ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 1 maggio 2011
ultima lettura domenica 21 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ODISSEA NEL TEMPO

di mifi77. Letto 861 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 st1\:*{behavior:url(#ieooui) } ...

Capitolo 4

A T I N A

Quando la macchina si fermò, mi sentivo stordito, certamente più di quanto si fossero sentite quelle povere bestie che avevano fatto da cavia, se non altro perché il mio viaggio era stato molto più lungo.

Rimasi a occhi chiusi per un tempo indeterminato, poi la mia mente si sbloccò e cominciai a pensare: evidentemente ero ancora nella casa che era stata di Atos, anzi nel suo salone. Quella casa doveva essere vecchia ormai: chi l’abitava? Lentamente aprii gli occhi e mi guardai intorno, rammaricandomi di non averci badato molto durante il viaggio.

C’era una forte penombra, un buio quasi assoluto, ma il tetto bianco elegantemente incorniciato sembrava lo stesso, e così le alte finestre; neanche l’arredo sembrava cambiato.

Cominciai a sperare che quel viaggio nel tempo non fosse avvenuto, che il mio amico si fosse sbagliato, oppure mi avesse fatto uno scherzo di cattivo gusto. Probabilmente lui era seduto in una delle poltrone del salotto classico che teneva nell’angolo, a guardarmi e a sorridere di me.

Infatti nell’angolo c’era qualcuno… una persona… Era così dimagrito? E indossava pantaloni chiari, corti e un… top? Non potevo immaginare Atos con la vita scoperta!

- Non aver paura, - disse una voce di donna – sono un’amica.

La persona si alzò e andò alla finestra più vicina a lei, aprendola un po’. Era una donna di circa trent’anni, in pantaloni corti color beige e top verde, con le braccia e la vita scoperta; anche la scollatura era generosa, ma il seno appariva poco, forse perché piccolo o perché non indossava reggiseno. In seguito avrei notato che erano vere entrambe le cose.

Era castana di capelli, che portava molto corti, snella, piuttosto alta, con un visetto simpatico e un bel sorriso.

- Sono la nipote di Atos, tanto è vero che mi chiamo Atina, e ti aspettavo.

Istintivamente mi alzai e scesi dalla diabolica macchina del tempo, camminando adagio verso di lei e tendendole la mano.

Mi venne incontro trascurando la mano e mi abbracciò: la sentivo morbida contro di me.

- Vuoi un bicchier d’acqua?

Annuii e bevvi da un bicchiere leggero e colorato che mi offrì.

- Vorrei sciacquarmi il viso…

Mi accompagnò nella stanza da bagno della casa, che mi parve più grande e completamente rinnovata. Mentre mi asciugavo il viso e le mani, notai l’enorme vasca e i nove faretti sul tetto: se non sbagliavo, erano alternativamente al sodio e al neon, cioè a basso consumo.

Tornai nel salone, dove Atina mi attendeva per versarmi una grossa tazza di caffè:

- Tra un’ora c’è il pranzo.

Sedetti in poltrona e cominciai a sorseggiare il caffè:

- Sei la nipote: vuol dire che Atos poi si sposò?

- Sì, era così forte il rimorso per averti messo in questo pasticcio che, quando capì che avresti saltato due generazioni, decise di sposarsi, ebbe due figli e pretese dei nipoti. Io lo ricordo appena, ma mio padre mi riferì che aveva deciso di lasciare in eredità la casa a quel nipote che si sarebbe assunto l’impegno di riceverti oggi, o comunque quando saresti arrivato. A me è sembrato che ne valesse la pena.

- Che giorno è oggi?

- Siamo al 21 Ottobre del 2073.

- Ottobre? Ma fa molto caldo! C’è il riscaldamento acceso?

- No: ho studiato la tua epoca e capisco le tue perplessità. Sai, l’effetto serra ha aumentato la temperatura della terra di oltre dieci gradi. Usiamo ottimi impianti di refrigerazione, con tanti apparecchi “ice”, quasi per tutto l’anno, ma fa caldo ugualmente.

- E d’estate?

- Siamo costretti a vivere chiusi in casa con gli ice al massimo per tre o quattro mesi. In compenso gli impianti di riscaldamento non sono più necessari e andiamo al mare due stagioni l’anno!

Non mi sembrava che nel cambio l’umanità ci avesse guadagnato.

- Che cos’altro è cambiato nell’intervallo di queste due generazioni?

- Te lo racconterò mentre preparo il pranzo.

Le lasciai dieci minuti di concentrazione per i preparativi; intanto io osservavo la cucina, che non ricordavo così grande e così chiara nei colori.

Quasi leggendomi nel pensiero, mi disse, mentre preparava il pesce:

- Si usa prevalentemente il bianco, in casa, per diminuire la necessità di illuminazione artificiale.

Notai sul tetto i soliti nove faretti, lì più grandi.

- Sai, il problema energetico e quello dell’inquinamento sono stati i più gravi, negli ultimi cinquant’anni. Le automobili sono state abolite, eccetto i quadricicli a energia solare. Tutti usano mezzi pubblici, pagando biglietti esorbitanti, o vanno a piedi.

Intanto Atina prendeva altro pesce.

- Allora il mare non è inquinato. – le dissi, indicando il pesce.

- Il mare? No, i pesci sono di allevamento, sai, acquicoltura: non c’era ai vostri tempi? I pescherecci sono stati vietati.

Notai un piccolo ritratto di un adolescente: - E’ tuo figlio?

- Sì, è Aldo; quando ha compiuto dodici anni lo Stato se l’è preso, per istruirlo ed educarlo. Forse ai tuoi tempi non si usava…

Tentai di nascondere il mio turbamento: - E quando lo vedi?

- Tre settimane l’anno. Non è molto, ma sono sempre giorni felici. Lo stesso fa suo padre.

- Sei divorziata?

Mi guardò perplessa:

- Divorziata? No, non sono riformista. Cioè, non sono nemmeno musulmana. Voglio dire che credo in Dio, ma non ci tengo, al matrimonio religioso; anzi non ci credo.

- E quello civile?

- E’ stato abrogato. Oggi si usano le convivenze: quando ho compiuto la maggiore età, sedici anni, il mio ragazzo e io siamo andati in municipio a dichiarare la nostra convivenza; dopo tre anni è nato Aldo. Due anni fa il mio convivente è andato in municipio a dichiarare che la convivenza era finita.

Feci un po’ di calcoli, e dissi:

- Allora tu hai circa trentadue anni e la convivenza si è interrotta quando Aldo ne aveva circa undici?

Atina annuì.

- E vi è sembrato giusto nei confronti di Aldo?

- Aldo doveva comunque andar via. Il mio convivente era nel suo diritto: prima si è cancellato, poi me l’ha detto; ma non ha mai trascurato nostro figlio, che va a prendere tre settimane l’anno, in periodi diversi dai miei.

- E perché si è cancellato?

- Ha detto che la nostra relazione non aveva più niente da scoprire, che a letto si annoiava, che non c’era più desiderio, che io mi stavo raffreddando… Forse aveva ragione.

Capii che l’amore, come si intendeva nel secolo precedente, non c’era più. Allora chiesi:

- E in questi due anni non hai trovato un nuovo compagno?

Mi guardò con un largo sorriso, un po’ imbarazzata:

- Vuoi dire un altro convivente? Veramente… aspettavo il tuo arrivo, pensando che forse, dopo che ti sarai guardato intorno… E poi, potremmo provare per un po’, senza impegno… Perché non ti togli quella tuta sudata, col caldo che fa, e indossi i calzoncini che ho preparato nella tua stanza? E’ l’ultima a destra.

Mi allontanai, pensando alla libertà sessuale che quella generazione aveva “conquistato”: non c’era spazio per i sentimenti, ma ce n’era tanto per l’istinto. Dentro di me conclusi che intanto avevo bisogno di una buona dormita, già dopo il pranzo. Poi dovevo conoscere bene quella realtà. Poi, non volevo tradire mia… Ma Clara era morta! Quarantatre anni più sessantasette circa fa… centodieci! Mi sedetti sul letto della camera e scoppiai in un pianto disperato.

Ci volle un po’ per rassegnarmi e rassettarmi, rinviando le riflessioni profonde al giorno seguente; quindi ritornai in cucina, dove Atina sorridendo mi invitò a sedermi.

Se la cucina era quella di un tempo, gli ingredienti erano invece cambiati: gli ortaggi erano piccoli e duri e la carne quasi assente; in compenso abbondava il pesce.

Nonostante mi sentissi stanchissimo e dovessi avere un pessimo aspetto, Atina mi guardava sorridendo, mentre pranzavamo in silenzio. Le chiesi di poter fare una doccia subito dopo e poi di coricarmi.

- La stanza già la conosci. Mentre dormi io lavorerò: sai, il mio è telelavoro, come per la maggior parte delle persone.

- Oh, allora stamattina non ti ho fatto lavorare…

- Non fa niente, perché devo soltanto accumulare trenta ore settimanali e ci sono quasi arrivata, per questa settimana.

Mi spiegò il funzionamento della rubinetteria del bagno, peraltro semplice, e mi diede la biancheria pulita, canottiera e perizoma.

- Io uso slip o mutande…

- Mi dispiace: adesso usiamo tutti il perizoma; ma con questo caldo ti troverai bene.

Un’altra novità, negativa; ma mi sentivo troppo stanco per pensarci, così feci rapidamente la mia doccia, usando l’ottimo sapone liquido, mi asciugai e poi mi coricai nel comodo letto della stanza assegnatami.

- La mia camera è di fronte alla tua, se avessi bisogno. – disse Atina.

Piombai in un sonno profondo e senza sogni.

Capitolo 5

ANNO 2073

Mi svegliai col buio e nel silenzio totale: ricordando tutto, mi prese l’angoscia e versai ancora qualche lacrima, lanciando qualche altro improperio ad Atos, ma anche alla sfortuna. Il grosso orologio sul comodino segnava le cinque, ed era strano che dall’ampia finestra non entrasse un po’ di luce pomeridiana, a Ottobre.

Mi sentivo ben riposato e il silenzio mi fece capire che forse erano le cinque del mattino, che forse avevo dormito… quattordici ore di fila!

Evidentemente Atina non aveva ritenuto opportuno svegliarmi per la cena; io non avevo fame, ma molta sete, così accesi la luce, indossai i calzoncini sopra quello scomodo perizoma, mi alzai e con cautela percorsi il corridoio sino in cucina. Nel capiente frigorifero trovai l’acqua minerale e bevvi in abbondanza. Scostando la tenda della porta-finestra che dava sulla terrazza, notai che era ancora notte.

Tornando verso la mia stanza provai ad aprire la porta della camera di Atina, per capire se era lì o per caso fosse andata via: nella penombra dormiva sull’ampio letto a faccia in giù, ma mi parve quasi nuda e richiusi subito.

Nella mia stanza scostai la tenda in attesa dell’alba e mi sdraiai sul letto a riflettere. Quello era il mondo nel quale mi sarei dovuto abituare a vivere: un mondo nel quale lo Stato ti ruba i figli a dodici anni, per provvedere alla loro formazione, un mondo in cui c’erano soltanto convivenze labili, da decidere “a prova”, nelle quali i sentimenti erano deboli, come i legami.

Il mondo aveva proseguito su certi percorsi; su altri era andato a sbattere contro l’ostacolo finale. Così erano state abolite le automobili e la pesca.

Era un mondo che sentivo ostile, nel quale mi trovavo solo. Anzi, Atos aveva cercato di rimediare un po’, sposandosi, nonostante la sua preferenza per il celibato, e facendo arrivare sino a me una nipote giovane e carina.

La ragazza dimostrava meno della sua età: chissà se questa era una caratteristica diffusa; dopo la fine della sua convivenza aveva atteso me: chissà se aveva un mio ritratto, lasciato da Atos. Probabilmente aveva le fotografie scattate prima della partenza e qualche descrizione di me, o scritta o su supporto informatico (si usavano ancora i floppy e i CD?). Forse sapeva di me moltissime cose; forse si era scapricciata a studiare bene la mia epoca.

Si era offerta “per una prova di convivenza senza impegno”. Si usava così adesso? Da una ventina d’anni io ero abituato soltanto a Clara. Ma la mia Clara non c’era più, e non c’erano i miei amici, la mia casa, il mio lavoro, i miei passatempi, il mio mondo. Forse quella giovane poteva essere la mia ancora di salvezza.

La luce adesso entrava abbondante dalla finestra e mi parve di udire qualche rumore dalla stanza di fronte. Atina aveva detto “… se avessi bisogno”. Uscii sul corridoio e bussai leggermente alla sua porta.

- Entra, Maurizio.

Era alzata e si era messa il top, ma dalla vita in giù aveva soltanto il perizoma. Mi fermai a guardarla, un po’ imbarazzato, un po’ affascinato. Anche lei era ferma, per capire che cosa volessi; quindi si avvicinò e mi abbracciò.

La baciai con delicatezza, e fu come accendere un fuoco, prima debole, incerto, poi divampante.

Divenimmo amanti. Quella sera, dopo un’intensa giornata, Atina mi disse:

- Sei infaticabile… di gran lunga superiore alle pappe molli di quest’epoca.

- Se rimarrò qui, devi aiutarmi a trovare un lavoro, a rifarmi una vita.

- C’è tempo… - bisbigliò Atina, e si addormentò tra le mie braccia.

-------

Il giorno successivo, il mio terzo nel 2073, mi svegliai presto e soddisfatto: attesi il risveglio di Atina e ci amammo ancora.

- Avevo studiato che gli uomini del secolo scorso erano più vogliosi e resistenti, ma non pensavo tanto…

- Tu sei una bella donna, anche sensuale e appassionata.

Dopo colazione Atina mi diede una lettera, molto invecchiata, che riconobbi scritta di pugno da Atos. Mi spiegava che sperava vivamente che arrivasse sino a me, presumibilmente nel 2073; chiedeva perdono per il guasto e per le mie prevedibili peripezie, delle quali si sentiva responsabile; mi prospettava la possibilità, se non mi fossi trovato bene, di proseguire nel viaggio, e mi assicurava che stava studiando un metodo per farmi rientrare, anche se non poteva garantirmi nulla.

Non avevo pensato alla possibilità di riprendere il viaggio nel futuro, essendo scettico sui cambiamenti del mondo. Sarei stato già contento di potermi abituare a quell’epoca nella quale la famiglia e i suoi affetti sembravano quasi scomparsi.

In silenzio porsi la lettera ad Atina, che lesse e non commentò. Invece disse:

- La temperatura è buona per andare al mare: ti va?

Prese un ombrellone, due sedie basse, gli asciugamani e qualche rivista e li caricammo sul quadriciclo a energia solare.

Mi guardai intorno, ammirando le linde villette che si affacciavano sulla strada alberata: rispetto a sessantasette anni prima c’era molto più verde davanti alle case, e in strada poche, piccole, lente automobili.

Atina prese dal frigo una bottiglia d’acqua ghiacciata e io le chiesi un costume; mi guardò incerta e mi diede un perizoma blu, dicendo:

- Cambiati e dammi quello che indossi.

- Devo usare “questo”, in spiaggia?

- In spiaggia tutti ci spogliamo e restiamo in perizoma. Ah, ora ricordo: no, i costumi che usava la nonna non si usano più. Come si fa a prendere il sole vestiti? E il bagno?

- Vuoi dire che non c’è più pudore?

Mi guardava perplessa: - Anche volendo, non potrebbe esserci. Guarda.

Si tolse il cellulare che portava al polso, lo mise al mio polso, poi lo orientò in un certo modo e io vidi sullo schermo lei; la particolarità era che gli abiti apparivano molto velati, così che si poteva vedere in trasparenza. Ci restai male.

- Sono tutti così i cellulari?

- Tranne quelli economici. Capisci? Il pudore non ha più senso. In ogni caso dovrebbe esserci poca gente, oggi, perché la stagione è appena cominciata.

Per strada l’aria era afosa e i marciapiedi deserti; la piccola auto era provvista di aria condizionata e si muoveva lentamente nel traffico modesto; si vedevano in giro numerosi autobus affollati. Nella città, accanto alle vecchie costruzioni, c’erano enormi edifici provvisti di porticati e intervallati tra loro da ampi spazi; il verde, pubblico e privato, abbondava, ma era composto soltanto da piante tropicali.

Gli incroci erano forniti di sovrapassaggi automatizzati, sui quali le persone usavano copricapo a larghe falde oppure ombrelli, in particolare le donne; l’abbigliamento era decisamente estivo e succinto, in colori molto chiari.

In spiaggia c’erano parecchi bagnanti in perizoma, uomini e donne, giovani e vecchi, belli e brutti. E come se non bastasse, dieci metri più in là un ragazzino guardava in giro col suo cellulare.

Nonostante la diffusa nudità, mi diede imbarazzo e fastidio che Atina si spogliasse; comunque feci lo stesso, sedendomi subito per non esporre i miei glutei.

- Ti abituerai. – disse Atina.

- Non lo so. – risposi.

Prese il sole sdraiata supina e poi a pancia sotto, quindi mi invitò a fare il bagno.

In acqua la nudità nostra e degli altri mi faceva meno effetto e ci divertimmo un mondo, a dispetto della temperatura africana; ma quando uscimmo per tornare al nostro ombrellone, vedere nuovamente il rotondo sedere di Atina in bella mostra, così, pubblicamente, mi irritò tremendamente. E a nulla valeva il fatto che ci fossero altre donne, più giovani e procaci, nelle medesime condizioni.

Al ritorno a casa, volli nuovamente fare l’amore, con rabbia.

Capitolo 6

DIFFERENZE

Il caldo non accennava a diminuire; in casa si stava abbastanza bene per merito dell’impianto di condizionamento, ma non mi sentivo di uscire in terrazza o in giardino, se non per pochi minuti.

Chiesi ad Atina se anche nei Paesi nordici c’era tanto caldo e mi rispose di no:

- Lì si sta bene, voglio dire nella Scandinavia settentrionale o in Islanda, ma soltanto i ricchi se lo possono permettere: infatti uno dei miei desideri è quello di risparmiare tanto da potermi trasferire lì quando sarò in pensione; ma probabilmente dovrei trovare un lavoro aggiuntivo. Tu non ti trovi bene in questo clima, non è vero?

- Per me è terribile; e anche questa usanza dello Stato di portar via i figli… E la mancanza di vero amore…

- Com’era l’amore ai tuoi tempi? – chiese Atina con interesse.

- L’amore era l’aspirazione di tutti, era fatto di emozioni, di ammirazione, simpatia, stima; la persona amata ci affascinava, diventava il fulcro della nostra vita. Per l’amore fisico si attendeva, per rispetto: quando arrivava, era veramente il compimento, il coronamento di un sogno d’amore. Non era il momento massimo dell’amore, ma quello conclusivo. Tutta la storia d’amore si evolveva da un’origine molto spirituale a un rapporto molto carnale; il desiderio di unirsi sempre più guidava l’evoluzione di questo rapporto. Come forse avrai studiato, il matrimonio religioso era indissolubile, quello civile veniva sciolto con difficoltà, lasciando ancora diritti e doveri, soprattutto verso gli eventuali figli.

- C’era anche la gelosia…

- Sì, ma non sempre era negativa; allora si diceva che in un rapporto d’amore un po’ di gelosia non poteva mancare.

- Con me, pensi di poter arrivare a una convivenza?

- In un mondo come il mio, non avendo altri legami, sì; e dalla convivenza potrebbe scaturire l’amore: infatti accadeva anche questo. Invece in questa realtà non ne ho voglia. Inoltre la nostra differenza di età potrebbe complicare le cose.

Atina sembrava un po’ triste; meditò, poi sospirò:

- Ti ho atteso con curiosità e desiderio, ma se preferisci ripartire, non ti trattengo. Non temi che in futuro le cose del mondo peggiorino?

- Indietro non posso tornare, purtroppo. Per il futuro… l’umanità si evolve in cicli che si rinnovano. Sì, penso che prima di stasera ripartirò. Ho perduto mia moglie e mio figlio, la mia professione, gli sport che facevo insieme a tuo nonno, tutta la mia vita: la morte non mi fa paura. Tu sei una bella e brava ragazza: troverai un coetaneo simpatico e prestante e sarete felici.

Atina sospirò di nuovo:

- In fondo mi sono scapricciata e mi è piaciuto: non mi sembra grave, e la felicità non è eterna. Ti darò una mia fotografia e tu mi lascerai una lettera che tramanderò sino all’anno… 2140 circa?

Feci un rapido calcolo:

- Sì, la macchina dovrebbe fermarsi all’inizio di Luglio di quell’anno. D’altra parte due generazioni sono la durata minima perché le cose cambino. Partirò prima di sera.

Mi sembrò che un velo di malinconia passasse sui suoi occhi.

- In un certo senso la prova è andata male. - disse – Succede.

- No, è colpa mia, della mia cultura del secolo scorso. Tu sei stata fantastica, e ricorderò sempre la nostra intimità.

Mi fece un sorriso malinconico:

- Ti preparerò un buon pranzo; poi indosserai la tua tuta, che è pulita e stirata, scriverai la lettera, prenderai la mia foto e potrai partire: per me resterai un buon ricordo.

Prima che salissi sulla macchina del tempo, mi abbracciò. Le mie emozioni erano fortissime: stavo facendo bene? Che cosa mi attendeva?

Atos, Atos, che mi hai combinato?

-------

Durante il viaggio la visione del salone rimase avvolta in una foschia, poi sopravvenne un buio totale, come se la casa fosse stata abbandonata e chiusa. Attesi che la macchina compisse il suo viaggio tra mille emozioni: speranze e paure, timore per la mia vita, nostalgia della mia famiglia perduta, rammarico per Atina e per me quale mancato compagno di lei, rancore nei confronti di Atos…

La macchina rallentò nel 2140 e si fermò il 2 Luglio: mi aspettavo un gran caldo, ma non era così. Dalle finestre aperte entrava una luce crepuscolare, che mi fece intravedere due persone, che forse aspettavano me: un ragazzo e una ragazza molto giovani.

Continua

Copyright Michele Fiorenza

Opera registrata



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: