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lavoro pubblicato sabato 30 aprile 2011
ultima lettura mercoledì 18 ottobre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

sulle spiagge del tonchino

di sally brown. Letto 7029 volte. Dallo scaffale Generico

  Le spiagge del Tonchino sono piene zeppe di diari e confessioni. Pagine di vita. Stanno sparse sulla rena che, così disseminata, assomiglia alla schiena gigantesca di una pecora mal tosata. I loro autori. Giovanissimi, ma anche meno ...

Le spiagge del Tonchino sono piene zeppe di diari e confessioni. Pagine di vita.

Stanno sparse sulla rena che, così disseminata, assomiglia alla schiena gigantesca di una pecora mal tosata.
I loro autori. Giovanissimi, ma anche meno giovani, magrissimi, ma anche meno, altissimi e anche più, hanno facce pallide e malinconiche. Vestono di nero e ingrigiscono capelli con la cenere dei falò ormai spenti: un alone di luce di luna magra, anemica e bifolca allunga ombre sui volti emaciati .
Tengono in mano uno specchio per guardarsi più da vicino, in tutte le direzioni e meglio: e meglio scrivono a volte, se sono in preda all'alcool o a qualche specie di droga. Artefatti danno il massimo: lo dice la parola. Rabbuiati più della notte senza stelle e distanti più di una galassia sconosciuta e sprofondata nello spazio privo di gravità, danno vita a pagine resistenti come la resina.
Di tanto in tanto arriva un totano o un salmone a rotolarsi sulla spiaggia, ma è un evento sempre più raro. Loro, totani e salmoni, preferiscono lidi alternativi e, diciamolo pure, più ameni.

Ho visto fogli di carta scritti fitti fitti arrotolarsi come onde, dare corpo a un mare di macera carne parlante travagliata nell'angoscia. Ho visto fogli sollevarsi nell'aria, sospinti da un tiepido vento di grecale e ricadere subito a terra sotto il peso di parole impenetrabili. Li ho visti raggrinzirsi e sterminare memoria che non si dilata.
Ho visto fogli di carta cercare la salvezza nella fuga. Inutilmente.
Sulla spiaggia del Tonchino la carta si ammucchia e sedimenta.

Sotto tentacoli di fiumi d'inchiostro disseccato.

Crepato.

Sgretolato.

Nei momenti meno opportuni mi viene l'ispirazione e devo scrivere ma... magari non ho penna o non ho il foglio...

mi sono appena addormentata o sto friggendo le patate...

Le parole corrono. Una dietro l'altra in periodi composti e magnifici e mi dico: questo sì che è un bel posto, ci tornerò più tardi. Ma, e qui sta il ma, quando vado a ripercorrere quelle stesse strade, quei vicoli e quei calli le cose non sono più le stesse: mi perdo agli incroci, non lascio segnali; scivolo in un sottobosco buio e senza traccia di briciole; non riconosco il paesaggio, il panorama non è più lo stesso, l'incanto...è sfumato.
Allora ho imparato un trucco. Faccio finta di essere una bottiglia di champagne pronta a esplodere in spuma friccicante e bollicine, mi impegno a tenere il tappo premuto sopra la testa fino a quando non ho un bicchiere a portata di mano, cosicché nulla vada perso del prezioso contenuto. Il foglio di carta è il mio bicchiere. Al primo fraseggio che mi passa per la testa impedisco il seguito e mi fisso la prima sequenza di frasi nella memoria sperando di recuperare in seguito partendo da un bandolo vergine e inesplorato, prima che tutto si appassisca.

A volte rimando. Sine die. C'è sempre qualcos'altro da fare: impellenze, imprevisti, piccole cose stupide che si portano via tempo e voglia, allora non ci penso più, tanto, mi dico, che vuoi che sia...? Un'altra delle solite stronzate che mi vengono. Intanto però, la pressione sale, le bollicine premono contro il tappo e l'insofferenza è al massimo. Cerco d'ignorarla, faccio finta di niente con quel tappo nella testa che preme a saltare, finché a saltare non sono i nervi. Allora capisco, stacco tutto, mi siedo e scrivo.

Come sempre non ho progetti.

Ma che ne so, alla fine, se il contenuto sottoposto alla pressione meccanica, ostinata e pervicace, non si sia ugualmente alterato?
Le cose poi, dovrebbero venir fuori naturalmente. A costo di mantenere lo stesso stato d'animo. Stessa temperatura, stessa pressione emozionale, stessa presa analogica . Che al contrario ovviamente cambia quando spegni il fuoco, servi le patate e ti vai a cercare un foglio di carta ed un angolo acuto.

Sulla spiaggia del Tonchino invece tutto viene meglio, ogni quadro ha il suo pittore. Cazzata più. Cazzata meno. Ogni tanto dai fogli sparsi ne prendo uno e ci faccio una barchetta che metto in acqua e osservo andare alla deriva o prendere il largo, che è lo stesso, o assorbire acqua ed affondare lentamente.

Il problema è che il cervello è più veloce della mano che scrive e non riesce a stargli dietro. A fatica registra le emozioni i pensieri. E sul più bello ti domanda: quante elle, quante esse?

Senza un progetto non vai da nessuna parte.

Anche senza speranza non vai da nessuna parte: l'ha detto il papa, che mi sembra un brav'uomo.

Guardavo le onde intinte di blu sulla testiera del mio letto, o sulla tastiera del mio pianoforte, e ho scoperto di essere stata tradita anche stavolta.

Ebbene sì.

Lui mi ha tradita prima ancora che la storia iniziasse e, considerando questo un record assoluto in fatto di storie e tradimenti, ho pensato che in fondo è abbastanza economico questo risultato: illusione, e delusione che inevitabilmente segue all' illusione, stanno sul palmo della stessa mano, sono facilmente trasportabili. Inizio e fine della storia senza un durante da raccontare che si snervi e tenti l'ascesa, con inevitabili crisi isteriche accessorie, su per i gomiti, che glossi le spalle, già per altri versi ricurve, si aggrappi al collo e gravi, ,infilandosi dentro i padiglioni auricolari, ti faccia delirare.
Ne vuoi di meglio? Storie facilmente trasportabili lungo il corridoio, giù per le scale fino al cassonetto dell'immondizia, che casualmente, sta proprio di fronte al portone.

Poi però è inevitabile che io mi chieda: ma perché sempre tradita, e sempre più spesso, e ormai a velocità che rendono aderenti l'inizio e la fine, facce diverse della stessa, medesima medaglia. Medaglia che facilmente si può lasciar cadere- in definitiva- anche dal balcone, se il cassonetto, di sotto è aperto il risultato è omologo, analogo. Si risparmiano le scale.

Perché questa cosa, sia chiaro, la considero solo un precedente. Il primo di altri tradimenti secondo questa recente modalità acquisita. La chiamerei istantanea.

Sulla spiaggia del Tonchino potrei spogliarmi nuda, incurante della stagione che inizia a raffreddare i tempi. Potrei restare a lungo sulla riva ad osservare l'immenso spazio delle acque saturnine e decidere, dopo un ragionevole lasso di tempo, durante il quale la mente ha avuto la possibilità di raggiungere l'oblio e il disinteresse e il corpo di adeguarsi alla temperatura dell'acqua, di immergermi lentamente, facendomi alla fine ingoiare dalle anche marine. L'attimo in cui sulla testa si chiude il cerchio segna il momento decisivo, lo so.

Poi il difficile è restare sotto. Fatti fisici, di cui non conosco i dettagli, questioni di pesi e galleggiamenti, ma ritengo che si tratti di dettagli appunto e, volendo, facilmente risolvibili. Un gabbiano stridisce atterrando su uno scoglio poco distante; una seppia schizza spaventata da sotto la sabbia di un fondale inespresso. Dove potrei fare un buco e appenderci la faccia. Mentre il sole finisce il tramonto.

Desolata: sul Tonchino il sole sorge.


Il tramonto si realizza da un'altra parte. Dietro, alle mie spalle coperte dalle vette cristalline di montagne millenarie che sovrastano un paesaggio straordinario, sospeso nella nebbia e impenetrabile ai sensi e l'aria è popolata da grandi bestie mitologiche: il fantastico Liocorno, il maestoso Unicorno, l'inafferrabile Fenice, il nobile Grifone. Niente squallidi gabbiani, ma ali gigantesche dai colori sgargianti che fendono l'aria e non fanno vento.

Certo è che lui mi ha tradita.
Perché ognuno ha il suo destino. Il mio è di sentirmi tradita. Prima, durante, dopo: comunque.

Ricordo che la prima volta, tra l'inizio della storia e il suo tradimento sono passati trent'anni. Erano altri tempi, c'era spazio per rivedere le immagini alla moviola, stopparsi un po' sulla malinconia, tornare indietro su un passaggio poco chiaro, zummare e ripartire, tornare di nuovo di poco indietro... fermo immagine: sul fetore che fa la morte di una storia. Indietro veloce alla prima intesa, un po' più avanti c'è uno sguardo smarrito...ingrandisci.... ingrandisci... Ingrandisci su quell'occhio che m'ingoia, mi fa nuotare, mi tiene a galla, mi fa felice. Mi precipita. Smorza: c'è un'ombra sulla destra....
Prima di arrivare a vederla, quell'immagine di storia morta e tradita, fredda di ghiaccio gialla di ipocrisia e verde di allucinazioni passa tutto il tempo che vuoi. Solo un po'alla volta succede che ti abitui al finale, l'abitudine rende esperti, la perizia permette gli scostamenti e il calcolo celere così ti soffermi meno su certe immagini e lasci che scorrano via, senza tornarci sopra più di tanto: immagini già viste, che stanno già nella memoria e non hanno più di tanto da rivelare. Scene senza sorpresa, le storie si accorciano, si arriva rapidamente sul finale. Tradimento. Ovvio.

Il tradimento senza sesso - prima ancora di essere arrivati al sesso - è come il pane azimo, lo mordi alla ricerca del soffice, del sale, del profumo che inevitabilmente non hai potuto assaporare, invano. I sensi non si saziano. Però in compenso, non appesantisce. Benedico il pane azimo e risparmio sul bicarbonato.

Sulla spiaggia del Tonchino gli autori lasciano cadere pagine di memoria sulla sabbia. Schizzi di vita. Se ne stanno appartati e difficilmente parlano tra loro, quando s'incrociano con lo sguardo, cosa che succede ben di rado, assumono un'aria meditabonda o altamente scoglionata: tengono a distanza anche la loro stessa ombra. Magri, un po' rigidi, si guardano attorno con finta nonchalance. Portano dietro una fune per calarsi nella propria sofferenza e un mare d'erba per gli atterraggi morbidi.

Devo dire per un fatto di onestà mentale( di quella fisica meglio non impicciarsi) che in questa mia storia di tradimento-fast, anche lui si è sentito tradito, ma questo lo dico solo per onore di cronaca. Non posso interessarmi del suo stato d'animo, sarebbe fuorviante.
Quello che conta è: il mio essermi sentita tradita.

In un gesto, in una frase soltanto. Tagliente e feroce forse solo nelle intenzioni, ma se diamo a Cesare quello che è di Cesare, le intenzioni fanno peso con il ferro delle parole.
Ho visto il suo occhio sinistro frammentarsi e sparpagliarsi lontano con schegge di sguardo in fuga. Certo l'ho sofferto il momento di scarto, il passaggio a quell'altro luogo dove il monologo impera assoluto. Ho riconosciuto subito il terreno scivoloso ed ho evitato la sbandata.
L'amore sai, adesso ho capito cos'è. E' scivolare nello stesso imbuto di tempo e senza più meridiani o paralleli, ritrovarsi nella stessa favola.

Accetto la realtà, lui non c'è più. Nelle mie prospettive, nel mio avvenire, nel mio divenire, nel mio quotidiano e nel mio passato, lui non c'è e quand'è così, non c'è mai stato.
L'amore ha bisogno di libertà, e sì. E già. Soffre le intercapedini, gli spazi angusti, le retrovie della clandestinità.
Tutte cose che sul momento possono dare la giusta spinta, creare la giusta dose di patos, quell'adeguato slancio al desiderio che si addice al grande amore ma...a lungo andare e in qualche caso addirittura a breve venire, l'amore soffoca.
A lungo andare...
- Sto diventando miope - sospirò Alice alla Regina di Picche.
- Sta diventando perfetta - sentenziò la Regina di Cuori.

Di tanto in tanto registro un dolore sotto lo sterno, senza colore e senza parole...solo un fitto stupore sul mondo. Dura poco e so che passerà. Vado oltre. Vado oltre...
E conta poco se dall'angolo sopra il mio occhio sinistro, il suo occhio destro continua a guardarmi.
Che fa? Ogni uomo ha un occhio da bambino e l'altro da assassino.
Ho riempito la mia vita a prescindere da lui...a prescindere...con un dito al centro di cerchi concentrici nell'acqua ho immaginato il centro dell'universo. Ho immaginato di poter tenere ferma l'acqua e i miei equilibri.
Parto.
Ritorno.
Rido. Piango.
Mi riprendo i miei capoversi.
Avevo detto: berrò il tuo sangue.

-Davvero avevo detto questo?

Dovrei piegare il capo tra le braccia e rovinare sulla sabbia tra pagine ingiallite dal tempo, dal malumore e dalle pene, e invece io voglio librarmi nell'aria e l'amore lo canto. Prendo al volo la prima araba fenice che benevola e possente mi sfreccia di lato e respiro, respiro forte, l'unico odore che mi sembra abbia un senso, quello della libertà...la curiosa libertà.
Mi appresto al salto nell'iperspazio, poi, ritorno.
Alzo il mio calice colmo di ispirazione e brindo alla vita, a quella possibile e a quella immaginata, a quella sognata, a quella sfiorata e a quella mancata. Chissà che non sia vero che i giardini incantati sono pieni di rose mai colte che durano eterne.

Il popolo dei mesti nostalgici sulla spiaggia del Tonchino come tetri attaccapanni piange e rimpiange, l'amore perduto, si lascia sfuggire pagine eroiche che sembrano schede perforate con i denti, con le unghie e anche, a volte, con i piedi. Dentro i fori ci capita di tutto e di tutto s'impiglia: fili di capelli, forfora, crepuscoli di pelle, gocce di sangue e lacrime, brandelli di carne, conati di vomito.
Partenze.
Ritorni.

Rifiuti.
Stormi di foglie che stormiscono al vento e zufoli campestri che s'inseguono nell'aria. Occhi di cuccioli e sperma snaturato che ciondola dal preservativo.
A volte ci si può trovare persino ritagli di talento. Ma il talento, si sa, non basta ( e non è neanche condizione essenziale)a fare di un sognatore una leggenda.
Ci vuole ben altro per questo, ci vuole un destino, un forte destino che neanche l'umanità più possiede. Destini in declino, parole chiave in ascesa. Dico davvero.

-Perfetta per cosa? Perfetta per cosa? - urla Alice che gambeallaria scivola sul mare glassa e la resina indurita - perfetta per coooosaaaaaaaa?
Ho letto che i libri che si stampano oggi hanno una vita media di cinquanta anni, a voler essere ottimisti va'... settanta. E' la carta che degrada. Come i sacchetti della spesa all'aria delle discariche.

Ci vorrà forse un po' più di tempo, ma degrada.

Facciamoli allora sottovuoto, questi libri. Bei libri sottovuoto trasparente da tramandare ai posteri.
- Quali posteri?
La Divina Commedia è stata fatta perché durasse settecento anni, i libri contemporanei per durare settanta anni. Perché c'è del vaticinio nella natura delle cose e la natura delle cose a volte non prevede posteri.
Un arco ha lanciato una freccia e sono nata io. E' andata così non posso farci niente, destini diversi.
Sono nata io che canto, parlo, rido e scrivo come un libro stampato già nel ventre di mia madre. Sono io l'ultima dei posteri. Qui, seduta, chiamata a raccogliere eredità che vengono da cieli stellati ficcati a forza nel buio e nel silenzio. Questa è l'ultima staffetta, l'ultimo giro di boa. Il segnale è che sulle spiagge del Tonchino, quando ripassano i verbi, il futuro lo saltano sempre.


Stasera mi sono permessa una grossa turpitudine.
Riguarda questo scritto. L'ho sovrascritto sopra un vecchio racconto, non tanto vecchio, in fondo, ma invecchiato in fretta. Proprio così. Poi ho cancellato il racconto, mi è bastata la pressione della punta di un dito, e ho ricominciato a scrivere. Avrei potuto aprire un nuovo documento, è così che si fa di solito. Invece ho guardato la pagina in bianco e nero, dal menù modifica ho scelto "seleziona tutto" ed ho cliccato facendo partire la videata nera sullo schermo: ciò che era nero è diventato bianco e ciò che era bianco è diventato nero. Ho ripreso il menù ed ho selezionato cancella, poi con uno spirito un po' sadico e un po' maso, ho cliccato e mi sono goduta la sparizione repentina ( istantanea anche questa, guarda come si ricongiungono le cose)e il passaggio al mondo dell'inesistenza. La riconquista della pagina bianca tutta da riscrivere.
A mia parziale discolpa posso dire che il racconto cancellato cominciava con le parole ...sulle spiagge del Tonchino.





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