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lavoro pubblicato sabato 14 giugno 2003
ultima lettura mercoledì 8 aprile 2020

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La coscienza di pezza

di Antonio Lo Gatto. Letto 1521 volte. Dallo scaffale Horror

L’amore di ogni bambino dai tre ai cinque anni, naturalmente escludendo quelli che hanno delle manie personali, sono i giocattoli, amabili, semp...

L’amore di ogni bambino dai tre ai cinque anni, naturalmente escludendo quelli che hanno delle manie personali, sono i giocattoli, amabili, semplici e poco pericolosi. Sono coloro che non creano mai problemi ai genitori, soprattutto se costano poco. Nello stesso momento, in una cittadina spagnola vicino a Madrid, e nella capitale. Una bambina si reca nel negozio di giocattoli più vicino a casa sua e un pericoloso serial killer riesce a fuggire dal carcere di massima sicurezza in cui era tenuto sotto controllo. (causa della scarsezza di attenzione della polizia spagnola) L’uomo era riuscito a fuggire da lì solamente con l’aiuto di un pugnale molto affilato e dei cerini utilizzati in parte. Era una scatola da duecento fiammiferi con la metà di essi finiti sul pavimento lurido del carcere di Madrid, con magari accanto una guardia con un occhio cieco a causa della fiamma che gli ha toccato la cornea. La particolare notizia del serial killer nascostosi nel piccolo borgo, fu detta solo verso le sei del pomeriggio. La bambina bionda di nove anni, mandata dalla madre a comprarsi la bambola che sempre aveva apprezzato per la sua somiglianza, quasi fosse una bambola voodoo. Paulina mise il naso sul vetro della vetrina, lì era esposta la bambola, appoggiata su un piedistallo di legno. Attorno al collo aveva un collare con attaccato un cartellino su cui c’era scritto quindici euro. La bambina era munita di tutto il denaro necessario per appagare tutte le sue voglie di bambole. La bambina spinse con entrambe le mani la pesante porta a vetri, che colpì la campanella attaccatagli sopra. Ella emise un dolce suono che attirò per un istante l’attenzione di Paulina. La bambina si avvicinò al bancone alto almeno dieci centimetri più di lei, e guardando in alto, vide il viso rugoso del negoziante di bambole. Era la prima volta che vedeva quel tipo. Non aveva mai avuto l’occasione di vederlo a causa della bambola. Il pupazzo di pezza infatti aveva sempre attirato l’attenzione della fanciulla, e non aveva mai visto il viso quasi sfigurato del negoziante di bambole, che oltre al viso, aveva anche dei vestiti semplici, indossava una camicia a quadri , dei pantaloni di velluto grigio con delle scarpe marroni di marca mal abbinate, sembrava non passarsela molto bene. La bambina decise di iniziare il discorso salutando l’uomo di media età: -Buongiorno- disse lei arretrando per poterlo vedere negli occhi. Lui allora appoggiando i gomiti sul bancone del negozio e sorridendo leggermente, disse: -Come si chiama la signorina?-, la bambina decise di rispondere cordialmente alla domanda del povero vecchio venditore di giocattoli: -Mi chiamo Paulina, lei come si chiama signore, non credo di conoscerla molto sa?-, il vecchio fece una piccola risata, e allungando la mano verso Paulina, disse: -Ciao Paulina, io sono Pablo Alfios, cosa desideri?-. La ragazzina guardando la vetrina dove era la bambola, disse: -Vorrei quella bambola bionda lì in vetrina-. Disse indicando con il dito indice: -Ah, Vuoi Justine, quella è una bambola il negoziante uscì fuori da dietro il bancone mostrando i pantaloni alla bambina, e dirigendosi francese di ottima marca, ti costerà quindici euro che per te diventano dodici, solo perché sei tu, perché se non eri così carina non ti facevo lo sconto, probabilmente neanche te la vendevo la bambola-. Il discorso fatto dal negoziante fece pensare molto la bambina, che probabilmente neanche conosceva la parola comunemente utilizzata dalla polizia e dai maniaci detta “Pedofilia”. Comunque verso la vetrina in cui era appoggiata la bambola bionda. La afferrò per i piedi sorreggendogli la testa con la mano sinistra. Lentamente si diresse verso il bancone, e appoggiò delicatamente l’oggetto sopra di esso, e tornò dietro al bancone. Nel tempo in cui l’uomo fece il giro per raggiungere il retro del bancone, la bambina aveva appoggiato il denaro sul bancone, così che l’uomo possa essere ricompensato per la spesa di aver acquistato Justine per poterla vendere a Paulina. La bambina tornò a casa felice con la bambola. Ad aspettarla a casa, c’era la mamma. La giovane donna era sempre favorevole nel far felice la sua bambina che chiedeva molto poco alla madre. Il padre era morto in America, in un incidente automobilistico nel Maine e la sorella aveva seguito le orme del padre da viva, andando a vivere a Bangor dalla nonna successivamente morta per un infarto durante il giorno del ringraziamento. Paulina e Cinthia erano rimaste insieme in quel borgo nelle vicinanze di Madrid. La bambina non appena ritornata dentro casa, andò subito a dare un bacio alla bruna madre, che la abbracciò chinandosi sulle ginocchia a causa della incredibile differenza d’altezza: -Hai comprato la bambola, come si chiama la tua amica?-: -Si chiama Justine-. Disse la bambina sorridendo alla mamma. Aveva un bellissimo sorriso, e la madre se ne accorgeva ogni volta che ella apriva la bocca, era lo stesso sorriso di Raul. La bambina si sedette sul divano con accanto la biondissima bambola di pezza. Paulina gli accarezzava i capelli mentre la bambola teneva sul viso il solito falso sorriso. La televisione si trovava sul quinto canale, stava trasmettendo il telegiornale, e la notizia che attirò Cinthia fu quella che diceva della presenza di un serial killer nella cittadina in cui abitavano, e si raccomandavano di non fidarsi delle persone che non avevano mai visto. Ma il telegiornale non mostrò la fotografia di quel tipo e dunque la cittadinanza non poteva stare attenta al top: -Non è possibile, Samuel Salvador si trova in paese!-. La donna fece un commento più che giusto: -La polizia spagnola non sa fare un cazzo!-. Naturalmente evitò di parlare davanti alla figlia, altrimenti poteva cambiare parere davanti alla madre: -Certamente Justine, Samuel Salvador, maniaco detto SS per le iniziali del cognome, lui stuprò tre troie, e dopo gli staccò le braccia dopo averle incatenate al suo letto-. La madre stava in cucina, e udendo le parole della bimba, ella rimase come stupita, e decise di farsi valere, e di far vedere alla figlia che in casa non si parla in quel modo, anche se ella non è che rispetti tanto la regola: -Come ti permetti di parlare così?!, fila subito in camera tua e rifletti su quello che dici!-. La madre allungò il braccio verso la bambola bionda tentando di afferrarla dalle mani della bambina: -No, Justine non la tocchi!-. La madre allora decise di contrattaccare la figlia: -Dammi quella bambola, altrimenti non la vedrai mai più!-. La madre aveva avuto un cambiamento improvviso di umore, e la grinta non fece paura alla ragazzina, che anch’ella aveva cambiato carattere e comportamento, come se fosse venuta a contatto con qualcosa di “maniaco”: -Non toccare Justine, altrimenti te ne farò pentire!-. La bambina girò i tacchi e si andò a rifugiare nella sua stanza, chiudendosi dentro a chiave. Durante la notte, la madre della bambina rifletteva molto su quello che era successo prima. La figlia si era rifugiata in camera assieme alla bambola, sembrava essere una cosa maniacale, come se quella bambola fosse la sua coscienza. La donna si girava nel letto con continuità, non trovava una posizione comoda, la tensione la assaliva in ogni parte del corpo e in ogni posizione che assumeva. Cinthia gli vennero i rimorsi e dunque decise di andare a vedere cosa stesse facendo la figlia. Il corridoio era buio come ogni solitaria notte nel lotto di Paulina e Cinthia. Aprendo la porta della camera della figlia, non trovò il solito buio, non trovò Paulina sotto le coperte. Paulina si trovava in piedi sul letto, con la bambola in mano, e con un coltello nell’altra, incideva delle lettere sul muro senza parlare. La donna decise di stare silente, voleva vedere cosa stesse facendo la particolare bambina. Incideva delle lettere, una dopo l’altra. Alla fine la donna si accorse dalle parole che aveva scritto, che la figlia la aveva vista, e in americano, aveva scritto una parola: -Bitch-. La bambina si girò di scatto, i capelli gli coprivano l’occhio destro mentre con quello sinistro poteva vedere il viso spaventato della madre che d’innanzi a lei aveva una figlia impazzita da un regalo che gli era piaciuto pure troppo: -Cosa stai facendo in camera mia?!, vattene maledetta puttana!-. Disse la bambina scagliando il coltello da cucina sulla porta socchiusa della sua camera. La madre emise un urlo di terrore guardando il coltello intaccare la porta, dunque decise di scappare dalle ire della figlia. La piccola si trovava in camicia da notte, e con la mano libera dalla bambola, riafferrò il pungente coltello per rimettersi alla ricerca della madre. La donna era scappata sulle scale decidendo di scenderle di fretta e furia. Mettendo il piede destro male, la donna incespicò e si storse la caviglia, probabilmente slogandosela. Il tappeto che ricopriva le scale si alzò a causa della caduta di Cinthia. Sopra il primo scalino in alto, si trovava la figlia con il coltello e la bambola. Non aveva mai avuto così tanta paura della figlia in vita sua: -Cosa hai intenzione di fare Paulina?!- La bambina teneva Justine tra le mani. Dagli arti superiori sembravano quasi fuoriuscire le vene, mentre la bambola sorrideva come al solito: Justine, cosa pensi che la mamma è pentita di quello che mi ha detto prima?- La fanciulla aveva un’aria diabolica, non da lei assolutamente. Cinthia non la aveva mai vista con quello sguardo malefico. Ora la bambina stava scendendo le scale. Cinthia cercava di scansarsi, non voleva entrare a contatto con la figlia. L’unica possibilità era munirsi di qualcosa di tagliente per spaventarla. Al pianoterra c’era il camino, accanto ad esso c’era un arnese appuntito che poteva spaventarla o almeno mandarla via. La donna si trascinava verso il camino con tutte le forze che aveva in corpo. Un piede era immobilizzato dal dolore. La ragazzina scendeva lentamente le scale mentre la sua rossa lingue passava sopra la lama tagliente del coltello. La donna sudava freddo, la mano sinistra e la destra si aiutavano a vicenda per arrivare vicino al camino. La donna afferrò il tagliente oggetto puntandolo verso la figlia, che anch’ella teneva qualcosa di tagliente nella mano: -Vattene!, non ti avvicinare!- La bambina non dava retta alla madre, i suoi occhi erano pieni di odio ed erano diretti alla figura più attaccata a lei: -No, tu non mi ucciderai mai perché sono tua figlia!- Disse la bambina guardando la madre con una cattiva grinta: -Non mi provocare!, sono in grado di farti male in ogni momento!-, i capelli sudati gli erano andati davanti agli occhi mentre essi cercavano di non perdere d’occhio la bambina: -Sei una schifosa puttana!-, la bambina fece uno scatto molto veloce verso la madre. Ella non riuscì a reagire, e dovette ricevere una coltellata in pieno petto. L’arnese che aveva in mano volò via, impuntandosi sul pavimento da tutt’altra parte della stanza. Il coltello si era insanguinato mentre la madre non riusciva più a reggersi su, i suoi occhi vedevano sfocato. La mano toccò accidentalmente la ferita, che si sporcò davanti agli occhi della donna, che non riuscì più a vivere nel mondo dei vivi, la forza della morte era troppa, anche se era venuta in anticipo all’appuntamento più importante della sua vita. La bambina scagliò il coltello sul pavimento che come la lama che precedente teneva sua madre, si impuntò. La fanciulla tornò nel mondo dei sogni assieme alla bambola, e ad una scritta non troppo simpatica rivolta alla defunta madre “bitch”. L’indomani, la bambina si alzò dal letto come niente fosse, fece colazione con i suoi corn flakes americani, appoggiando sulla sedia accanto a lei Justine. Finita la sua prima colazione, fatta senza alcuna fretta, ella afferrò il suo oggetto preferito, e si diresse verso il negozio di Pablo Alfios, voleva parlare con il proprietario della bambola, Paulina si era accorta che quella bambola gli stava dando un senso di potere eccessivo, portandola addirittura ad assassinare la madre. Il negozio era stato pulito la mattina prima, tutta brillava come se della polvere di fata avesse pulito i mobili, il bancone dove c’era Alfios, era ordinatissimo, c’erano parecchi modelli di mini bambole, e delle confezioni di olio per ingranaggi arrugginiti che costavano più di quello che valevano realmente. Paulina si avvicinò al bancone del negozio con Justine tra le mani, poi, appoggiandola nelle mani del negoziante disse: -Questa bambola è particolare, mi induce a fare cose orribili!- Il negoziante sembrava non capire cosa intendesse dire la piccola cliente: -Come, ti induce a fare cose orribili?, perché, hai fatto qualcosa di brutto?- La bambina sembrava essere come disperata, la sua mente aveva avuto come un trauma interno, un trauma che non riusciva ad uscire dalla sua mente, e allo stesso tempo era un trauma che non esisteva, e che la bambina non riusciva a percepire: -Sai, io credo che le persone possano fare delle cose orribili, ma talvolta giuste-, il discorso del negoziante non fu compreso più di tanto della fanciulla con la bambola: -Presto capirai…ecco la bambola, non dare la colpa a lei, perché sarà lei a liberarti dalle cose brutte della tua infanzia-. Paulina non riusciva a capire più di tanto quello che stava accadendo, perché il negoziante la trattava così stranamente?, perché aveva assassinato la madre a coltellate?, che cosa era in realtà Justine?. Arrivò la sera, Paulina si era nutrita con degli avanzi della cena del giorno prima composta da un coscia di pollo e dell’insalata russa. Ella si recò subito sotto le coperte, la bambola gli era sempre accanto. La dedicata alla madre brillava con la luce della lampada che rischiarava leggermente la stanza buia. Senza nemmeno accorgersene, il mondo dei sogni entrò sovrano nel cervello della piccola, che immaginò qualcosa di talmente orribile, che non avrebbe più voluto saperne di quella stramba storia, causata molto probabilmente da una coscienza che gli donava la bambola, probabilmente era una coscienza di pezza. I suoi occhi vedevano solamente buio, nulla più in quella mente particolare. Improvvisamente, un volto, era un volto che portava i capelli corti, un volto che ad un tratto storse la bocca, stava soffrendo, i suoi gemiti però non erano udibili dalla ragazzina, che poteva soltanto guardare quel volto soffrire, poteva vedere soltanto il sangue che schizzava nella sua mente. L’agitazione, la portava a fare delle cose che non avrebbe mai potuto fare, dal condotto fisiologico che si trovava nella parte bassa dello stomaco, uscì dell’orina che sporcò i letto e le gambe, che si resero scivolose ad ogni tentativo di appoggiarci una mano, che si bagnava, e dopo alcuni secondi diveniva liscia, come se fosse stata appena lavata con sapone, l’unica inconveniente, era che non profumava di sapone, ma puzzava schifosamente. La bambina tolse le coperte dalla sua gambe con uno scatto a dir poco felino. Il suo pigiama era umido, la sua fronte era bagnata dal sudore. La fanciulla decise di togliersi i vestiti bagnati, dunque afferrò la parte alta del pigiama, e tolse la maglietta, rimanendo con la canottiera di Bugs Bunny che si nutriva di una carota con la sua solita aria da infame. Poi si tolse i pantaloncini, rimanendo così totalmente nuda nella parti inferiori. Sembrava una piccola modella, le sue forme potevano essere da invidiare anche da parte di una bella e ricca modella americana, senza fare alcun nome, le sue gambe erano decisamente perfette, poteva diventare una bellissima donna in un prossimo futuro. Si sentiva umida e puzzava, il bagno sarebbe stata la cosa più logica di fare, ma non aveva assolutamente ne voglia e ne tempo, dunque prese dei vestiti puliti dal suo guardaroba personale, e si infilò un vestitino rosso molto grazioso. Il suo sguardo andò a finire contro il muro sopra al letto, lesse qualcosa di orribile, non c’era più scritta la dedica alla madre defunto, stavolta c’era scritto: -SS Samuel Salvador!- La bambina adocchiò la bambola, era caduta a terra, i suoi occhi si erano rotti, andando a cadere sotto al piccola letto della bambina. La piccola afferrò l’oggetto da sotto il letto, lo afferrò e lo esaminò con estrema attenzione. Gli occhi di vetro si erano spaccati. Con gli occhi rotti, la bambola prendeva uno sguardo diabolico, la sua bocca era sgranata in modo da poter sorridere, ma senza lo sguardo degli occhi, la bionda di pezza, diveniva come un affare più diabolico di quello che sembrava. La bambina attese trenta minuti, poi decise di tornare dal negoziante per poterla riparare. Pablo Alfios era intento a vendere una bambola ad una madre che voleva regalare della pezza alla propria bambina. La piccola Paulina attese che ella avesse terminato per poter parlare con calma con Pablo Alfios. La donna uscì dal negozio aprendo la porta, la porta fece un trillo di campanella, e dunque fu possibile parlare con calma: -Signor Alfios, gli si sono rotti gli occhi!, può fare qualcosa per Justine?- La piccola consegnò la bomboletta nelle mani del riparatore di bambole che la osservò immediatamente dicendo la diagnosi generale: -Rottura degli occhi superficiale, gli cambieremo il vetro esterno è Justine tornerà a vedere, vieni con me dietro al negozio- La bambina aggirò il bancone e si infilò nella porta che dava sul retro del negozio. Una volta lì, notò che sotto il pavimento, c’era il vuoto, probabilmente sotto di lei c’era una specie di cantina. Il negoziante appoggiò Justine sopra ad un tavolo. La sua testa era rivolta verso il pavimento e sporgeva leggermente dal tavolo. Paulina stava esaminando quella stanza, c’erano vari oggetti per riparare le bambole, ad esempio cacciaviti e chiavi inglesi, oltre a stoffe di vario genere per fare da sarti alle bambole che hanno lacerato i propri abiti. Paulina raggiunse Pablo dietro all’ennesimo bancone, questo bancone era pieno di cianfrusaglie per riparare le bambole, in questo caso, il negoziante era alla ricerca di due pezzi di vetro a forma di semicerchio, appunto per poterle rifare gli occhi. Pablo ne prese due e si diresse verso la bambola bionda. Una volta accanto al pupazzo di pezza, tolse il vetro rotto dai suoi occhi, e infilò i due nuovi semicerchi, fissandoli meglio con il cacciavite più pregiato del negozio. La piccola ebbe nuovamente la sua bambola tutta intera: -La ringrazio molto signor Alfios- Il negoziante non fece la richiesta principale, aspettava la domanda della piccola per parlare dell’argomento finanziario del loro terzo incontro: -Quanto le devo?- La generosità sembrava quasi incomprensibile da parte della bambina, erano parecchie volte che il negoziante gli faceva degli sconti o non la faceva pagare proprio, dunque Paulina decise di insistere: -No, assolutamente nulla voglio- :-Ma signor Alfios!, io insisto, voglio che accettiate la paga per il vostro lavoro, spreco di tempo e materiale- Il negoziante non voleva assolutamente essere pagato dalla bambina, ma volle fargli un’ ulteriore generosità: -Se proprio vuoi ringraziarmi per il mio lavoro su Justine, vorrei che venissi a prendere un tè alla cinque di questo pomeriggio, a casa mia- La piccola volle sapere ulteriore informazioni sulla residenza del venditore di bambole: -Dove vive lei?- :-Io sono sulla strada di fronte a questa, al numero dodici, allora Paulina, accetti?- La piccola si grattò il mento per pensare alla situazione venutasi a creare: -Per me va bene, ma dove sentire mia madre, comunque se non vengo al negozio entro oggi alle tre, l’invito è accettato- Il negoziante sorrise a Paulina allungando la mano per potergliela stringere, in segno di ringraziamento, poi proseguendo con il discorso disse: -Allora ci vediamo?- la bambina sorrise e lasciò il negozio dando le spalle al signor Alfios. La bambola era stata situata sulla spalla sinistra, e con i suoi nuovi occhi, fissava con un’aria strana il suo guaritore. Alle due del pomeriggio, la piccola bambina aveva nuovamente la sua bambola in mano, la aveva si, ma i suoi occhi erano chiusi, si stava riposando dallo stress giornaliero. Ad un tratto, i suoi sogni tranquilli, si tramutarono in tremendi incubi. La sua mente non vedeva perfettamente il luogo in cui si trovava in modo immaginario, era tutto sfocato, sentiva solamente dei passi molto leggeri applicati su un probabile parquet. Sotto il prezioso legno non c’era nulla. Lo sguardo sfocato ora si fermò su un buco sul pavimento. La cattiva visuale non gli permise di distinguere perfettamente quello che si trovava in quel buco, sembrava comunque essere una specie di cantina, erano visibili solo delle catene legate al muro. Erano argentate, e immobili nessuno poteva toccarle. La possibilità di esercitare la potenzialità del proprio tatto su quelle catene, la aveva colui che vi ci era incatenato. Quelle catene facevano degli scatti fortissimi, qualcuno evidentemente cercava di liberarsene con ogni mezzo. In sottofondo dell’incubo vi era un urlo acuto di terrore, quello era reale, Paulina sudava in modo disumano, le sue mani avevano le vene che quasi fuoriuscivano, mentre Justine cadde a terra, questa volta senza subire il minimo danno. La biondina aveva tutti i capelli bagnati dal sudore, e con una velocità fuori dalla sua normalità afferrò la bambola, esaminandola attentamente se era mal ridotta. Più tardi si diresse verso la casa di Pablo. L’abitazione modesta del venditore di giocattoli si trovava al pianoterra di un palazzo molto antico. I bagni si trovavano ancora sui balconi, ed essi erano situati sulla roccia. La bambina si trovò davanti alla porta dell’appartamento di Pablo. Egli gli aprì salutandola cordialmente con un sorriso quasi fisso per tutte le persone che gli facevano visita a casa: -Noto con estremo piacere che all’appuntamento è venuta anche Justine- Paulina era sorridente come non mai. In quel momento la piccola si accomodò sul divano di raso nero. Justine si accomodò accanto alla padroncina e Pablo si mise di fronte ad entrambe. La televisione era accesa, il suo volume era decisamente basso, ma Paulina poteva udire le parole, dato che il suo udito era particolarmente acuto: -Vado a preparare il tè-, disse Pablo recandosi verso la cucina. Paulina stava osservando il telegiornale di metà pomeriggio, la giornalista stava parlando di un cadavere ritrovato nel magazzino merci del paese. Il cadavere era stato ritrovato a tre isolati dal posto in cui la piccola era seduta. Sul muro del magazzino, la polizia spagnola aveva ritrovato la firma del serial killer ricercato da tutta la Spagna, SS. Accanto alle due lettere, che identiche, ma messe una accanto all’altro danno un simbolo di morte e distruzione, c’era una svastica, tipico simbolo del duro regime nazista del furher. La bambina stava esaminando le immagini molto attentamente, la scientifica spagnola infatti stava trasportando il cadavere carbonizzato in barella per metterlo nell’ambulanza che lo avrebbe condotto all’obitorio. La seconda immagine fu quella che raffigurava la fotografia del defunto con il suo nome e cognome sotto. Si chiamava Iker Gomez, lavorava al magazzino da cinque anni, andava sulla cinquantina ed era single da sempre, il suo fisico non gli permetteva di essere attraente verso l’altro sesso, per lo stesso sesso meglio non giudicare. La bambina si avvicinò al televisore per ascoltare meglio, ma una volta avvicinatosi all’aggeggio, delle radiazione colpirono il suo corpo. La sua mente era oscurata, non riusciva a vedere più nulla, era tutto buio, completamente oscuro. Ad un tratto, una luce fioca entrò nelle immagini dei suoi pensieri. Era un volto perso. Qualcuno stava mettendo il corpo di qualcuno dentro l’armadio. La visuale non era entusiasmante, ma la cosa che fece pensare la bambina, fu la presenza di un filamento giallo che andava dentro l’occhio del cadavere. La fanciulla tornò al mondo reale. Lo sguardo gli cadde su un armadio in noce molto antico. La mano sinistra si tese verso la maniglia, anche se da quella distanza era impossibile aprirlo, i piedi fecero il resto del lavoro, che portando Paulina davanti all’armadio, permisero alla mano di girare la maniglia, e di poter far sentire al naso una puzza nauseabonda di un cadavere non del tutto putrefatto. Un coltello regnava sovrano in mezzo a del sangue proveniente dal cuore del cadavere. Sulla parete interna dell’armadio, una svastica rossa con le due tipiche lettere della paura SS. La bambina emise l’urlo più potente della sua vita, ma non fu tutto li, la cosa che capì solo in quel momento, che la bambola lo aveva portata alla soluzione del caso. Il pupazzo di pezza aveva visto tutto quanto, e passandogli i suoi pensieri, gli aveva fatto come da coscienza, donandogli un potere soprannaturale molto utile, anche se la aveva indotta a liberarsi di persone che avrebbero potuto intralciarla, come la mamma Cinthia. La bambina si girò verso il divano della camera da pranzo, non c’era la bambola sul divano, ma la sua coscienza di pezza si trovava a terra, con il vestito strappato. Paulina vide che Pablo Alfios si trovava sulla soglia della porta che conduceva in cucina, aveva un coltellaccio nella mano destra, mentre la sinistra era appoggiata al muro: Il mio segreto è stato scoperto, ora purtroppo dovrò ucciderti, sai, fuggire dal carcere non è stato difficile, solamente che ho dovuto liberarmi delle persone scomode, come il proprietario di questa casa e del negoziante, per potermi nascondere sotto un falso lavoro, anche se lo sentivo mio. Ho assassinato il proprietario di questo appartamento e ho incatenato uno dei proprietari del negozio di giocattoli sotto terra, amputandogli le braccia e le gambe, facendolo morire dissanguato, l’altro lo bruciato vivo bruciandolo all’interno del vecchio magazzino, ora che sai tutto, penso che tu sappia cosa ti succederà?- La bambina annuì, non sembrava spaventata, nei suoi occhi un’aria furba mentre il serial killer spagnolo si avvicinava a lei con un coltello tra le mani. Quando fu abbastanza vicino, non ci fu il colpo di grazia di Samuel Salvador, ma ci fu la reazione improvvisa di Paulina, da sotto la gonna estrasse un coltello, e con colpo laterale inflisse il colpo sulla gamba sinistra del falso venditore di bambole. Il coltello del nazista andò ad imputarsi sul pavimento, ben lontano dalle grinfie del serial killer: -Sai Samuel, non sei capito bene con me!- La bambina sferrò un poderoso calcio nelle parti basse del falso amico. Egli cadde a terra dolorante. Il camino era acceso, e appoggiato al suo interno, vi era un arnese per spostare la cenere, arroventato per giunta. Il bambina lo prese dalla parte fredda, e dirigendo la punta calda verso il maniaco. L’istinto di sopravvivenza di Pablo Alfios fu inutile, la punta arroventata trapassò il cuore dell’assassino. Il volto sarebbe rimasto per sempre quello, la bocca aperta e il viso sopreso. La vittima talvolta, diventa carnefice, e il carnefice, talvolta, diventa la vittima.


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