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lavoro pubblicato lunedì 18 ottobre 2010
ultima lettura sabato 2 febbraio 2019

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La faentina

di vento. Letto 1039 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Dopo un tormentone di cinquanta anni riapre la “faentina”, la vecchia ferrovia che con un anello collega i vari paesi del Mugello tra loro e con Firenze. Finalmente le energie positive, la voglia di muoversi e vivere, hanno superato la resi...

Dopo un tormentone di cinquanta anni riapre la “faentina”, la vecchia ferrovia che con un anello collega i vari paesi del Mugello tra loro e con Firenze. Finalmente le energie positive, la voglia di muoversi e vivere, hanno superato la resistenza degli immobilisti. Un evento raro da queste parti, che va salutato. Forse è l’inizio del risveglio del Mugello, un insospettato balzo di questa arcaica contrada verso la modernità. Alé, si va in Europa !

Una domenica mattina, pochi giorni dopo l’inaugurazione della riapertura della ferrovia, scendo verso la stazioncina di Fontebuona a vedere cosa succede. Che meraviglia ! Una stazione piccola, ma perfetta. Ammiro i suoi colori verde e blu, caldi e sobri, l’arredo, quel che ci vuole, nessuna esagerazione. Incredibile, complimenti ! I cestini con i sacchetti immacolati: accidenti, forse li cambiano ogni ora. Neanche una cicca in terra. Ma dove sono, in Svizzera ?

Tutto è tranquillo e silenzioso, anche troppo. Nel parcheggio tre auto, che scoprirò poi essere di altrettanti cacciatori, che stavano sparacchiando lì intorno. Nessuna altra presenza. Forse sono tutti dentro la stazione, frementi, a procurarsi il biglietto per non perdere il treno che da un momento all’altro sfreccerà sui binari.

Le porte sono tutte sbarrate: un avviso informa che per acquistare i biglietti occorre rivolgersi ad un ristorante da quelle parti.

Bé, insomma, il personale costa ed è giusto semplificare i servizi, preoccupandosi solo dell’essenziale.

Mi avvicino con cautela ai binari, osservando la bocca nera della galleria, aspettando che sbuchi il primo treno. Ho il tempo di apprezzare le bravure dei cacciatori, che di là dai binari fanno il pulito, unica presenza sul posto. Poi anche loro se ne vanno. Del treno neanche l’ombra.

Leggo l’orario, incollato sulla porta: il primo treno passerà alle tredici e trenta, cioè tra due ore, diretto a Firenze, dove, volendo, mi porterebbe, bruciando i quindici chilometri in poco meno di un’ora.

Un ultimo sguardo a questa piccola, magica stazione: mi fa pensare ad un documentario girato in un luogo dove da poco è scoppiata una bomba al gas nervino, quello che elimina i viventi, senza sciupare gli oggetti. Oppure ad una ricostruzione museale, Fontebuona com’era nel duemila.

In tal caso proporrei all’amministrazione di aggiungere una piccola statua che riproduca un ferroviere sorridente e magari un disegno sullo sfondo con il treno che arriva veloce e una persona che corre per non perderlo. Piccole bugie pietose, per non passare alla storia questa desolazione.

Riprendo la macchina e mi infilo sulla “bolognese”, dove già cominciano le file domenicali, e me ne vado con la sensazione di essere il primo (e ultimo) umano capitato lì.

In fondo non è l’unica “modernità” che per provinciale imitazione o per avidità verso i fondi della comunità europea o per orgogliosi sussulti delle amministrazioni, compare in queste lande passatiste, nell’indifferenza generale. Penso ai marciapiedi appositamente smussati agli incroci fiorentini, dove ovviamente nessun handicappato si è mai sognato di avventurarsi, ben sapendo che infiniti ostacoli lo aspetterebbero poco oltre.

(Oggi, 2010, la stazione di Fontebuona, dopo anni di assoluta inattività, è stata ufficialmente chiusa, dice la PA, a causa del disinteresse dei cittadini, che (chissà perché?) preferiscono usare l’auto, anziché il mezzo pubblico.)


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