ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato venerdì 17 dicembre 2010
ultima lettura venerdì 14 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nel tunnel

di MassimoLaTanza. Letto 1212 volte. Dallo scaffale Horror

Marco, la sua Fiat Croma e il Traforo del Gran Sasso: quando un felice ritorno a casa si trasforma in un incubo senza uscita.

Marco guidava la sua Fiat Croma amaranto sull’autostrada A25 Teramo - Roma.
Quel maledetto 13 luglio faceva caldo.
Stava tornando a Roma dalla sua famiglia.
La lancetta del contachilometri toccava appena i 120 Km/h, mentre il suo termometro digitale misurava i 40°C.
Il sole irradiava prepotentemente quell’ agglomerato di case chiamato San Gabriele: uno di quegli allegri paesetti che hanno come unico sfogo la loro festa patronale. Le vecchie case, costruite su delle anonime collinette, sembravano scrutare con fare tetro le macchine che sfrecciavano sull’autostrada. Costruzioni di un grigio tenebroso, che sembravano avere al posto delle finestre occhi profondi, scuri.
Marco benedisse la luce e pensava se quel viaggio l’avesse fatto di notte…quelle case...
Non era un tipo impressionabile, ma credeva nelle leggende, nei miti, nelle dicerie. Non che sapesse qualcosa su quel paese, ma aveva sentito tante strane storie su parecchi posti dell’Abruzzo.
La radio trasmetteva “Il giorno dei giorni” di Ligabue. Marco alzò il volume e iniziò a cantare freneticamente le parole del brano, tamburellando con le dita sul volante.
I 40° iniziavano a farsi sentire: un velo di sudore gli imperlò la fronte e il naso. Non aveva il climatizzatore e l’unica fonte di sollievo era l’aria della ventola che, anche se al massimo, sputava vento tiepido.
Superò il casello di Assergi, al Km. 41 e, quasi come un drago a riposo con la bocca spalancata, davanti a lui iniziava a vedersi la bocca di quel tunnel che tanto intimoriva il ragazzo, forse per la sua lunghezza, forse perché portava alla memoria la tragedia che successe molti anni prima nel Traforo del Monte Bianco.
Era piccolo Marco, quando avvenne quella tragedia. Aveva un ricordo vago di quello che successe e quella reminiscenza lo percorreva come una scarica d’elettricità fredda, dall’osso sacro alla punta del cervelletto. Non che si trovasse dinnanzi al Monte Bianco, ma quel tunnel suscitava in soggetti come Marco un fascino tetro. Bene, ogni volta che percorreva quel traforo, la scarica fredda d’elettricità lo percorreva sempre con maggior vigore, come se qualcosa dovesse accadere; e allora eccolo lì, ad aumentare la velocità, per sfuggire a quella pancia di cemento e metallo che sembrava inghiottirti per poi sputarti dopo parecchi minuti e rimetterti sull’asfalto nero. Per chi soffre di claustrofobia, quel tunnel non è poi il massimo: più di 10 Km di murate di cemento, di ventilatori per l’aspirazione dell’aria, di uscite di sicurezza e d’ingressi dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso.
Alzò di più il volume della sua radio, quasi a voler scacciare quei pensieri di morte.
Premette il piede sull’acceleratore, portando la sua Croma sui 125 Km/h.
Varcò l’ingresso del tunnel e, dopo qualche minuto, la sua visuale s’appannò.
Una nuvola porpora avvolse la macchina.
Era gommosa, come se fosse uscita da un fumetto.
Improvvisamente le ruote della macchina di Marco, si bloccarono, facendola sbattere contro il muro di cemento alla sua destra.
Per l’impatto, Marco fu sbalzato fuori dello sportello apertosi durante lo scontro.
Era per terra, con la guancia sinistra appoggiata sull’asfalto umido.
La nube era sparita.
Marco si rialzò con difficoltà, mantenendosi con fatica sulle braccia.
Solo dopo qualche minuto riuscì a mettersi in piedi.
Il tunnel era illuminato a sufficienza dai neon sistemati sul soffitto. Le ventole dell’aspirazione dell’aria erano bloccate.
Marco trascinò il suo corpo ancora intontito verso la macchina: un groviglio di parti meccaniche e ferro, che non assomigliavano neanche lontanamente alla sua Croma.
“Dio, che disastro…” pensò, premendosi la mano sulla fronte.
La testa di Marco era ancora annebbiata dalla botta, come se quella nube di gomma fosse penetrata nel suo cranio e avesse creato una cortina impenetrabile tra la sua cognizione e la realtà.
“Ma cosa diavolo è successo? Gas…nebbia… così dal nulla…” pensò.
Istintivamente, si girò verso l’ingresso della galleria (che distava circa 300 metri) e prese a camminare.
Era strano però, che quell’ingresso contenesse una luce scura e non quella del forte sole che irradiava il suo cammino pochi istanti prima.
Ora crebbe in Marco un senso di panico e cominciò a correre verso quell’ingresso, quella bocca scura.
“Corri…corri…” correva, correva, fin quando l’impatto con qualcosa di duro, quasi cemento, lo fece cadere per terra e accentuando i suoi dolori.
Era come se quella bocca scura, fosse stata murata. L’ingresso era stato chiuso.
Riprovò, stavolta andando adagio e a tentoni, come un disperato che cerca un appiglio nell’oscurità.
Nulla…un muro si era edificato a chiudere l’ingresso.
“Cosa diavolo è successo? Impossibile…IMPOSSIBILE!“
La paura iniziò a farsi strada nel suo intestino, viscida, come un serpente che cerca la sua preda in un territorio sconosciuto alla sua prossima vittima.
Così prese a gridare, facendo esplodere la sua paura, ma ciò che ne ricavò fu solo un assordante silenzio e l’eco del suo grido.
“Cosa fare? Cosa faccio adesso?” e prese a camminare, pieno di dolori, verso la prima uscita d’emergenza che avrebbe trovato.
E dopo qualche minuto eccola lì. Corse verso la porta di ferro, afferrò la gelida maniglia, la tirò a sé…e nulla, nessuno scatto, nessun movimento all’interno e all’esterno. Continuò più forte, insistendo, ma nulla: era bloccata.
“Dai…dai…DAAAAAAAI!” ancora l’eco del suo urlo nel silenzio irreale di quel maledetto tunnel.
Nulla, nessun risultato. Porta bloccata. Era terrorizzato.
Gli balenò un’idea, che squarciò solo momentaneamente la cortina di fumo porpora che aveva in testa: a metà del tunnel, c’era l’ingresso dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, sì! Avrebbe continuato a camminare per cercare quell’ingresso, o magari altre uscite di sicurezza.
“Non darti per vinto…non ora!”.
Camminava da quasi cinque minuti, sempre trascinando stancamente il suo corpo per il dolore.
Fu allora che avvertì in lontananza un suono, quasi come uno stridere di unghie sull’asfalto, come se qualcosa stesse raggiungendo velocemente Marco.
E dalla curva di fronte a Marco, a circa venti metri da lui, sbucò una piccola figura. Si distingueva difficilmente, ma aveva le sembianze di quella che, nella sua mente, Marco accomunava ad una bambina di cinque anni.
Marco arrestò la sua camminata e rimase fermo, quasi ad aspettare la reazione di quella figura alla sua vista.
Ma non ci fu reazione.
Decise di avanzare con cautela verso quella figura.
“Ehi! Scusami, ho fatto un incidente…potresti aiutarmi? La mia macchina è ferma, cioè distrutta…comunque è dietro di qualche centinaio di metri da qui. Potresti…”.
Si avvicinò a quella figura quel tanto che bastava per distinguerla meglio: aveva l’aspetto di una bambina e indossava una veste bianca, simile a quelle che danno negli ospedali, sporca di macchie color verdi, gialle e rosse ed era tutta consunta; i suoi capelli lunghi, mal curati e sporchi, sembravano essere di color verde; la sua pelle sembrava cianotica e in punti quali il collo, le braccia e le gambe appena scoperte dalla veste, aveva degli ematomi di un blu ancora più intenso.
Era inquietante e il serpente viscido della paura riprese a farsi strada nell’intestino di Marco.
Non appena le fu vicino, la bambina piegò la testa sulla spalla destra e socchiuse gli occhi: le si potevano distinguere le pupille nere e fredde come marmo nero, scintillare sotto la luce fioca dei neon.
“…Ehi…stai bene?…” e quando, dopo aver pronunciato queste parole, Marco le prese un braccio, la bambina si mise in posizione eretta, spalancò occhi e bocca e iniziò a gridare, fin quando la sua bocca non si riempì di sangue che scese lentamente sulla sua veste.
Per lo spavento, Marco indietreggiò cadendo e battendo l’osso sacro. Dolore che si aggiunge al dolore che si aggiunge alla paura.
La bimba si voltò e corse con un’andatura innaturale, verso il punto da cui era venuta e scomparve.
“Non mi piace per niente questa situazione. E’ tutto così irreale, come un incubo…” pensò.
Rimase lì per qualche minuto a pensare, seduto sull’asfalto umido e ruvido. La luce fioca e il silenzio assordante di quel tunnel erano irreali e riempivano il vuoto, amplificandolo.
Si sentiva male.
Voleva svenire, vomitare, piangere, spaccare qualcosa per la rabbia.
Ma non fece nulla di tutto ciò. Rimase seduto, inerme.
E ancora quello stridere di unghie, moltiplicato.
Ancora quella bambina, ma stavolta non era sola.
“Mi…mi hai chiesto aiuto…eccoci….”, le sue parole sembravano uscire da una stanza vuota, quasi fossero amplificate, e non avevano niente di infantile ma erano aspre, taglienti.
La bambina era in piedi con la testa piegata, come il primo incontro. Era a venti metri da Marco.
Dietro di lei c’erano due figure, due uomini vestiti da chirurghi. Avevano un copricapo elastico bianco, consunto, e la mascherina che copriva loro solo la bocca e la stessa veste bianca rovinata della bambina. Le mani coperte da guanti.
Erano orrendi: la pelle era cianotica, le pupille erano completamente bianche e uno stringeva in mano un arnese chirurgico e l’atro aveva un sacco pieno abbastanza grande, simile a quello che usano le Poste per custodire le lettere.
Marco si mise in piedi, nonostante i dolori. Non sapeva che fare. Tutto ciò era inquietante, pauroso, irreale.
Le tre figure erano lì, a fissarlo, mentre lui cercava disperatamente di scrollarsi di dosso il viscido della paura.
La luce era fioca, il silenzio ancora pesante, l’umidità aveva iniziato a raffreddare l’ambiente e un tanfo, simile a quello pungente e acido degli animali in decomposizione, stava man mano salendo, quasi fosse una pesante presenza impadronitasi della scena.
Il primo chirurgo vuotò il sacco e rimase a rimirare con fare soddisfatto il suo tesoro: era una donna dalla lunga chioma riccia e nera. Aveva mani e piedi legati e la bocca imbavagliata, gli occhi chiusi, come se fosse svenuta e indossava un vestitino estivo con una fantasia a fiori.
Giaceva a terra con la faccia rivolta verso Marco.
L’altro chirurgo iniziò a pulire l’arnese affilato sulla veste. Lo faceva distrattamente, perché i suoi occhi senz’anima erano rivolti alla creatura svenuta.
Mise la sua mano sinistra sul braccio della ragazza e, con la destra, iniziò ad asportare la carne del braccio con l’arnese.
Marco osservò la scena inerme: voleva gridare, correre verso la ragazza per salvarla, ma le gambe erano bloccate e gli occhi ben spalancati sull’orrore che si stava materializzando.
Il chirurgo, asportata una buona dose di carne, si abbassò la mascherina, mostrando una bocca tumefatta, irregolare, e ne mangiò avidamente un pezzo, imbrattandosi la faccia col sangue della fanciulla.
Rimaneva un altro piccolo pezzo di carne, che cedette al suo compagno.
L’altro mangiò con la stessa avidità, mostrando anch’esso una bocca anormale.
Il chirurgo continuò a tagliuzzare con gusto la pelle della ragazza, provocando squarci dove sgorgava sangue.
I due si chinarono sulla ragazza e ne bevvero il sangue.
Quand’ebbero finito, la bambina, che non aveva mai smesso di guardare Marco, si girò verso l’indifesa creatura stordita, e ne assaggiò la carne, prendendola a morsi.
Fu allora che gli occhi della ragazza si spalancarono, fissando quelli lucidi di Marco; erano occhi che chiedevano insistentemente aiuto. Un aiuto che non arrivò mai da Marco, che continuava a guardare la scena, inchiodato al suolo per la paura.
Dopo pochi minuti, gli occhi della ragazza si richiusero. Era morta, forse per il dolore, forse il cuore non resse a tutte quelle emozioni di morte.
Avevano finito il loro ricco banchetto.
Della ragazza non era rimasto che ossa e qualche brandello di carne…sangue dappertutto…
La testa le era rimasta intatta, gli occhi bagnati dal precedente pianto silenzioso e la bocca sempre imbavagliata.
“…e ora?…” pensò Marco.
Dentro, aveva la certezza che la sua ora fosse arrivata, ma da qualche parte nella testa, qualcosa lo assicurava che, forse, c’era una speranza…una sola…
Che svanì, quando i due chirurghi si avvicinarono lentamente a Marco, ancora bloccato per il terrore.
Non riusciva a gridare, a muoversi. Era terrorizzato.
I due uomini gli bloccarono le braccia, anche se non ce n’era bisogno.
La bambina cominciò ad avanzare verso Marco.
La puzza continuava a salire…il tanfo di morte…
Il silenzio, continuava ad esplodergli nelle orecchie.
La nube porpora che scendeva.
La bambina spalancò la bocca, in maniera innaturale. Il sangue tra i denti. Le pupille erano diventate bianche, l’espressione vuota…come il tunnel…
Fu così che lo morse al collo.
“Signore…SIGNORE!”
Una voce femminile parve provenirgli da lontano.
Marco aveva ancora la testa ovattata, quasi come quella nube gommosa.
La nube gommosa…la macchina…il tunnel…la bambina…i chirurghi…la ragazza…
La ragazza…
Aprì gli occhi e incontrò ancora una volta quegli occhi, gli occhi neri e profondi della ragazza massacrata dai chirurghi.
Solo che invece di avere un’espressione disperata, lo guardavano sorridendo.
La donna aveva un camice bianco e Marco riusciva a distinguere a mala pena, i lampeggianti di un’autoambulanza ferma a qualche metro da loro.
“Cos’è…cos’è successo?”, chiese Marco, stordito.
“Signore…uff…temevo il peggio…Beh ha dato una bella botta con la macchina presumo. Forse per la botta, lo sportello s’è aperto e lei è caduto. Forse è uscito da solo e poi ha perso i sensi…beh sarà il perito a decidere ciò che è successo, se lei proprio non se lo ricorda!” gli strizzò l’occhio con fare malizioso.
Marco ruotò la testa di 180 gradi e riconobbe la sua Fiat Croma: il cofano era stato totalmente schiacciato dall’impatto con il muro del tunnel, ma il resto era rimasto intatto.
“Ringrazi la segnalazione anonima che è arrivata mezz’ora fa al nostro centralino”, la voce della dottoressa/vittima lo distolse dalla visione della sua macchina.
“Come, scusi?”
“Beh, ho detto di ringraziare la richiesta di soccorso che è arrivata mezz’ora fa al nostro centralino. La voce di una bambina…beh ci ha detto che lei era qui…svenuto…”.
Fu caricato a bordo dell’autoambulanza, che sfrecciando a sirene spiegate, raggiunse l’ospedale di Teramo.
Marco, si chiese ripetutamente cosa fosse successo, ma non riuscì a trovare spiegazioni valide, se fosse stata un’allucinazione data dalla botta…o un incubo…
Ci pensò spesso nei giorni a venire.
Pensò spesso alla bambina, alla ragazza, ai chirurghi.
Fin quando tutto ciò scomparve nel mare dei ricordi, come quando qualcosa scompare in fondo a un tunnel.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: