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lavoro pubblicato lunedì 17 gennaio 2011
ultima lettura sabato 10 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Londiners.

di martag90. Letto 836 volte. Dallo scaffale Viaggi

Guardo l'immensità dal finestrino dell'aereo e penso che anche l'immensità in fondo non sia poi tanto grande. Tutto s'imbianca e poi puff, come un tuffo, al di sopra di un eterno piumone di nuvole grigie, dove il sole c'è sempre, a...

Guardo l'immensità dal finestrino dell'aereo e penso che anche l'immensità in fondo non sia poi tanto grande. Tutto s'imbianca e poi puff, come un tuffo, al di sopra di un eterno piumone di nuvole grigie, dove il sole c'è sempre, a parte quando se ne va. Nient'altro vedo che non siano i giacigli degli angeli, quei giacigli che voglio toccare, dai quali solo una lastra di vetro mi separa. E provo dolore, il dolore per tutte quelle cose che nella vita non avrò mai l'occasione di fare.

Qualche giorno prima di adesso l'ho passato a Londra. È uno spunto interessante, un cielo che sembra diverso ma che poi in realtà è lo stesso che guardi dal portone di casa tua. Se lo guardi dalla finestra del Best Western a Soho, è già un altro discorso. Ci sono io, e non ci sei tu, ma è una cosa strana perché mi sembra che tu ci sia, qui accanto a me, col naso rivolto verso l'alto, appeso al davanzale, come sempre troppe cose da dire, un'eternità davvero troppo breve per dirle tutte.

Usciamo in strada, lo Starbucks, tante strade mai percorse, alcune che non si ricordano, tanti occhi con cui legarsi per un solo istante prima che la quotidianità se li inghiotta. Vorrei andare qua, ma gli altri hanno deciso che si va di là. È uguale. Vorrei solo essermi portata dietro un block notes per non dimenticare nemmeno un passo di quelli che sto facendo. E un registratore per farti sentire tutto quando poi tornerò a casa. Casa. Il mondo è la mia casa.

Ecco Oxford Street. Salgo lentamente le scale che portano fuori dalla metropolitana, e ci sono, in mezzo a questo mare di persone che soffrono di shopping compulsivo, e mi piace, mi fa sentire stranamente viva. Volgo il mio viso verso l'alto, ma non troppo in alto, grandi palazzi, tanti negozi, troppi per un portafoglio come il mio, dove “come il mio” significa vuoto. C'è Hmv, ci entriamo, bene, sono contenta, a questi inglesi piace parecchio mettere dei cd d'importanza internazionale nonché meravigliosi a 2 o 3 sterline! Entro e ti vedo disegnato su tutte le copertine, non, però, su quelle dei Bon Jovi, quelle mi appartengono troppo, tutto il resto del mio mondo è tuo. Mia madre insiste che si vuole comperare un poster, dai, muoviti, prendilo, sceglilo, attaccalo dove ti pare quando poi torni nel tuo appartamento, io so solo che adesso voglio aspettarti fuori su quel larghissimo marciapiede, urtare le spalle dei passanti e pensare: mio Dio, sento.

Alla Torre di Londra ci sono dei tizi che sicuramente non provano vergogna: le guardie, con quel buffo cappello nero e peloso che si erge intrepido verso l'alto. Stanno probabilmente interpretando delle marionette, si esercitano in gesti legnosi, innaturali; mi chiedo che cosa stiano pensando mentre tutti noi stiamo qui e li guardiamo, qualcuno ride, qualcuno prova compassione, e loro vanno avanti con il loro spettacolino che pubblicizza la monarchia inglese. Mi piacerebbe tanto se si scambiassero una rapida occhiata d'intesa, prendessero quei ridicoli cappelli e li lanciassero in aria, così, osservandoli mentre ruotano su se stessi e poi, vinti dalla forza di gravità, capitombolano a terra, a segnare un nuovo stato di libertà, che la libertà, anche durasse solo un minuto, rende la vita degna di essere vissuta, per davvero. Perché c'è gente che ha lottato, per ottenere la proprio libertà, che è morta nel corso dei secoli lasciando o meno traccia di sé, e allora io ci voglio credere, che serva a qualcosa, ci voglio credere in questo ideale.

Dopo un'ora buona, siamo uscite, io, mia madre e mia zia, da quelle mura spesse che ti riportano in un passato lontano, e ci siamo fatte un moderno tramezzino. Splende il sole, ora, e non mi ero mai resa conto di quanto faccia bene, il sole: ti entra dentro, illumina le stanza vuote della tua anima ed elimina l'apatia.

Non ho ancora deciso se sia bella o no, questa Londra. È la terza volta che volo fino a qui e ancora non riesco a capire quale sia il mio punto di vista. Certo, è meglio di Milano (non che ci voglia poi molto), ma peggio di Praga. Forse è un po' al livello di Barcellona, però. . . però sì, un gradino sotto, determinato dai cappotti pesanti, dai pub che chiudono presto, dai negozi che tiran giù le serrande alle sei e mezzo di sera. Sì, c'è quest'aria un po' gelida a Londra, tutti i mesi dell'anno; la vedo come fredda, distaccata capitale della moda, cerca di rubarti il cuore con i manichini e quell'atmosfera malinconica da poeta maledetto. Ma promette e non mantiene. Almeno, per me. Riassumendo, bella e fredda, come una top model. Come non può rispecchiarmi.

Scendiamo in metropolitana, saliamo su uno dei treni, mi volto a sinistra ed eccoli lì: avranno una quarantina d'anni a testa, sono entrambi di un biondo sporco, sovrappeso e brutti. Eppure, meravigliosi. Perché non si guardano neanche intorno mentre si abbracciano con la foga e la scherzosità di due ragazzini alle prese con il primo amore. Sto pensando che forse sono venuta qui solo per vedere questo. E mentre lei lo guarda dritto negli occhi, senza nessuna paura, arriva la mia fermata. Urto un po' di gente e penso intensamente a te,a come mi fai stare bene, anche se a volte lo do per scontato. Tu sei sempre al mio fianco, pronto a combattere per me, con armi medievali e un'intelligenza che non ha tempo. E mentre in questa stazione della metro fa troppo caldo, chissà tu che cosa stai facendo.

È proprio vero che, quando te ne vai, capisci dov'è che dovresti essere.



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