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lavoro pubblicato domenica 6 febbraio 2011
ultima lettura mercoledì 19 febbraio 2020

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ABOUT THE STRANGE MAN IN THE SWIMMING POOL

di Nigel Mansell. Letto 972 volte. Dallo scaffale Pensieri

ABOUT THE STRANGE MAN IN THE SWIMMING POOL Immerso nella schiuma di una vasca con idromassaggio, magari in compagnia di una colorata paperella gal...

ABOUT THE STRANGE MAN IN THE SWIMMING POOL


Immerso nella schiuma di una vasca con idromassaggio, magari in compagnia di una colorata paperella galleggiante: ecco, sicuramente in questa situazione saresti molto più a tuo agio.

Certo non appariresti così fuori luogo, come in questa piscina da venticinque metri; invece ti ostini nell'ingaggiare improbabili sfide con guizzanti e tonici corpi. Mentre loro solcano l'acqua come veloci scafi, e poi sbuffanti ed ansanti, a ritmi regolari, reclamano aria come giocosi e giovani cetacei, tu articoli incomprensibili e disordinati movimenti, che ti permettono appena di muoverti. E quando, sempre quegli altri, arrivano in fondo per toccare il bordo per poi rigirarsi e tornare nuovamente a fendere le azzurre acque della corsia, non si curano affatto di te, né ti considerano, ma ti scambiano forse per un ozioso bagnante, perso nel suo più completo relax.

Ma in fondo questo non ti urta, fai spallucce e ti volti alla tua sinistra, in cerca di qualcun altro con cui cominciarne un'altra, delle tue interminabili e del tutto personali, sfide virtuali.

Sei proprio come quel tale che è a disagio ovunque e che tutti osservandolo si domandano: ma questo che ci fa qua?

Lungo e dinoccolato, smarrito e distratto, svetti ciondolante fra la gente. Pur non volendo ti ergi al di sopra di tutto, tanto da figurare come un tarassaco isolato, torreggiante e solitario sul suo lungo stelo, al di sopra del prato circostante, alla mercé del primo bambinetto di passaggio, che lo possa cogliere di slancio, per poi soffiare via, tutti i tuoi semi lanuginosi.

La tua pelle è talmente bianchiccia che pare candeggiata con cura; quei tuoi capelli rossastri, abbinati a quei baffi, sempre rossi, così folti e inusuali, non ti fanno sembrare per nulla di queste parti: piuttosto ti si immaginerebbe appoggiato al bancone di uno scuro e fumoso pub del nord Europa, o magari con uno sdrucito spinello tra le labbra a passeggiare sui bordi dei canali di Amsterdam; o forse ancora, magari con una colorata sciarpa al collo, tra altre migliaia di selvaggi hooligans, a gridare insulti all'indirizzo degli avversari, per dichiarare amore eterno a quegli altri vestiti degli stessi colori che rechi al collo.

I tuoi occhi, quasi inespressivi, di un marroncino quasi giallo, non ti donano personalità, tutt'altro: ti cuciono addosso un'aria remissiva, proiettando su di te la malinconica immagine di un pacato erbivoro pascolante, umile e remissivo, disposto ad accettare qualsiasi cosa gli riservi il destino, senza tentare di volgere gli avvenimenti a suo favore.

Poi, come se rispondessi ad un preciso comando, ti arpioni alla scaletta d'acciaio per riemergere dalle acque, non certo perché sei stanco, ma forse perché il tutto ti è venuto semplicemente a noia. Non che sia semplice per te risalire quei gradini sdrucciolevoli, ma in un modo o nell'altro riesci ad uscirne.

Ora, ritto, te ne stai lì fuori, indeciso sul da farsi e grondante d'acqua, forse pensieroso o più semplicemente imbambolato.

In quel patetico costume che non riesci a riempire come e dove si dovrebbe, le spalle a bottiglia, i pettorali e bicipiti che non si saprebbe dove individuare, con un ciuffetto di insulsi peli rossi sullo sterno, tuo malgrado, dai a tutti una buona ragione sul perché sia preferibile l'attività fisica alla sedentarietà.

Ma ora viene la parte più difficile: ti infili in un infeltrito accappatoio dagli improbabili colori, inforchi delle ordinarie infradito comprate in una bancarella al mare, e ti dirigi verso gli spogliatoi con le annesse docce.


Tre flaconi nelle mani: bagno schiuma, shampoo e balsamo. Ben presto tutto di cade di mano, ti vedi così costretto ad abbassarti, confrontandoti con le parti genitali di chi era già sotto la doccia, per raccogliere ciò che maldestramente hai fatto rovinare a terra.

Ti confondi, non ricordi se prima va il balsamo o lo shampoo o se forse sia meglio darsi prima una mano di bagno schiuma: poi tutto ti cade di nuovo a terra; e poi l'acqua è sempre troppo calda o troppo fredda, ma quando trovi il giusto mix, il flusso si interrompe. Premi nuovamente con forza sull'interruttore e ritrovi l'acqua fredda, improvvisamente ridiventa calda, e poi finalmente si stabilizza, ma sul più bello l'acqua si arresta nuovamente.

Ora però non puoi più vedere, perché lo shampoo ti fa strizzare gli occhi, e così invece che pigiare sull'interruttore, ti ritrovi ad armeggiare con gli zebedei di un energumeno al tuo fianco, che invece che la doccia, sarebbe meglio si passasse il battitappeto, sul folto zerbino che orgoglioso ostenta sul torace. Così, sebbene ancora mezzo insaponato, ritieni che per la tua incolumità fisica sia preferibile smettere con la doccia.

Ti avvolgi nell'accappatoio, che anche se appeso insieme a molti altri, riconosci al primo colpo: chi mai potrebbe averne acquistato uno simile? Ti fai avvolgere dal caldo abbraccio della spugna e dal rassicurante profumo di ammorbidente; indossi il cappuccio e strofini con forza i rubini capelli, sui quali l'acqua pare sia solo scivolata. Fa un po' freddino, così ti dirigi velocemente verso il tuo armadietto. Ma il cappuccio davanti agli occhi ti impedisce di vedere quell'anta aperta, così lo spigolo ti si conficca proprio nel mezzo della fronte. Vorresti gridare, ma tutti ti osservano, così cerchi di riprendere un'andatura sciolta, per non farti ulteriormente notare: prendi a deambulare quasi con noncuranza. Ma quelle ciabattine da pochi centesimi non consentono una presa ottimale sulle piastrelle bagnate del pavimento, così la prima gamba sfugge l'aggancio sul suolo e si slancia verso l'alto; l'altra nel tentativo di recuperare l'equilibrio, la segue velocemente e si protende anch'essa nel vuoto. Atterri violentemente, la tua schiena si schianta sul pavimento ormai intriso di ogni possibile schifezza si possa raccogliere in uno spogliatoio maschile: fanghiglia, capelli, peli pubici, gomitoli di polvere e chissà che altro. Tutti gli sguardi sconcertati ti sono addosso, questa volta non cerchi di mascherare il colpo, accusi la sconfitta: ti abbandoni ad uno straziante e sguaiato lamento.

Indossi le tue mutande bianche, modello ascellare, quelle con l'elastico alto ed il buchino per il pisello, che a pensarci bene non sei mai riuscito a tirare fuori da quel diavolo di pertugio. Poi, come hai imparato da piccino, infili la canottiera anch'essa bianca e a costine nelle mutande, proprio come ti ha insegnato mamma.

Inevitabilmente il solito dilemma ti assale: mettere prima le calze o i pantaloni? Opti per una scelta ibrida: infili solo una calza e poi saltelli come una cavalletta per non appoggiare il piede sul pavimento bagnato. Poi, inspiegabilmente ed in modo del tutto irrazionale, osi l'impossibile: decidi di infilare i pantaloni. Inutile dire che l'operazione è per te una sfida insormontabile! Finisci per la seconda volta lungo disteso a terra: ancora su quel disgustoso pavimento.

Una madre, presente nello spogliatoio per aiutare il suo piccolo a rivestirsi, toccata nel suo cuore di mamma, penosamente ti aiuta ad indossare i pantaloni e poi quella camicia dalle fantasie inguardabili.

Finalmente, quando gli inservienti stanno ormai spegnendo le luci per la chiusura serale, riesci ad uscire dalla piscina; non dimentichi di incastrarti come al solito nella porta girevole, con quell'enorme borsone che ti ostini a caricarti sulle spalle. Inesorabilmente ti ricordi, come accade ogni volta quando oramai sei fuori, di aver dimenticato qualcosa nello spogliatoio: ma il personale che già ti conosce, avendo ormai chiuso la porta, ed insensibile alle tue imprecazioni, finge di non sentirti. Dopo aver con l'occasione ricordato numerosi santi ed insigni figure religiose, nonché declamato alcune colorite maledizioni apprese ai tempi del militare, da sboccati commilitoni toscani, esausto desisti.

Dopo dieci minuti di ricerca, ritrovi in modo del tutto fortunoso le chiavi della tua ordinaria utilitaria, lì che ti aspetta, solitaria nel posteggio.

Ti chiudi poi le dita nel portellone, allora urli all'indirizzo di una splendida luna piena, un grido primordiale che riecheggia nel piazzale ormai desolatamente vuoto; ma te ne fai una ragione, dopotutto la vita continua... Con la gola ancora dolorante per lo strillo disumano emesso poco prima, cerchi di districarti con la cintura di sicurezza per poi trovare al buio il blocchetto dello sterzo ed infilarci la chiave, che regolarmente confondi con quella della porta della cantina. Infine avvii a fatica l'auto, perché sbadatamente avevi dimenticato le luci accese e ritrovi finalmente la via di casa.

Come al solito rincasi provato e vistosamente malconcio a causa dei numerosi inconvenienti: i vicini sono sempre più convinti che tu possa frequentare un corso di lotta libera.




Nigel Mansell



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