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lavoro pubblicato martedì 1 marzo 2011
ultima lettura sabato 14 dicembre 2019

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Titolivio, un giornalista dell’accidenti

di trap56. Letto 996 volte. Dallo scaffale Storia

"Aò, ma pure co' ‘sta pioggia hai da veni'? pare che l'idraulico de Giove nun je riesce da ripara' er guasto!"Il sor Checco, gestore di una vicina osteria, impegnava allo stremo il suo ombrello per ripararlo dal diluvio in corso:...


"Aò, ma pure co' ‘sta pioggia hai da veni'? pare che l'idraulico de Giove nun je riesce da ripara' er guasto!"
Il sor Checco, gestore di una vicina osteria, impegnava allo stremo il suo ombrello per ripararlo dal diluvio in corso: godeva di una corporatura che d'estate procurava ombra e sollievo a più cani insieme. Quel giorno, però, dei cani manco l'ombra: chi glielo faceva fare, loro che erano immuni dal virus del lavoro?
Altri invece pareva insensibile alle paturnie del tempo: l'ometto al quale si era rivolto, fra il burbero e il compassionevole, l'oste in transito. L'avresti preso, fosse quel suo grezzo ombrello da pastore abruzzese, per uno gnomo sotto un fungo. L'età non era delle più verdi; l'altezza, fra incurvamento e artrosi, declinava verso il metro e sessantacinque. Magro, della magrezza della dieta forzata più che dell'età, aveva appuntiti anche la barba arruffata e il naso, arcuato come la sua schiena.
In un corpo così poco spettacolare si imponevano gli occhi: due colate laviche in perenne evoluzione scagliavano lapilli in ogni direzione. Nemmeno le cascate celesti parevano in grado di smorzare quel magma incandescente, di costringerlo dentro un placido alveo.
Lui era lì, in spregio al prostatico Giove incontinente; era lì come tutti i giorni, infagottato negli abiti già vissuti da più d'un padrone. Consunti ma sempre puliti: lui ci teneva al decoro.
Arrivava in Campo de' Fiori verso le nove del mattino e si piazzava alla fine di via dei Giubbonari, appena sbucato a destra sulla piazza. Non salutava nessuno, tranne un cenno del capo a chi gli augurava la buona giornata. Non che fosse sgarbato o superbo; un po' cupo e iracondo, se proprio. Mai nessuno l'aveva sentito parlare: non una sillaba né un'imprecazione. Muto come solo sa esserlo chi non può parlare. Comunicava, quel poco, a gesti oppure scrivendo: rapide frasi incise su foglietti ricavati da fotocopie riciclate.
"Pija ‘sto caffè cardo, armeno, che te succhia ‘n po' de fredo" tuonò il sor Checco porgendogli un bicchierino di carta fumante. Lo gnomo lo ringraziò con gli occhi e trangugiò la bevanda come un sorso d'acqua fresca in una giornata d'afa. La sua testa oggi non aveva orecchie per i messaggi del corpo: con un tempo simile il suo giornale sarebbe rimasto invenduto. L'oste, vecchia conoscenza, decifrò rabbia e malinconia:
"Damme qua, va' - tono finto rude - che si no te se fraccicheno tutti, li giornali tua. Pe' sto giro te li venno io nell'osteria mia. Ma bada: nun prenne er vizio, eh!"
Con tocco lieve ma deciso s'impadronì del pacco di carta che l'altro reggeva gelosamente sotto il braccio destro; lo pose al riparo del suo ombrellone da spiaggia e infilò un venti euro nella mano del quasi allibito venditore.
"Ciao Titoli', passa a beve ‘na tazza de brodo cardo e poi vatt'ar carduccio a casa tua, sott' ‘e coperte!".
Titoli'...? Lo gnomo ombrelluto si chiamava Titolivio, ma figurati se i romani non ne troncavano almeno un pezzo. Titolivio... e poi? Bella domanda: quando anni addietro un Vigile Urbano gli aveva chiesto i documenti, lui aveva esibito una carta d'identità degna d'una pergamena medievale conservata in cantina. Vi si leggeva, con perizia da decifratore d'antiche carte:

COG..M. ..ME: Titolivio
N.TO: ..... 1931
A: ..........
MC
PR...SSIO.E: GIORNALISTA
(scritto a penna, N.d.A.)

Nient'altro, foto compresa.

Era piovuto a Roma quindici anni prima, senza scalpore, per la verità. Abito dignitosamente d'altri tempi e d'altro proprietario; valigia di indefinibile materiale; sguardo da condottiero lanciato alla conquista dell'urbe. Ad attenderlo alla stazione Tiburtina, quel rancido mattino di novembre, non c'era nessuno. Del resto, fu subito chiaro che non si trattava di Bocca di rosa.
I primi tempi li trascorse ospite di una struttura della Caritas. Nel 1995 Roma era già da un pezzo impegnata ad accogliere frotte di extracomunitari senza dimora. Lui però pareva non gradire la forzata coabitazione con persone così diverse da lui: Titolivio non tardò a cercare casa. La trovò a Montesacro, al numero 6 di via Montecristo: una modesta stanza a pianterreno, messa a disposizione quasi gratis da un volontario della Caritas.
Da vaghe informazioni affidate ai suoi foglietti, era venuto a galla un passato fra Marche, Pavia e Milano. Si irritava quando gliene chiedevano, lasciando intendere senza mezzi termini che l'avevano trattato male.
Il giorno che i volontari lo notarono per la prima volta, era intento a diffondere un ampio depliant in piazza dei Cinquecento: gliene chiesero uno e l'uomo esibì fieramente un cartello: UNA COPIA 1OO LIRE. ABBONAMENTO 1000 LIRE. Non era materiale pubblicitario ma un giornale: il SUO giornale. Quando gli chiesero che cosa sapesse fare, scrisse a caratteri cubitali: SONO GIORNALISTA. Non, si scoprì presto, un giornalista qualsiasi: lui era il paladino di oppressi, maltrattati, diseredati, misconosciuti. Siccome il più calpestato e vilipeso di tutti era proprio lui stesso, Titolivio era soprattutto il paladino di Titolivio. I suoi articoli erano sproloqui spesso sgrammaticati, ricchi di invenzioni lessicali e sintattiche. Se la prendeva con i signori, cioè tutti quelli che lui considerava ricchi e non dipendenti dal proprio lavoro; con i prepotenti in genere ma soprattutto con quelli che non volevano riconoscere il suo genio. Perché se si presentava come giornalista, in realtà lui era, modestamente, un inventore-factotum.
"Fui l'inventore - si leggeva in uno dei fogli dei tempi milanesi - de il manicotto che se ci infili le mani te le scalda con il solo uso di lampadine, ottimo anzicheno per prevenire li geloni ai soldati nelle trincee.
Ebbi a inventare l'autoventilatore a pedali, per arrecare soglievo a quegli che d'estate sogliono pedalare sotto i cogenti (sic!) raggi de il sole.
Detti al mondo la soluzione definitiva del alcolismo, progettando il bicchiere col forellino in basso, che non ci entra più di due dita di vino.
Scrivetti corposissimi trattati su come vincere le battaglie senza spargere sangue, con il che si intende che i soldati vengono rivestiti di grossi panni assorbenti.
Proposi me stesso medesimo quale consulente psico-meta-patafisico a regnanti, presidenti, papi e badesse, per dargli le regole non dico perfette per governare sudditi e dipendenti senza urtarsene.
..."
La lista proseguiva e veniva ripresa e ampliata in numeri successivi. Il povero Titolivio si lagnava, si sdegnava, si dava delle testa di legno perché non riusciva a capire come mai l'umanità potesse fare a meno della sua genialità. In un numero del giornale, verso la fine del suo soggiorno a Milano, giunse a pubblicare una lettera aperta perché qualche signore o regnante forestiero gli offrisse un qualsiasi lavoro al suo livello, anche professore, perché potesse abbandonare la patria ingrata e mettere altrove a disposizione le sue straordinarie capacità.

"A Titoli', guarda che qua marci male; anzi, marcisci. E daje, vatt' a mett' a letto, che oggi nun è aria. Tie' li sordi pe' ‘r tramme". La sora Gnegna era uno dei suoi angeli custodi, sempre pronta a una buona parola, a un panino imbottito, a un bicchier d'acqua (vino no: a chi gliene offriva Titolivio scriveva secco: NON BEVO IN SERVIZIO); a comperargli qualche copia del giornale da lasciare sul bancone della sua drogheria lì vicino.
Il giornalista prese l'euro, ringraziò con un cenno del capo e con la sinistra fece un gesto come a dire: un attimo ancora e vado. L'ombrello piegato in avanti e addossato al muro lo riparava dai manrovesci della pioggia fin sotto le ginocchia; ma le scarpe avevano cessato di imbarcare acqua solo perché ne erano piene da un pezzo. Pensava, Titolivio, che forse davvero doveva rientrare a casa: c'era il nuovo numero da comporre.
Era orgoglioso, lui, del suo ‘Trapasso delle idee': un solo foglio A3, quattro pagine scritte, illustrate, impaginate tutte da lui. Scriveva un po' a mano, un po' con una vecchia Olivetti80; poi tagliava tutto e lo incollava, inserendo con poco ordine pupazzetti disegnati da lui e vignette prese a prestito da vecchi quotidiani. Si svegliava la mattina molto presto, perché il prototipo fosse pronto prima delle 7,30: a quell'ora varcava la soglia di una piccola tipografia dove per cinque euro (quando li aveva) gli fotocopiavano su fogli A3 i suoi due originali. Pagava, ringraziava con un cenno del capo; poi il giornalista-vignettista-direttore-compositore si recava al suo angolo in Campo de' Fiori. Alle nove in punto la sua affezionata clientela sapeva di poter contare sul nuovo quotidiano ‘fresco di stampa', da sorseggiare insieme al cappuccino. Non avrebbero letto novità eclatanti, rivelazioni sconvolgenti: le solite rampogne titoliviane, i suoi accidenti a chi gli faceva il torto di non riconoscerne il valore; a chi schiacciava e sfruttava tutti i poveri lavoratori come lui; a chi, non fornendogli una adeguata e remunerativa professione, lo costringeva a fare il giornalista-giornalaio per sopravvivere.
Il prezzo stampato sotto il titolo era di cinquanta centesimi (non era stato facile per lui passare dalla lira all'euro, ma alla fine aveva capito che non doveva scrivere cinquecento euro al posto delle vecchie cinquecento lire). Però ogni tanto gli finivano in mano anche cifre più sostanziose, che lui intascava come sovvenzioni per la libera stampa, mai come elemosina.
Non è che tutto filasse sempre liscio: nel corso degli anni Vigili e Carabinierici si erano messi decisi: "E' illegale, non puoi vendere ‘sto foglio: non è registrato". Erano arrivati a sequestrargli l'intera tiratura del ‘Trapasso delle idee'; anni addietro l'avevano addirittura portato in Caserma per ventiquattr'ore. Il risultato era stato ogni volta un numero speciale doppio (offerto al solito prezzo) pieno di invettive, spesso al limite del delirio, contro "... i prepotenti che mandano povera gente con divise comperate con il soldo de la povera gente a vietare alla povera gente di lamentarsi perch'essa è povera. Accidenti a loro e chi li manda, che sono anche i grandi giornali che c'hanno l'invidia dell'unico, vero libero giornale, che io faccio tutto da sé medesimo e nessuno mi viene a dire che ci devo scrivere o questo o quello ma ci scrivo solo la mia giusta verità su me contro quelli che me stesso non vogliono degnare del suo giusto posto, che sarebbe perlomeno ministro o cardinale o se proprio non c'è posto libero almeno maestro di metafisica politica e ponrificia".
Dagli e dagli, anche per le reazioni irritate degli abitanti e frequentatori della piazza, i tutori della Legge l'avevano lasciato in pace. A molestarlo erano rimasti i ragazzini: gli ronzavano intorno, gli lanciavano sberleffi e bucce di banana, cercavano di strappargli i giornali. Titolivio non poteva sgridarli, tutt'al più esponeva un cartello scritto a caratteri cubitali: ACCIDENTI AI MONELLI! Per sua fortuna intervenivano i negozianti della zona o i frequentatori abituali e ogni tanto volava qualche scappellotto.
Il ripetersi di questi episodi unito al desiderio di dare maggior dignità alla sua impresa l'avevano spinto a elaborare il progetto di un'edicola tutta sua. Aveva lanciato l'idea sulle colonne del giornale, ma i Vigili gli spiegarono con pazienza che non poteva installare una postazione fissa, né lì né altrove. La Legge (sempre lei!) non lo consentiva. E comunque gliel'avrebbero bruciata i teppisti già la prima notte. Fu questo l'argomento che lo convinse.
"A Titoli', e tu mettece ‘na cosa volante, ‘n banchetto, ‘na cosa così, no?" gli aveva suggerito l'oste Checco. L'idea l'aveva arrazzato; ci aveva lavorato sopra e aveva trovato la soluzione geniale. Ma doveva assolutamente traslocare in Centro. Facile a dirsi, coi costi degli affitti romani e con le sue risicate finanze. Mise un annuncio sul ‘Trapasso delle idee':
"CERCASI APPARTAMENTO IN CENTRO, VA BENE ANCHE IL BAGNO SUL BALCONE. SERVONO STANZE: 1 PER SCRIVERE E COMPORRE E STAMPARE IL GIORNALE; 1 PER DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE E MAGAZZINO; 1 PER DORMIRE, 1 PER MANGIARE. I SOLDI SONO QUELLI CHE SONO"
Rimediò una stanza a pianterreno, in via Luca della Robbia 57, nel quartiere Testaccio. Sempre più in Centro che a Montesacro.
Fatto il trasloco (sic!) si procurò un po' di assi e di cerniere; si fece prestare sega, chiodi, martello. E una mattina, prima del solito, la fauna di Campo de‘ Fiori poté ammirare il suo capolavoro, collocato nella solita postazione. Si trattava di tre ante di legno leggero, alte poco più di lui, larghe circa un metro l'una, unite da cerniere. Piegate ad angolo retto, le addossava al suo muro e l'edicola era bell'e che completata.
Leggiamo quanto ne scriveva un cronista dell'epoca:

"In ciascuno dei tre lati era aperto un finestrino. Su quello centrale si leggeva scritto: AMMINISTRAZIONE; sul destro SPACCIO e sul sinistro CASSA. Titolivio occupava l'interno dell'edicola; in piedi, data la ristrettezza dello spazio e accudiva alla vendita del suo giornale.
Avvicinandosi un compratore, il filosofo faceva capolino dal foro centrale:
- Desidera?
- Una copia del ‘Trapasso' - e l'acquirente porgeva con una mano il soldo e tendeva l'altra per ricevere il giornale.
Titolivio scriveva su un registro: Per copia una del ‘Trapasso' anno, mese, giorno, numero tale, centesimi cinquanta. Poi diceva:
- Favorite alla Cassa - e dal buco di sinistra riappariva la sua testa e sopra un secondo registro veniva segnato: per copie una ecc. ecc. ricevuti centesimi 50. La moneta era incassata ma l'acquirente ancora non entrava in possesso del giornale.
- Passate allo Spaccio - diceva l'imperturbabile Titolivio, che finalmente allo sportello di destra consegnava il tre volte sospirato foglio." (1)

Alla sera, quando faceva buio, egli cacciava la testa nella Amministrazione, un braccio nello Spaccio e l'altro nella Cassa. Indossando quella specie di gogna, se ne tornava tranquillamente a casa: percorreva, con dignitoso incedere (dignità favorita dallo sforzo) prima tutta via dei Giubbonari, poi via Arenula fino al Lungotevere dei Cenci, poi giù giù fino a via Marmorata. E tante grazie se pioveva: un ampio foglio di plastica trasparente lo proteggeva dagli scrosci ma non dagli sguardi divertiti dei passanti, soprattutto turisti.
Come ogni edicola che si rispetti, anche questa veniva regolarmente bardata con manifesti, cartelloni e festoni, rigorosamente prodotti in proprio da Titolivio con pennarelli di vario colore. Riprendendo né più né meno i temi del giornale.
Non sarà sfuggito ai più che le entrate dell'unico giornalista veramente indipendente gli bastavano sì e no a coprire le spese del giornale, della cancelleria e di un paio di panini al giorno. Come si sostentava, allora, la libertà di stampa? Sopperiva la generosità dei locali pubblici e dei negozi di Campo de' Fiori, che avevano da tempo trovato il modo di fornirgli il necessario senza offendere la sua dignità. Anche il mercato non mancava di servirgli spuntini quotidiani e regalargli oggetti d'uso comune: presentavano piccoli difetti di produzione, ma era un vero peccato gettarli nella monnezza.

Infilato il suo poncho in legno rivestito di plastica (che quel giorno non aveva aperto per non farlo marcire), Titolivio chiamò a raccolta le energie sopravvissute a una vita di stenti e umiliazioni. Navigando nelle sue stesse scarpe imboccò via dei Giubbonari. Pattinava sul selciato fradicio d'acqua; dentro, gli pattinavano ricordi confusi, annacquati...
Certe notti che lui, troppo stanco, non tornava a casa, si riparava dentro la sua edicola... L'esuberanza etilica e il malgarbo di chi stupra la notte senza riguardo avevano finalmente abbandonato la piazza. Il sonno ancora non veniva a placare la caldaia in perenne ebollizione che albergava nella sua scatola cranica. Allora sentiva voci, voci strane, diverse da tutte le altre. Si alzava, usciva dal suo rifugio, andava verso il centro della piazza. Lì c'era la statua di quel tizio... Bruno, uno che era finito al rogo. Di giorno era solo, ma la notte venivano a fargli visita altri due, altre due statue: una era quell'elegantone che si chiamava Belli, l'altra quel curioso tizio senza braccia né gambe, Pasquino... Parlavano fitto fra di loro, in lingue diverse, cioè, era sempre italiano, ma uno si esprimeva in rime romanesche, l'altro, un italiano difficile, con sapore d'antico; il terzo, era tante parlate, tanti dialetti, tanti secoli, ma sempre in rima. Lui, il povero Titolivio, poco o niente capiva dei loro discorsi, ma sentiva che erano suoi amici, gli arrivava dritto dritto al cuore che stavano con i derelitti, non con i signori. Anche loro mandavano accidenti a quelli che gli volevano mettere la cavezza. Ogni tanto infatti si sentivano le loro voci salire di tono, farsi aspre e malinconiche insieme. Lui era uno di loro, non l'avevano mai scacciato. Le cose che scriveva dopo quelle notti!

Ora invece s'è fermato sul Lungotevere, non ce la fa più. Si accuccia contro il parapetto e si cinge della sua edicola.
Lo trovano così la mattina, soffocato dai suoi settantanove anni.
Nello stesso istante una mano ignota ha appeso al ‘suo' muro un semplice cartello scritto con pennarello nero

"Il ‘TRAPASSO delle IDEE'
piange il suo direttore
TITOLIVIO.
Accidenti alla morte!
Morte agli accidenti!"

Gli amici di Campo de' Fiori.

Nessuno ha mai rivendicato quel messaggio.
In un angolo remoto del Verano, all'ombra di un'anonima pianta qualcuno ha deposto un foglio A3 piegato in due. Sulla prima pagina si legge a caratteri cubitali
IL TRAPASSO DELLE IDEE.
Il foglio si appoggia a una bianca, anonima croce, sulla quale qualcuno ha scritto con vernice nera: TITOLIVIO.
Pensa il vento a sollevare il foglio, mulinarlo in alto fino a staccarne parole e frasi che poi disperde come il seminatore della parabola.

NOTA

1. ‘Accidenti ai capezzatori', di Alceste Trionfi. Roma. O.E.T., 1947


P.S. Questo racconto di fantasia è un umile omaggio alla figura di Tito Livio Cianchettini, misconosciuto e inconsapevole alfiere della libertà di stampa.



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