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lavoro pubblicato giovedì 20 gennaio 2011
ultima lettura martedì 11 agosto 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Blu Davvero 2

di martag90. Letto 954 volte. Dallo scaffale Amore

Mi stai portando a casa. Questo tragitto lungo il fiume l'ho fatto molte volte, e spesso non con te. Quando ero piccola mi piaceva, lo trovavo strano, mi sembrava di entrare in un mondo fatato. Adesso vedo che la strada è troppo stretta e ci son...

Mi stai portando a casa. Questo tragitto lungo il fiume l'ho fatto molte volte, e spesso non con te. Quando ero piccola mi piaceva, lo trovavo strano, mi sembrava di entrare in un mondo fatato. Adesso vedo che la strada è troppo stretta e ci sono curve cieche che rendono pericolosa la viabilità, e poi la corsia è una ma diciamo pure che gli autisti se ne fottono. Però forse quella era una fata. Sì, dai, era una fata.

Non mi stancherei mai di ascoltare questa canzone”, affermi nel rimetterla.

Beh, ci sono sempre cose di cui non ti stanchi mai. Sì, certo, il “mai” esiste, e puoi pronunciarlo in modo sicuro al momento della tua morte. Così come esiste il “sempre”, illuso è chi non vi crede: è certamente più facile credere che l'amore eterno non esista, se noi non lo troviamo.

Io non mi stancherei mai di pensare. È il mio modo di evadere. Quando qualcosa non va, io mi chiudo nella mia testa e penso, e ancora di più mi piace pensare al giorno in cui ci siamo conosciuti, perché decisamente, forse è banale, è stato il giorno migliore della mia vita. Ma non solo per te, ora non ti sopravvalutare. È solo che ho avuto l'impressione come se per una volta, una volta soltanto, ci fosse un Dio con tanto di barba bianca che ha deciso di far andare tutto come doveva andare. Tutto come volevo io, forse se dico così sono più sincera.

Era giorno, era l'ultimo giorno dell'ultimo anno della penultima scuola, quindi tutto sommato era bello, ancora più bello era che io non lo sapevo, l'ho saputo quando è finito. Ero a fare le prove per il concerto della suddetta scuola (e chi mai poi ne ha riferito il nome?), ma forse la parola concerto sarebbe meglio metterla tra virgolette (“concerto”), alla fine era un concerto solo di fatto, astrattamente era il mio modo per capire come me la cavo con il microfono e, soprattutto, con la folla che sta dietro di esso. Mi piacciono di più le cose astratte, le cose concrete sono solo concrete, l'unica cosa che apprezzo di esse è che portano comunque all'astratto, specialmente se si legano a qualcosa di intimamente importante. Astratto – Concreto, 1 a 0.

Sono arrivata alle prove generali; con l'occhio della memoria quel piccolo spiazzo lo vedo come una specie di campo nomadi guarnito di erbacce ingiallite, ma in quel momento esatto era il Madison Square Garden, e faceva un sacco di paura.

Il cielo sopra di noi dava l'idea di essere immersi in un manga giapponese, perché i contorni delle nuvole erano troppo precisi, troppo distinti rispetto al cielo che ad ogni modo era troppo azzurro. Era tutto troppo, forse era una scherzo di qualcuno, qualcuno aveva dipinto tutto e si era nascosto per vedere la reazione delle persone. Ma era un qualcuno troppo ottimista: Signor Qualcuno, tu davvero sei convinto che ci siano persone che ancora guardano il cielo quando escono in strada, o che sognano alla finestra e affidano ad esso le proprie speranze? Le persone non lo fanno più, non so nemmeno, a dire il vero, se l'abbiano mai fatto. Aprono la finestra per cambiare aria alle stanze e il massimo a cui giungono è guardare oltre la siepe per vedere se il prato del vicino continua ad essere più verde del loro; aprono la porta e vanno senza viaggiare, vanno perché devono andare e stanno solo attente a non pestare cose sgradevoli. Niente di più, niente di meno. Il cielo sta lì, ogni tanto piange e loro prendono l'ombrello. Però io quel giorno il cielo l'ho guardato, caro il mio Qualcuno, e ho pensato appunto ai manga giapponesi, ma i manga cartoni, quelli alla tv insomma. Spero di averti dato almeno un po' di soddisfazione! Ma ti confesserò che è stato un attimo, solo un attimo, perché sono stata distratta, ahimé, da un cappello. C'era un cappello verde scuro posato su dei capelli lunghi che assolutamente non appartenevano a una donna, però sembrava che appartenessero proprio ad una donna perché l'altezza a cui erano lo faceva pensare. Sì, decisamente. Però era un inganno, e io lo sapevo. Prima di abbassare gli occhi sul Volto, ho cercato di prepararmi intellettualmente alla visione pensando a quante volte avevo immaginato che esattamente quel Volto guardasse proprio me. Poi li ho abbassati e chiaramente non è successo niente, figuriamoci. O forse è successo qualcosa che ad ogni modo io non ho notato.

Il pomeriggio trascorreva infido e quel Volto non mi degnava di uno sguardo. Ho provato ad attaccare bottone, ma ho detto una frase stupida della quale mi vergogno tutt'ora al solo ricordarla, e che lì per lì avevo rimosso. Il fratello del Volto lo chiamava in continuazione per passargli ogni sorta di cose, e io, non so perché, ho così esordito: “Che sei, il suo prendino?” Prendino. Sì, l'ho detto. Che razza di parola è “prendino”, mio Dio? Il Volto mi aveva chiaramente dato alla testa senza vie di scampo.

Perché poi questo è anche il mio grande problema, non ce la faccio a non parlare se voglio palesemente farlo, quindi anche in quel momento ho dovuto dire qualcosa, qualsiasi cosa perché volevo disperatamente dirgli solo questo: ciao, non mi conosci e non vorrai mai conoscermi ma io ti amo. Lo so che non ci siamo mai nemmeno rivolti la parola, ma è così, io ti amo, tu mi capisci e non so come sia possibile ma quando ti ho visto per la prima volta è accaduto quell'evento molto raro che è definibile come “colpo di fulmine” e ho pensato che eri proprio il tipo di uomo ideale. Potevo dire questo. Non lo so.

Dopo questa gaffe dalla quale non ho potuto salvarmi perché non l'ho voluto a sufficienza, me ne sono andata via. Cantare può richiedere una certa attenzione all'immagine se ci sono delle megere che ti osservano, e anche assenza di pudore se ne hai troppo, cosa che ho risolto felicemente con un buon chupito. Anche se, dopo averlo tirato giù, per una persona che non regge l'alcol come me può diventare un'impresa erculea montare sul palco e camminare in linea retta. Però non sono caduta. E ho cantato.

Ho cantato. Davanti a me stavano in piedi ad ascoltare non così tante persone, ma, sarò sincera, mi parevano almeno mille in quel momento. Le prime note sono state tremolanti, ma poi c'è stato il primo applauso. A quel punto mi sono letteralmente sciolta, la vista si è snebbiata, ho VISTO: le stelle su in alto sembravano qua in basso, vicino a me, e si stringevano al mio collo come un fantastico collier di diamanti e facevano il girotondo come un gruppo di paffuti asilanti; un passante si esercitava nel passare e mi ha fatto pensare che non è vero che tutto cambia; quella persiana era aperta: signora, entrano le zanzare!; il Volto mi ascoltava. Il Volto mi ascoltava. TU mi ascoltavi. Eri a qualche metro da me, esattamente accanto alle mie amiche, esattamente dietro mia zia che mi stava riprendendo (con mia grande vergogna). Ti ho visto, mi ascoltavi, e non riesco ancora a spiegarmi perché, ma eri immerso in un strano alone viola in pendant con la mia camicia. E mi sono sentita quasi strana, io voglio e io posso ora, mi sono detta, voglio e posso, ora.

È passato un po' di tempo, il concerto si è lentamente spento e noi, per una volta o forse solo una in più protagonisti, finalmente ci siamo ritrovati liberi di correre decisi verso i complimenti. Sinceri o meno che fossero, aveva un'importanza davvero relativa.

La confusione era molta. Ci separavano almeno cinque persone, io in piedi (per assoluto miracolo), tu seduto su un marciapiede. Vedevo i tuoi occhi tra le gambe della gente, erano belli, brillavano, brillavano come un corpo bagnato esposto ai raggi solari. Brillavano e mi seguivano. Mi sono girata dall'altra parte. Sono tornata a cercarti. Brillavano e mi seguivano. Mi seguivano, ti sei alzato, mi seguivano. Ho abbassato lo sguardo e tra i piedi altrui sono esplosi i tuoi, e calzavano quegli stivali che non mi hanno lasciato perplessa nemmeno per un secondo.

Stavo dicendo qualcosa, stavo dicendo che avevo sete, ma le mie amiche, o almeno quelle che credevo sinceramente lo fossero, non volevano affatto bere. Ho per un secondo dimenticato il tuo cambio di posizione perché concentrata nel portare avanti la mia piccola battaglia, quando ho sentito una voce. Sapevo che era la tua, sapevo che era rivolta proprio a me. Era come se l'avessi sempre conosciuta, sapeva di camino acceso la notte della Vigilia, di erba appena tagliata, sapeva di un posto che non ho mai visto ma dove sicuramente sono stata. Ho fatto finta di non sapere e mi sono voltata a cercarti. Era solo una scusa per guardarti dritto dritto in quegli occhi luccicanti.

Hai sete? Vieni con me!”

La frase che hai pronunciato a dirla tutta non era certo degna di Leopardi, ma ha avuto un effetto, è proprio il caso di dirlo, esplosivo: avevo una bomba nel cuore che continuava a scoppiare. Non so cosa mi stesse dicendo la testa, non so nemmeno se in quel momento parlasse davvero; potevi essere un maniaco, un pazzo, uno che non mi avrebbe mai amata. A me non importava. Ti avrei seguito per molto meno.



Commenti

pubblicato il 20/01/2011 13.25.07
cri52, ha scritto: ehi..non smettere mai mai di scrivere così! ti leggo sempre.
pubblicato il 20/01/2011 13.36.58
martag90, ha scritto: Grazie!!!!!!!!!!!
pubblicato il 20/01/2011 23.29.37
iopenso, ha scritto: Ritmo eccellente, dovizia di particolari ma non credo di essere d' accordo sul "mai" e "sempre"... Io semplicemente le abolirei ! Brava !
pubblicato il 22/01/2011 21.50.43
tartaruga82, ha scritto: ...io credo che ci siano tante persone che guardano il cielo a cui affidano speranze, solo che non lo ammettono...:) io lo guardo e sono fiera di ammetterlo :)

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