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lavoro pubblicato lunedì 18 aprile 2011
ultima lettura domenica 4 agosto 2019

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ODISSEA NEL TEMPO

di mifi77. Letto 1113 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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ODISSEA NEL TEMPO

Capitolo 1

A T O S

Non tutti hanno avuto per amico uno scienziato pazzo. Anzi, questo è un “privilegio” riservato a pochi.

Io sono uno di quei pochi.

Perché dico questo? Cercherò di spiegarlo.

Credo che già nel DNA di famiglia ci fosse qualcosa; infatti suo padre lo aveva battezzato Atos. E’ un po’ poco, direte, per parlare di follia; ma ho appena cominciato.

La mamma di Atos pianse per oltre vent’anni per quello strano nome, che peraltro il marito non voleva cambiare neanche nell’uso. Poi, pian piano, di nascosto, la povera donna iniziò a chiamarlo Stefano; ma per tutti gli altri ormai era Atos.

Il mio amico non desiderava sposarsi, credo perché disprezzava le donne; inoltre non desiderava avere figli, forse perché in fondo anche lui capiva di avere un paio di rotelle svitate.

Atos è anche geniale, bisogna ammetterlo: ha una fantasia e una creatività non comuni. Credo che, all’epoca di questa vicenda, avesse già brevettato oltre cinquanta invenzioni; ma senza guadagnarci molto, anche perché, brevettata una, già si rivolgeva a una nuova intuizione, a un nuovo studio, a un nuovo lavoro.

Obiettivamente molte sue invenzioni erano quasi inutili.

Lo conobbi all’università, quando studiavamo entrambi fisica: preparammo insieme tre o quattro esami; ogni tanto lui era più effervescente del solito e mi parlava delle sue intuizioni, delle sue idee. Nei primi tempi lo ascoltavo affascinato, certo di avere un genio per amico. Poi cominciai a intuire di avere di fronte un genio che difficilmente riusciva a controllare la sua mente e si perdeva in elucubrazioni sempre più eteree, che rischiavano di sfuggire persino alla sua intelligenza, figuriamoci alla mia.

Io non ne soffrivo, perché, con le mie modeste capacità, superavo più esami di lui, la mia media sfiorava il 27 e con una tesi sperimentale alla fine riuscii a conseguire il voto finale di 110. Dopo due anni anche Atos si laureò, con 110 “e lode”, ma soltanto perché i professori non riuscirono a trovare l’esatto limite tra genio e follia.

Per disperazione un membro della commissione si era rivolto a me, che ormai ero quasi un collega, poiché insegnavo in un liceo scientifico:

- Maurizio, tu che lo conosci bene, dimmi: è un genio o un pazzo?

- Sai, è come se avesse una mente drogata…

- Ma è un genio… o un folle?

Avevo l’occasione di sdebitarmi con Atos per il suo aiuto negli studi e di premiare un giovane buono e generoso. Mi avvicinai al viso del professore e bisbigliai: - Un vero genio.

- Perché me lo confidi in sordina?

- Temo che qualche potenza straniera lo possa rapire…

Il commissario si sentì quasi preso in giro, poi vide la mia espressione seria e preoccupata, quasi triste, e decise di partecipare alla mia rivelazione. Mi strinse una spalla, dicendo:

- Ho capito, grazie.

Tutto bene? No: Atos si arrabbiò e pretese la pubblicazione della tesi, prontamente accordata per paura che diventasse violento.

Per pubblicarla in maniera intelligibile, il direttore della facoltà ordinò al commissario che aveva caldeggiato il 110 e lode, di inserire, pagina per pagina, un dettagliato commento esplicativo; il tizio mi ribaltò il problema:

- Adesso come minimo mi dovrai aiutare a dare una logica normale e comprensibile alla sua tesi.

Ci lavorammo tre mesi, perché spesso il lavoro di Atos apriva lunghe parentesi riguardanti altri argomenti accessori e poi riprendeva all’improvviso, inconsapevole di avere scritto venti pagine di digressioni. Alla fine qualcosa si intuiva; ma non più di tanto.

- E’ troppo più avanti di noi, guarda le cose da troppo in alto. – affermavo, anche per giustificarmi.

Il bravo docente universitario mi guardava con scetticismo, poi diceva:

- Sarà, ma la follia è superiore alla genialità.

Io sapevo che non era così: le idee di Atos partivano sempre bene, geniali e logiche; poi accadeva qualcosa, nella sua mente: arrivai a convincermi che le sue meningi si infiammassero e allora la sua fantasia e la sua creatività si liberavano, moltiplicavano le idee… ma la sua chiarezza scompariva.

In quegli anni riuscii a fatica ad accompagnarlo dai medici, i quali cominciarono a prescrivergli complesse cure a base di farmaci antistaminici e antinfiammatori, lo indussero a fare un po’ di sport o almeno frequenti passeggiate al parco cittadino, e a sottoporsi annualmente a un elettroencefalogramma.

Il risultato fu che Atos viveva del suo lavoro d’inventore, nonostante la diffidenza di molte aziende.

Capitolo 2

DUEMILA E OLTRE

La mia amicizia con lui continuò nel tempo, anche dopo il mio matrimonio: ne apprezzavo la schiettezza, oltre alla genialità. Poiché mia moglie aveva orari di lavoro diversi dal mio, Atos era il mio riferimento per il tempo libero: lo avevo anche indotto a praticare qualche sport, quali il golf e la vela, con la scusa che la buona circolazione sanguigna e l’aria aperta fanno bene alla mente.

L’avvento dell’anno 2000 gli procurò un nuovo stimolo: cominciò a pensare al futuro, e, più ci pensava, più le sue meningi s’infiammavano, s’infervoravano, immaginando che si potesse viaggiare nel tempo. A volte mi diceva:

- Le dimensioni sono quattro, giusto? Io posso camminare in avanti, lateralmente, posso fare un salto verso l’alto… e il tempo? Abbiamo trascurato il tempo, Maurizio. La scienza ha dimenticato la quarta dimensione.

- E’ una dimensione diversa dalle altre, Atos, non è spaziale. E poi, se tu ti muovi in avanti, puoi tornare indietro; nel tempo si può soltanto andare in avanti. Forse in teoria si potrebbe aumentare la velocità del tempo per una porzione di spazio, ma non tornare indietro.

- Perché no?

- Atos, non mi buggerare: se uno andasse più avanti nel tempo e poi tornasse indietro, potrebbe modificare gli eventi futuri, e questo è un controsenso. Non ci possono essere due futuri.

- Perché no? Potrebbero esserci dei futuri paralleli, oppure dei mondi paralleli.

Poiché lo guardavo scettico, mi confermò che anche lui non credeva si potesse tornare indietro, dal futuro.

- Però sarebbe importante sapere se si può andare in avanti: immagina una catastrofe, una carestia, una guerra o qualcos’altro; immagina che uno voglia fuggire nel futuro e fermarsi quando il pericolo è passato…

- Perderebbe tutta la sua vita, Atos: le persone che ama, il lavoro, gli amici, la sua identità. E pensa al dolore di chi non lo rivedrebbe più.

Atos rifletteva intensamente, poi concluse:

- Sì, però, da un punto di vista scientifico, sarebbe importante sapere se viaggiare nel futuro è “possibile”.

Negli anni successivi mi allontanai un po’ dal mio amico, perché mia moglie Lory e io progettammo e poi iniziammo i lavori di costruzione della nostra villa in collina e lei voleva che m’impegnassi a fondo nel seguirli, non trascurando di dirigere anche i lavori del giardino.

Ad Atos telefonavo occasionalmente la sera, ma, più passava il tempo, più lo trovavo pensieroso e laconico: certamente aveva qualche grosso studio per le mani.

Lo andai a trovare all’inizio del 2006: tra fogli di calcolo e disegni, era intento a preparare, nel grande salone della sua casa, una strana macchina, intermedia tra una cabina di astronave e la poltrona di un dentista. Sedetti a un’estremità del divano, osservando il suo gatto persiano, che sonnecchiava all’altra estremità senza preoccuparsi di ciò che accadeva.

Non mi volle dire nulla di nulla. Io non sapevo se era offeso perché avevo trascurato le mie visite e le nostre giornate sportive, o per altri motivi, o se era soltanto completamente assorto dal suo lavoro. Che avesse inventato una specie di macchina del tempo? Lo escludevo: quella non poteva essere una scoperta da scienziato pazzo, ma un lavoro da equipe molto avanzata.

Gli ultimi mesi dell’anno furono impiegati dalla mia famiglia, Lory, io e il mio ragazzo diciottenne, per il completo trasloco e per l’acquisto di altro arredo. Quando finalmente mia moglie si buttò esausta sul divano, guardandosi intorno con soddisfazione, presi dal frigorifero una bottiglia di champagne e brindammo. Poco tempo dopo tornavo da Atos.

Lo trovai con gli occhi che brillavano. Il salone era vuoto.

- Dov’è quel marchingegno?

Il sorriso gli attraversava l’intero viso: - Tu lo vedi?

Poi si mise a percorrere il salone avanti e indietro, cambiando continuamente direzione, a dimostrare che la macchina non c’era.

Sedetti sul comodo vecchio divano, cercando con lo sguardo il gatto persiano:

- Dov’è il tuo gatto? – Vagamente temevo che avesse smesso di nutrirlo e il poverino fosse morto.

- Tu lo vedi? – ripeté con gli occhi scintillanti di una folle luce sinistra.

Poi osservò l’orologio a pendolo; sembrava un po’ nervoso:

- Hai fatto colazione? Devi accettare uno spuntino.

Prese il telefono e ordinò dolci e spumante. Io osservavo interdetto quel comportamento non abituale.

- Hai preso le tue pillole, Atos?

- Sì, sì. – rispose, togliendosi le spesse lenti e asciugandosi il sudore del viso col fazzoletto.

Era il mese di Gennaio e ovviamente non faceva affatto caldo.

Bussarono alla porta e Atos si alzò di scatto per andare ad aprire, ritornando poi con il vassoio e lo spumante. Tornò a sedersi, torcendosi le mani. Mi parve che mancasse qualcosa, sul piccolo tavolino davanti al divano, e andai a prendere due coppe per lo spumante, visto che c’era qualcosa da festeggiare.

Atos osservò i bicchieri come se provenissero dalla luna:

- A mezzogiorno, Maurizio: dobbiamo attendere mezzogiorno.

Attesi in silenzio; poi notai la sua ansia e provai a distrarlo cercando argomenti di conversazione e finendo poi in una specie di monologo; ma il mio amico non rispondeva a tono.

- Forse è un momento storico, Maurizio. Anzi, “dopo”, la storia potrebbe non avere più senso…

Non lo seguivo più: c’era sempre un momento in cui non riuscivo più a capire il mio amico. Spesso il motivo era la mia intelligenza meno acuta, ma a volte era “la sua”, che era sconfinata nella follia.

Distrattamente cominciai a togliere la protezione metallica del tappo: sembrava che aspettassimo di nuovo la mezzanotte del 31 Dicembre, anziché il mezzogiorno del 10 Gennaio.

A un tratto mi fece cenno con la mano di fermarmi, e pian piano si udì nel salone un sibilo sottile, via via più forte, poi una specie di “bang” in sordina, accompagnato da un rapido flash. Istintivamente chiusi gli occhi.

Quando li riaprii, al centro del salone c’era quel marchingegno che avevo già visto precedentemente, ma ora lucido e bello; sulla poltrona imbottita il gatto persiano, un po’ stordito e molto impaurito, il quale saltò giù e fuggì in un’altra stanza.

- Diamine, che è successo? – esclamai.

Atos saltava felice intorno alla macchina, urlando:

- Hai visto, hai visto? Tre giorni, tre giorni!

Corsi nel bagno a prendere un calmante: trovai della valeriana e gliene diedi quattro compresse, insieme a un sorso d’acqua. Le ingoiò distrattamente. Ne presi due anch’io.

Sedette sul divano e cominciò a mangiare di gusto; mi fece cenno e mi offrì il vassoio. Io guardavo quella strana macchina che prima non c’era, poi c’era, insieme al gatto. La grande apertura sulla terrazza era chiusa, come prima. La porta del salone era aperta, ma di là quella grossa macchina non era potuta entrare.

Finalmente ricordai i nostri discorsi degli anni precedenti, spalancai gli occhi e lo guardai con aria interrogativa. Lui annuiva:

- Tre giorni! Ha fatto un viaggio di tre giorni in… - Si alzò con una pasta al pistacchio in mano e andò a guardare uno strumento collocato su una specie di cruscotto davanti alla poltrona:

- … mezzo secondo!

- Vuoi dire che attendevi questo momento da tre giorni?

Annuì, felice come una Pasqua.

- Atos, ti raccomando di attendere, prima di scatenare un putiferio nel mondo. Ma tu davvero puoi organizzare questi viaggetti senza fallire?

- Non lo so: devo fare ancora molti esperimenti, forse perfezionare la macchina. Se tu non fossi venuto stamattina, non ti avrei detto nulla.

- Sarò una tomba, Atos.

- Domani prenderò il mio cane e gli farò fare un viaggio di un mese.

- Sii prudente, Atos.

Forse la valeriana stava facendo effetto: - Certamente, Maurizio.

Capitolo 3

PROPOSTA INDECENTE

Quel mese coincise con un periodo bellissimo per me e Lory, dopo anni di sacrifici: in un inverno particolarmente mite, ci godevamo la nostra nuova casa in ogni modo, curando anche il verde del giardino che circondava la terrazza; questa era in buona parte all’ombra di un paio di grossi alberi, che eravamo riusciti a salvare dall’azione delle ruspe e dai lavori del cantiere.

Un giorno di Febbraio ricevetti una laconica telefonata da Atos: - E’ per domani.

Fu così che assistetti al ritorno del cane, per la verità molto stordito.

- E’ per via delle radiazioni elettromagnetiche, presenti alle basse velocità. – disse Atos. Poi controllò lo strumento: - Tre secondi!

Quindi si lanciò in una lunga, noiosa dissertazione, parlando di una velocità massima “d”, raggiungibile nei lunghi viaggi, e che li rendeva molto brevi per il viaggiatore:

- Un viaggio di centomila anni durerebbe meno di ventiquattrore!

- Complimenti, Atos.

- Adesso va sperimentato sull’uomo…

- Trova un volontario.

- Mmh… E’ presto per diffondere la notizia: occorre una persona fidata.

Non so perché, sentii la necessità di cambiare posizione su quel divano:

- Puoi provarlo tu: io ti aspetterò al tuo rientro.

- Non posso: sai che ho il pacemaker.

- Ed è incompatibile con le radiazioni. Bene, non contare su di me!

- Si tratterebbe soltanto di un mese: dì a Lory che devi partire per servizio, prendi un po’ di ferie arretrate e fammi questo favore. Saresti il primo uomo a viaggiare nel tempo: soltanto con le memorie, faresti un sacco di soldi!

- Non ci contare. – Mi alzai e andai via.

Conoscendo la mia infanzia di povertà Atos aveva cercato di far leva sul mio desiderio di accrescere il mio conto in banca; e conoscendo la mia passione per la fisica, era convinto di poter indurmi a fare quel viaggio.

In un certo senso sono un uomo di scienza anch’io, quindi l’idea mi solleticava un po’: se non c’erano rischi…

Fu così che alcuni giorni dopo gli chiesi ragguagli; ne fu felice:

- Predisporremo la fermata dopo trenta, anzi ventotto giorni, sin dall’inizio; ma sappi che puoi abbreviare il viaggio in qualsiasi momento…

- E se c’è un guasto?

- Impossibile.

- E se ci fosse?

- Non moriresti: la macchina è programmata per fermarsi automaticamente ogni sessantasei anni e otto mesi, corrispondenti a meno di un’ora per il viaggiatore.

- Perché proprio sessantasei anni e otto mesi?

- Per due motivi: è due terzi di secolo e circa due generazioni umane.

- E’ rischioso, Atos.

- Per nulla, te lo garantisco. A parte la gloria e i soldi, mi faresti un grosso favore, Maurizio. Sei l’unico che manterrebbe il segreto sino alla pubblicazione del mio lavoro.

- Ti darò una risposta.

-------

In breve, fui così incosciente da accettare. Dopo tutti i necessari preparativi, compresa qualche bugia alla mia famiglia a proposito di una trasferta per lavoro, mi presentai a casa di Atos nel giorno e all’ora stabiliti. Mi fece pranzare, poi volle che indossassi una tuta bianca.

- Perché? – chiesi.

- Ti voglio fare delle foto e così sei vestito più da laboratorio; altrimenti sembreresti uno che passava di qui per caso.

Dopo mi sistemai al posto di guida: il datario indicava che eravamo al 22 Febbraio, ore 12,58; una breve preghiera mi aiutò a vincere la mia ansia: al segnale di Atos avviai la macchina.

Avvertii uno scatto e tutto, intorno a me, prese velocità.

“Pochi secondi e finirà”, pensai. Invece il tempo non passava mai. Guardai il datario e vidi che i giorni, anzi i mesi…! passavano velocemente, sempre più velocemente. Tranne i mobili, c’era una specie di foschia, nella stanza, e una continua penombra.

Inorridii, pensando che Lory non mi aveva visto tornare, che stavo perdendo il mio lavoro, gli amici, la mia vita. Atos mi aveva assicurato che non c’era rischio, ma non accadeva nulla. Come fermare quella diabolica macchina? Cominciai ad armeggiare con i comandi, senza risultati.

Poi ebbi paura di rompere qualcosa e rimanere su quel sedile proiettato verso un futuro troppo lontano per sopravvivere. Capii che Lory stava invecchiando e scoppiai in un pianto convulso.

Folle! Folle! Ero stato un folle ad ascoltare quel pazzo, un folle a non confidarmi con mia moglie, per la prima volta dopo tanti anni! L’unica speranza era che la macchina si fermasse dopo sessantasei anni e rotti… nel 2073!

Guardai l’orologio: era trascorso un quarto d’ora e la macchina accelerava ancora: eravamo già nel 2033. Lory aveva sessantaquattro anni e stava invecchiando da sola, o, peggio, accanto a un altro… Maledetto Atos, maledetto per l’eternità! Maledetto!

Il viaggio durò circa mezz’ora: quella bastarda macchina poteva incepparsi, ma certamente era velocissima…

Continua

Copyright Michele Fiorenza

Opera registrata



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