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lavoro pubblicato martedì 1 febbraio 2011
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il sorriso della steppa

di trap56. Letto 982 volte. Dallo scaffale Viaggi

La ragazza mi guarda, sorride. E' inginocchiata davanti alla stufa, nella mia gher. Siamo in Mongolia, terra dove la notte per gli occidentali è ostile anche in piena estate. Non siamo abituati alle forti escursioni termiche affrontate fuori dal...

La ragazza mi guarda, sorride. E' inginocchiata davanti alla stufa, nella mia gher. Siamo in Mongolia, terra dove la notte per gli occidentali è ostile anche in piena estate. Non siamo abituati alle forti escursioni termiche affrontate fuori dalle pareti domestiche, senza caloriferi. Nei campi attrezzati per i turisti, se lo richiedi si offrono di venirti ad accendere la stufa prima di andare a letto e pure nel corso della notte e prima di alzarti. Raffinatezze da veri signori, per giunta senza che nulla ti sia richiesto in cambio: se ti va, la mancia prima di partire.
Danno per scontato che i ‘ricchi' europei non siano in grado di accendersela da soli, la stufa, anche se accanto alla stessa trovi la cesta con la legna. Non ti lasciano però l'esca, la miccia.
Così, in questa notte piovosa e fredda, mentre noi ce ne stiamo rintanati in tenda, già imbacuccati, ragazzetti e ragazzette in abiti leggeri scivolano nel buio, ti bussano e sorridendo adempiono al sacro rito del fuoco. Portano con sé una cassettina piena di legnetti e di carta, umili ma efficaci vestali del calore.
Questi antagonisti dei pompieri sono, probabilmente, studenti in vacanza, che si pagano parte degli studi lavorando nei campi per turisti. Vediamo anche giovani maschi dedicarsi al cambio della biancheria dei letti, senza il minimo accenno di vergogna o sentimenti analoghi. Anzi: ridono e ti raccontano di Cingis Khan e della antica lingua uigura.
Ora però ad accendermi il fuoco è miss sorriso: alla poco romantica luce di una candela (in questo campo non c'è la luce elettrica in tenda) lei stenta a dar corpo alla esigua fiammella che si sente preda dell'umidità. Mi sorride disarmante e a riderle dentro è la sua giovinezza - sua e del suo popolo, che ha un'età media di 24,6 anni. Sussurra, con voce di flauto, alcune parole per me del tutto incomprensibili, forse scusandosi, forse semplicemente scherzando. Non possiamo fare altro che sorriderci, privi di altri strumenti di comprensione: non tutti i giovani mongoli masticano l'inglese (quelli che lo fanno, però, mi danno la paga). E' disarmante, nella semplicità dei suoi gesti, nel candore di quei denti che mi rimandano i guizzi della candela. Quanti anni può avere? diciassette, massimo diciannove...
La vedo così inerme, così fragile: poco vestita per questo clima aggressivo; indifesa di fronte a una natura che a noi pare ciclopica e prepotente; troppo giovane e impreparata per il difficile compito che attende la sua nazione in crescita. Provo un impeto di simpatia per lei (forse anche di invidia per i suoi futuri ancora da sbocciare), insieme a ingiustificata apprensione, come vedessi una gazzella pascolare nei pressi di un leone.
Poi ce la fa, la legna crepita, le fiamme si lanciano incontenibili contro le pareti della stufa. La ragazza alza il viso verso di me: sprigiona il candido ardore della vittoria primordiale dell'uomo sul buio. Altre parole sussurrate col sorriso non sulle labbra, ma in tutto il corpo. D'impeto vorrei abbracciarla, quando si alza, per ringraziarla, per dirle quanto le sono vicino e quanto sento la precarietà del suo futuro, la debolezza del suo stelo di fronte ai venti gelidi della steppa e della Storia. Ma non devo, potrebbe equivocare; ed è l'ultima cosa che vorrei.
Non le offro nemmeno la mancia, mi parrebbe di rovinare la poesia di un momento così delicato, nella sua semplicità e naturalezza. Domani mattina.
Esce nel freddo, dopo un caloroso intreccio di "Good night!", sottolineato, il suo, da un ultimo sorriso senza etichetta.
La folata gelida che prende per un attimo il suo posto in tenda mi riporta alla lucidità del pensiero. Vedo in pieno la banalità, la superficialità dei miei sentimenti, delle mie riflessioni. La giovane portatrice di calore è il perfetto emblema della moderna Mongolia: giovane, forse ancora acerba, impreparata, alle prese con una natura che è ostile soprattutto ai nostri occhi di sedentari rammolliti. Qui è da secoli e secoli che hanno imparato a conviverci, a rispettarla, a trarne tutto ciò che serve alla loro vita. Non il di più, certo.
La Mongolia è una giovane democrazia, con tutti i limiti della immaturità e con tutti i rischi legati alla inesperienza. Ma, come quella serafica ragazza, ha davanti a sé tutto il futuro, le potenzialità di un progresso che si spera sappia gestire mettendo a frutto anche la conoscenza dei nostri errori. Ha davanti a sé il tempo per provare, sbagliare, riprovare, migliorare, crescere, soffrire, gioire. Può permetterselo, perché è giovane, ancora fresca di energie, con la voglia di vivere e di vivere meglio. Meglio come, starà al popolo mongolo deciderlo, alla sua classe politica, ai suoi intellettuali. Ai suoi giovani.
Ne abbiamo incontrati tanti, nei campi per turisti, di questi poco più che adolescenti, soprattutto ragazze: qualcuno fra noi aveva nei loro confronti il classico atteggiamento dell'occidentale superiore che incontra lo stupido indigeno, incapace di essere all'altezza della situazione e sempre giocherellone. Incapaci noi, gli ‘evoluti', di cogliere la freschezza, il vigore di questa semplicità, di questo approccio alla vita non ancora mediato dai filtri della nostra civiltà tecnologica. Cominciano anche qua a spuntare antenne paraboliche e pannelli solari nei pressi delle tende dei nomadi; i bambini e i ragazzi vanno a scuola fino a sedici anni, lontani per tutto l'anno scolastico dalle famiglie, come in uno dei nostri collegi. E non sarebbe possibile diversamente, date le smisurate distanze e la mancanza di strade. Conoscono il mondo esterno, altri stili di vita; probabilmente arriveranno col tempo a lasciarsi alle spalle la pastorizia nomade , la vita rude e la lotta per la sopravvivenza.
Non voglio fare della retorica, cantare la bellezza, la nostalgia del passato: troppo comodo farlo da una morbida poltrona, nel caldo delle pareti domestiche, dopo aver acceso con un banale cilck la luce elettrica e il computer. Facile essere romantici sulla pelle degli altri.
Voglio però sperare che il sorriso di quella ragazza possa mantenersi il più a lungo possibile, anche quando la vita le imporrà di crescere, di fare delle scelte, delle rinunce. Ecco: voglio augurarle di non dover rinunciare proprio al suo sorriso, alla freschezza, a quella ingenuità di fondo che aiuta a crescere tenendo vivo il fanciullo che c'è in noi.
Voglio almeno sognarlo, come ricordo di un incontro fuori dalla Storia.
O forse no: sogno di incontrare un giorno (non troppo in là, eh!) quella ragazza: cresciuta, in visita turistica a Roma. Ancora con quel sorriso che le illumina il viso.
Saprò accettare anche un filo di malizia in un angolo della bocca.


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