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lavoro pubblicato giovedì 30 dicembre 2010
ultima lettura venerdì 15 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Non storia di una volontà

di Naomis. Letto 738 volte. Dallo scaffale Sogni

E’ sera, una sera triste e fredda di un giorno troppo lontano dall’ultimo in cui ho potuto sfogliare con le mie mani le pagine di un calendario...

E’ sera, una sera triste e fredda di un giorno troppo lontano dall’ultimo in cui ho potuto sfogliare con le mie mani le pagine di un calendario; è il giorno del nulla come tutti quelli da cui sono circondata da tanto tempo, è un altro giorno in cui il mio corpo giace inerme in un letto d’ospedale mentre il mio Spirito è qui, in uno spazio buio, dove i sensi comunque non servirebbero, dove riesco ad osservare ciò che accade nel mondo solo attraverso un piccolo spioncino che si apre nell’oscurità, concedendomi attimi di coscienza che mi permettono di percepire la mia situazione reale, il mio infinito incubo quotidiano.
Mi chiamo Eva e non ricordo né importa quanti anni ho, ciò che ricordo è che ero giovane, tremendamente giovane e facevo parte di quella fetta di gioventù che ama la vita anche se questa non si è mai dimostrata eccessivamente magnanima, che proclama la libertà nonostante non l’abbia mai potuta assaporare completamente, che celebra l’uguaglianza pur non avendola mai davvero ritrovata lungo il proprio cammino.
Ero una delle tante giovani donne piene di sogni e rosee aspettative per il proprio futuro, una di quelle che si incontrano per le vie del centro mentre osservano le vetrine più invitanti … ma chi mi vedeva realmente così? Chi, quando mi incontrava, sapeva di avere di fronte una persona come le altre? Di certo non chi prestava così tanta attenzione alla mia carrozzina da non ricordarsi nemmeno che, forse, sopra c’era seduto qualcuno, di certo non chi mi sorrideva o mi salutava senza conoscermi credendo così di aver compiuto la propria buona azione quotidiana, di certo non chi pensava: “Poverina …” e nemmeno chi si ostinava a cercare in me il mito della “ragazza sfortunata, ma sorridente”.
Avrei solo voluto che esistessero carrozzine invisibili, così come erano invisibili i problemi di tante altre persone intorno a me, problemi che spesso superavano di gran lunga il mio, ma non era possibile: io ero la felice ragazza disabile, l’esempio, la perla rara, e ora, nel mio nulla, ho il tempo di chiedermi il perché? Sapevo ridere e piangere, essere egoista ed altruista, buona e, perché no, a volte anche cattiva, il sorriso delle mie labbra non coincideva sempre con quello del mio cuore … ma non è così per tutti? Non mi sentivo “speciale nonostante tutto”! Sì, lo ammetto, mi sentivo in gamba, ma solo perché avevo la voglia, la forza e il coraggio di vivere a 360 gradi, perché cercavo di costruirmi un futuro, perché a volte ero pronta ad ascoltare e altre sapevo dire la mia, perché potevo ridere e scherzare anche su me stessa … E’ vero, avevo esigenze speciali che volevo fossero rispettate e la mia carrozzina, in qualche modo, era parte di me, ma non di certo l’unica parte, né tanto meno quella predominante!

Nel limbo in cui mi trovo i ricordi sono strani e confusi, non esistono quasi i nomi o i volti, ma le sensazioni e le emozioni che ho vissuto sono più intense e nitide, sono tutto ciò che mi resta davvero della vita prima del buio, sono tutto ciò che mi appartiene ora e che risuona dal quel varco che, di tanto in tanto, mi permette di sbirciare cosa accade intorno al mio corpo. La tenerezza di un abbraccio ricevuto, la dolcezza che disegnava i sorrisi sul mio viso, l’appagamento ottenuto dalle battaglie vinte, l’amore che ha fatto vibrare la mia anima, la gioia che da esso derivava, così come la rabbia provata per ciò che subivo e vedevo subire da altri, il disprezzo per chi non voleva capire, la tristezza, la malinconia, sono ora il mio unico bagaglio, sono tutto ciò che mi resta di quello che ho vissuto, sono il preziosissimo frutto di una vita che sento essere ormai terminata, ma dalla quale, qualcosa mi impedisce di staccarmi del tutto.

Ciò di cui conservo ancora un nitido ricordo sono gli ultimi giorni prima del buio, quando la malattia che era nata con me aveva iniziato ad aggravarsi e ad ingoiare lentamente le mie funzionalità, rendendomi difficile ogni gesto, ogni parola, ogni respiro. Nessuno sapeva esattamente cosa sarebbe potuto accadere, quanto tragica sarebbe diventata la situazione, c’era anche la possibilità che quel peggioramento si arrestasse all’improvviso e che le mie cellule imperfette, sazie del loro bottino, smettessero di divorare quel corpo e lasciassero che il tempo e l’inevitabile invecchiamento impugnassero le redini della mia esistenza. Così non è stato: qualcosa è andato storto e la malattia è riuscita a giocare una mossa vincente, paradossalmente l’ultima a quanto pare, prima di abbandonarmi, non a me stessa, ma ai medici e ai loro marchingegni, in grado di tenermi ancorata ad una non-vita. Meraviglioso mistero il coma: sconosciuto, imprevedibile, affascinante …mette in attesa dall’esistenza, tiene in sospeso tra ciò che era e ciò che non è più, ma soprattutto, non lascia spazio ad alcuna volontà.

Così eccomi qui, in una terra di mezzo, fra le emozioni vissute un tempo, con la mia fessura sul mondo e … Lei … l’unica presenza che riesce ancora a farmi provare speranza, a dare senso al mio vorticare, a illuminare, almeno un po’, il mio oblio: la mia misteriosa finestra. Appena giunta in questo luogo il terrore, la disperazione, l’abbandono più totale, si stavano impossessando di me, ma poi, ecco che l’ho scorta; il solo sapere che era lì e che, seppur da lontano, potevo volgermi verso la sua direzione, ha placato le mie angosce. Mai, nella mia vita, avevo provato qualcosa di così intenso, mai nulla ha attratto il mio essere in maniera così totale ed alienante, mai emozioni così forti si sono mescolate alle sfumature della mia anima in modo così dominante da mutarne completamente le tonalità. Oltre quella finestra sento esserci ciò che può dare un senso ad ogni cosa, oltre quella finestra so che vive ciò per cui ho vissuto e là, forse, davvero potrei scoprire ciò che Sono. Non posso oltrepassarla, non posso nemmeno avvicinarmi troppo, l’unica cosa che mi è possibile fare è osservarla, percepirla attraverso un senso nuovo, qualcosa di diverso rispetto a ciò che veniva stimolato dalle cose terrene, qualcosa di cui ora non riesco ad essere consapevole. Quando mi sono accorta della sua presenza e ho iniziato a provare queste forti sensazioni, il mio primo desiderio è stato quello di tuffarmi in quel candore per fuggire da qui, ma poi, una volta consapevolizzata la mia impotenza, il desiderio di oltrepassarla si è mescolato ad una sorta di malinconica nostalgia per quel poco che mi è permesso di intravedere dalla mia fessura sul mondo. E’ innegabile che vorrei andare verso di lei e immergermi in quella meravigliosa e ignota dimensione che così tanto riesce a trasmettermi, così come è innegabile che ciò che oggi sono è il risultato di quella vita della quale posso ormai essere solo periodica spettatrice … e come potrebbe tutto quello non mancarmi? Qualcuno mi ha creato per la vita e io quella vita ho cercato di morderla più che ho potuto, gustandone i dolcissimi sapori e sopportandone le amarezze ed ora che sono qui nel nulla, la rivorrei, anche se ormai è troppo lontana … come potrei non rivolerla? E al tempo stesso come potrei non voler andare avanti?

Così eccomi qui … a sbirciare ciò che ero dalla fessura, ad esistere nelle mie emozioni e a bramare ciò che c’è oltre una finestra di cui nessuno può immaginare l’esistenza, né tantomeno l’attrazione magica che esercita … chi gravita intorno al mio corpo, per amore, per curiosità o semplicemente per lavoro, non sa, non può sapere che, forse, permettendogli di spegnersi completamente, io lascerei tutta questa oscurità e potrei raggiungere ciò che desidero così tanto, proseguendo il mio percorso e magari tornando ad essere felice … la mia finestra è segreta, nessuno la vede, nessuno la conosce, ma sento che ognuno vi troverebbe ciò che cerca.


Da un po’ avverto tumulto oltre la fessura; quando riesco ad accostarmi percepisco emozioni contrastanti, desideri e volontà che si rincorrono e lottano tra loro armandosi di mille circonvoluzioni ideologiche e lessicali colme di significati, ma troppo spesso prive di qualunque reale contatto con me, né per come ero né tantomeno per come sono diventata. So che qualcuno impone al mio cuore di continuare a battere, offrendogli gocce costanti di surrogato di vita e sentendosi così parte integrante dell’evoluzione umana, ma so che c’è anche chi non sopporta più di vedermi o anche solo di immaginarmi così come sono e si batte perché mi sia data l’opportunità di morire … paradossale vero? Ciò che dovrebbe essere parte del ciclo inevitabile della natura è per me qualcosa che sembra sacrilego raggiungere. Ho amato con tutta me stessa la vita e continuo ad amarla profondamente, ma io non sono solo la mia vita terrena, sono altro, tanto altro, un altro talmente immenso che non mi è possibile ad ora nemmeno realizzarlo completamente, ma solo scorgere la sua luce abbagliante, al di là della mia irraggiungibile finestra.
So che molti di quelli che guardavano al mio corpo malato, ma ancora stracolmo di vita, come a qualcosa di inadatto e sicuramente poco utile, ora sostengono che la mia esistenza terrena in quel letto bianco, radicata a questo mondo solo per mezzo di tubi asettici, abbia un valore inestimabile e questo mi fa provare un’immensa tristezza. Quelle macchine servono alle loro coscienze molto più che al mio corpo …
C’è invece chi mi apprezzava in maniera autentica e profonda e oggi non riesce a lasciarmi andare, in parte per egoismo e in parte perché pensa di offendere Chi sta al di sopra o al di là di tutto, prendendo decisioni che spettano solo a Lui e permettendosi così di interferire con la sacralità del Suo giudizio. Io non posso sapere cosa davvero vuole quell’Essere immenso, ma di certo so che non è stata la Sua mano ad insinuarsi così violentemente nel mio corpo, né ad azionare le macchine che oggi sono i necessari prolungamenti di un essere che Lui stesso aveva creato completo, perfetto, vivo.
Chi mi conosceva davvero, chi è entrato nella mia anima per capirla, accettarne ogni risvolto e amarla, sa che, per quanto avrei voluto continuare a nuotare nel mare della vita ancora a lungo, non avrei mai desiderato dipendere dagli altri senza poter, in cambio, donare continuamente al mondo piccole scintille di me. Non sono mai stata completamente autonoma, la dipendenza da persone e cose è nata con me insieme alla mia malattia, ma nello scambio con il mondo ho sempre trovato la ragione della mia esistenza; uno scambio che è sempre stato un vivo e vorticoso incontrarsi di energie diverse, ma profondamente sentite e partecipi, uno scambio che ora non posso più avere.

Se solo potessi, per un’ultima volta, aprire davvero gli occhi e, anche solo con uno sguardo e una lieve espressione del mio volto, comunicare a qualcuno l’esistenza di quella finestra che mi sta aspettando, trasmettendogli anche solo la millesima parte di quel senso di immensità che io avverto oltre, di certo il mio desiderio di raggiungerla verrebbe compreso da tanti. La realtà è che non posso influire in alcun modo con il vortice di opinioni che si sprecano intorno a me e sono costretta a restare nel mio limbo nutrendomi di ciò che ho vissuto e confidando in quella società che tanto mi ha donato, perché individui le risposte che provengono chiaramente non solo dalla mia attuale condizione, ma anche e soprattutto da ciò che sono stata e che ho condiviso con gli altri durante la mia vita terrena.


Qualcosa sembra essere cambiato: la mia fessura sul mondo si sta restringendo sempre di più, il tumulto di pensieri ed emozioni che avvertivo intorno al mio corpo è sempre più lontano e incomprensibile, il ricordo delle cose terrene sta svanendo completamente, ma i sentimenti che mi hanno provocato sono sempre più accesi, nitidi, vivi … mi sento un libro senza pagine né copertina, ma con una trama meravigliosamente ricca e reale; del resto, non è forse per quella che leggiamo? Qui ed ora io non sono altro che gioia e dolore, passione e rabbia, paura e rassegnazione, sono allegria, speranza, ansia, perdono, sono rimorso, nostalgia, attesa e sono totale accettazione, e tutto questo è mescolato nella mia essenza in maniera unica e irripetibile; solo ora comincio a comprendere l’infinito.
La mia bramata finestra si sta avvicinando sempre di più ed è la sua luce che rompe il mio buio e riesce a rendere tutto così immediato … la nostalgia mi porta inevitabilmente a volgermi verso quello che ora è solo un piccolo puntino nel buio e il mio sentire sfiora le guance di mia madre, le mani di mio padre, le spalle dei miei amici, le labbra dell’uomo che mi ama. Vorrei mi fosse concessa un’ultima parola ad ognuno: un solo concetto, poche sillabe per ridare loro fiducia e speranza, appena un flebile e ultimo “… Esisto …”
Ciò che sto provando va oltre ogni umana immaginazione, la finestra è vicinissima e ora so di potervi entrare, basta un ultimo momento, basta mettere in atto qualcosa che da tempo mi era stata negata: la mia volontà. Non posso sapere, ancora, grazie a chi o a cosa posso ora decidere, ma la sensazione che questo mi provoca, unita alla chiarezza con cui comincio ad accostarmi alla mia nuova realtà, mi conduce in qualcosa di molto simile all’estasi.

E’ giunto il momento, sto per varcare la soglia della mia finestra, l’oscurità scompare grazie alla luce che ora essa emana in maniera più forte e diretta, nessun varco mi permette più di congiungermi al mio corpo o a ciò che lo circonda, ma sento che sto incontrando qualcosa di più grande che, in qualche modo, mi ricondurrà a ciò che ero, a ciò che sono, forse a ciò che sarò … Mi avvicino, mi affaccio, non ci sono parole per descrivere le sensazioni e le emozioni che provo, mi volto ancora una volta per dare l’ultimo saluto, per gridare: “Non mi aspetto che capiate, ma solo che possiate accettare …”, poi proseguo il mio cammino verso la luce, scomparendo per sempre al di là della mia finestra segreta.


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