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lavoro pubblicato lunedì 7 febbraio 2011
ultima lettura lunedì 12 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Dahlia tra i pixel

di Abercrombie. Letto 1472 volte. Dallo scaffale Fantascienza

"Sono ancora vivo. Scrivo questa lettera proprio come i miei antenati avrebbero fatto. Mi rivolgo a chi è ancora capace di leggere, a ch...

"Sono ancora vivo. Scrivo questa lettera proprio come i miei antenati avrebbero fatto. Mi rivolgo a chi è ancora capace di leggere, a chi, quindi, potrebbe essere interessato a leggerla. E a me.


Quando ero piccolo potevo prevedere il futuro, era una qualità formidabile. Quando crebbi abbastanza da avere una ragazza ed essere in crisi feci un patto col diavolo. Lo pregai di aiutarmi, lo scongiurai di prendersi il mio dono in cambio della felicità con lei. Ora non sono più in grado di leggere il futuro, il diavolo è scomparso dalla mia vita e non ricordo più il volto di quella ragazza. Non avrei mai dovuto fidarmi di quel meschino.

Sono gli ultimi anni di non so quale decade del terzo millennio. Nessuno tiene più il conto, o per lo meno non io. La città in cui vivo è cambiata, sono bastati pochi anni e la sua forma è mutata insieme al suo odore, ora così intenso. L'atmosfera s'è fatta pesante, spessa, piena di pericoli invisibili. Non vedo un semaforo pedonale funzionante da ormai dieci anni, da quando farsi una passeggiata è diventata un'arte dimenticata, un po come farsi un lavoro di mano a immaginazione. I contatti umani si sono ridotti al minimo indispensabile e sono tutti filtrati da uno schermo. Già, sembra che la malattia più diffusa sia la pigrizia. Lì, sola e svogliata, a spartirsi il podio con una brutale sindrome di Pilato. Sono cominciati a fioccare guanti anti-contagio e tute anti-germi e mascherine anti-schifo, e ora sembra di vivere nel Far West dei mocio vileda. Per quei pochi a cui ancora viene in mente di mettere il naso fuori dalla porta di casa, è riservato uno spettacolo primordiale: una landa desolata di asfalto, gas e luci lampeggianti. La più grossa e succosa sconfitta umana sbattuta in faccia ogni giorno, generazione dopo generazione. La tecnologia ha fatto passi da gigante nella rassicurante direzione della longevità e capacità cognitiva dell'uomo. Smaltitori di malattie elettronici hanno sostituito gli anticorpi nel corpo. Impianti intestinali selezionano le sostanze nutritive presenti nel cibo, succhiando, assorbendo, eliminando. Microprocessori innestati nelle scissure della corteccia cerebrale dimostrano quotidianamente la loro efficacia rendendo obsoleto il lavoro del cervello, relegandolo alla ormai sottovalutata reazione emozionale.

Contemporaneamente a questo cambio di direzione sono comparsi gli Pterossili, strani uccelli dal piumaggio corvino, lunghi becchi affilati e una voce rauca. Volteggiano sopra i tetti delle abitazioni urlando la loro bestialità. Nessuno è mai riuscito a spiegare anche solo l'esistenza di questi esseri primordiali. Solo recentemente hanno cominciato ad attaccare l'uomo durante i suoi rari spostamenti. Hanno inventato quindi delle lenti rosse da indossare quando si è all'esterno, sono infrarossi e riescono ad individuare gli Pterossili da lontano. I ragazzi tappezzano la città di stencil della loro figura preistorica preferita e ora le lenti rosse vanno di moda. Molti le portano in casa. La tecnologia che avrebbe dovuto renderci più civili, più liberi, ha concluso il suo fanatico giro rendendoci schiavi, creando una notevole disparità sociale tra normali e migliorati. Tra umani e postumani. Innesti digitali, impianti robotici, arti aggiuntivi, microchip, connessioni e banche dati hanno reso il corpo umano una terra sterile, come se le normali cellule si rifiutassero di riprodurvisi al suo interno. Oggi ogni corpo postumano combatte una battaglia epica, lo scontro dell'uomo contro se stesso, contro quello che ha imparato, finendo inevitabilmente per arrendersi al metallo modellato. Le stesse persone che un tempo mangiavano assieme nei bar vicino alla stazione, si combattono adesso nei palazzi di giustizia, nei tribunali, nei laboratori, infettando i tetti e le strade con un razzismo dilagante tra la nuova casta e l'antico retaggio umano. Lo slogan "Siamo tutti incredibilmente umani. Solamente pochi sono solo incredibili." ha frammentato l'uomo e la sua vita quotidiana. Il lavoro è stato lasciato interamente nelle mani di robot specializzati, mentre l'uomo può starsene a casa a riempire la sua vita con l'aria e le parole. Il Movimento Umanista, composto principalmente da vecchi biologi e antropologi, lotta ogni giorno contro la fazione opposta. Uno scontro che ricorda la vittoria di Deep Thought contro David Levy, era la fine degli anni '80 del secolo scorso, ma la storia avrebbe avuto il disgustoso vizio di ripetersi da lì in poi. Così a quei vecchi biologi non è rimasto altro che brandire la propria protesi di legno e avanzare rivendicazioni di tipo etico ma, come ho già detto, di questi tempi, i sentimenti umani sono alla stregua della polvere sotto il tappeto.

Conobbi Dahlia che ero un ragazzo. Era l'inverno di non so quale anno del terzo millennio. Fuori tirava un vento pazzesco, roba da farti rimpiangere il grembo materno. No, niente di così serio, però faceva freddo. E quando il freddo aveva la meglio, l'uomo, o perlomeno l'uomo di qualche anno fa, si ritrovava tra i vortici della ricerca di un corpo caldo. Era una semplice reazione biologica che vedeva come protagonisti elementi quali il freddo pungente, il fiato che si condensa in sbuffi bianchi o il classico innalzamento dei peli dietro il collo, elemento dai più erroneamente scambiato per amore. A quell'epoca passare il tempo all'aperto sembrava l'unica ipotesi plausibile, se non si voleva finire a bucarsi di talk-show ed ingiallire assieme ai giornali in uno stanzino non più grande del proprio corpo.

E' inevitabile. Ancora oggi quando mi capita di sentire il profumo di una bella ragazza accanto a me due sono le tentazioni più forti: darle un ceffone in pieno viso e innamorarmene. La prima è puro terrore, la seconda un riflesso incondizionato. Quella volta con Dahlia andò a finire che mi innamorai. Era inevitabile. Anche perché la mia mano destra era ingessata.

Ero finito in un locale dark con un paio di amici. Uno di loro era un musicista, l'altro investiva il suo tempo nelle scommesse calcistiche, un tipetto sofisticato. Aleggiava uno strano tanfo nell'aria, un misto di tonno in scatola, sudore e vasellina. Ma forse erano tutti quei vestiti in latex a confondermi. Le casse ruggivano grida e fischi incomprensibili, come se contenessero un'intera fermata della metropolitana. Davvero, non so perché fossimo finiti in quel posto. E, quando mi avvicinai al bancone per chiedere pietà e una massiccia dose d'alcool, la vidi. Mi sorrise. Il viso liscio, di una bellezza rassicurante. La razza umana era posseduta dai modelli televisivi, schiava della bellezza pubblicitaria, rendendo il sottile mestiere dell'analisi molto più duro di quanto ci si aspetterebbe. Ma, parlandoci, si dimostrò una ragazza dotata di uno spiccato senso critico, cominciammo a discutere animatamente su non ricordo quale artista e, nel giro di una manciata di minuti, mi ritrovai a temere la fine della serata. Desiderai di vivere per sempre tra quei tavoli appiccicosi e quegli inquietanti personaggi. Ed era così bella che stentavo a crederci. Così Dahlia mi sembrò un buon compromesso tra bellezza imposta e scelta personale. Poi seguirono il ceffone mentale e l'innamoramento. Roba da non credere, un attimo prima sei al bar a dividerti l'ultimo tramezzino rimasto con un barbone appena conosciuto e l'attimo dopo sei proprio lì. Davvero, nel bel mezzo di una relazione appagante e benefica. Le cose andarono bene, voglio dire che le cose andarono. Beh, andarono abbastanza male una volta che superammo il temuto scoglio del primo anniversario. C'è sempre tensione nell'aria quel giorno, scandendo bene la parola anniversario ne si capisce bene il perché, ma lo superammo. Due mesi più tardi la lasciai per starmene da solo. Mi capitava davvero di frequente di quei tempi, forse troppo di frequente. Quando qualcuno mi chiedeva perché l'avessi lasciata restavo sempre sul vago, lasciavo che fossero gli altri a rispondere per me. La verità è che non lo sapevo. Era più una sensazione che un concetto. Come si fa a rispondere? Io non ci riesco.

Il fatto è che non mi accontentavo. Ero alla ricerca di ciò che mi spettava di diritto, della perfezione, non che io lo sia mai stato, perfetto intendo. Ma nemmeno mi accontentavo di avere vicino una persona nella buona e nella cattiva sorte. Probabilmente all'epoca avrei di gran lunga preferito una sola notte di estasiante piacere piuttosto che una vita di quieto affetto. Dovevo solo trovare una ragazza che entrasse in maniera decente dentro lo stampino della mia donna mentale. Se anche si fosse trattato di aspettare una vita intera per trovare una donna adatta a me forse lo avrei fatto, solo che qualcuno avrebbe dovuto avere la decenza di avvisarmi prima. Era quest'incertezza ad avvicinarmi agli errori, all'approssimazione. Sapere che in fondo sono tutte sciocchezze, che ti accontenterai. E ti ritrovi a ricominciare da capo con un'altra ragazza ogni volta che ti si presenta l'occasione. Se avessi avuto ancora il mio dono di preveggenza a quel tempo, adesso avrei avuto qualcuno con cui condividere questo mondo insano. Ma in quest'epoca non c'è più spazio per la fantasia, per i sogni ad occhi aperti. Persino il mondo dei bambini è in disgrazia da quando Alice è impazzita nel Paese delle Meraviglie. No, adesso i bambini vengono formati sin dall'infanzia a seguire le regole, a scegliere attentamente le parole da dire, e la loro immensa potenzialità d'immaginazione è adoperata per folli creazioni. Lo chiamano Lavoro Vergine. Qualcuno di loro non regge alla pressione impostagli, finisce per deprimersi e poi ammalarsi, così viene attaccato a dei fili collegati ad un processore che lo nutre, imbottendolo di sostanze nocive ma gradevoli, fino al suo prematuro trapasso. In altri tempi lo avremmo chiamato eroina, adesso lo chiamiamo Processore di Crescita.

L'anno scorso alcuni membri della nuova casta pubblicizzarono una sofisticata applicazione, Amore3. Lessi quel nome sul giornale. Era passato davvero tanto tempo dall'ultima volta che avevo sentito quella parola. Come la sensazione di una pezza bagnata sulla fronte rovente, pian piano sgocciolava fuori rivoli di ricordi. Presumibilmente era stata delicatamente soffiata fuori dalle sue labbra dischiuse, trafiggendo il mio timpano, inumidendo il mio lobo. Ma chi può dirlo, la mia percezione è continuamente minata da nuove avanguardie visive che confondono realtà e finzione, sogno e volontà. Beh, Amore3 era un microchip installabile nelle cavità oculari, con un ottima connessione tra i cavi del processore e le terminazioni nervose, in grado di replicare un'immagine o una sensazione provata in qualcosa di reale. Per essere più precisi, potevi vivere un sogno ad occhi aperti con qualunque persona incontrata in passato, una moglie, un amico, un cane. Bastava scegliere lo scenario, al resto pensava il processore esterno che, tramite i cavi, trasmetteva informazioni al cervello, simulando vere conversazioni o reazioni umane. Era probabilmente un esperimento volto a sopperire la mancanza di rapporti fisici umani, motivo per cui molte persone cominciavano ad ammalarsi gravemente di malattie inspiegabili, come la morte improvvisa, il rifiuto persistente della luce, la pelle trasparente, le ossa di farina, il cervello fulminato. Sembrano manifestazioni di una sola malattia e invece sono atipici sintomi dell'overdose da poltrona. In realtà lo scopo dell'esperimento era di installare processori di controllo anche su persone che apparivano fieramente opposte alla nuova corrente del Transumanesimo. Si fece leva sugli ultimi brandelli di umanità rimasti attaccati all'osso della società moderna, colpendo sul morbido, sui rapporti umani. L'esperimento riuscì e le persone non modificate si ridussero ulteriormente. I nuovi modificati, quelli ignari intendo, soffrirono impotenti, finendo per ridursi a larve umane relegate in un mondo di fantasia. Alcuni, scordandosi i bisogni corporali più ovvi, morirono di stenti davanti alla figura olografica della moglie sorridente.

Io resistetti. Avevo paura. Nella mia testa avevo un ricordo di Dahlia perfetto, non avrebbe potuto essere migliore ne soprattutto cambiare col tempo, se non aumentare il suo valore. Come fosse stato il centro di un cubo di ghiaccio, lo fissavo un po distante. Temevo la macchina e le sue proiezioni così efficaci. Probabilmente ci saremmo lasciati anche nella nostra proiezione, e non era una soluzione accettabile. Ritrovarla in sogno per perderla nella fitta trama di pixel olografici.

Ma l'effetto che ebbe, che è anche il motivo che mi ha spinto a scrivere questa lettera, è stato di farmi riflettere. Su chi ero, su cosa sono adesso. Ci sono cose che un uomo si racconta per andare avanti, che non può ammettere finché ancora respira, proprio perché gli permettono di respirare a pieni polmoni e non in punta di piedi. Ma, se messo alle strette, devi vuotare il sacco e di fronte ad un vicolo cieco la voce ti rimbalza inevitabilmente in faccia. La cruda verità è che ormai mi sogno addosso, mi sbrodolo come un neonato con le sue pappe omogeneizzate, mi sembra come se il mio passato stesse, giorno dopo giorno, divorando il mio futuro. Lo sento colarmi addosso ogni volta che mi sforzo di ricordare. Ma se ora sono costretto a rifugiarmi tra le costole della carogna della mia immaginazione, all'epoca dei fatti il mio problema era opposto. Mi era permesso di scorrazzare per il mondo a mio piacimento, ma, anche se non lo sapevo, la mia immaginazione era indotta. Come anche la mia sessualità. Ero stato ingannato, derubato del mio desiderio di unicità, disorientato nella mia lucida analisi delle persone, ma non dalla donna, no. Ero stato gabbato dai modelli. Dalle fiabe, dai lieti fini, da quella grandissima vigliaccata che era la Disney, dai baci sotto la pioggia dati nei film, dallo stesso concetto d'amore. Io non sono così, non lo ero all'epoca e forse nessuno di noi lo è. Probabilmente era solo un modo carino delle lobby cinematografiche per impedirci di ucciderci l'un l'altro quando i soldi scarseggiavano, di abbellirci un po la vita. A pensarci bene non era diverso da Amore3, crearsi una proiezione di ciò che noi vorremmo che fosse o fosse stato, un'immagine vecchia quanto noi da proiettare sul volto di persone nuove. Travestirle nella maniera che ci fa meno paura.

Quando ero piccolo non mi è mai piaciuto stare a sentire le vecchie storie dei miei genitori, su come si viveva ai tempi delle sigarette comprate a grammi dal droghiere o del tubo catodico in bianco e nero. Eppure mi viene spontaneo chiedermi loro come avrebbero reagito davanti a tutto questo. Me li immagino mano nella mano, spaventati senza darlo troppo a vedere, mentre continuano a lottare per capire come darmi un futuro. La nuova casta non avrebbe avuto pietà, gli avrebbe dato la caccia a colpi di pubblicità mirate, offerte promozionali e gadget colorati. Ma più di questo la casta non avrebbe potuto fare. Il libero arbitrio, seppur sbiadito, esiste ancora. Il problema è che sono davvero pochi quelli che resistono. Forse i modificati sarebbero riusciti ad insinuarsi anche nel loro buonsenso, li avrebbero resi adatti a vivere in questo millennio. Adesso loro sarebbero nel loro appartamento a sbiancarsi i ricordi coi pixel e io di nuovo qui a sussurrare alla carta, al buio del mio appartamento.

Quello di cui la nuova casta non è cosciente è che, infine, la nanotecnologia innestata negli uomini finirà per consumarli, per divorare corpo e spirito. Renderà le persone adatte a reagire solo agli impulsi dati dai microprocessori, ignorando quelli provenienti dal vero cervello, quelli che avrebbero potuto fare la differenza. La macchina avrà usato il corpo umano come guscio evolutivo, come bozzolo per nascere, per appropriarsi della vita stupidamente buttata nel cesso dagli stessi uomini. Ben presto troveremo per le strade carcasse umane svuotate di vita come pelle di serpente al sole. E gli Pterossili saranno lì a divorare le carogne dei nostri corpi in decomposizione, urlando la loro soddisfazione.

Ma è troppo tardi per pentirsene, la società è avanzata in questa direzione perché era la maniera più congeniale alla sua natura. O magari è solo qualche isolato terrestre fuori controllo che si sta dannando l'anima per far saltare in aria il nostro soggiorno ben arredato, tirando sassi al lampadario di cristallo, graffiando i nostri mobili, accumulando tanto potere da farsi una buon rifugio, da essere l'unico ad avere qualcosa dopo l'esplosione. Anche se le battaglie peggiori avvengono in ambito molecolare, credo che i virus più dannosi siano di ragguardevoli dimensioni, abbiano due braccia e altrettante gambe e che abbiano nomi come Mario o Lucia o il nome del mio vicino di casa.

Non ricordo il momento esatto in cui tutto è cambiato, so solo che è successo. Un attimo prima ero un ragazzo, impenetrabile, nulla poteva scalfirmi, l'attimo dopo sentivo il cuore dilaniarmi il petto da un dolore inspiegabile, dalla solitudine, dalle persone care trapassate senza lasciare traccia, dal grigio. Ora la vedo, Dahlia, cammina composta nel viale del parco dietro casa. Gli ultimi raggi color ruggine le colpiscono le guance, trafiggendole il vestito, lasciandone intravedere i fianchi. Sorride in maniera diversa della prima volta che l'ho conosciuta, sorride sapendo perché lo fa, ha negli occhi la sua scelta e un collo così levigato da far piangere un uomo. A pensarci sono anni che mi ostino a cercarla, in posti affollati mi ritrovavo spesso a cercarla con lo sguardo. Mi sarò invaghito più volte di una nuca che di un viso. Che idiota che sono stato a non accorgermene. La solitudine, l'isolamento, eccola la ricompensa al mio idealismo. Ho tentato di fare giustizia nella mia piccola porzione di mondo, quella che potevo controllare, ma era un ruolo che non mi apparteneva. Sarebbe stato meglio vivere tra le correnti delle emozioni, senza censure, col cuore. E sono qui a brindare al muro, a ballare con divinità dai nomi dimenticati, a fissare il soffitto sperando non mi caschi sulla testa. Ma una certezza ce l'ho. La sua memoria rimarrà anche quando il mondo coprirà di polvere la sua figura. Perché sono qui. Perché ancora ricordo, ancora vivo.

Ora c'è troppo frastuono, è il gracidare degli Pterossili, non riesco più a sentire ciò che sta gridando. C'è troppo buio, il brulicare di immagini che si sovrappongono sta oscurando il cielo, mi stanno portando nella direzione sbagliata, lontano da lei."


Quando il Sovrintendente del settore G-4 mosse la telecamera con la cloche per guardare dentro l'appartamento 2574, non trovò nient'altro che un altro essere umano disteso, attaccato ai cavi, morto. Accanto, tra i sobbalzi di tensione, una donna scompariva tra i pixel di uno schermo.



Commenti

pubblicato il 08/02/2011 11.32.01
sabrina esposito, ha scritto: complimenti :)
pubblicato il 28/10/2011 21.56.22
voceperduta, ha scritto: fantascienza da applausi...problemi reali in un quadro d'inquietudini maniacali...

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