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lavoro pubblicato domenica 27 marzo 2011
ultima lettura mercoledì 2 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Io & Andreina

di MEG. Letto 872 volte. Dallo scaffale Pulp

Ora, (sempre di notte vengono queste voglie macabre) vorrei raccontarvi una storia veramente personale e terribile, vera al 100%, e il cui protagonista sono proprio io!

Tre anni fa ho assassinato una persona.
Sì, l'ho fatto, però l' ho fatta franca: non mi hanno mai scoperto, cioè mi hanno scoperto ma non hanno capito e così sono ancora incredibilmente libero.
Ma lasciate che vi racconti, se volete sentire una storia umana che non ha precedenti e che ogni tanto mi tormenta.

Nell' estate del 2008 io ero felicemente sposato da due anni con una moglie fantastica, una ragazza chiamata Simona. Io e Simona eravamo quella che si può definire una coppia felice: eravamo in sintonia, avevamo molte cose in comune e un gran feeling, perciò godevamo entrambi di questa situazione bella e favorevole.
Parlo dell' estate del 2008 perchè in quel periodo dovemmo traslocare dalla stanza di casa dei miei genitori dove abitavamo, alla vecchia casa di sua nonna dove saremmo andati ad abitare. Ebbene come si sa, quando si fa un trasloco molte cose si buttano, le cose vecchie che non servono più, o le cose rovinate, o le cose inutili... Ebbene anche noi eravamo pieni di simili cianfrusaglie e buttammo di tutto, chiamammo una ditta specializzata in traslochi e il secondo viaggio glie lo facemmo fare direttamente alla discarica provinciale. Ma proprio su un pezzo di quelli che avrebbero dovuto prendere la seconda corsa, quella di sola andata per la discarica ebbi una discussione con Simona che voleva buttare via il mio vecchio contrabbasso.
Erano anni ormai che non suonavo più il contrabbasso, da giovane giravo con un' orchestrina soul-funky e ci divertivamo molto, ma poi avevo abbandonato totalmente lo studio dello strumento per dedicarmi a cose più serie, e per anni era rimasto dentro la sua vecchia custodia nera sulla soffitta di casa dei miei.
Ebbene io non lo volevo buttare quel contrabbasso, era un ricordo, e anche se a casa nuova non c'era posto dove tenerlo e pure se mi ero perso la chiave che apriva la custodia rigida per tirarlo fuori, non avevo proprio idea di buttarlo. Così insistei di tenerlo e vinsi.
Lo misi in un angolo nel garage di casa nuova, ci poteva stare. Lo avevo appoggiato lì con tutto il "sarcofago" e già faceva bella figura, lì non dava troppo impiccio. Lo guardavo e pensavo che un giorno lo avrei riaperto per farmi una suonata.
Una domenica che non avevo niente da fare, perché Simona era fuori ad una cena di lavoro, decisi di riprendere in mano il vecchio legno e di farmi una suonata. La situazione era propizia perchè Simona non c' era, non l'avrei disturbata e avrei potuto suonare nel salone, avevo trovato proprio nel pomeriggio un cacciavite per scassinare la serratura della custodia rigida.
Così presi un martello e iniziai a rompere la prima serratura in alto, e poi quella in basso, ci volle un attimo. Poi apri la custodia dopo 10 anni e fui sopraffatto dall' emozione, in vece che nel rivedere il mio vecchio contrabbasso, nel ritrovarci dentro un cadavere!
Infatti, rannicchiato, avvolto in una busta c'era il cadavere di un ragazzo di circa 15 anni, praticamente mummificato, scarnificato. Con gli occhi ancora semiaperti sembrava fissarmi con sospiri imploranti, che io ricambiavo con occhi atterriti e con il mio stomaco rivoltato dal forte odore proveniente dal cadavere.
Richiuso il sarcofago lo trascinai di nuovo nel garage, e mi sembrava che pesasse una tonnellata. Adesso veramente non sapevo dove metterlo e mi sembrava ingombrasse ovunque. Presi dello scotch e lo girai tutto intorno alla custodia per sigillarla del tutto, in realtà feci un lavoro maldestro...E poi lo appoggiai nel suo angolo, lì dove non dava fastidio...Ma adesso sembrava enorme, un sarcofago vero. Non sapevo che fare.
Nelle settimane seguenti mi sembrava di essere morto io! Mi muovevo a fatica, cercavo di capire perché quel cadavere fosse finito dentro la custodia del mio contrabbasso; dove fosse finito il contrabbasso; se mio padre o mia madre, potessero entrarci qualcosa
visto che per anni quella custodia era stata nella loro soffitta; iniziai a fare delle ipotesi, anche che qualcuno avesse operato di nascosto quella sostituzione, ma come aveva fatto a non essere visto o sentito?
Intanto Simona mi aveva chiesto:< Perché hai messo lo scotch intorno al contrabbasso?>
Io mi giustificai:< Perché non si richiudeva, avevo rotto le serrature per tirarlo fuori>
Poi, alcuni giorni dopo mi fece notare:< Hai sentito che puzza strana? Nel garage deve esserci entrato qualche topo che è schiattato: forse è finito dentro al tuo contrabbasso! O forse è il tuo contrabbasso marcio!>
Ricordavo qualcosa, o forse sognavo ad occhi aperti dato che la notte non riuscivo a chiudere occhio, comunque ricordavo che una notte avevo incontrato una ragazza, fuori da una discoteca o un pub, e insieme, forse per scherzo, avevamo deciso di assassinare un adolescente che se ne stava lì a fumare una sigaretta. Ma non ricordavo quando era successo, e non ricordavo di aver materialmente ucciso, mi sembrava solo un sogno e da quello a un cadavere nella custodia del mio contrabbasso c'era parecchia strada.
Passarono dei mesi e arrivò la primavera, io stavo sempre peggio, il mio rapporto con Simona aveva risentito negativamente della mia scoperta. Cioè io facevo finta di niente il meglio possibile, ma proprio non è che mi riuscisse benissimo: di frequente avevo delle crisi di rabbia, oppure piangevo da solo. Di sicuro avrei voluto sparire dalla faccia della terra piuttosto che vivere tenendo nascosto quel cadavere senza un preciso motivo.
Simona naturalmente notava queste cose e cercava di consolarmi, ma non si poteva spiegare il motivo del mio cambiamento, semplicemente perché io non glie lo volevo dire.
Il nostro rapporto deteriorava per causa mia, io mi sentivo sempre più insicuro e lei faceva il possibile per aiutarmi.
Nei miei incubi, di notte, ma anche di giorno come in un'ossessione, i miei ricordi riaffioravano terribili: una notte, vicino ad un pub, io ed una ragazza, che era mia conoscente, ci intrattenevamo ridendo e scherzando fino alla chiusura del locale. Dopo di che lei mi indicava un ragazzo che dovevamo uccidere, il quale stava forse aspettando degli amici, la fidanzatina, o i genitori per tornare a casa. Era un ragazzo dall' aria un po' trasandata e un po' triste, sembrava uno di quei tipi un po' sognatori, con un paio di converse e i jeans strappati, capellone. Io fui d'accordo con la ragazza, lei lo voleva uccidere per qualche motivo che ora non saprei dire, io lo volevo uccidere per sentirmi più forte, per sentirmi invincibile, quella sera ne avevo bisogno.
Poi non ricordo i particolari dell' assassinio, a parte che lo uccisi senza freddezza. Prima ebbi un fremito e poi un grande rimorso, perché mi sembrò un giovane bravo e innocente e io non sono un tipo freddo.
Allora, dato che la situazione non poteva cambiare da quella che era, e io con Simona ero arrivato oramai ad essere lo spettro di me stesso decisi di lasciarla.
Volevo lasciarla io e glielo dissi apertamente, gli dissi:< In questi ultimi mesi mi hai visto molto depresso, sono cambiato, non sono più quello di prima ho bisogno di stare da solo, di portarmi via le mie cose, anche il contrabbasso… e di prendermi un po' di tempo, ti voglio bene ma adesso non riesco ad amarti.> Ma lei non voleva lasciarmi, mi voleva molto bene e voleva darmi conforto in un momento difficile credendomi solo depresso o ansioso, e non c'era verso di convincerla e allo stesso tempo provavo un dolore immenso nel dover lasciare una persona che amavo e che mi amava. Ma me ne andai dalla nostra casa, una notte, dopo una furibonda discussione. Ritornai per un po' dai miei. Negli incubi, nelle mie visioni ossessive la ragazza del pub, una donna che incontravo tutti i giorni, mi aveva chiesto:< Ma tu sei capace di colpire quel barattolo con questa pistola?> E mi porgeva una piccola pistola e mi indicava una lattina sopra un muretto difronte al pub. Io sparavo e centravo. Poi mi diceva:< E sei capace di far saltare il cervello a quel ragazzo stupido?> Io dicevo di non saperlo:< Io...in teoria sì...>
Me ne ero andato di casa troppo in fretta: avevo lasciato in garage il contrabbasso, Simona avrebbe potuto scoprirlo, inoltre Simona mi chiamava spesso chiedendomi di incontrarci.
Io ad un certo punto accettai e decisi di incontrarci a casa nostra per prendere anche le altre mie cose. Appena incontrata, Simona iniziò a parlarmi in maniera molto serena dei nostri problemi, mi disse che se io avevo un problema avrei dovuto condividerlo con lei di qualunque natura fosse. Io la guardavo con scetticismo conoscendo la sua sensibilità e bontà, ma lei insistette caparbiamente dicendo che voleva sapere che cosa mi turbava e che cosa le stavo nascondendo.
Così presi la decisione difficile, e iniziai a raccontarle del contrabbasso… Che avevo trovato una persona morta nel contrabbasso. Lei prima mi guardò con una faccia attonita e poi mi disse:<ma non è possibile... sei sicuro di non aver avuto un' allucinazione? Per me hai avuto un' allucinazione...>
Spiegai che purtroppo non c'era nessuna allucinazione che non sapevo da dove provenisse il cadavere, che poteva vederlo: andammo in garage strappai lo scotch e riaprii il sarcofago.
Ricordai che io e la ragazza del pub ridevamo mentre massacravamo il corpo del giovane malcapitato. E mentre avevamo dato vita ad un gioco macabro in cui davamo una coltellata a testa al corpo per straziarlo, posso dire con certezza che tra una vittima e i suoi assassini c'è sempre un rapporto psicologico. La ragazza ad esempio si vedeva che era molto invidiosa del giovane, della sua immaginazione, della sua ingenuità; e adesso accoltellava il suo cuore con rabbia. Io volevo sentirmi forte, sicuro di me, volevo cambiare, e la ragazza del pub mi stava offrendo l' occasione di cambiare per sempre diventando uno di quelli che possono uccidere qualcuno pur di raggiungere un' obiettivo, anzi io ero convinto in quel momento che per diventare una persona completa, avrei dovuto assassinare un' altra persona, non una persona a caso, ma una persona che rappresentasse tutto ciò a cui io rinunciavo: la persona indicata dalla ragazza del pub.
Simona sbalordita mi chiese come ci fosse arrivato quel cadavere nella custodia del mio contrabbasso, io risposi di non saperlo. Mi chiese perché non glie lo avevo detto subito, io le risposi ambiguamente che temevo di essere incriminato innocentemente solo per il fatto che il cadavere si trovasse nella mia custodia.
Lei mi guardò incredula dicendomi che non avrebbero mai potuto mettermi dentro solo per quello, che ci volevano prove ed altro. E chiamammo la polizia.
Per mesi e mesi la polizia girò in lungo e in largo la mia casa e quella dei miei genitori, perquisì tutto e tutti, rilevò impronte, tracce e DNA, indagò e mi interrogò più volte. Io dissi sempre e solo che non sapevo come quel corpo fosse arrivato nella custodia.
Gli amici e i parenti più cari del ragazzo defunto venivano a protestare sotto casa dei miei genitori e di mia moglie. Mia Moglie...l' unica che non abbia mai avuto un dubbio sulla mia innocenza in questa fase di indagini in cui la mia stessa famiglia mi aveva messo da parte.
Sembrava proprio che la fortuna girasse dalla mia parte: non c' era alcuna prova concreta che io avessi ucciso o messo nella custodia il corpo del giovane, così il primo appello del mio processo si concluse con un' assoluzione per "non aver commesso il fatto".
Ma il pubblico ministero - giustamente- volle ricorrere in appello e all' udienza dell' anno successivo portò in tribunale come testimone a proprio vantaggio proprio la ragazza del pub.
Andreina, -così si chiamava la ragazza del pub-, si presentò stringendomi la mano sporca di sangue mentre chiudevamo a chiave la custodia del mio contrabbasso e lo spingevamo in soffitta insieme alle cose inutili. Andreina era la ragazza delle pulizie che tutte le sere, quando uscivo dal mio ufficio, lei vi entrava per fare le pulizie. Da quattro anni.
Andreina aveva visto mille volte nei miei cassetti, aveva visto i miei quadri appesi sulle pareti, conosceva il mio ordine e il mio disordine; mentre lavorava ascoltava i miei dischi; copiava dal mio pc i film vhe io amavo, e leggeva le mie cose , i miei appunti. Andreina lo ha fatto per quattro anni; e io lo sapevo... Glie l'ho lasciato fare per quattro anni. Ad un certo punto, quella notte, mi disse:< Ora che sei forte come tutti gli altri, ora che sei vuoto come un cane affamato, sei mio.>
Io risposi con timore:< Guarda che non è così: ho ucciso per me stesso e non sono di nessuno!>.

Andreina si presentò in appello per testimoniare contro di me nel processo d'appello. Vuotò completamente il sacco, raccontò tutto al giudice dall’ inizio alla tragica fine.
Per me fu un colpo duro, stavo veramente nella merda, anche Simona dopo questa evoluzione la vedevo vacillare e sapevo che non avrebbe resistito molto. Tutti mi davano contro, tutti dal primo all’ ultimo, perfino il mio avvocato che fino ad allora si era dimostrato un vero professionista, in grado di tirarmi su nei momenti più bui, all’ indomani del processo d’appello mi disse disarmato:< E adesso che gli dico al giudice? Che facciamo?>
Al punto in cui ero arrivato stavo valutando seriamente la possibilità di fornire una confessione spontanea dei fatti, non ero mai stato una persona fredda, e mi pesava enormemente il fardello che mi portavo dietro. Portavo un grande rimorso per quello che avevo fatto, e una parte di me voleva scontare una pena giusta per ristabilire l’ordine delle cose. Volevo rimettere le cose “a posto” per quanto era possibile e sentirmi meglio con me stesso, perché soffrivo molto.
D’ altra parte a frenare questa mia volontà si mise proprio Simona che una sera volle parlarmi. Mi disse: < Ora tu devi dirmi veramente cosa è successo, se sei stato autore e complice di questo omicidio, perché se lo sei stato devi sapere che io mi toglierò la vita per aver difeso, creduto e condiviso il letto con un assassino.>
Simona mi giurò che si sarebbe uccisa se io le avessi detto che ero un assassino, o se dal processo fosse emersa questa verità. Lo avrebbe fatto, perché lei era una persona vera, trasparente, che credeva in tutto ciò che faceva come aveva creduto in me fino a quel momento. Si sarebbe tolta la vita per la vergogna del suo errore se avesse capito che aveva difeso per anni un marito assassino, e lo avrebbe fatto veramente senza alcun dubbio.
Il suo amore per me era stato così sincero e profondo e leale da portarla a credere in me in maniera così indefessa, anche quando nessuno ormai credeva più in me! La prospettiva di avere sbagliato tutto nella sua vita, l’ avrebbe certamente portata nel baratro.
Lei mi voleva veramente bene, mi amava, e per causa di questo amore sincero io stavo indirettamente per causare anche la sua morte.
Io le giurai che assolutamente non avevo preso parte ad alcun omicidio, anzi feci finta di incazzarmi per il suo scetticismo per sembrare ancora più credibile.
Per evitare che lei si suicidasse per causa mia, decisi di tentare il tutto per tutto: chiamai il mio avvocato e lo persuasi che l’ Andreina si fosse inventata tutto per ricattarmi, e che avevo ricevuto telefonicamente delle richieste di soldi per evitare che lei parlasse. Il mio avvocato restò di sasso: era quello di cui avevamo bisogno! Ribadii davanti a lui il fatto di non averla mai conosciuta prima, e il fatto che lei incolpando me metteva nei guai anche se stessa perché non aveva nulla da perdere, ma tutto da guadagnare in un eventuale ricatto, in pratica, cercai di infangare in tutti i modi la sua persona e dissi al mio avvocato che questa era la strada giusta per dimostrare la mia innocenza.
Inoltre c’era il fatto non trascurabile che l’ Andreina aveva avuto dei piccoli precedenti penali, io chiesi all’ avvocato di far risaltare questo retroscena poiché io, a parte l’omicidio ovviamente, avevo condotto fino ad allora una vita immacolata. Oltre a non aver nessun precedente penale di alcun genere, avevo condotto una vita che poteva definirsi virtuosa, ex musicista, mi ero dedicato al servizio sociale, lavoratore ineccepibile, ottimo marito e amico e persona leale nei confronti di tutti.
Anche i miei amici e i miei parenti, facendo pesare il mio passato, ripresero a prendere le mie parti: mi ero sempre comportato onestamente nei confronti di tutti.
Andreina, invece non poteva contare sullo stesso tipo di supporto, dato che in molti la disistimavano e altri avevano dei pregiudizi su di lei.
Il giorno del processo, il giudice, senza uno straccio di prova e senza arma del delitto, in pratica era costretto a scegliere se credere alla mia verità o alla verità di Andreina.
La mia strategia difensiva fu efficace e credibile, insistetti sul fatto di non averla mai conosciuta prima, sul fatto che lei incolpando me metteva nei guai anche se stessa che non aveva nulla da perdere, che poteva essere una mitomane che sapendo del mio caso voleva ricattarmi.
Lei semplicemente raccontò a tutti come erano andati i fatti per filo e per segno. Ma perché aveva confessato rischiando il carcere a vita? Sul cadavere non c’erano tracce, impronte, elementi che potevano ricondurre a noi due.
La sentenza del giudice fu l’ assoluzione di entrambi per insufficienza di prove. Il giudice aveva creduto che io fossi un bravo ragazzo, e che Andreina fosse una mitomane ricattatrice, questa è la verità di come sono andate le cose: sono stato molto fortunato.
Ma perché Andreina aveva confessato rischiando il carcere a vita? Me lo sono chiesto almeno un milione di volte, forse voleva addossarmi tutta la colpa di quell’omicidio per liberare la sua coscienza: lei voleva dimostrare a sé stessa e agli altri che io fossi stato l’ omicida unico di quel ragazzino, ed era vero: infatti lei fu solo, diciamo, l’ ideatrice, e una complice attiva.
Oppure Andreina aveva avuto modo di pensare di aver fallito il suo piano, che il ragazzino non fosse veramente morto almeno finché anche gli altri non lo avessero saputo, e aveva voluto completare l’opera per dimostrarlo a tutti.
Ma ormai è andata come è andata. Io sono libero, felicemente sposato. Ho ripreso a suonare il contrabbasso che stava in soffitta e nonostante tutto ciò che possiate pensare di me, sono maturato moltissimo da quest’ esperienza che mi ha reso una persona più responsabile e migliore.
Spesso penso che la galera sarebbe stata una giusta punizione per la mia malefatta, sono molto pentito per quello che ho fatto e psicologicamente sarei pronto a ricevere quello che merito. Solo che per amore di Simona e per non farla morire, ho provato il tutto per tutto, e sono riuscito a farla franca e a salvarla dalla morte.
La notte dormo un po’ male per il rimorso, ma è un male accettabile, in confronto al beneficio di avere una seconda chance.
E in fine vi dirò una cosa veramente sconvolgente: in realtà quel ragazzino non è ancora morto, dopo la sua tumulazione, che avvenne in primavera, il procuratore in autunno ordinò di disseppellirlo per ordinare dei nuovi esami chimici sul suo corpo. Grande fu la sorpresa nello scoprire che il suo cadavere non si trovava più al suo posto nella bara. Al medico legale sembrò che graffiando il coperchio della bara fosse riuscito a scappare da solo, nonostante fosse morto da più di due anni. Questa era una tesi impossibile. Anch’io stentai a credere a questa storia quando la lessi sul giornale. Ed ero ancora in attesa del processo d’appello quando ne venni a conoscenza. Venni interrogato anche su questo ma non ne sapevo assolutamente nulla.
Penso che nessuno ci abbia mai capito niente su questa storia, ma così si sono svolti i fatti e spero che vi sia piaciuta. Io ho raccontato a voi per la prima volta tutta la verità.


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