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lavoro pubblicato martedì 22 aprile 2003
ultima lettura martedì 17 aprile 2018

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'uomo che amo

di LIBERA EVA. Letto 1540 volte. Dallo scaffale Eros

L’uomo che amo Esco dall’ufficio e prima di riprendere l’autobus m’avvio e m’immergo nel solito giro di strade e pensieri. Stessi negozi lung...

L’uomo che amo Esco dall’ufficio e prima di riprendere l’autobus m’avvio e m’immergo nel solito giro di strade e pensieri. Stessi negozi lungo i miei marciapiedi sconnessi dove conosco a memoria avvallamenti e tombini. Mi tengo alla larga e faccio attenzione alle grate di ferro che incontro, come se le scarpe che porto avessero ancora tacchi di fata, come se il tempo non fosse passato a prosciugarmi ogni piccola goccia di sangue che irrorava i miei dubbi. M’intravedo tra i riflessi delle vetrine e mi ripeto ossessiva che non sono sola, che se solo volessi potrei avere la mente occupata dal vestito che metto stasera, potrei stare qui a mangiarmi asfalto e minuti per anticipare quel ritardo cronico che mi contraddistingue da sempre. Da quando sono tornata a vivere da sola, non c’è giorno che non abbia un invito, che qualcuno in ufficio non mi proponga di passare la sera lontana da casa, lontana da quella che credono noia. Mi vedono trasandata, ma il ricordo di quanto ero bella e perfetta stuzzica la fantasia di rivedermi rinascere davanti ai loro occhi. Ma io rifiuto, anzi l’anticipo per non vederli delusi, come se fossi occupata da tanti impegni, come se non avessi un minuto di tempo prima che le giornate volgano alla fine. Li vedo e ci credono, credono davvero che sono già presa, perché una donna separata è come un’offerta al mercato da prendere in fretta prima che altri ne esauriscano la merce e ne logorino il vestito nei punti dove s’appiccicano gli occhi. Se sapessero invece che non m’aspetta nessuno che quando rientro devo spalancare porte e finestre perché l’odore di chiuso m’assale e mi deprime, perché il rimbombo di passi mi prende alla gola e m’ingrandisce il vuoto dove precipito ogni volta che accendo la luce e non vedo nessuno. Ma è un attimo, un banale attimo che passa, annientato dalla convinzione che non potrei chiedere di meglio a me stessa, alla mia volontà d’amarmi prima d’ogni cosa, senza più vivere nel timore di non essere accettata o peggio trascurarmi in nome d’un amore che ad oggi non ne conosco l’odore. Da quando è successo non c’è stato uomo che m’abbia destato interesse, non c’è stato sogno che m’abbia annegata dentro due occhi di mare per poi assaporare baci e carezze e riprendere fiato. Vado incontro ai miei giorni perché tutto ciò non accada, perché solo nella mente degli altri s’allochi la certezza che sono piena d’impegni. Sapessero invece quanto da sola passo le ore, che uniche scorrono senza farsi compagnia, che ammassate le lascio fuori di casa perché a nulla mi servono quando chiudo la porta. Non ho voglia di correre a casa e indossare un vestito da sera, truccarmi la faccia ed il cuore per non far trasparire ciò che di più prezioso nasconde. Nasconde me stessa, la mia voglia infinita che ho scoperto da poco, di restare in casa e godermi spirito, carne e cervello, che amo al punto d’essere certa che per nessun altro uomo farei altrettanto. Mi convinco che sarebbe sprecato spartirmi, diluirmi, che nessuno m’apprezzerebbe intera per quella che sono, ma soltanto per l’unica parte che chiedono all’una di notte. Queste vetrine mi fanno sentire fuori dal mondo, queste luci, questi colori più grigia di quanto m’ostino e mi vesto. Sono mesi che raccolgo i capelli e li giro, li lavo e l’asciugo senza dargli una piega, un minimo tocco che quando li sciolgo non mi faccia assomigliare ad una vera pannocchia. Sono mesi che non cambio la borsa per dare ordine ai miei tanti ricordi, sono mesi che vorrei ribellarmi, ma poi m’adagio sul pensiero che solo da sola mi basto. Gli sguardi degli uomini si trattengono il necessario per rendersi conto che non sono una preda, che nulla s’intravede oltre quello che pare. I loro occhi schizzano e vanno via veloci alla ricerca di fertili appigli su altre donne che come me non vedono l’ora di tornarsene a casa. Non sanno che la mia unica meta è di chiudermi la porta alle spalle e fermare l’angoscia che svanisce in un attimo nel nulla da dove è venuta. Non sanno che da sola, come un papavero in una distesa d’ortiche sboccio e rifiorisco. Mi gratifico più di quanto possa fare per gli altri, più di quanto possa fare per questi occhi ai quali desto l’unico desiderio di fuggirmi lontano. Tra poco sarò sola con accanto la malattia di sentirmi diversa dagli altri, di godermi a pieno solo quando non sono oggetto dei loro giudizi che scrutano e pretendono che da un solo sguardo si possa fare una storia, da un’occhiata ricostruire un passato. S’illudono pensando che dentro un paio di scarpe ci si possa imbastire un incontro, che dentro una ciocca di capelli ci sia la risposta che stanno cercando. Che ne sanno quanto questo grigio nasconda colori, quanto questa pelle un’anima nera che si scurisce ogni volta che mi chiudo la porta alle spalle. Allora si che divento come non mi hanno mai visto, come vorrebbero che io fossi, invasata di sola passione che nessun uomo mi potrebbe più far salire. Allora si che mi trasformo puttana solo per i miei occhi, solo per le mie mani che si inzuppano e m’intingono alla fonte dello stesso desiderio. Se sapessero quanto impegno ci metto, quanto meticolosa scandisco il mio tempo di pause e tappe che ogni sera ripasso senza sgarrare. Tutto nella lucida follia d’appagarmi di me stessa, tutto nella sana pazzia che mani di maschio non potrebbe fare di meglio, che femmina in delirio non potrei essere in altre braccia diverse dalle mie. Non c’è evento che possa distrarmi, che possa farmi cambiare il percorso, studiato nei dettagli per essere pronta quando sale la voglia. Come un bagno di sali e di rose, come un riposo dentro un accappatoio di spugna, come due mani che chiamo, che bramo nel preciso istante che le vedo salire. Mi trucco come ogni sera mi voglio, come se lo specchio fosse due occhi di maschio che m’accetta passivo perché non ha mai visto di meglio, non ha mai visto questa donna che chiude la lampo del vestito così delicata come se stesse fasciando un bambino, non ha mai visto queste mani che srotolano calze e s’affretta a cambiarle per un filo tirato. Mi guardo mi giro, mi volto per essere pronta agli stessi occhi che a breve mi daranno il solo giudizio che consento, il solo giudizio che approvo. Guardo l’ora per essere in tempo, per non farmi aspettare sul divano in trepida attesa, perché mi possa gustare una cena tranquilla prima di passare all’azione, prima che io stessa m’inviti a favorirne il bisogno, a sentirmi più donna distesa che chiedo e ricevo. Alle volte immagino che se un uomo bussasse alla porta, che se entrasse in questo momento sarebbe soltanto uno scomodo intruso. Seduta in tavola ordino e mi servo, accavallo le gambe per i miei stessi occhi, per le mie stesse voglie che si fanno femmine e maschie senza avvertirne il distacco. Mi apro una bottiglia di vino e l’assaporo a piccoli sorsi, come se davanti a me ci fosse un cameriere in attesa. “Gradisce Signora?” Mi pare di sentire la voce servile mentre infila gli occhi nel mio decolté che ostento e subito ricopro. Perché sono solo di me stessa, perché nessun’altro uomo o donna in questa parte di mondo potrebbe saziarmi e riempirmi quel vuoto nel ventre che ora mi sale. Aspetto che due sorsi mi diano brividi, che i lembi del vestito scivolino frusciando sul nylon delle mie calze velate, mentre i miei occhi si spalancano ed hanno ragione da vendere a guardarmi come se colassero bava, come se fossero sorpresi a guardare una donna che lentamente dondola il tacco per increspare le pieghette di calza alla caviglia perfetta. Mi chiedo se tutto questo non sarebbe da spartire, se i due occhi del cameriere potessero ingigantire la voglia che sento, potesse colpirmi nel punto che ora offro da bersaglio, potessero ferirmi laddove il dolore si confonde e si trasforma in un desiderio più grande che è difficile soddisfare. Mentre il fiato s’ingrossa m’accarezzo leggera senza neppure sfiorare i punti dove ho bisogno, mentre qualsiasi maschio sarebbe già concentrato, starebbe lì a far dei miei seni marmellata, a rivoltarmi di fianco e davanti senza sapere dove davvero s’annida la voglia. Mi tocco e m’imbarazzo come se stessi dentro una folla, seduta in una sala d’aspetto dove occhi e giudizi m’avessero già relegato alla solita mignotta che cerca denaro dentro mutande di altri. Trattengo il respiro ed apro le gambe, socchiudo le labbra e stringo le cosce a piccole dosi, a piccoli passi come se stessi ripassando dei versi, sapendo già che quello che segue è un’immersione tranquilla in un immenso placido mare. So già che tra poco mi stenderò sul mio letto e solo la luce di un neon lontano righerà i miei seni. Tra poco mi chiederanno d’essere presi, d’essere stretti con la stessa intensità che stringo, che accarezzo, che riempio completamente l’incavo delle mie mani. Mi rigiro e mi rivolto nell’attesa precisa che non tarda un secondo, che la ragione si faccia istinto e la carne pensieri, che travalicano mari fino a ritrovarmi distesa tra piante d’ortensia mentre mi guardo dall’alto. Vedo e sento carezze che diventano pugni, che decise sfilano vergogna e mutande per guardarmi le pieghe che offro ed eccitarmi al pensiero che una donna nuda in quel punto è una donna che chiede. Ed ora sì che ho bisogno di maschio, quello riposto con cura e vergogna nel primo cassetto, avvolto nell’unico fazzoletto di stoffa che ancora dispongo. Sa d’amore e sapone, sa di proibito ed imbarazzo, ma è il solo a cui permetto d’allargarmi le sponde più intime che da mesi non hanno più visto la luce. Lo chiamo e mi sfugge un sospiro di parole che scommetto d’amore, un intenso piacere che mi sale, m’avvolge e scompare dentro l’unica ragione di cui ho bisogno. Giuro e mi chiamo come se fosse altra la voce, respiro ed obbedisco sentendolo che sale più in alto di qualsiasi uccello che scompare nel vuoto. Giuro e mi prometto che nessun altro uomo s’inumidirà le dita dentro questo piacere, m’accarezzerà questi profili che solo ora riprendono forma e si fanno seni e labbra, si fanno donna che accoglie il solo sesso che si muove perfetto alla voglia. Lo sento più forte che sale, che scende e si rivolta, che s’affatica e mi penetra fino a toccarmi il cuore, oltre il buio della mia solitudine, oltre questo temporale che sbatte porte e finestre e mi rende più unica e sola. Smanio parole di uomo che m’appellano per questa che sono, senza la più remota paura che mi possa mai lasciare in sospeso, che da un momento all’altro possa essere così egoista e finirsi senza avermi finito. Grido e mi cerco oltre qualsiasi impedimento, oltre l’indecenza che si ribella al pudore, perché da sola non c’è vergogna e non c’è dissenso, non c’è dissonanza che ora, proprio in questo momento, potrebbe fermarsi di netto. Lo sento che mi ama, che mi vuole quanto desidero d’essere amata, che pretende e mi scardina l’anima più di quanto possa fare una fede. Urlo fiati e parole mai uscite dalle bocche d’amanti, che non capirebbero perché nulla ora ha un senso, nulla una voce, tranne questo raro ed impagabile maschio che ancora mi cerca e solo ora m’accorgo di non poterlo chiamare per nome. www.liberaeva.it


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