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lavoro pubblicato martedì 22 aprile 2003
ultima lettura domenica 21 gennaio 2018

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'ultimo metro'

di LIBERA EVA. Letto 2092 volte. Dallo scaffale Eros

L’ultimo metrò Alle volte mi domando cosa sarebbe successo se avessi galleggiato nel mare degli istinti senza stare qui a pensare quale altr...

L’ultimo metrò Alle volte mi domando cosa sarebbe successo se avessi galleggiato nel mare degli istinti senza stare qui a pensare quale altro destino ci potrebbe ancora essere, quale uomo tra i due che ho scelto potrebbe ancora darmi quel sogno che vado cercando. Sono qui su questa metro che trasuda d’odori di lavoro e mi chiedo cosa ci faccio dentro questo budello che mi sta portando in un quartiere che ufficialmente non conosco. Che ci faccio io in una periferia senza lampioni, con i tombini che traboccano e l’acqua piovana mi sporca le suole delle mie scarpe perfette. Se solo volessi ne troverei un altro all’istante che cada ai miei piedi come gli altri due che di sicuro a quest’ora contemporaneamente mi stanno pensando. Un altro che mi dia la forza di scegliere o arrendermi all’idea che nessun uomo può essere al pari di una donna. Se solo volessi ci vorrebbe assai poco far cambiare in un attimo i pensieri che girano stanchi dentro queste teste chinate. Mi guardano in tanti ma non osano. Hanno le labbra e le mani calate da una lunga giornata, da quello che a casa li aspetta. Se solo volessi basterebbe una trama di pelle, un merletto sfrontato che fa capolino da questa ingenuità malcelata per fargli scordare di colpo mogli e bambini o qualche rata che scade e non li fa dormire la notte. Se solo volessi basterebbe ancora di meno, un sorriso stampato negli occhi, un guanto di rete che tengo nella borsetta, la parte più scura del seno che fa gioco con l’ombra. Basterebbe davvero poco, farsi infilare due occhi dentro questa sottogonna che timida esce ed ostento e fa più effetto di qualsiasi vestito riposto in armadio. Non c’è altro posto al mondo dove si concentrano sguardi, attenti ad ogni dettaglio, ogni piccola mossa come bocche da fuoco o cecchini che ti seguono pronti allo scoppio. Potrei prendere l’astuccio dei trucchi e far finta di guardarmi allo specchio, magari allungare l’ombretto o sparlarmi di rosso le labbra che di sicuro non ne avranno bisogno. Se solo sapessero cosa si cela sotto questi capelli da parrucchiere, sotto queste unghie perfette che ho vergogna a confessare rimane l’unica cosa a cui tengo. Sto andando in una casa, che non è la mia, che non è neanche una casa ma solo una stanza che da anni mi ospita, dove l’acqua corrente arriva a singhiozzo, dove il bagno è sul corridoio, ma per me vale più d’una villa con quaranta servizi. La padrona ogni volta mi scruta e sembra domandarsi cosa ci fanno due gambe senza difetti coperte da calze velate che costano un occhio, come mai una donna così bella si spreca ogni giorno senza futuro. Ma lei non sa che ho un marito, lei non sa che sono madre di figli, zia di nipoti che li porta ogni domenica a messa e questi momenti li vivo in assoluto segreto. Se solo volessi vorrei davvero sapere se in fondo in fondo ha ragione, se questa certezza che leggo nei suoi occhi mi fa tirare avanti e prendere l’odore di fritto della sua cucina. Ogni volta m’invita per un “bicchierino” ed io prontamente rifiuto. Ho paura che mi faccia domande, che mi chieda cosa passa tra me e quel “bel giovanotto” sempre discreto. Salgo le scale e sento i suoi occhi incollati, mi sembra di vederla che scuote la testa accorgendosi delle mie trasparenze, che s’asciuga le mani per bene con uno stroficaccio credendomi persa e sciupata. Lui lo vedo nei giorni dispari tranne la domenica, sono anni che rimaniamo appesi ai nostri cerchi di fumo che si dissolvono nell’aria non appena tocchiamo il soffitto. Anni che chiudiamo le tende, nonostante sia un quarto piano, per paura che qualcuno ci veda o le nostre grida travalichino balconi e ringhiere. Anni che mi lascia vestita per non sprecare del tempo, che punto i tacchi sul battiscopa per non perdere neanche un frammento di voglia, d’energia che dirompe e si concentra nell’unica fessura che lo fa maschio e mi fa femmina. Sono anni che mi concedo nelle ore dove altre donne preparano la cena, tanto che in altri momenti del giorno il mio corpo non avrebbe un briciolo di voglia, in altri luoghi sarei un fallimento. Sono anni che facciamo l’amore senza parlare, il suo odore mi basta quanto il rumore di una goccia che cade dentro un silenzio. Le mie fantasie erotiche non riescono ad immaginare un amore che quello, dalle cinque alle sette dentro una stanza in affitto, dalle cinque alle sette che mi consuma la pelle mentre mio marito mi crede dall’estetista, dal medico o in un qualsiasi posto dove la sua vigliaccheria non potrebbe raggiungermi. L’amore che mi offre è più di quanto potrei mai sperare, le sue braccia capienti, le sue labbra materne sono più ammalianti d’un letto di fiume tranquillo che mai ho tentato di cambiarne il percorso. Sapessero questi uomini che mi guardano, quanta purezza ci trovo e mi sazia, che non c’è legame che possa durare così tanto fino al punto di farmi battere il cuore quando sono in ritardo. Loro non lo sanno che questa trama di calza ha già un padrone, che questo seno che fa capolino non è affidato al caso, ma al desiderio di quegli occhi che ora sul letto già mi stanno guardando. E se sapessero che ho anche un marito? Che questo corpo che vedono l’accoglie senza averne rigetto, li soddisfa senza che mai abbiano avvertito la presenza dell’altro. A volte mi domando quanto ancora può durare e mi viene un fremito solo a pensare che questa potrebbe essere l’ultima corsa, l’ultimo metrò che corre dentro il mio segreto infedele. Sapesse mio marito che spartisco il mio ventre! Che non è solo la domenica dalle cinque alle sette che mi faccio capiente. Ma credo che sospetti qualcosa, specialmente quando nel sogno lo chiamo con un nome che solo io conosco, quando nel letto rimango immobile e ferma ed aspetto, come un contadino la pioggia, un piacere lontano. Mi faccio chiamare come l’altro mi chiama, mi faccio baciare come l’altro mi bacia per essere partecipe ed avvertirne la voglia che altrimenti resterebbe incollata in quella parte di città dove ora sto andando. Lui m’abbraccia e mi bacia, suda e mi ama come se fosse una lotta contro un nemico invisibile, come se stringesse che niente non sapendo che invece mi basterebbe un unico sorriso per scoperchiare la gonna e porgere il seno. Sapesse quanta passione nei giorni dispari trattengo tra le mie gambe e quanto possono essere remissive ed obbedienti appena sotto la gonna, quando la calza si fa pelle, quando l’odore si fa aspro, quando l’attesa, una forma di uomo che ti scava e ti incava e ti raggiunge nel posto dove di null’altro ho bisogno. Nei pomeriggi di domenica mio marito suda e s’accanisce e non capisce che l’amore possa essere altro, che non posso sentirmi appagata nel letto dove ogni notte ci dormo, dove ci leggo quattro righe di libro prima di spegnere la luce. Davvero mi è strano pensare come posso lasciargli legare i miei polsi a quella spalliera o che mi prenda nella stessa posizione d’un cane che abbaia alla luna, una mucca all’ombra d’un tronco che geme e si gratta. Che magari mi faccia tenere anche le scarpe che servono all’anima per sentirsi bucata, che mi prenda ancora asciutta contro un battiscopa, che la smetta d’adorarmi e bramarmi e mi lasci sospesa a pensare che non valgo poi nulla, che ce ne sono altre mille che fanno la fila con il seno perfetto, che non mostrano rughe e non hanno ancora dolori. Difficile pensare tutto questo dentro un letto dove ho partorito dei figli, dove ogni giorno cambio lenzuola e il profumo d’ammorbidente è più forte di qualsiasi odore di voglia d’amore. Difficile pensare tutto questo dentro un metrò che mi porta diritta dentro l’amore che poi non è amore, dentro una casa che non è una casa, tra le braccia di un uomo che nemmeno conosco. Sento solo imbarazzo che quest’uomo di fronte possa aver carpito i miei pensieri e davvero crede che i miei seni abbiano già due padroni, due lingue, due bocche. Vorrei dirgli che di niente dovrebbe essere certo tranne queste due gambe che ora accavallo, questa trama di calza che strofino, per essere convinta che non sia l’ultima metro che prendo, che anche domani altri occhi possano farmi sentire più preda, come una bimba sopra gli scogli che recita sottovoce filastrocche sentite da un amico più grande, come una donna che aspetta l’onda che sbatte, che sente il risucchio dell’acqua ed un vento s’infrange tra le sue gambe, dentro il regalo che uomini e uomini considerano tale, tra il desiderio infinito di darla al mondo e tradire il suo uomo per la stessa ragione che ora apro le gambe, che vado cercando l’amore nel segreto d’una metro bollente, d’un paio d’occhiali da sole. Anche oggi lo troverò tra le figure di umido decorate sul muro, tra una padrona di casa che mi offre un “bicchierino”, tra le ore di ieri che sono passate da sole, tra i miei sogni che paralleli corrono a questo vagone.


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