occhi da sé.

Non mi vergogno di dire che piansi disperatamente per molto tempo.

Capitolo 9

VERSO UN FUTURO REMOTO

Senza Lauren mi sentivo del tutto fuori posto, in quella città sottomarina e in quell’epoca, così, per dimenticare il mio dolore, dopo un mese dissi ai miei ragazzi che avevo deciso di proseguire il mio viaggio.

- Puoi restare con noi, papà. – disse Gian.

- Vi voglio bene, ma adesso la mia vita qui non ha più senso.

Due giorni dopo mi feci accompagnare fuori dalla città, sperando che la maledetta macchina si avviasse; ci abbracciammo forte, salii, salutai, impostai l’arrivo nell’anno 102.100 (proprio così!), nel mese di Giugno, e partii, dopo aver detto che sarei andato avanti di parecchie generazioni.

Però secondo me Gian non poteva immaginare che per disperazione, più che per calcolo, avevo deciso di spostarmi avanti di ben centomila anni, per giungere là dove la radioattività non c’era. Poiché avevo ormai quarantasette anni, volevo vivere la mia vecchiaia per intero, o morire.

Notai con piacere che la macchina non soltanto partì senza incertezze, ma che accelerava sempre più: presto arrivò l’anno tremila, poi quattromila, cinquemila; mi sorpresi che non facesse più le fermate automatiche e temetti che si fosse guastata.

Pensai che comunque presto si sarebbe esaurito il combustibile al plutonio, o che il meccanismo del datario arrivasse al suo limite tecnico e la macchina si fermasse. Non era detto che la morfologia del territorio rimanesse uguale per millenni, ma sapevo che la macchina era in grado di depositarsi a terra senza rischi per il passeggero.

Mentre le ore passavano, ricordavo i giorni e le notti trascorse con Lauren, tutta quella lunga storia d’amore così diversa dalla breve avventura con Atina, il contrasto tra il magro corpo di quest’ultima ostentato in pubblico e il sensuale corpo di Lauren secretato per la mia felicità.

E adesso ero lanciato verso l’ignoto, forse verso la morte, senza paura, senza troppi rimpianti per la mia vita, ma con la consapevolezza che, sia pure in un modo strano, avevo pienamente vissuto…

-------

Dovetti ammettere che quella diabolica macchina era fatta bene: prima che fossero trascorse dodici ore, secondo il mio orologio, avevamo già superato l’anno 50.000. Nell’ipotesi che il movimento delle lancette non fosse modificato dai campi elettromagnetici della Macchina (la maiuscola era meritata), avevamo superato l’anno 50.3XY; con la rapidità con cui il 3 diventava 4, poi 5 ecc., avevo l’impressione che la macchina accelerasse ancora; forse le batterie non si sarebbero esaurite.

Finì che mi appisolai un paio d’ore, sognando sommergibili, guerre, prigioni, famiglie strane nelle quali Atina era figlia di Lauren e discutevano su un costume da bagno, mentre io cucinavo e poi perdevo la pazienza; sognavo di strangolare Atos, mentre Lory piangendo tentava di farmi mollare la presa; sognavo di volare, poi l’aereo andava in pezzi e io restavo sospeso nel vuoto…

Mi svegliai quando il contatore temporale segnava 64.1XY; mi chiesi che cosa avrei trovato in quell’epoca lontana. Certamente la radioattività aveva fatto altri milioni di vittime, tra persone e animali, perché le città sommerse non potevano impedire del tutto la penetrazione delle sostanze radioattive; forse c’era stata un’era glaciale, quale logica conseguenza di un inverno nucleare.

Certamente le lingue che io conoscevo non si parlavano più. Ero angosciato. Non avrei mai dovuto prestarmi per quell’esperimento, forse avrei dovuto rimanere con Atina, lottando contro il caldo e per i figli che avremmo avuto. Ero andato avanti con una logica che sembrava del tipo: “La padella non mi piace, mi butto nella brace…” Mi chiedevo per quale motivo avrei dovuto trovare nell’anno 102.100 un mondo migliore e perché la popolazione mi avrebbe dovuto accogliere bene.

Dopo l’anno 100.000 cominciai a rallentare progressivamente, in una luminosità crescente. Alla fine la macchina si fermò in aria, scendendo poi di alcuni metri, sino a toccare dolcemente terra.

Ero stato fortunato a non arrivare dentro una montagna: probabilmente sarei morto.

In tutte quelle ore avevo immaginato una decina di mondi diversi, al mio arrivo, popolati da una specie umana diversa dall’homo sapiens, un’epoca molto tecnologica e innaturale.

Niente di tutto ciò: dopo essermi riposato sulla Macchina per un tempo indeterminato, davanti a me vidi un boschetto rado, più in là un fiume e in giro alcuni uccelli e piccoli mammiferi (così sembravano) che ai miei primi passi sparirono velocemente.

L’aria era piuttosto fresca e indossai sulla tuta il giaccone del 2141, che prudentemente avevo portato con me. Mi diressi verso il fiume, che scorreva alacremente in una natura che si presentava incontaminata. Immersi una mano in acqua e notai che era ghiacciata.

Era uno scenario da post-glaciazione, tenendo presente che eravamo a Giugno, tuttavia mi sentivo felice di essere all’aria aperta senza pericolo di contaminarmi. Avevo fame e provai a mangiare delle bacche che sembravano more. Verso la parte alta del fiume si intravedeva una guglia, forse un manufatto umano, e mi diressi là, costeggiando il fiume; appena notai un albero di pomi selvatici, me ne nutrii in abbondanza.

Questa volta non c’era nessuno ad attendermi: avevo veramente fatto un salto nel buio, ansioso di giungere in un’epoca senza radioattività; ma intanto che aveva fatto l’umanità?

Sembrava che quei pochi milioni di abitanti del 2141 non fossero aumentati, perché non stavo incontrando nessuno: né pescatori, né barcaioli, né gente a piedi, né velivoli, né case. Probabilmente la popolazione era diminuita ancora, decimata dalle malattie e limitata nella fecondità.

Temevo di incontrare animali feroci, ma non fu così; evidentemente molte specie si erano estinte, o per la radioattività o per mano dell’uomo, che non poteva più perdere una sola unità per colpa di una bestia feroce.

In meno di un’ora giunsi in un piccolo villaggio fatto di case di pietre e legno, divise da strade lastricate in pietra; nei solchi tra pietra e pietra cresceva erba e muschio.

Nessun veicolo in giro, mentre nell’aria una dolcissima melodia si udiva appena e sembrava provenire da una specie di tempio, cui apparteneva quella guglia altissima che avevo notato poco dopo il mio arrivo.

Mi diressi lì; sapevo che rischiavo la vita o la libertà, ma non avevo amici che potessero aiutarmi, non conoscevo la lingua, né la cultura: dovevo rischiare il tutto per tutto.

Continua

Copyright Michele Fiorenza

Opera registrata




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