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lavoro pubblicato mercoledì 5 gennaio 2011
ultima lettura lunedì 15 aprile 2019

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L' ERRORE DI NIK

di mifi77. Letto 1137 volte. Dallo scaffale Fantascienza

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L’ ERRORE DI NIK

Mi svegliò Helian, alle otto, porgendomi un tazzone di caffè bollente:

- Alzati subito, ché dobbiamo andare al laboratorio.

Mi gettò la calda veste da camera sul letto, si tolse la sua ed entrò nella doccia. La visione del suo corpo mi ricordò la serata precedente, intima, lunga e soddisfacente. Bevvi il caffè e mi alzai. Sull’unico tavolo del minuscolo appartamento trovai pronto un ottimo zabaglione. Pensai che persino nel 22° secolo alcune cose non erano cambiate affatto dal tempo dei nonni, per fortuna.

Mentre sorseggiavo la mia gustosa colazione, guardai fuori attraverso l’ampia vetrata: un cielo nuvoloso allungava la notte invernale, ma sapevo che non avremmo trovato freddo all’esterno: non faceva più veramente freddo da quando ero bambino.

Venti minuti dopo eravamo già in strada, sul primo marciapiedi mobile, appoggiati al tiepido corrimano di destra, mentre a sinistra altri pedoni frettolosi ci superavano di buon passo. Il nostro percorso era piuttosto lungo, quindi di solito ci lasciavamo trasportare, camminando soltanto nel tratto finale, se eravamo in ritardo.

Luci fioche illuminavano le strade, a causa del risparmio energetico. Eravamo appena usciti dal periodo del Nuovo Medioevo e molti sopravvivevano a stento. Soltanto i politici, gli industriali e gli addetti allo spettacolo vivevano bene.

Helian si accostò a me, che le presi un braccio. Ci eravamo conosciuti su internet, dopo aver compilato ciascuno l’apposita scheda.

“Il nostro sistema non sbaglia mai!” assicuravano, per giustificare l’elevata quota d’iscrizione, e il più elevato premio quando riuscivano a formare una coppia.

Per me non era stato facile trovare il mio partner ideale, troppe volte avevo ricevuto una risposta negativa: “Richiesta troppo esigente, nessun partner esistente, rimodulare la richiesta.” Alla fine avevo trovato Helian e ci eravamo piaciuti entrambi.

La passione era divampata irruente e soltanto da poco si avviava verso un rapporto tranquillo e consolidato. Ogni tanto guardandola pensavo: “E se non ci fosse stato internet e i suoi diabolici sistemi?”

Sulle nostre teste udimmo il rombo di un jet e sorrisi: presto quell’antico sistema di trasporto sarebbe diventato secondario. Le persone colte e coraggiose già usavano il TTI, sigla che nelle lingue neolatine, le più diffuse, significava Tele Trasporto Immediato.

Era un sistema tirato fuori dalla fantascienza: si entrava in una cabina che sembrava una doccia, vestiti di pelli animali, le uniche compatibili col TTI, poi l’operatore stabiliva le coordinate sull’apposita consolle, dava il GO e la persona spariva. Poco dopo dal luogo di destinazione giungeva una mail di conferma.

Pochi rischi: il sistema trovava uno spazio libero nel luogo di arrivo e curava di far ricostituire la persona a pochi decimetri da terra. Raramente c’erano state fratture, una sola volta un decesso. Ma poiché in quel caso era arrivato soltanto un mucchietto di polvere bruciata, i governi del mare del Nord avevano deciso una moratoria, avevano atteso il perfezionamento del sistema, poi avevano consentito la ripresa di quel velocissimo mezzo di trasporto.

Eravamo in anticipo e Helian volle fermarsi a un distributore automatico per prendere un caffè. Io rinunciai perché quello non era vero caffè: si trattava di un surrogato, perché le piantagioni di caffè erano state abbandonate dopo la lunga estate medioevale, seguita ai cataclismi causati dall’effetto serra.

C’erano alcune piantagioni in Germania e in Cina, ma il costo del caffè era molto elevato e i governi invitavano a usare il “neo-caffè”. Io ero uno dei pochi a permettermi il lusso di usare caffè tedesco in casa. In compenso non usavo alcuna droga.

Era lunedì, giorno di telelavoro, ma era anche il giorno fissato da Helian per recarsi in Nuova Zelanda, sua terra di origine, dove sua madre stava male. L’urgenza del viaggio l’aveva spinta a partire per la prima volta col TTI. La guardai con un po’ di ansia: ci tenevo a quella donna. Il suo volto, derivato da un miscuglio di razze, era per me fonte di un’attrazione incredibile.

Una volta, dopo l’intimità, le avevo detto: ”Ti amo”. Lei mi aveva osservato riflettendo, poi aveva replicato: “Vuoi dire: ti desidero. Lo sai che ti amo non significa nulla, neanche mio nonno lo diceva più…”

Forse io leggevo troppe poesie antiche, ma non avevo trovato niente di più idoneo per esprimere ciò che sentivo. Una volta le avevo detto che avevamo avuto un rapporto “soave” e lei aveva riso a crepapelle, ma non esisteva nel neoitaliano un termine più adatto e lei non parlava l’esperanto.

Pensai che il sistema di ricerca del partner a schede informatiche non era perfetto.

Arrivammo. Il portiere del complesso recintato ci fece un inchino e noi ricambiammo. Helian scambiò lo stesso saluto con i miei colleghi del laboratorio, mentre io pronunziavo una serie di “Bye…”

Avevamo prenotato, quindi Helian andò in camerino e si cambiò uscendo con un completo in pelle e una borsa per viaggi in TTI.

- E’ certa di portare con sé soltanto effetti teletrasportabili? – le fu chiesto. Lei annuì e firmò i documenti di rito.

Sapevo che stava firmando dichiarazioni di esonero di responsabilità e per un momento entrai in ansia. Capii che cosa voleva dire mio nonno quando mi raccontava che suo nonno prendeva l’aereo spaventato a morte e salutava i parenti in lacrime.

Helian dovette vedere la paura nei miei occhi, perché si avvicinò, bella ed eccitante in quel completo in pelle, mi fece una carezza sulla guancia e mi sussurrò: “Ti desidero… e forse un po’… ti amo.” Poi con un sorriso entrò nella cabina.

Mi misi alla consolle, inserii le coordinate di arrivo, controllai tutti gli indicatori, un po’ emozionato, nonostante avessi già “spedito” una ventina di persone, la osservai un attimo attraverso il vetro della cabina, la vidi apparentemente tranquilla e fiduciosa, quindi diedi il GO.

Lei sparì, io guardai il monitor per tre interminabili secondi, intervallo dovuto non al teletrasporto, ma ai tempi del sistema di rilevamento, poi con soddisfazione lessi: “Destinazione raggiunta”.

Andai nel mio ufficio e mi misi al lavoro, in attesa di un messaggio di Helian da un qualsiasi telefono o computer della cittadina di arrivo.

Mi distrassi dal lavoro soltanto quando la collega Gaya aprì la porta per chiedermi se Helian mi avesse dato sue notizie.

- Ancora no… - e subito mi resi conto con terrore che era già trascorsa un’intera ora.

Corsi nella sala delle partenze e chiesi al collega Manuel di controllare la mia operazione. Quando mi resi conto di aver sbagliato la longitudine, mi sentii tremare le gambe!

Anche Manuel apparve preoccupato nel dirmi: - Speriamo che non sia finita in mare.

Chiese al monitor di dargli la destinazione effettiva…

Era un’isola dell’arcipelago Chatham!

- E’una grande isola? – chiesi.

Manuel ingrandì la mappa, pronunziò un nome incomprensibile, in sigla, poi disse: - Ha una forma ovale, di un chilometro per due circa.

Cercai una sedia e vi caddi sopra. Manuel continuò:

- Prima KG21 era più grande, ma l’innalzamento delle acque l’ha rimpicciolita, sommergendo tutti i manufatti umani e…

- E…?

- … ed è in pratica disabitata, anche perché molto radioattiva, dopo gli esperimenti atomici del secolo scorso.

- Quanto tempo occorre per far arrivare una squadra di salvataggio?

- E’ raggiungibile soltanto per mare, forse in ventiquattr’ore, ma ci sono delle formalità da rispettare e in effetti possono trascorrere parecchi giorni…

- Devi mandarmi lì.

Manuel mi osservò, capì, mi chiese la carta di credito, gli vidi prelevare quasi metà dei miei risparmi, poi mi invitò a prepararmi.

Tremavo, mentre mi vestivo, pensando alla solitudine di Helian. Purtroppo non potevo portare viveri, ma contavo di trovare qualcosa sull’isolotto, probabilmente deserto.

---

Mi ritrovai in un ambiente spettrale: alberi deformi ed erba spinosa, ma soprattutto notai l’assenza di tutti quei suoni che nei luoghi non urbanizzati rivelano la presenza della vita animale.

Lì era notte inoltrata e non si vedeva nulla. Poi la luna fece capolino, uscendo da una grossa nuvola e mi guardai intorno, cercando Helian.

- Sei una testa di legno! Che cavolo hai combinato?

Era la sua voce, anche se non il suo linguaggio. La intravidi seduta a terra sotto un albero e le andai vicino.

- Si può sbagliare, perdonami…

- Ti aspettavo prima! Però almeno sei venuto…

Aveva pianto e l’abbracciai, provando a consolarla con mille rassicurazioni.

- Domani qui farà un gran caldo… - ribatté – Quanto tempo impiegheranno effettivamente i soccorsi?

- Il Direttore ha interessato il governo della Nuova Zelanda: tra un giorno o due saranno qui. Conviene dormire un po’: domani cercheremo qualcosa da mangiare.

Estirpai un bel po’ di spine, poi mi sdraiai. Lei usò il mio stomaco per cuscino…

Il mattino seguente la fame mi divorava e ci mettemmo a cercare arbusti provvisti di bacche. Mangiammo tutte quelle che per odore e sapore ci sembrarono accettabili.

Il sole si alzò presto e ci inoltrammo verso l’interno alla ricerca di acqua dolce. Incontrammo alcune tartarughe, quasi tutte con la corazza deforme, probabilmente per mutazione genetica: non potevano costituire un buon cibo, e non volevo accendere un fuoco, con quella temperatura afosa.

Finalmente trovammo un ruscello per dissetarci e più su un laghetto alimentato da una cascatella. Ci svestimmo e facemmo un magnifico bagno.

Dopo non sentimmo il bisogno di asciugarci, compito rapidamente assolto dal sole e da una brezza di mare che ci ristorò un po’.

Helian mi chiese se fosse il caso di rivestirci e le risposi di no: l’isolotto era deserto e il caldo eccessivo. Degli abiti feci un fagotto che misi a tracolla, quindi tornammo verso la sottile lingua di sabbia che avevo intravisto.

Un costone roccioso sporgente a pochi metri dal mare e molto ombroso fu scelto come “casa” e rifornito di bacche faticosamente raccolte.

- E’ probabile che domani vengano a prenderci. – dissi.

Il netto cambiamento di fuso orario e di stagione aveva scombussolato i nostri bioritmi, quindi ci addormentammo, utilizzando gli abiti come cuscini.

Ci svegliammo al tramonto, discretamente riposati. Dopo un po’ mi alzai, guardai l’orizzonte e l’oceano libero da imbarcazioni, poi la retrostante collina, dove, da una macchia della vegetazione mi sembrò di vedere il riverbero di una luce. L’additai a Helian:

- Hai notato qualcosa di simile ieri sera?

- Ero così spaventata e arrabbiata che mi sono rannicchiata dove mi hai trovata e ti ho atteso.

- Neanch’io mi sono guardato intorno se non per trovare te. Vorrei dare un’occhiata.

- Vengo con te.

Indossammo l’indispensabile, poi ci avviammo con cautela, scegliendo un percorso il più possibile aperto.

Incontrammo presto la causa di quel riverbero: erano piantine dalle foglie di colore cangiante, dall’arancione chiaro all’interno al rosso e poi al viola per quelle più esterne. Dalle foglioline interne scaturiva una vaga luminosità.

Avevamo fame, così assaggiai una foglia intermedia:

- Hanno un ottimo sapore…

Ci saziammo, tra i dubbi di Helian che supponeva fossero radioattive.

La tranquillizzai: - Per un paio di giorni non ci può accadere nulla.

Avanzammo, mentre gli arbusti verdi sparivano e le piante arancione erano sempre più numerose e grandi.

La luminosità aumentava, o era più visibile per la notte incipiente, finché arrivammo a una radura cosparsa soltanto di quei ciuffi arancione, sempre più alti e luminosi, che circondavano una pianta più grande, alta almeno un metro, e più luminosa delle altre.

Era uno spettacolo, una specie vegetale che non conoscevo. Guardai Helian che era sorpresa più di me e forse più ammirata da quel prodigio. Cadde in ginocchio, seguita da me.

La pianta non portava fiori o frutti, ma il suo profumo era speciale, un mix di zagara, gelsomino e glicine, ma molto più piacevole.

Io persi la cognizione del tempo: contemplazione e meditazione furono due termini dei quali acquisivo finalmente cognizione; mi sentivo a un tratto purificato del male che è nella natura dell’uomo, e dentro di me rimaneva soltanto il bene, l’amore per Helian, per i figli che adesso desideravo più che mai, per i miei parenti trascurati, per i miei amici, per i colleghi di lavoro, per le persone del nostro grande edificio, per quelle che incontravo in strada, per i miei concittadini, eccetera, eccetera, eccetera…

Helian era anche più assorta di me e tale rimase anche dopo che io mi alzai e mi allontanai come da un fuoco troppo forte per me. Alla luce di quella pianta semplice e meravigliosa lei sembrava una madonnina in preghiera, sembrava Eva all’inizio del mondo…

Alla fine si alzò, in silenzio si avviò, senza più paura di procedere al buio tra gli alberi deformi dell’isola, incurante di poggiare i suoi delicati piedini sull’erba spinosa. La seguii.

Arrivammo al nostro riparo ascoltando lo sciacquio delle onde, debole ma deciso. Lì si svestì del tutto e si distese sulla sabbia adesso più fresca, lì l’amai, lì Helian imparò ad amare con tutto il suo cuore.

Il mattino seguente, dopo il sorgere del sole, attendevamo fiduciosi l’arrivo dei soccorsi, che non tardarono.

Conobbi sua nonna, che spirò serena tra le nostre braccia. Helian disse:

- Adesso è in un mondo migliore.

Rientrammo in Europa prudentemente in aereo, consapevoli di essere cambiati dentro…

E voi, quando mai cambierete? Attendete il 22° secolo?

f i n e

copyright Michele Fiorenza

opera registrata



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