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lavoro pubblicato sabato 12 marzo 2011
ultima lettura lunedì 28 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Splash

di Lolu. Letto 919 volte. Dallo scaffale Pensieri

SPLASHIl pallone disegnò una parabola invisibile nel cielo terso di settembre : una decina di ragazzi col naso puntato verso le nuvole alte...

SPLASH

Il pallone disegnò una parabola invisibile nel cielo terso di settembre : una decina di ragazzi col naso puntato verso le nuvole alte osservavano preoccupati la traiettoria minacciosa della sfera, inevitabilmente diretta verso le acque melmose. Se l'episodio fosse accaduto trent'anni prima la parola corretta sarebbe stata "fiume" ma l'azzurro dell'acqua era ormai un ricordo sbiadito, divenuto scuro ed opaco , come non sarebbe stato tanti anni dopo il ricordo di quel bel pomeriggio di inizio autunno .Un sordo "splash" del pallone - che già galleggiava allegro e quasi beffardo nel mezzo del fango - affogò le speranze dei ragazzi di continuare la partita.

Mattia attese in un silenzio rassegnato e colpevole gli ultimi attimi di quiete, mentre quella specie di sole tondo e arancione irradiava cerchi crescenti di fango che si avvicinavano concentrici verso la riva, come segni di un destino ineludibile che, senza scampo e da lì a poco , lo avrebbe travolto. Sentiva già le imprecazioni , le urla, i mugolii sordi e più affettuosi di alcuni uniti alle bestemmie oscene di altri: come ogni altra volta sentiva la dolorosa comprensione di pochi e la rabbia senza freni di molti.

Andò come doveva andare e come'era andata ad ogni storta parabola precedente. Quella volta però persino gli alberi , che sin lì si erano sempre limitati al loro fisso compito di pali, sempre alla ricerca di una litigata traversa , sembrarono ondeggiare minacciosamente per lamentarsi anche loro con gli altri di quel solito imbranato.

- "Ma come fai a essere cosi scarso?!.... Ma come si fa ad avere i piedi cosi storti?..

" Ma tua mamma i piedi li ha comprati all' Ikea? " - Furono questi i commenti più carini che raccolse nitidamente . Di altre voci arrivarono solo suoni interrotti insieme a parole confuse, mozziconi comunque odoranti di cattiveria, di una cattiveria che era quella crudele ma per fortuna a termine dei ragazzini.

Mattia si guardò le stringhe slacciate e le scarpe sporche, e con un senso di colpa che conosceva bene, si domando : " Ma doveva capitare proprio a me? Si ... forse doveva capitare proprio a lui che non era ancora cresciuto, che aveva quindici anni e non raggiungeva ancora il metro e sessanta e che ad un certo punto aveva scambiato i centimetri per i chilogrammi , compensando con l'eccesso degli ultimi la sofferta mancanza dei primi. Aveva quindici anni, era bravo in matematica e aveva spesso sentito dire suo padre che i ricordi veramente felici si contano sulle dita di due mani, a stento uno ogni cinque anni. Aveva quindici anni e dunque il diritto ad almeno tre ricordi felici : mentre i cerchi di fango sfioravano la riva gli sembrò di non essere in grado di raccontarne neanche uno. Si guardò con più attenzione: i jeans erano miracolosamente lindi e la maglietta sembrava soltanto umida di quel poco sudore dovuto ad una partita per colpa sua troppo breve. Era un ragazzo che danzava sul confine dell'obesità senza avere al momento neanche l'intenzione di porre fine al ballo. I suoi compagni lo prendevano in giro su tutto, per i suoi capelli a caschetto un poco oleosi, per la sua pelle arrossata dall'acne, per i suoi "rotoli" cosi evidenti e ltper quel corpo goffo, sempre troppo ingombrante . Si consolò pensando che almeno era rimasto pulito. Il fango che ricopriva le toppe dei suoi compagni di gioco e che avrebbe fatto infuriare tutti i loro genitori non lo aveva neppure toccato. Sarà stato forse perché Mattia non amava particolarmente quella scarica di adrenalina che sembravano provare i suoi compagni nella "scivolata". Lui li vedeva tuffarsi, allungare le gambe cosi agili e slanciate, colpire la palla o il malcapitato che l'aveva fra i piedi e poi rialzarsi vittoriosi urlando " Gattusooooooooooo" , brandendo in alto il pugno chiuso come il gesto di un guerriero vittorioso.

A Mattia non interessava. Per lui il calcio era uno sport,un hobby e niente di più. Per molti di questi adolescenti invece quel pallone arancione, che ora galleggiava nel fiume, era una ragione di vita. Mentre questo flusso di pensieri lo attraversava non si accorse di un ragazzo che stava ancora sbraitando: era ancora troppo assorto nelle sue delusioni per vederlo arrivare con quel fare visibilmente minaccioso. Il ragazzo spinse Mattia con forza a terra. A quanto pare anche lui sarebbe tornato a casa infangato, e mentre a fatica si rialzava pensò - con quel po' di lucida ironia che gli restava, pensò che ora finalmente, sembrava uno di loro.

- Ma perché ...Francesco? - guaii appena rialzato.

- Perché sei una palla di lardo... inutile - rispose acido e sicuro Francesco.

Mattia avrebbe voluto dire e fare molte cose: spiegare che un errore può capitare a chiunque, che avrebbero potuto pian piano recuperare il pallone o trovarne uno nuovo, che la sua reazione era esagerata e che il suo sembrava quasi un modo esagerato e infantile per riaffermare la supremazia sul gruppo, che a volte l'aggressività è una forma nascosta di debolezza e che il peso di questa intima insicurezza può essere nel tempo assai più opprimente di tutta quella "palla di lardo" che Mattia stava ora risollevando. Eppure non fece niente. Lasciò che le parole lo colpissero. Lasciò che questa frase colasse nelle sue carni insieme alle altre. Lasciò correre, incassò senza alcuna ribellione , come era abituato a fare ormai da tanto tempo.

Quella sera a casa non parlò molto. Non mangiò e si chiuse in camera. Nel suo rifugio si promise che non avrebbe mai più giocato a calcio; si ripeté più volte - come a volersene sempre più convincere - che anche lo sport è una specie di guerra, dove i vincenti non sembrano avere alcuna pietà per i vinti: ancora non immaginava che un giorno non molto lontano qualcosa sarebbe cambiato.

Era una mattina di Gennaio di un anno dopo. Fiocchi candidi di neve punteggiavano il cielo grigio ed un pulviscolo bianco volteggiava allegro nell'aria fredda e tagliente del primo mattino d'inverno. Un Mattia più smagrito ed allungato arrancava nella neve per arrivare in tempo a scuola.

" Tutte le scuole di Milano sono chiuse ...tranne la mia.." si lamentava tra sé Mattia, mentre finalmente aveva trovato riparo a una fermata del bus, decisamente troppo piena di gente in attesa. All'arrivo dell'autobus quel branco di corpi infreddoliti si tuffò nelle strette porticine arancioni della linea 55. Posti a sedere zero... come ogni altra mattina...nonostante la neve e le scuole chiuse anche quella mattina avrebbe atteso in piedi fino a scuola, con il braccio in alto e la mano ferma sul freddo sostegno dell'autobus Per un istante Mattia pensò con un po' d'invidia a molti altri studenti, in quello stesso momento a casa, felicemente rannicchiati sotto strati di coperte caldissime ...

L'incontro fu inevitabile.

Il ragazzo era appoggiato in una posa innaturale ad un pannello pubblicitario sul fondo dell'autobus. Gli occhi scuri sembravano volersi mimetizzarsi con le pareti consunte ed opache , i capelli arruffati incorniciavano un viso imberbe , dalla fisionomia regolare e privo di alcuna speciale particolarità. Lo osservò meglio. Vestiva in jeans un po'troppo corti e un Monclair di un azzurro sbiadito, certamente indossato prima da un fratello maggiore di età e di peso. La cosa che più colpì Mattia fu la totale normalità della persona, una figura del tutto anonima che sembrava aver rinunciato a qualunque particolare per esibire anche una qualche modesta presenza : questa quasi naturale rinuncia all'apparire lo incuriosì e fu questa curiosità a spingerlo verso il fondo dell'autobus, zigzagando tra le buste della spesa di casalinghe pallide e i visi tristi di altri viaggiatori , resi appena più allegri da qualche fiocco bianco di neve che ne infradiciava i capelli.
- Ciao... mi chiamo Mattia - gli si rivolse senza apparente motivo, osservando la nuvoletta del suo alito caldo infrangersi contro il vetro posteriore dell'autobus. Il ragazzo sembrava confuso nei suoi pensieri e ci mise un po' a capire che era a lui che quel ragazzo sconosciuto si rivolgeva.

- Ciao ... mi chiamo Luca... ci conosciamo? -

- No... - aggiunse Mattia - ma mi sembrava che ....- aggiunse Mattia senza saper sapere come proseguire il discorso - ma... non avevo voglia di fare tutto il viaggio muto come un pesce... -

L'altro sorrise e allora vide meglio i suoi occhi scuri, arrivati lì attraverso chissà quali intrecci di genetica e storie. Mattia sentì disegnarsi sulla sua faccia infreddolita un lieve sorriso ed una sensazione piacevole che non ricordava da tempo. I due ragazzi cominciarono a chiacchierare ed il viaggio divenne piacevole. Si vedeva però che nessuno dei due era troppo abituato alla compagnia. Si vedeva altrettanto bene però , già da quella mattina di neve, mentre l'autobus sfiatava maleodoranti sbuffi di fumo nero nel cielo d'inverno, che quella immediata complicità , quel intesa cosi spontanea, a differenza della neve, non si sarebbe sciolta neppure in estate.

Il pallone disegnò una parabola invisibile nel cielo buio di novembre : una dozzina di ragazzini col naso puntato all'insù osservavano preoccupati la traiettoria della palla, inevitabilmente diretta verso le acque melmose del Lambro. Mattia sedeva su una panchina verde di legno, dove in quei venti anni erano passati molti sogni e qualche scritta a pennarello che il tempo aveva poi sbiadito. La squadra dei pulcini si allenava al venerdì e suo figlio Pietro era uno di quei ranocchi magri che la luce artificiale dei proiettori, riflessa sulle casacche da allenamento colorate, rendeva ancora più fosforescenti , mutandoli in specie di allegre lucciole invernali

Il tempo era passato e non bastava più un piede comprato all'Ikea o il sordo "splash" del meteorite arancione e tondo che precipitava nel Lambro per interrompere il gioco. Di palloni ce n'erano a decine, sempre belli nuovi e pronti. Mattia smise di seguire con lo sguardo Pietro e si soffermò sul difensore di destra, quello con il numero due, che aveva colpito male la palla e che - nonostante ora ci fossero le reti - l'aveva comunque destinata ad un prossimo ammaraggio nel fiume. Mattia seguì con lo sguardo e gli occhi umidi quell'ultimo tratto di traiettoria, così storta e familiare,come un graffio nel cielo, come una piccola ferita che tornava a bruciare. Splash ... lo stesso splash di tanti anni prima ... gli stessi cerchi concentrici che pian piano si avvicinavano a riva. Dal centro del campo Luca - in una tuta ancora azzurra e sbiadita come quella di quel lontano Monclair appoggiato sul fondo di un autobus di una Milano coperta di neve, ormai lontana venti anni - interruppe con un fischio l'allenamento. Con la rete dei palloni sulle spalle Mattia lo vide andare incontro al pulcino con il numero due, con quell'andatura appena asimmetrica e quell'antico sguardo pacifico. I compagni erano tutti in silenzio. Quando gli fu vicino gli diede una pacca sulla spalla e gli disse soltanto:- Va bene così...continuiamo.

- Si... va bene cosi - penso Mattia guardando la palla che ora galleggiava placida nell'acqua scura del Lambro,



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