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lavoro pubblicato sabato 12 marzo 2011
ultima lettura domenica 18 ottobre 2020

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ANTICO MESSAGGIO

di mifi77. Letto 1116 volte. Dallo scaffale Gialli

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ANTICO MESSAGGIO

Parte terza

Riccardo e Catherine partirono di buon’ora alla luce di un sereno mattino. In poche ore superarono Firenze e Bologna. Poco più avanti Riccardo suggerì di pranzare:

- Conosco un agriturismo dove si mangia veramente bene.

- Hanno anche pesce? – chiese Catherine.

- Sì, certo.

Riccardo uscì sulla Statale; dopo qualche chilometro svoltò per una provinciale e più avanti incontrarono un cartello che indicava l’agriturismo: imboccò una stretta strada secondaria, dicendo a Catherine:

- Siamo quasi arrivati.

Intanto notò che un’automobile scura di grossa cilindrata li seguiva: l’aveva già notata prima. A bordo c’erano due individui in abito grigio e cravatta colorata, che portavano occhiali scuri. Parcheggiò l’auto nel posto libero più vicino alle ampie finestre del ristorante.

La sala era spartana, ma accogliente. Riccardo scelse un tavolo dal quale poteva controllare l’automobile; si misero comodi e Catherine ordinò un pranzo a base di pesce alla griglia e insalata.

- Ci vorrà un po’ di tempo. – disse il cameriere.

- Non abbiamo fretta. – rispose Riccardo. In effetti erano già molto avanti.

Catherine cominciò a parlargli di lingue antiche, di ideogrammi e di analogie; dopo alcuni minuti l’ingegnere si guardò intorno: i due in abito grigio erano seduti in fondo alla sala, in ottimo punto di osservazione, e si accingevano a iniziare il loro pranzo.

Catherine gli stava spiegando il metodo di lavoro che stava applicando in quel caso:

- Devo necessariamente credere che gli ideogrammi abbiano a che fare col nostro mondo reale, naturale, quale poteva essere un milione di anni fa.

Riccardo la invitò a parlare a bassa voce:

- Potremmo essere ascoltati a distanza con qualche marchingegno.

Catherine si mostrò perplessa.

- Continua a parlare.

Lei, concentrata sul suo discorso, continuò:

- Anche se i pannelli dovessero avere a che fare con un altro mondo, devo supporre che quel mondo sia simile al nostro, almeno nelle linee essenziali: è l’unica speranza di interpretazione che ho. Sinceramente devo dirti che ho bisogno di molta fortuna…

Si erano seduti poco dopo le tredici ed erano stati serviti quasi alle quattordici; alle quindici attendevano il gelato.

Riccardo aveva notato che i due “grigi” avevano terminato da un bel po’, ma erano ancora seduti. Non si erano tolte le giacche, né gli occhiali; non chiacchieravano, non sorridevano, non si guardavano attorno. Lì, fermi, come cani da guardia.

Ebbe un’idea:

- Dobbiamo ordinare una camera. – disse a Catherine, seguendo un’improvvisa idea.

Lei ammutolì e si fece seria:

- Come fai a farmi una simile proposta a freddo? Non credo di averti incoraggiato…

- Scusami, non sono avances. Dopo ti spiegherò: abbi fiducia.

Chiese il conto e attesero. Intanto Riccardo sentiva di dover dare un minimo di spiegazione:

- Non ti guardare intorno, ma sappi che probabilmente siamo seguiti.

Catherine continuò a gustare il suo gelato, mentre Riccardo pagava e andava a prendere due valigie dall’auto. La dottoressa si alzò e lo raggiunse nella hall, dove Riccardo stava chiedendo una camera doppia. Nel porgere i documenti, Riccardo disse:

- Cortesemente li annoti e ce li restituisca, perché tra poco usciamo. Anzi, poiché domattina partiamo presto, pago subito la camera.

Catherine pensò che stavano dando l’impressione di essere una coppia irregolare con poco tempo a disposizione, e si sentì in imbarazzo, anche per via della loro età, non più giovanissima.

Riccardo la prese sottobraccio ed entrarono in ascensore. Appena chiuse la porta della camera, le disse:

- Ci sono due tizi, probabilmente dei servizi segreti, che ci stanno dietro almeno da mezzogiorno: dobbiamo seminarli. Cambiamoci d’abito, poi scendiamo divisi, magari con un copricapo e occhiali da sole, montiamo in macchina e andiamo via. Possiamo dirigerci verso il confine francese? Probabilmente non sono autorizzati a uscire dall’ Italia, e non voglio fargli capire che siamo diretti in Svizzera. Inoltre in macchina non dovremmo parlare di niente di particolare, perché temo che abbiano collocato una microspia, o per ascoltare, o di quelle che segnalano la posizione. Dovremo cambiare auto al più presto, ma intanto diamo l’impressione che ci tratteniamo in camera.

Catherine ascoltò con attenzione, poi disse:

- Conviene andare in Provenza, a casa mia.

Prese la sua valigetta e andò in bagno a cambiarsi d’abito. Riccardo a sua volta si cambiò rapidamente. Attraverso la porta del bagno disse: - Sono pronto: sto scendendo.

Uscì dalla hall nel piazzale affollato di automobili, salì velocemente in macchina e accese il motore: sperava proprio che i due “grigi” pensassero che lui e Catherine fossero in camera a trastullarsi.

A un tratto una ragazza in jeans e maglietta aprì la portiera ed entrò in auto. Nonostante gli occhiali scuri e il cappello di paglia, Riccardo riconobbe Catherine e partì.

A più riprese osservò la strada dietro di sé per una buona mezz’ora, poi guardò meglio la sua compagna, che era senza trucco e con orecchini piccoli, ad anello, e bisbigliò:

- Sembri più giovane.

- Sai, sino a mezz’ora fa ho avuto delle avances da un ingegnere di grido…

Riccardo si diresse rapidamente verso Torino e da lì risalirono la val di Susa. Nessuna auto particolare li seguiva: o avevano installato soltanto un microfono oppure avevano capito troppo tardi di essere stati ingannati e faticavano a recuperare la distanza interposta.

Attraversate le Alpi, Riccardo si sentì molto più tranquillo e chiese a Catherine di indicargli la strada. Un’ora dopo lasciavano l’automobile dall’elettrauto di fiducia di Catherine, un certo Jacques, praticamente un amico.

Catherine lo incaricò di cercare la microspia e di spedirla a Roma, all’indirizzo del Conte. Poi gli chiese di accompagnarli a casa.

Era una villetta tipicamente montana, non grande ma certamente comoda; quando Jacques ripartì, lei disse:

- Qui spero proprio che non ci siano microspie: che cosa cercano ancora? Adesso sono interessati al testo che io dovrei interpretare?

- Credo proprio di sì: deve trattarsi dei servizi segreti civili.

- Se mai riuscirò a tradurre quel testo, diffonderò subito il contenuto, qualunque sia: io voglio vivere in pace, tranquilla. Intanto domani viaggeremo con l’auto che ho qui in garage. E’ tenuta in ordine da Jacques, che ha le chiavi della rimessa. Entriamo in casa.

Riccardo ammirò il gusto di quella villetta e le fece i complimenti.

- La casa è curata da una donna del luogo, in un certo senso una vicina. Io trascorro più tempo qui che al mare. Mi dispiace che per cena ho soltanto scatolette e un buon vino, e pane congelato.

- Va benissimo. – disse Riccardo.

Catherine preparò il tè e lo presero in veranda, alla luce di uno splendido crepuscolo.

Quella luce e il silenzio che l’accompagnava invitavano alle confidenze.

- Riccardo, tu non senti il bisogno di una compagna?

- Dopo le mie due esperienze negative? Sì, ma ho molta paura.

- Nonostante la mia età, io attendo ancora l’uomo della mia vita. Non ti meravigliare: ho sposato Carlo anche perché ero povera e forse troppo giovane per capire la vita e l’amore. A volte penso che la gente non si dovrebbe sposare, sino a trent’anni.

- Forse hai ragione; ma l’istinto preme, ci spinge verso l’altro sesso.

Catherine rifletteva, poi disse:

- Riccardo, come dovrebbe essere la tua prossima donna?

Lui non rispose subito. Guardava le ultime luci del cielo e lasciava penetrare in sé quel senso di pace che il crepuscolo gli aveva sempre elargito. Intanto pensava che non aveva davanti molti anni di intensa attività amorosa. E nemmeno quella donna che, nella tenue luce, vestita in quel modo, sembrava quasi una ragazzina. Sarebbe stato grave illudersi una volta di più? No, perché delle illusioni d’amore e di felicità era pur vissuto: le emozioni, le speranze, i sentimenti fanno parte della vita, sono la vita. Riccardo si sentiva in grado di rispondere:

- Forse… come te. – e la guardò, serio in viso. Lei disse:

- Mi giudicheresti male se adesso ti abbracciassi?

Riccardo scosse la testa: - Te ne sarei grato, ne sarei commosso e soprattutto… felice.

Catherine si avvicinò.

Pranzarono molto tardi, quella sera, mangiando in silenzio, di buon appetito: i sorrisi sostituivano le parole. Poi rimasero un po’ abbracciati a guardare le stelle. Si addormentarono che era quasi l’alba.

- - -

Il mattino seguente dovettero affrettarsi e partire con solerzia per Zurigo. Si sentivano come due ragazzini che avessero commesso una marachella nel momento sbagliato. Entrarono comunque in Svizzera dal confine francese poco dopo mezzogiorno.

Fatta una rapida colazione (la prima o la seconda?) imboccarono l’autostrada e telefonarono al Direttore della banca per annunciare il loro arrivo nel pomeriggio. Finalmente rilassati, si guardarono negli occhi e si sentirono felici.

Con poche, rapide formalità, sistemarono il “quadro” in una cassetta di sicurezza di dimensioni adeguate. Il Direttore si incaricò di avvisare il Conte, con discrezione, dell’avvenuto deposito.

Adesso Catherine poteva dedicarsi allo studio della scrittura, antica o aliena che fosse. Riccardo suggerì di telefonare a Jacques, col proprio cellulare e con un numero che utilizzava soltanto in casi eccezionali. L’elettrauto confermò di aver trovato il “pezzo in più” e di averlo spedito all’indirizzo per la “riparazione”.

Catherine disse:

- Temo che tra pochi giorni ci possano spiare anche nella casa in Provenza. Dovremmo andare altrove.

- Per esempio?

- Lungo la Loira ci sono dei villaggi turistici organizzati con “bungalow”, nei quali non chiedono nemmeno i documenti, per riservatezza. Possiamo andare lì, fermandoci per questa notte nel mio appartamento di Parigi, dove dovrei anche prendere un po’ di abbigliamento per me.

- Per quanto tempo dovremo stare al villaggio?

- Circa un mese: se in un mese non avrò concluso nulla, rinuncerò. In entrambi i casi invierò un articolo a una rivista scientifica, concordando il testo con te e col Conte.

A Parigi Riccardo poté ammirare il grazioso appartamento di Catherine e lo festeggiarono degnamente. Cenarono fuori, felici di quella nuova vita e di quel ritorno di giovinezza.

Il giorno dopo, giunti a destinazione, presero un comodo bungalow e Catherine riprese subito il suo lavoro. A pranzo gli disse di avere qualche idea su altri due ideogrammi:

- Uno dovrebbe significare “seme”, l’altro “bestia” o qualcosa di simile.

A poco a poco Catherine coinvolse in qualche modo Riccardo in quello studio. Quando si stancavano, passeggiavano nel magnifico parco. Ogni mattina facevano il bagno in piscina.

Pochi giorni dopo, Riccardo le disse:

- Catherine, io non sono ricco, ma ho una casa a Roma, un solido conto in banca e un buon lavoro: vuoi sposarmi?

Lei gli sorrise: - Certo che lo voglio, perché ti amo. In autunno ci sposeremo.

Continuarono serenamente la loro luna di miele anticipata. Intanto Catherine, sfruttando i segni già interpretati, andava decifrando il testo.

Riccardo guardava con sospetto tutti i frequentatori del villaggio, ma notava soltanto gente che voleva divertirsi o riposare: coppie, più o meno giovani, famiglie, piccoli gruppi di amici. Forse il desiderio di conoscere il contenuto della scrittura antica era soltanto un’esigenza di alcune alte sfere italiane. Una curiosità troppo in anticipo e troppo esagerata, come a volte accadeva.

Luglio non era terminato, e nemmeno le energie di Riccardo, quando un mattino al risveglio notò che Catherine era già alzata e guardava perplessa un grande foglio. Si voltò verso di lui e disse:

- Può sembrare incredibile, ma secondo me è perfettamente possibile.

Lo stesso giorno Catherine preparò un articolo per una nota rivista scientifica, poi avvisò il Conte.

Dopo alcuni giorni rientrarono in Provenza. Insieme esaminarono tutta la casa, con particolare attenzione alle stanze più frequentate. Non trovarono nulla, ma decisero di parlare sempre a voce bassa, con frasi brevi, oppure durante qualche passeggiata a piedi. Catherine era certa che l’articolo sarebbe stato pubblicato al più presto, liberandoli da quelle cautele; però per il momento voleva tutelare la paternità della sua scoperta.

La settimana successiva uscì un’edizione straordinaria, fatto inusuale per una rivista scientifica.

Poco tempo dopo si incontrarono con il Conte in un ristorante di una località alpina, in territorio italiano. Il Conte era soddisfatto:

- Il pannello rimasto è al sicuro, il suo rinvenimento e il messaggio mi daranno lustro e fama, come anche a te, dottoressa. Devo dire che sono tra quelli che ha sempre sospettato un’origine dell’uomo un po’ diversa da quella accreditata. Ci sono alcuni particolari che mi sfuggono: per esempio la provenienza di questi esseri antichissimi, anche se la prima parte del messaggio, una delle più difficili, si prolunga nelle spiegazioni. Loro fanno riferimento a stelle e distanze, ma io non ho le competenze per individuare il loro sistema solare.

- A questo penseranno gli astronomi. – disse Riccardo.

Intervenne il Conte:

- Anche i biologi avranno molto da studiare. Insomma, sembra proprio che circa un milione di anni fa una razza di “angeli”, provenienti da un pianeta lontano, scese sulla terra e inserì i suoi geni in un tipo di scimmia dal DNA incredibilmente simile al loro. Prima di andar via lasciarono la testimonianza del loro intervento nei due pannelli, affermando che l’esperimento sembrava riuscito. Accennano alle loro tecniche genetiche e alla fine ringraziano Dio per il successo del loro lavoro.

- In definitiva – disse Riccardo – noi siamo per metà bestie e per metà angeli.

- Naturalmente – disse il Conte – i misteri a questo punto si moltiplicano, ma almeno sappiamo che cosa siamo e a che cosa dovremmo tendere. Adesso non avrete più timore di essere spiati.

- No, - disse Catherine – a Settembre torneremo nella casa al mare e faremo le pubblicazioni in municipio. Sono particolarmente affezionata a questo lavoro che ho fatto, perché si tratta di un testo alieno con tutte le sue difficoltà e perché è stata l’occasione per trovare il compagno dei miei anni a venire.

Riccardo la guardava orgoglioso e affascinato, ma intanto notò, dalla sua posizione, che gli altri clienti stavano terminando rapidamente il pranzo e andavano via.

Anche Catherine, mentre ascoltava il Conte far loro i migliori auguri, notò che la terrazza si stava praticamente svuotando.

Mentre Riccardo si chiedeva vagamente che impegni avessero gli altri, vide arrivare due uomini in abito grigio: non avrebbe saputo dire se erano gli stessi incontrati a Giugno nell’agriturismo.

Si avvicinarono al loro tavolo, mentre la terrazza era ormai vuota, si fermarono, uno a destra, l’altro a sinistra, e allargarono le giacche sbottonate, lasciando intravedere i calci delle pistole.

Dietro di loro arrivò un uomo più anziano, con barba e baffi, in abito marrone, camicia bianca e cravatta color ruggine. Intanto un cameriere chiudeva le vetrate scorrevoli.

Riccardo si sentì in gabbia, ma anche adirato: sapevano tutto sulla lega metallica, la traduzione del testo antico era stata appena pubblicata in mezzo mondo… Che cosa volevano ancora?

Il tizio con la barba si accostò al tavolo sorridendo:

- Dipartimento Servizi Segreti Civili Italiani: deve consegnarci la traduzione, dottoressa…

Catherine prese la rivista scientifica poggiata sul tavolo e gliela porse:

- Può trovarla nelle migliori librerie a venti euro; ma può risparmiare la spesa e il disturbo se al suo Dipartimento qualcuno capisce il francese.

Riccardo e il Conte si trattennero a stento dal mettersi a ridere.

F I N E

Copyright Michele Fiorenza

Opera registrata



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