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lavoro pubblicato mercoledì 9 febbraio 2011
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

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CERRO

di Nigel Mansell. Letto 949 volte. Dallo scaffale Storia

Lo Strona, impetuoso e colore del ghiaccio, scorreva rumoroso verso il Toce. Il fragore delle acque echeggiava nella valle, che appariva squallidamen...

Lo Strona, impetuoso e colore del ghiaccio, scorreva rumoroso verso il Toce. Il fragore delle acque echeggiava nella valle, che appariva squallidamente desolata, per via dei suoi numerosi cerri ancora spogli.

Le nevi si stavano sciogliendo, ma ogni anno accadeva sempre più tardi. Erano ormai finiti i tempi del “periodo caldo medioevale” e la “piccola era glaciale” incombeva su quelle terre e sulla sua povera gente, con fare sempre più minaccioso.


Loro erano fuggiti dalla guelfa Novara, braccati dai ghibellini, cercando riparo verso nord. Costeggiando infine, quello che era il lago di San Giulio, per poi scendere verso il più grande lago Verbano; a metà strada avevano trovato conforto in quel borgo che serrava la valle. Era il prosperoso e ben difeso feudo di Cerro, dei Conti di Crusinallo: sicuramente avrebbe fatto desistere i loro inseguitori.


Ma quella era una mattina diversa: era come se un triste presagio aleggiasse nell'aria e non aspettasse altro che manifestarsi; quella splendida giornata di sole non faceva che acuire il contrasto con quella sensazione. Il periodo di relativa e breve serenità trascorso sui laghi, sembrava volgere al termine; ma in realtà, nessuna minaccia concreta poteva preoccuparli in quella stagione, né tanto meno quella mattina. In inverno non si combatteva: i novaresi non avevano da temere e tanto meno gli abitanti di Cerro.


Quelle creature infernali venute dal nord, non si fermavano mai; neanche la stagione più rigida li poteva spaventare. Avevano cavalcato tutta la notte: nessuno italiano usava farlo e sicuramente non in quei freddi mesi, in cui nessun mediterraneo avrebbe mai intrapreso battaglia.

Apparvero silenziosamente all'imbocco della Valstrona che non era neanche mezzodì. Nessuno seppe da dove arrivassero, né da quale strada fossero passati: le sentinelle non li avvistarono, né poterono dare l'allarme.

Numerosi, ordinati e disciplinati, si disposero velocemente tra il declivio del Monte Cerano e quello del Mottarone, precludendo ogni via di fuga e conseguenti possibili rinforzi da ovest. Serrati e compatti, si sistemarono in attesa di ordini.

Erano uomini enormi, dai capelli colore del fieno e del fuoco. Le loro armature, perfettamente lustre, erano insolitamente lisce; le loro eleganti insegne svettavano nell'aria: tutto era rigorosamente di un bianco abbagliante, che riluceva al sole. Non si era mai visto niente del genere da quelle parti.

Era la Compagnia Bianca: uomini venuti dal nord, che avevano combattuto nella guerra dei cent'anni. Dicevano fossero inglesi, ma c'erano anche molti tedeschi e via via una numerosa soldataglia raccattata da tutto il nord dell'Europa, aveva finto per ingrossare le sue fila.

Li mandavano i ghibellini: erano venuti fin lassù solo per loro. Il marchese di Monferrato non aveva disdegnato di assoldare dei mercenari inglesi per vendicarsi di loro.

I rifugiati di Novara, con la gente di Cerro, che suo malgrado si trovava a condividere con loro la sua sorte, realizzarono che quella sarebbe stata la fine del loro borgo.


Poi fu il panico. Gli italiani cercarono di organizzare una difesa: in parte si rifugiarono nel castello che si adagiava nella valle e nelle collegate torri e fortezze circostanti. Solitamente si poteva resistere dei mesi agli assedi, ma non a quei demoni inglesi. Era voce diffusa che si spostassero con scale pieghevoli, bombarde e macchine, per aggirare, scavalcare e se necessario schiantare qualsiasi tipo di mura.

La fanteria pesante e la cavalleria di Cerro si ricomposero velocemente e mossero incontro agli inglesi, cercando di sfiancarli per ritardare l'impatto con le mura del castello.

Ma improvvisamente, da dietro le fila dei soldati aggressori, apparvero gli arcieri, se possibile ancora più grandi e massicci degli altri guerrieri. Con i loro lunghi archi, sconosciuti agli italiani, ma molto più efficienti e vigliacchi delle balestre, lanciarono in aria uno stormo di frecce, che una volta a bersaglio falcidiarono le fila degli italiani.

Poi, scesi di cavallo ed in gruppi di due, spalla a spalla e lancia in resta, i bianchi soldati inglesi, affrontarono la cavalleria italiana.

I soldati di Cerro si trovarono subito in difficoltà, non erano avvezzi a questo genere di combattimenti, inusuali e rivoluzionari per l'epoca e soprattutto per gli italiani.

La fanteria era ormai decimata dagli archi, e la cavalleria non riusciva ad avvicinarsi agli inglesi, che ora a piedi la teneva lontano, per poi infilzarla con le loro lunghe lance.

Poi risaliti a cavallo, che nel frattempo erano rimasti in custodia dei paggi, uno per coppia di combattenti, i bianchi terminarono l'opera.

Ben presto il campo di battaglia non vide più alcun soldato italiano rimanere in piedi e gli inglesi non ebbero pietà dei feriti, facendo scempio dei loro corpi.

Nei giorni successivi, i soldati dell'Armata Bianca, fecero capitolare una ad una le torri e le fortezze circostanti, saccheggiando le abitazioni, violentando le donne, torturando e seviziando chiunque, per poi appiccare il fuoco; poi presero il castello.


Ciò che non distrusse il fuoco, lo fece la loro inaudita ferocia unita alla peste che recavano con sé, pare contratta dalle rotte commerciali con la Cina. Si salvò solo la chiesetta di San Maurizio, nota ancora oggi per il suo campanile pendente.

Si sancì per statuto che non si sarebbe più edificato nella piana, se non oltre il Toce e lo Strona, dove poi nacque Gravellona Toce.

Cerro fu dimenticata e i pochi ruderi che rimanevano furono rapidamente erosi ed occultati dalle frequenti piene alluvionali.


Una parte degli abitanti di Cerro e dei novaresi riuscì fortunosamente a mettersi in salvo nei casali di montagna, si diede così origine a Casale Corte Cerro.

Altri superstiti pare cercarono scampo attraversando il lago, approdando poi sulla sponda lombarda del lago Maggiore, nei pressi di Laveno: non dimenticando le loro origini gli scampati fondarono il paese di Cerro.

Altri ancora, con anche i conti di Crusinallo, si narra che si arroccarono dentro ad un castello risparmiato miracolosamente alla furia degli invasori, proprio sopra la frazione di Pedemonte: la località si chiama ancora oggi Piana Castelli.

La leggenda tramanda, che nelle segrete tuttora non individuate, sia nascosto un tesoro di inestimabile valore.



Nigel Mansell



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