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lavoro pubblicato martedì 15 febbraio 2011
ultima lettura martedì 20 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Sosia

di GianniDiNotoAscenzo. Letto 928 volte. Dallo scaffale Generico

Si troverà forse un giorno, in realtà già ora non ne dubito, un intelletto più razionale, più sano e robusto di qu...


Si troverà forse un giorno, in realtà già ora non ne dubito, un intelletto più razionale, più sano e robusto di quello che ora vi parla. Un intelletto analitico, ordinato, capace e paziente. Un intelletto in grado di riportare ad una mera conseguenza logica di cause ed effetti quei fatti inspiegabili che mi appresto a narrare.

Sarà dunque suo compito, quando verrà, indagare e speculare sulle motivazioni alquanto singolari di quegli stranissimi fatti che per tutto l’arco della mia sciagurata esistenza hanno voluto, spesso senza permesso, interagire con la mia già ingarbugliatissima vita.

Io, poiché a me poco aggrada parlare a mo’ dei filosofi, dal canto mio mi limiterò invece, per chiunque volesse ascoltarli, ad esporre e raccontare codesti fatti così come sono avvenuti, nel modo più fedele possibile, senza artifici retorici, perché altri ne tragga esempio e non commetta, sotto la spinta di una qualsiasi enfasi, i miei stessi errori e non si trovi nei miei stessi imbarazzi… e se poi qualcuno volesse trovarci, di suo, nel mezzo un messaggio, un significato recondito o varie intenzioni lo faccia a suo rischio e pericolo ché spesso, come ormai da tempo son solito dire, i significati imbruttiscon le cose e non le rendon godibili.



«Siracusa signore?» chiese bonariamente il controllore di turno obliterando la parte terminale del mio biglietto di viaggio e facendomi accomodare in una squallida vettura.

«Sì…» confermai seccamente «…torno a casa. A proposito, a che ora parte?»

Il controllore parve fare una pausa di riflessione.

«Salvo complicazioni…» indugiò qualche istante «…alle ventuno e trenta, credo…»

«Complicazioni?!» feci eco interdetto.

«Beh…» riprese l’uomo «…il capostazione…» e così dicendo puntò col pollice un buffo ometto grasso e calvo che s’affannava a dare indicazioni alle sue spalle «…è un tipo alquanto bizzarro…»

«Ebbene?!»

«Ebbene» continuò flemmatico egli «se il nostro estroso amico lo ritenesse opportuno, la locomotiva potrebbe partire anche alle ventidue, se non più tardi…»

«Sarà…» commentai, ed entrai in cabina.

Era uno scomparto scomodo e poco confortevole dalle pareti logore e ingiallite dal tempo. Sulla destra, vicino al finestrino, in base alla mia posizione, era un vecchio posacenere a scomparsa ingiallito anch’esso e spesso teatro di innumerevoli atti di nervosismo di massa.

Sul tetto, costituito in gran parte da griglie sulle quali i vari passeggeri avrebbero potuto deporre i loro numerosi bagagli evitando così di separarsene in viaggio o di doverli tenere in separati reparti, era ben visibile un denso strato di muffa sostenuto da grande umidità e condensa; mentre, da sinistra, ben si vedeva, se pur coperta da due tendine opacissime, la scorrevole attraverso la quale si accedeva al corridoietto e quindi all’uscita. L’ambiente era fumido e stretto e l’aria, opprimente ed afosa, intrisa di quel pungente odor di paraffina che ben contraddistingue i vagoni delle classi inferiori.

Dalla vettura ferroviaria entravano e uscivano passeggeri con una frenesia indicibile, ma alla fine il flusso si stabilizzò e la compagnia, seppur occasionale, divenne definitiva.

Di fronte a me sedeva una signora grassa e flaccida tanto discorsiva da rasentare l’indiscrezione, che fumava molto e indisponeva alquanto; al suo fianco era un uomo sulla trentina fasciato in abiti da poco prezzo ma dall’apparenza e dagli atti stranamente distinti; infine, vicino a me, aveva trovato posto un uomo sulla quarantina dai capelli grigi e gli occhi straordinariamente inespressivi imprigionati nel vuoto.

Egli indossava un singolare pastrano di foggia andata e una strana coppia di gemelli ai polsini della camicia, emergendo dal quadro di quella scena alla stregua d’un anacronistico bassorilievo. Infastidito dal suo atteggiamento e dalla poca creanza degli altri viaggiatori, avevo trovato rifugio in un vecchio libro di Kafka nell’attesa che il mezzo partisse.

«E’ vergognoso…» si lamentava la signora grassa tra una boccata e l’altra «…semplicemente vergognoso! Mai un treno che parta in perfetto orario, mai una coincidenza azzeccata, mai un servizio decente, solo speranze e false promesse, ecco l’Italia!»

Parlava con enfasi indicibile e insopportabile, ma ad un tratto una scossa sussultoria la fece cadere all’indietro sul sedile, costringendola a reclinare il capo e a tacere. Ella, con un moto di lieve difficoltà, si riebbe e fece vagare lo sguardo in cerca d’un conforto qualsiasi dai nostri volti al vuoto del finestrino; lì, oltre il vetro, indugiò qualche istante udendo il fischio della partenza.

«Si muove!» esclamò infine con pieno entusiasmo «finalmente, era ora!»

Immantinente la locomotiva irrigidì i sui possenti nervi d’acciaio emettendo un grido rauco e sordo dalla sua stretta corazza di ghisa, sprigionando in seguito una enorme e scapigliata criniera di fumo nero.

Vibrando e tremando nei suoi morbidi e nervosi movimenti da serpente meccanico, il treno, allora, nella sua velocità progressiva, fece un gran frastuono sulle rotaie e il fischio che ne seguì parve coprire e inghiottire ogni suono nel succedersi cronologico di indefinibili istanti.

Quale schiacciante e inaudita potenza nelle sue mille ruote basse e accoppiate mentre, facendo tremare la terra, fosco e monumentale, motore e testa d’acciaio, selvaggio e indomabile rettile, seguito da un’infinità di vagoni, si slanciava vivente in testa alle rapide o alle pianure.

Dal finestrino il paesaggio gradualmente si sciolse, evanescente e fluido fiume, in un mosaico di toni cromatici variopinti e confusi e il vento, umido e caldo, entrando a raffiche irregolari, sfogliò qualche pagina del libro che distrattamente leggevo.

«Kafka?» s’informò il signore appetto a me.

«Kafka!» confermai bruscamente; poi, timoroso d’esser stato troppo scortese, quasi spiandolo in tralice, in tono un po’ più conciliante e pacato aggiunsi: «…A lei piace?»

«E’ tra i più fraintesi del secolo…» esordì l’altro tirando un sospiro «… molti lo amano, ma nessuno lo capisce davvero… lei, ad esempio, per quale motivo lo legge?»

«Ne condivido i dolori e ne traggo sollievo…»

Egli si fece accigliato ed ebbe un lieve moto di riflessione.

«Alquanto superficiale, oserei dire…» mormorò come fra sé e sé portando i gomiti sulle ginocchia e congiungendo le punte delle dita dopo aver poggiato il mento sui pollici. «…Ah, inesperienza della gioventù…» aggiunse dopo una pausa scuotendo lentamente il capo chino e parlando a se stesso.

Contrariato da tanta tracotanza ritenni opportuno saperne di più sul suo conto.

«Lei è un insegnante?» chiesi con malcelata asprezza, infastidito dalla sua protervia e senza riuscire a

trattenere il tono canzonatorio, forse involontario ma comunque palese, della domanda.

Egli si fece straordinariamente serio.

«Cosa glielo fa pensare?» chiese con un tono di cortesia che pareva costruito unicamente per il momento.

«Non lo so…» risposi «… forse le sue ingiustificate certezze…»

L’uomo aggrottò le sopracciglia e reclinò lievemente, seppure con scatto improvviso, il capo come colto di sorpresa dall’assurdità, almeno questo credevo, delle mie affermazioni.

«Cosa le fa pensare» domandò con lieve concitazione «che siano ingiustificate?»

Timoroso di essere stato troppo offensivo mi affrettai a riparare. Estrassi dal taschino della camicia il pacchetto di sigarette e ne tirai fuori due, ne accesi in fretta una e gli offrii l’altra, ma il mio interlocutore non volle saperne d’accettare, così riposi con calma il tutto e diedi in un lungo sospiro. Dopo qualche boccata cominciai.

«Vede…» esordii tra una boccata e l’altra «… non ho nulla contro la visione analitica del mondo, né tantomeno qualcosa contro la classe insegnante, ammesso che lei sia un insegnante – per quanto riguarda questo punto non ha negato nulla ma al contempo non ha confermato su niente, quindi non so – quello che non sopporto invece è la visione sterile o accademica di un’arte unica e sublime come quella delle lettere, un’arte che si basa su sensazioni e non su parametri di confronto. Le sembrerà strano, ma internamente non posso fare a meno di ridere quando mi imbatto in qualcuno che come lei ha l’ingenua presunzione di poter spiegare Kafka o Pirandello o Petrarca o chicchessia. Eppure si sa bene, nelle stesse versioni accademiche, che non esiste una chiave interpretativa per Kafka e non v’è oggettivazione, se non in maniera comunque soggettiva, in Pirandello. E allora dico io perché insistete? L’arte, letteraria e non, è semplicemente scienza della bellezza, trionfo decorativo, atta a suscitare determinate emozioni o a confortare particolari stati d’animo, va vissuta e non spiegata; il senso astratto della sua percezione è esprimibile soltanto nel soggettivismo d’ognuno, se così non fosse non vi sarebbe neanche possibilità di scelta, capisce?

L’oggettivazione, per quanto reale, parte comunque da una condizione di oggettività. Ha presente Schopenhauer: “Il mondo è mia rappresentazione”? Bene, credo che parafrasando questo tipo di affermazione si possa arrivare a dire, e a ragione, l’arte così come la letteratura è mia percezione. Mi dica cosa trova di superficiale in questo e le confermerò la mia inesperienza…»

«Non volevo provocarla…»

«Non è questione di provocazioni» intervenne improvvisamente lo strano uomo seduto al mio fianco «ma di rispetto. Vedete, se posso permettermi» annuimmo entrambi «bene, vorrei farvi notare che la vera arte ha trovato il suo feretro nel disinteresse della gente o peggio ancora nel freddo interesse delle accademie; il signore qui ha ragione.» continuò indicando me «Un artista vive ed opera a induzione di stati d’animo, ma questo ahimè non si capisce; oggi si pensa che tutto possa e debba esser prodotto su larga scala e ciò che ne fa le spese ovviamente è la vera qualità…»

«Lei è un artista?» lo interrompemmo.

«Potenzialmente ogni uomo lo è, bisogna solo vedere quanti giungono all’entelechia, ovvero la posizione in atto secondo la concezione aristotelica…»

«…Conosco Aristotele…» affermai interrompendo di nuovo.

«Benissimo…» s’incendiò egli «…allora sa di che parlo. Vede, se un artista in potenza giunge all’entelechia, molto spesso vi giunge più per vocazione che non per esercizio, capisce?»

«Io sono pienamente d’accordo. E’ il signore qua» dissi indicando il primo interlocutore «l’ermeneuta…»

«Ma io…» provò a giustificarsi l’uomo sconfortato.

«Bene, me ne compiaccio…» disse il mio compagno di posto tornando a me, e come parlando all’uomo aggiunse: «Ora il punto è semplicemente questo: se proprio chi compone lo fa a sua insaputa, come se la mano fosse guidata da una divinità astratta, e se egli stesso nascosto dalla sua opera non sa dare un senso logico alla propria creazione, la quale dal canto suo rappresenta - e non dimentichiamo che la letteratura è la più rappresentativa delle arti, l’unico vero punto di contatto tra spirito e materia - soltanto l’inconsapevole oggettivazione di uno stato d’animo che è e rimane comunque soggettivo, come potrebbe mai un terzo individuo, il quale non è partecipe ad alcuna di queste emozioni, spiegarle tutte?»

«Giusto!» osservai spontaneamente.

«Ricordatevi inoltre…» continuò «che chi non è in grado di creare, non può arrogarsi il diritto di esprimere un qualsiasi giudizio nei confronti del lavoro creativo: è sempre pericoloso andare a caccia di significati; le spiegazioni, per necessarie che siano, imbruttiscon le cose e non le rendon godibili. Ora, abbiate abbastanza rispetto di me per non supporre che debba aggiungere altro…»

Mentre lo ascoltavo, non privo d’un certo interesse, un lieve moto di perplessità conquistò la mia anima, non ero sicuro d’aver compreso realmente ciò che volesse dire ma sentivo di essere perfettamente d’accordo con lui, per quanto in realtà non sapevo nemmeno chi fosse. In quel momento mentre, assorto nei miei pensieri, taciturno e raccolto, del tutto in disparte dalla conversazione che animosa continuava, di questo andavo con me ragionando, sentimmo il rumore d’una frenata improvvisa e capimmo d’essere giunti ad una nuova stazione. Qui, nel tempo d’una fermata, il treno su cui viaggiavamo, fungendo da coincidenza, si popolò di nuovi individui. Tra i nuovi arrivati del corridoietto – il treno era affollatissimo – uno in particolare, una donna dalle forme leggiadre e sinuose, ferì violentemente il mio sguardo. Sentii il cuore in gola, il divampare improvviso di un intensissimo fuoco al plesso solare e il suo divampare dallo stomaco al petto; le parole, per quelle che il mio riflessivo silenzio poteva ancora concedere, mi si serrarono in gola e il sangue bruciò nelle vene incendiando zigomi e volto, un fremito d’adrenalina mi pervase e mi scosse in ogni fibra del corpo, respiro affannoso dell’anima, turbando il mio essere in un disagio crescente.

Poteva davvero trattarsi di lei, dell’incarnazione visibile dei miei sogni interrotti? Del mio romanticismo spezzato? Dovevo sapere!

Ancora stordito e confuso dal singolare evolversi della vicenda che in modo bizzarro e quanto mai inesplicabile mi imponeva il confronto diretto con l’antico spettro di eventi trascorsi, cercavo dentro di me la forza di vincere la timidezza spontanea, infantile, cui quella improvvisa visione pareva costringermi.

In breve raccolsi tutte le mie forze di uomo e in un impeto di smisurato coraggio, senza spiegar nulla dei miei gesti, senza una parola di congedo per i miei compagni di viaggio, mi accomiatai da loro dimenticando del tutto la loro esistenza e, lasciandoli alle loro filosofiche conversazioni, seppure con passo incerto, mi diressi verso la fonte delle mie insofferenze.

Tremante allungai un braccio fino all’incurvatura sinuosa della sua spalla diafana e liscia.

«Sandra, eh» balbettai con aria interrogativa.

Ella mi fissò qualche istante, basita, finché un lieve sospiro non dischiuse gli umidi petali delle sue labbra.

«No!» disse semplicemente, avviandosi verso un grande finestrino di fondo in parte per prendere un po’ d’aria e in parte per fuggire, almeno così credevo, gli sguardi indiscreti degli occupanti della mia modesta cabina.

A quell’affermazione mi sentii morire.

«Come puoi far finta di niente…» continuai seguendola, acquistando gradualmente coraggio dall’indignazione per un simile atteggiamento. «Vuoi che non ti riconosca?…Proprio io?… Dopo tanti anni insieme?… Ammetto la tua collera nei miei confronti, la collera nei confronti di un uomo che non ha saputo essere tale, ma non hai motivo di odiarmi a tal punto… fino a questo segno almeno, fino al segno di fingerti altri per evitare il mio sguardo, che senso ha?

Sei salita qui alla stazione di Paola e so benissimo che studi in Calabria; non bastasse siamo in luglio e in luglio tutti gli esami hanno fine, quale migliore stagione per saltare sul primo treno e riscendere a casa fra i propri cari? Giacché penso, suppongo, che anche tu, come tutti qui, voglia passar le vacanze, per così dire, in terra d’origine, o sbaglio? Se no per quale motivo avresti preso il treno per Siracusa? E allora, dopo tutte queste analogie, chi dovresti essere se non la mia Sandra?…»

Ella reclinò indietro il capo con movimento assai lieve, come arretrando inorridita di fronte ad un fatto inspiegabile, ed aggrottò la fronte e le sopracciglia stordita dalle mie affermazioni, quasi confusa o sconvolta per la sorpresa, tuttavia sembrava più decisa a chiarire che a protestare.

«Di cosa tu stia parlando io non lo so…» disse «e ti giuro che mi dispiace d’aver rubato l’immagine a codesto tuo amore, grande o insensato che sia, che poi, se vogliamo, spesso è la stessissima cosa; ma io, per tornare a me, son Federica, Federica Spatini e studio architettura a Roma; ecco guarda…» e così dicendo mi mostrò il libretto universitario, documento schiacciante, che teneva nella mano destra e sul quale ogni sua, per me velenosa, parola trovava ampia conferma.

Dopo una pausa aggiunse: «Vedi, se ho preso il treno da Paola, è perché ho perduto il diretto e ora viaggio per coincidenze. In ultimo sappi che è a Catania che vado e non a Siracusa ché son di Gravina, il libretto l’hai visto, no?…»

Si voltò di spalle tagliando il discorso in un modo che non ammetteva replica alcuna e superato il finestrino del colloquio si diresse in fondo alla vettura in cerca di cabine meno affollate, così credevo, piantandomi in asso senza una parola di spiegazione o commiato.

Rimasi sgomento da quel suo strano atteggiarsi e per diversi minuti non riuscii ad abbandonare il luogo della conversazione, ero affranto, afflitto, avvilito, distrutto, senza neanche capirne il motivo; infine, quando le nebbie di rabbia e incertezza si dissiparono dalla mia mente lasciando il posto ad una rinnovata ragione, tornai al mio scomparto in preda alla più cruda ed alta sensazione d’impotenza. Com’era ingiusto!

Avevo sognato a lungo quell’incontro ed ora che l’avevo finalmente vissuto, l’attimo di fatale incanto s’era dissolto come neve al sole; ora la pienezza stessa di quella passione frantumata e distrutta, di quel sogno intarsiato d’illusioni e d’inganni, mi impediva di dormire.

Dov’ero? Dove rimaneva nascosto il quadro originale di quella seducente apparizione fittizia? L’avrei mai ritrovato? Non lo sapevo!

Seduto in un angolo, isolato dal mondo, in preda al più tetro sconforto, gettai lo sguardo fuori dal finestrino in cerca di una distrazione qualsiasi.

Fuori, in alto, il cielo era simile ad un enorme drappo di ebano scuro interamente trapunto di stelle e l’occhio umido della luna rendeva ancor più opaco il mio spirito, ma da lontani balconi orientali, da piccoli squarci vermigli simili a rossastre ferite sanguigne, timida e fioca, la tenue luce solare bussava già al nuovo giorno. Le tenebre gradualmente si scioglievano sotto la spinta indefessa dei fasci di luce e le forme e i colori tornavano alle cose dopo una notte insonne d’oscurità senza fine.

Albeggiante e imperioso vedevo l’occhio di Mazda ridipingere il mondo del suo antico splendore mentre da una piccola fessura del vetro sentivo l’indomabile brezza estiva spirare forte e calda, quasi ardente nonostante l’orario, e sulle sue ali scarlatte le prime luci diurne si frantumavano in mille riflessi corniolo. Più e più volte feci vagare lo sguardo in quegli orizzonti lontani nella speranza di distrarmi, di lenire, di dissolvere, almeno in parte, nello spettacolo della natura, le atroci sofferenze spirituali di cui andavo schiavo: ogni tentativo fu vano! Ero inebetito, amareggiato e deluso, in preda al più grande sconforto dell’anima per ciò ch’era successo; avrei voluto sfogarmi, liberare lo spirito, sgravare la coscienza da ogni suo affanno, da ogni tormento, ma non sapevo come.

Accesi furiosamente una delle mie sigarette e tirai in fretta svariate boccate, ma la cosa parve non darmi sollievo, quindi la spensi e gettai la cicca a far compagnia agli innumerevoli mozzoni già consumati. Ferito nell’orgoglio sentii un fuoco al petto e lo stomaco cadere in subbuglio; la fronte s’imperlò di sudore e per diversi istanti l’aria parve mancarmi; mi alzai e frugando tra i miei bagagli mi impadronii d’una copia del “Processo” di Kafka, ne sfogliai distrattamente le pagine e lessi qualche riga in cerca di conforto ma neanche questo servì ad acquietare la coscienza: il dolore era assiduo, lancinante, selvaggio, lento ma inesorabile, condizione inespressa d’un tormento straziante.

Riposi il libro nella mia borsa e chiusi la cerniera al di sopra di esso. Due minuti dopo avevo in mano un infuso istantaneo di erbe aromatiche al gusto di camomilla e mirtillo, ne assunsi una buona quantità in piccole dosi ma fu come ingoiare polvere di elleboro in un fiato e anziché calmarmi mi innervosì oltremodo: fui pervaso da uno sfrenato senso d’angoscia e mi trovai a produrmi in una infinità di gesti involontari. Mi alzai e nello spazio ristretto della piccola cabina di cui adesso ero il solo occupante – gli altri erano giunti alle loro destinazioni – camminai roteando avanti e indietro per più di venti minuti, infine sedetti e cominciai a sragionare in un soliloquio confuso e sconnesso; dapprima mormorai, poi sillabai, balbettai sussurrai, accentuai, infine negai, urlai, confermai…

Solitario e sinistro, accucciato vicino al mio finestrino come un soldato in trincea, come una testuggine nella sicurezza del proprio guscio, pensavo alla sfortunata ed incomprensibile coincidenza di cause ed effetti che al di là della mia volontà mi aveva condotto in un baratro di agonia senza fine; riguardai fuori e vidi che il sole era sorto del tutto, alzai le ciglia contro l’occhio di Mazda e sfidai il mio destino, il vento stranamente freddo e tagliente mi lasciava del tutto indifferente, strinsi i pugni con foga inaudita e conficcai le unghie nei palmi, urlai il mio dolore al mondo e il mondo non mi dette risposta, allora capii che ero solo, solo e inerme di fronte alla causa per cui mi battevo, sospinto soltanto da quel folle miscuglio di istinto e ragione che è il sentimento.

Forse era davvero una sosia, forse no, chi poteva saperlo? In ogni caso dovevo assolutamente rivederla, parlare, spiegarmi, spiegarle, scusarmi…

Ero davvero colpevole? O era piuttosto colpa della sua straordinaria somiglianza ai canoni eterei del quadro che dentro portavo? Due gocce di acqua non sarebbero state più somiglianti: una sosia perfetta! La copia perfetta della mia insofferenza: gli stessi capelli corvini inanellati e serici, gli stessi occhi di taglio felino, così vividi, imperiosi, lucenti… e le labbra? Le stesse labbra tremo ancora al ricordo, sanguigne, così simili ad un frutto scarlatto, un frutto scarlatto appena indorato dal sole in un giorno d’estate… la voce poi… la stessa identica voce fievole e vellutata… identica… identica! Come non farsi trarre in inganno? Ancora scosso per la mancata creanza - non era da me ma la foga del momento mi aveva tradito - di cui mi ero reso colpevole, decisi che era doveroso scusarsi, quindi mi misi sulle sue tracce e la cercai con la ferma intenzione di chiedere venia non appena l’avessi raggiunta.

Sospirai gradualmente nel tentativo d’acquistare coraggio e quando, dopo innumerevoli esitazioni, mi sentii finalmente sicuro, uscii dallo scomparto e mi diressi al finestrino della nostra infelice; da lì rintracciai mentalmente l’itinerario che avevo percorso la sera prima e quando focalizzai l’obiettivo mi precipitai nella cabina in cui ricordavo di averla vista entrare. Era una cuccetta. La trovai sdraiata già vestita sopra le coperte al primo piano d’un letto a castello ancora intenta a leggere un libro che non riuscivo a distinguere, forse nella speranza di gratificare il risveglio.

«Ancora tu?» chiese concitata e sbalordita ad un tempo saltando giù dal letto e venendomi incontro, libro alla schiena «ma si può sapere che vuoi?… Lo sai che è proibito andare in cuccetta senza permesso?… E se non fossi stata vestita?… Se avessi svegliato qualcuno entrando a quel modo, come ti saresti giustificato, eh, me lo dici?… E se chiamassi un controllo?… Eh?»

La pregai di non fare atti avventati e di perdonare il mio, dettato da un’insana incoscienza, la supplicai di scusare la mia intrusione e di starmi a sentire, infine, quando si fu calmata, precisandole che per me era un’esigenza dettata dalla buona creanza secondo i canoni in cui ero cresciuto, la convinsi ad uscire per parlare in privato, per non disturbare l’onirica quiete delle altre ragazze e le spiegai le motivazioni della mia inqualificabile condotta e la fosca tragedia posta alla base di tutto; quando lo feci, sentii d’aver tolto un peso dalla coscienza.

«Davvero?…» mi disse in risposta con quei suoi modi pieni di grazia, «E così somiglio in sorprendente maniera alla donna che hai perso e che ora, in un impeto di smisurato coraggio, vai cercando in lungo e in largo per tutta l’Italia, giusto?…»

Confermai.

«E dimmi,» sembrava acquistare sincerità e confidenza col procedere della conversazione «da quanto tempo la cerchi?»

«Tre anni e mezzo, dallo stesso istante in cui la lasciai!»

«Ma perché la lasciasti?»

«Non avevo altra scelta: i suoi minacciavano di chiuderla in collegio se non l’avessi fatto.»

«E tu, eroe senza macchia, ovviamente hai voluto salvarla…»

«Esattamente!»

«E non hai pensato che potevi farle del male arrendendoti? Che potevi spezzarle il cuore, farle credere che tutto è falso in amore, danneggiarla, umiliarla, deluderla, offenderla? Certe cose è insieme che vanno affrontate, quale che sia l’onta sotto la quale si naviga. Hai voluto compiacere te stesso in un folle ed ipocrita gesto magnanimo ed hai perso chi amavi a cagion della tua vanità…»

«Vanità!?» feci eco interdetto.

«Vanità, vanità.»

«Ma era per il suo bene…» protestai «… per il suo bene…!»

«… Il suo bene, il suo bene… se davvero ti interessasse il suo bene non continueresti a cercarla, tu potevi fare la sua felicità ma l’hai distrutta: se davvero l’amassi, impareresti ad odiarla! Hai voluto una frase comoda da metterti in bocca perché gli latri ti vedessero vittima, e solo perché non volevi ammettere di non avere la forza d’essere uomo: - Io ho sacrificato me stesso in nome di lei, io sono il santo, l’eroe: tutto per vanità amico mio, per essere al centro dell’attenzione, per nutrire l’affermazione del sé, solo per poter dire, nella speranza infantile d’essere acclamato: - Ecco io ho fatto qualcosa di buono! Ma che hai fatto? Hai lasciato una donna in balia di se stessa per un assurdo egoismo dell’anima che porta l’insano nome di “Amore, e adesso gliene vorresti addossare la colpa?»

«Ma non avevo niente da offrirle allora, davvero…»

«E ora, perché la cerchi ora, cos’hai di tanto speciale da offrirle?»

«Ora è diverso,» dissi arrossendo del mio stesso orgoglio «ora ho una posizione , ho dei soldi messi da parte, avrò presto un buon lavoro e una fama discreta: sì, ora ho qualcosa da offrirle…»

Una scossa violenta del treno ci fece sobbalzare e capimmo di essere quasi giunti alla successiva fermata, luogo in cui la mia graziosissima interlocutrice sarebbe dovuta scendere

«Sono arrivata…» disse «Non ho che pochi minuti e devo ancora prelevare i bagagli, ma una cosa voglio dirtela, se accetti un parere disinteressato da parte di una nuova amicizia, da una persona che in fondo neanche conosci…»

Imbarazzato e confuso da quella proposta, ammutolii qualche tempo, ma la curiosità vinse ogni timore.

«Accetto!» esclamai in un sospiro. Ella mi prese le mani e non potrò mai dimenticare né ora né mai con quanta dolcezza lo fece.

«Mi spiace d’esser io a dovertelo dire, un’estranea» esordì «ma tu, mio giovane amico, non hai più nulla da offrire ed è per questo che devi togliertela dalla testa…»

«Come…» balbettai «proprio ora: il lavoro, i soldi…»

«Oh sì, sì, ma non c’entra! Son sicura che non è per quello ch’ella t’amasse perché ora, non so perché ma ne sono sicura, non potrebbe più farlo…» tacque un secondo e mi penetrò con lo sguardo nell’anima «Offrire?» continuò «ma che cosa vuoi offrire, non t’accorgi che non puoi offrire più nulla?»

«Come, in che senso?»

«Guardati adesso, guardati bene. Non capisci d’aver rinunciato a te stesso in favore della tua immagine? Un fantoccio, scusa la confidenza che mi permetto, ma baso il mio resoconto sull’assurda vicenda che mi hai narrato e non penso che altri, in virtù del buon senso, possano avere idee differenti al riguardo, ecco cosa sei adesso. Uno come tanti, pronto ad interpretare il suo ruolo, a recitar la sua parte, bene o male non fa differenza: uno che deve fingersi un altro per esser se stesso! Son sicura che quella tua Sandra stesse con te per la tua essenza e non per la tua immagine, per la tua posizione, il lavoro, i soldi o la fama. Son sicura che fosse diverso dalle altre esperienze – sicuramente ne hai avute – da come ne parli, da come ti ha preso e quindi non paragonarlo alle altre: saresti solamente offensivo! Non lasciare, se davvero tanto ci tieni, se così lo desideri, che sia la tua immagine a doverla cercare, ma vai tu di persona: solo in quel caso, ne sono sicura, avrai finalmente risposta…»

All’improvviso le ruote del treno fischiarono e ancora una volta avvertimmo una scossa: la fermata era stata definitivamente raggiunta.

«Bene, ora sono davvero arrivata… Il mio tempo è scaduto…» disse «Siamo a Gravina, devo proprio scendere…» e in fretta si diresse in cabina per prelevare i numerosi bagagli. Quando riuscii, la raggiunsi in gran fretta e le offrii il mio aiuto per velocizzare il lavoro e alleggerirle il pesantissimo carico.

«Non darti pensiero…» mi disse dispensandomi «… sono abituata…» e avviandosi verso l’uscita mi rivolse le ultime solidali parole di commiato: «Beh, io ti saluto, mi ha fatto piacere conoscerti anche se in circostanze bizzarre direi…» e qui tese la mano in segno di congedo. Imbarazzato la strinsi senza proferire parola.

«… Ah… vienimi a trovare se passi da Gravina e, mi raccomando, fammi sapere com’è andata, eh?…»

«Senz’altro!» risposi intimidito dalla sua grazia «… e grazie!»

«Non ringraziarmi…» asserì. Parlava mentre continuava a scendere carica di borse e di attrezzi studenteschi. Oddio come somigliava a Sandra in quella tenuta! «Ogni cosa si fa se la si vuole… Beh, ci vediamo.» E in quest’ultima frase – il treno da un pezzo s’era già del tutto fermato – la vidi scendere definitivamente dal mezzo e allontanarsi con grande eleganza presso la stazione.

D’improvviso nel vederla così leggiadra e suadente, così seducente ed amena, così innocente e aggraziata, così simile al mio sogno perduto, una strana idea s’insinuò nella mia mente soffocandola e negandole requie. furbastra era, un po’ per gioco un po’ per convenzione amorosa, il nome segreto col quale io e solo io ero avvezzo chiamare la mia piccola Sandra, chissà se… Sicché mentre la vedevo andar via , così simile a colei che sì fortemente amavo, in tutti i suoi bagagli, non seppi esimermi dall’esplodere d’istinto in quel banale, infantile, affettuoso, bizzarro nomignolo.

Ella s’arrestò immantinente, come colta da malore improvviso, da una subitanea paralisi, rimanendo immobile e senza parole per svariati istanti; infine, dopo una lieve pausa, forse di riflessione, un impercettibile attimo di stupore e incertezza, si voltò lentamente e sorridendo, superiore all’evento, continuando a salutare mi disse: «Va beh, ciao Ivan, ci vediamo…» utilizzando il mio nome senza che ci fossimo mai presentati, senza ch’io glielo avessi mai detto. Rimasi interdetto, stravolto, inebetito, basito.

Un brivido sinistro ed amoroso privo di nome mi scosse in ogni fibra del corpo, in ogni cellula del sistema nervoso, allorché realizzai l’accaduto mentre il treno mi riportava nuovamente lontano.

Continuai a pensarci per tutta la durata del viaggio e anche adesso che scrivo e che tempo ne è passato non poco, da allora anche adesso un interrogativo inquietante e spietato mi perseguita il giorno e non meno la notte: chi era in realtà Federica Spatini? Era Sandra, una veggente, una strega? Perché aveva risposto all’appellativo furbastra? E, cosa più importante di tutte, cosa avrà mai voluto dirmi con quella sua strana concione?
















Gianni Di Noto Ascenzo



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