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lavoro pubblicato martedì 15 marzo 2011
ultima lettura domenica 19 maggio 2019

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CITTA' DI VERBANIA

di Nigel Mansell. Letto 2118 volte. Dallo scaffale Storia

Sebbene sono orgogliosamente marchiato da un cognome sardo, e che in modo del tutto arbitrario mi autodefinisco tale; e seppur non ci vivo, né...

Sebbene sono orgogliosamente marchiato da un cognome sardo, e che in modo del tutto arbitrario mi autodefinisco tale; e seppur non ci vivo, né ci sono nato; ritengo che Verbania sia la mia città: lì ho le mie origini e le mie radici.

Verbania l'ho imparata da bambino, quando ci passavo le vacanze di scuola; l'ho vissuta con la mano stretta in quella di mia nonna; l'ho immaginata nei racconti di mio nonno; nostalgicamente l'ho sognata nei ricordi dei miei genitori.

Successivamente ad un processo di accorpamento delle varie località che era già in atto, che comunque già insieme venivano individuate con il nome di Verbania, nel ventennio, con l'unione di Intra e Pallanza, culminò la nascita del macro comune di Verbania. La città piemontese deve appunto il nome al Lago Verbano, anche se è più conosciuto con il nome di Maggiore. Verbania si estende nella grande pianura fertile creata dalla foce del Toce e dai fiumi San Bernardino e San Giovanni; serra la valle dell'Ossola e si protende idealmente verso la pianura Padana.

Ma nonostante ciò che è stato artificiosamente creato, Verbania in realtà non è percepita dalla sensibilità dei suoi abitanti e mai sarà considerata tale: nessun residente direbbe vado a Verbania, perché è un luogo non luogo, semplicemente non esiste.

Ci sono Intra e Pallanza, divise oltre che dal San Bernardino da un'acerrima rivalità e poi tutte le altre frazioni: Suna, Trobaso, Fondotoce, Zoverallo, Antoliva, Biganzolo, Unchio e Cavandone; ma Verbania no. Non è individuabile una località, un abitato o un punto preciso sulla cartina che si possa definire Verbania. Quindi al di là dell'unità amministrativa, pur con vezzo tipicamente italiano e campanilistico, Verbania, per materializzarsi nel sentire comune ed essere concretamente tangibile, deve essere accompagnata dal nome della frazione, altrimenti si sta parlando del nulla, di qualcosa di astratto. Non vi è appunto alcun riscontro nel pronunciare la sola parola di Verbania, al contrario, è immediatamente identificabile per esempio Verbania Intra, Verbania Pallanza o Verbania Suna e così via.

Nel mio caso, Verbania la identifico con Intra, letteralmente in tra i suoi due fiumi. La colonna del porto, che pare inizialmente fosse destinata alla basilica di San Paolo fuori le mura e che fa il paio con quella abbandonata nei pressi della cava di origine del Montorfano, è il suo inconfondibile simbolo. Ma Verbania è per me anche Zoverallo, la località collinare che si trova un poco più su, dove abitavano i miei nonni.

Il dialetto di Verbania è melodiosamente milanese-lombardo a differenza degli altri comuni limitrofi. Questa è caratteristica saliente di tutte le terre della Regione Insubrica, che come una sorta di grande Kurdistan è dispersa in due stati, due regioni e quattro provincie, adagiata tra una decina di laghi e amalgamata da una religione cattolica il più delle volte con l'esclusiva concessione del rito ambrosiano.

Si racconta di un tale che scendendo dal traghetto, non sapendo bene dove fosse ed un po' smarrito, fu subito apostrofato con un va' da via i ciapp: allora non ebbe dubbi, si trovava a Intra.

I miei nonni nacquero entrambi nel 1914, loro dicevano fosse una classe di ferro, più unica che rara. Io invece pensavo quanto potesse essere stato tragico crescere a cavallo di due guerre spaventose. Grazie a loro ho la coscienza più antica di Verbania. Mia nonna era una cittadina, con origini di Intra e suo padre, oltre che operaio nella mitica fabbrica di cappelli della Panizza, ebbe l'onore di ricoprire la prestigiosa carica di sindaco di Zoverallo. Mio nonno invece era di Aurano, della montagna, quelli che beffardamente chiamavano i can d'Avran, perché pare che fossero così grezzi e creduloni, che a Intra, a uno di loro, fu fatto mangiare un cane facendoglielo passare per un coniglio. Ma in effetti non è che fosse del tutto errato quell'appellativo: mio nonno mi raccontava che quando i ragazzi partivano per militare, gli legassero un fazzoletto sul polso per fare loro riconoscere la destra dalla sinistra. Il padre di mio nonno emigrò ben presto per una località della Francia sopra Ginevra, mi pare Pontarlier, diventando forse uno dei famosi Maccaronì. Questo valse a mio nonno il congedo, proprio mentre il suo battaglione di alpini, si apprestava dalla Valle d'Aosta ad attaccare la Francia, in quella impresa bellica italiana, che definire vergognosa ed imbarazzante è dire poco. Il Battaglione era l'Aosta e non l'Intra, che ebbe poi misera fine, arrendendosi, chi l'avrebbe mai potuto immaginare, ad un reparto di truppe brasiliane nella pianura Padana.

Si ricordava anche di un altro mio avo di Aurano, che fu spedito come un pacco per ricongiungersi alla sua famiglia emigrata in Argentina: la leggenda narra che gli appioppassero al collo un cartello con la scritta Buenos Aires; inspiegabilmente, dopo anni, riuscì anche a ritornare.

Ma i ricordi più vivi dei nonni erano quelli legati ai racconti della guerra. A quei personaggi che ti venivano a chiedere l'oro per la patria; ed ai milanesi sfollati per i bombardamenti, i cui i bagliori si potevano vedere al di là del lago; all'arrivo dei tedeschi nazisti ed alla fuga dei partigiani sulle montagne... Ma per la gente comune non è che fosse poi così semplice comprendere ciò che succedeva e capire da che parte stavano i bravi e da quale i cattivi. Sempre i nonni, mi raccontavano di quei due battelli affondati da aerei alleati: uno a Pallanza con apparecchi che apparvero improvvisamente da dietro il Mottarone e di un altro poi incendiatosi di fronte alla Castagnola. E poi delle donne rapate a zero perché si diceva andassero col nemico; i quarantatré, che dalla Villa Caramora quartier generale degli alti ufficiali nazisti, nonché luogo di tortura nelle sue cantine, dopo giorni di sevizie furono fatti marciare a piedi sino a Fondotoce, con cartelli beffeggianti, per poi essere fucilati. Ma uno si salvò: diceva il nonno che l'era rimast un po' balurd; mi pare che poi si trasferì in Malesia. Anche il mio stesso nonno fu vittima di un rastrellamento, ma fu poi liberato, grazie all'intercessione di un prete, dalle parti di Varese.

E sempre ricordando la Villa Caramora, prima che diventasse parte del Centro Auxolgico, ho l'immagine viva di una delle ultime eredi, sopravvissuta a quegli anni: una anziana signorina, dall'aria aristocratica ed un pochino eccentrica, con tanto di autista che la prelevava con una scintillante millecento, dalle ruote verniciate di bianco.

E poi venne il dopoguerra e Verbania si scoprì ricchissima: tante fabbriche e soldi per tutti e con loro l'invasione dei meridionali. Penso che per la gente dell'epoca fu una cosa molto più sconvolgente ed incomprensibile che per noi l'immigrazione degli extracomunitari. Ancora ci rido, ripensando a quando mia nonna diceva: l'è un terun, ma l'è brav. Poi mia madre finì per sposarsi con un sardo, e per giunta Carabiniere. Per mio padre la Intra di quegli era un paese dei balocchi. La sua caserma stava proprio nella ora molto glamour contrada di San Vittore; all'epoca, nel dedalo di via che da lì si dipanavano, oltre che a quartieri molto popolari, c'erano covi di malfattori, rifugi di personaggi dal dubbio passato e ristori per malati di tbc. In quegli anni il fronte comune per l'Arma e la Guardia di Finanza era la lotta al contrabbando, che arricchì ancora di più Verbania. Tra lotte intestine e rivalità di corpo, si racconta di rocambolesche fughe e di oscuri avventurieri alla guida di veloci giulietta sulla litoranea del lago; e i miliari a inseguirli, come segui rabbiosi alle loro calcagna, da Intra sino al confine con il Canton Ticino. Tra le righe, mio padre mi faceva comprendere che c'era anche una Verbania opulenta e ansiosa di scrollarsi di dosso le miserie della guerra, con balere e tanti altri divertimenti e ragazze così disinibite, immagino io, rispetto a quanto aveva lasciato nella sua ostica Barbagia. Mia madre invece andava ancora a scuola, da suore spietate quanto guardiani di campi di sterminio; poi più grande, suo compagno di scuola anche un certo Bello, che partecipò a più Olimpiadi. Più tardi si conobbe con mio padre ed infine si sposarono: mia madre era ancora minorenne, nonostante avesse superato i diciotto. Conseguentemente i miei genitori, a causa dei castranti regolamenti della Benemerita, furono costretti a trasferirsi: scelsero Aosta ed io sono nato lì.

Ma si era poi sempre a Zoverallo: o erano le vacanze di Pasqua o quelle estive, se non quelle di Natale. Mia nonna che era un donnino che a stento arrivava al metro e cinquanta, mi portava con lei a Intra a fare la spesa: immancabilmente, insieme alle borse mi doveva riportare su a spalle, perché puntavo i piedi come un mulo cocciuto. Il mio premio nei giorni di mercato, il sabato per l'appunto e sempre se ero stato bravo, era quello di assistere allo sbarco delle auto dal traghetto. Attraccavano ancora proprio davanti all'imbarcadero, quello splendido di ferro battuto, in stile liberty. C'era sempre anche un candido e mitico Bortolot, con il frigo a pedali e quei gelati dai colori improbabili, ma allora a questo non ci si faceva caso.

Si sentiva ovunque la sirena della Montefibre, che come un moderno campanile laico, scandiva gli appuntamenti giornalieri dei verbanesi; e su tutto il profumo di cioccolato della Nestle (i nonni la pronunciavano così, senza accento), che quando era così persistente da diventare nauseante, si diceva dovesse piovere.

E avvenne anche che Verbania ospitasse nel 1978 i Giochi Senza Frontiere, che ai tempi equivaleva quasi ad organizzare i mondiali di calcio. Guardai l'avvenimento da Aosta, in una piccola televisione in bianco e nero, cornuta come un curioso marziano.

Più recentemente ricordo di una mitica partita di calcio, il recupero in notturna della gara di campionato, Verbania Gravellona, allo stadio dei pini. Ambientazione e pubblico da Champions League: scontri fra tifosi, fumogeni e razzi; pure un principio di incendio in una villa dei dintorni. Finì uno a uno, ma io che risiedevo a Gravellona, tifavo per i colori blu e arancio: la ricordano ancora tutti quella sfida!

In tempi ancora più vicini, negli anni novanta, la tanto sospirata provincia: finalmente l'agognata sigla VB sulle targhe; ma durò poco, perché poi cambiò il sistema di identificazione sulle auto.

Ma il destino è tracciato, se è evanescente la città di Verbania, lo è ancora di più la provincia, così suddivisa tra il Verbano, il Cusio e l'Ossola.


Nigel Mansell



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