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lavoro pubblicato giovedì 14 ottobre 2010
ultima lettura venerdì 24 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

un adolescente

di MaYaM. Letto 2893 volte. Dallo scaffale Pulp

Come la vita mi ha portato la morte1Non so se imputare alla morte di mia madre la mia, ma so che tutto iniziò quel giorno...Non sono mai stata ...

Come la vita mi ha portato la morte

1
Non so se imputare alla morte di mia madre la mia, ma so che tutto iniziò quel giorno...
Non sono mai stata ne' bella ne' felice, ne' fortunata ne' particolarmente intelligente, solo una comune preadolescente senza alcun pregio particolare. Ero un maschiaccio, e nei pochi anni seguiti a quell'infausto giorno lo sono diventata ancora di più.
Lo ricordo come fosse oggi, ora, in questo preciso istante. Quando si sta per morire si dice che passi davanti ogni istante della propria vita, ma per me non è cosi, io rivedo solo i miei ultimi anni, prima di allora è come se non avessi ricordi... Erano le cinque di una qualsiasi domenica mattina, poco dopo Natale, il telefono squillò e mi svegliai di soprassalto. Non so quanti squilli fece, ma so che bastò il secondo per accendere nel mio cervello una lampadina, nera come la morte ma luminosa come la consapevolezza che in quel preciso istante mia madre stava morendo. Non so cosa abbia pensato lei in quel momento, mi son fermata più volte a rifletterci, ma so cosa ho pensato io. Cosa me la sta portando via? In casa parlare della malattia di mia madre era tabù, si parlava di scuola, del lavoro del mio vecchio, e delle droghe che scorrevano a fiumi ma mai del perché mamma era in ospedale.
In quel preciso istante la mia vita cambiò, cosi repentinamente che fu come se una valanga di eventi mi assalì e mi catapultò in una realtà parallela. Non dico di essere mai stata una bimba spensierata, ma da quel giorno il mio piccolo inferno personale diventò quotidiano.

Il giorno del funerale mio padre già flirtava con un amica di famiglia e a pochi giorni di distanza era come sparito nel nulla. Odio i funerali, odio i parenti che ti guardano con aria delusa chiedendoti come mai non piangi la morte di tua madre, che ti si avvicinano e ti abbracciano e baciano con tutta la passione di un bulldog per un piatto d'insalata ma che si aspettano da te tutto il trasporto e la sofferenza possibile. Invece di stringermi la mano e dirmi quattro inutili parole, qualcuno cazzo vuole dirmi perché è morta? Ho quattrodici anni, non sono troppo piccola per capire che un tumore se l'è portata via, l'ho sentita delirare in ospedale, l'unica volta che mi è stato permesso di vederla nell'ultimo mese della sua breve vita e so che stava male da una decina di anni, per cui ditemelo "tua madre si è fumata cosi tanti chylum da farsi venire un tumore ai polmoni che poi se l'è viaggiata per tutto il corpo".
A qualche giorno dal funerale mio padre ha portato a casa una lavastoviglie e subito dopo ha raccolto quattro mutande 2 pantaloni e un paio di maglioni, li ha messi in un sacchetto e ci ha detto "Bambine io vado dall'amica della mamma voi domani mattina andate a scuola". Già ma quando ci vediamo papà? Ah certo, una settimana dopo, quando immagini che il frigorifero sia ormai vuoto, te ne arrivi bello come il sole con un paio di borse di spesa in mano, dai un bacio sulla fronte alle tue figlie, estrai dai sacchetti una scatola di preservativi e riparti, veloce, verso il tuo nuovo mondo, mentre noi affoghiamo nel nostro.
Dov'eri quando la sera nessuna di noi tornava a casa, quando ci fermavamo a dormire dalle amiche perché la spesa era finita e non c'era più legna per scaldare la casa, quando sentirsi sole era diventato uno stato naturale, come sentirsi affamate o avere bisogno di fare una pisciata.
I mesi passavano, io non mi fermavo più solo a casa di amiche, alcune notti le passavo a zonzo per i paeselli vicini, dimenticandomi di avere una famiglia, di aver avuto una madre o un padre o delle sorelle, dimenticandomi di essere viva. Molte notti ho dormito nei boschi, girovagando qui e la fin che le lacrime non mi oscuravano la vista e il sonno prendeva il sopravvento su tutto il resto, accompagnato dal più forte mal di testa che si potesse avere.
A sei mesi dalla morte di mia madre un giorno mio padre venne a casa e con un sorriso smagliante stampato sul muso ci presentò una donna. Già la conoscevamo ed io avevo un vago ricordo dei pettegolezzi di mia madre sul conto di questa donna, che lei reputava una donnina cosi fuori di testa da aver spinto il marito a bucarsi per difesa psichica. Ma mio padre ci raccontò una bella favola, sedute al tavolo della cucina: "Bambine dovete capire che mamma sapeva che stava per lasciarci e cosi un giorno mi disse che quando lei non ci fosse stata più io avrei dovuto trovarvi una nuova mamma e che questa nuova mamma dovesse essere lei". Lo disse indicando Marisa, una donnina magrissima, con le labbra sottili come due fili d'erba, gli occhi distanti e il viso a forma di enorme mela incorniciato da corti capelli neri rossicci giallognoli.
Non so cosa ci vedesse di bello mio padre in quella donna, so solo che nel giro di pochi giorni lei e sua figlia Francesca si trasferirono a casa nostra, dicendoci di essere in vacanza. Non la inquadrai subito per quel che era, ma non mi piaceva il fatto che nei suoi pochi giorni di vacanza pretendesse di ripulire e disinfettare casa mia. Ormai da troppi mesi quella casa era lasciata a se stessa, perché se anche una mamma è malata ha il magico potere con la sua sola presenza sulla terra di tenere unito un gruppo di persone e vivibile una casa, ma da quando lei aveva iniziato a decomporsi in una squallida scatola di legno casa, persone, abitudini, unioni, tutto era andato a farsi fottere.
Raramente indossavo al mattino vestiti puliti, e ancora più raramente erano stirati. Prima di andare a scuola ficcavo le mutande sotto l'acqua, gli davo una bella insaponata, una strofinata, le sciacquavo e strizzavo e le rimettevo addosso, fredde, bagnate, ma chi se ne fregava a quel punto? Succedeva spesso di uscire da casa in pieno inverno anche con i jeans bagnati, perché se tutti i miei compagni di scuola avevano qualcuno che gli comprava il pantalone all'ultima moda o la felpa del marchio del momento nel nostro armadio c'era sempre e solo roba smessa da altri o fatta a mano da noi e non si trattava mai di più di una decina di capi di vestiario a testa. E' tremendo, terrificante ficcarsi addosso un paio di jeans fradici quando fuori ci sono 10 gradi sotto zero, e farsi la strada a piedi fino a scuola in quelle condizioni, piedi, gambe, braccia, tutto era umido e intorpidito, ma con chi potevamo lamentarci?
Con l'arrivo dell'estate le cose si fecero meno insopportabili, infondo non era male levare la macchia da una maglietta e infilarsela addosso mitigano il senso di calura, ma non si poteva certo dire che rapportarsi con i compagni fosse bello quando si usciva con la stessa t-shirt rilavata e riasciugata ogni giorno della settimana.
La prima notte che Marisa e Francesca si trasferitono da noi mi sentii dire che il mio letto non era più mio, che avrei dovuto dormire a terra in quanto casa nostra non aveva un divano.
M'incazzai, feci il diavolo a quattro: "come si permetteva quella stronza di entrare in casa mia, perché di mio padre non era più da un pezzo, di dormire e scopare nel letto di mia madre e di regalare senza chiedermi nulla il letto alla sua dolce figliola che puzzava di cipolla marcia?"
Esplosi con tutta la rabbia che avevo in corpo, ma ne guadagnai solo una serie di schiaffoni da mio padre, cosi raccolsi le mie quattro cose, che stavano comodamente nello zaino di scuola e me ne andai. Vagai per ore, piangendo e rimpiangendo mia madre fin che un signore mi fermò mentre passeggiavo in mezzo alla strada. Mi chiese cosa ci facevo in giro da sola a notte fonda e come una scema dichiarai che ero ufficialmente appena scappata da casa per la prima.
Mi fece salire in macchina, sdraiata sul sedile posteriore una bella bimba felice dormicchiava. Giunti a casa sua mise a letto la figlia e mi preparò un the chiedendomi di raccontargli tutto. Lo feci, erano mesi che avevo bisogno di parlare con qualcuno e quel qualcuno ora era davanti a me. Non che i vari psicologi e professori a scuola non ci avessero provato, ma evidentemente non mi sentivo pronta o forse non erano mai stati in grado di farmi sputare il rospo. In quel momento le parole mi uscirono di bocca come un uragano, vomitai tutta la mia rabbia, un misto di bile e merda...
Dopo ore di parole e pianti mi convinse a tornare a casa offrendosi di accompagnarmi, ma giunta davanti alla porta non ebbi il coraggio di pigiare il campanello. Rimanemmo lì fuori mezz'ora abbondante, ma lo vedevo che era in pena per la figlia lasciata a casa da sola e colta da un senso d'infinita tenerezza per quel padre tanto papà da preoccuparsi per la figlia che dormiva premetti il campanello.
Aspettammo cinque minuti abbondanti prima che mio padre aprisse la porta. Era completamente nudo, con quel suo coso che ancora penzolava mezzo ritto e mezzo no tra le gambe. Vomitai sullo zerbino di casa e il mio nuovo amico spalancò gli occhi e chiese a mio padre di vestirsi perché doveva parlargli. Ci mise altri quindici minuti buoni, ma quando scese le scale non era solo, Marisa era con lui. Rabbrividii quando con non calanche mi abbracciò e mi sussurrò un "mi sei mancata" falso come le labbra di una pornostar. La sua donna mi abbracciò a sua volta e in quel momento mi venne un senso di ribrezzo, di orrore, ma l'unica frase che usci dalla mia bocca fu "dove sta dormendo tua figlia?". Che domanda idiota, sapevo la risposta prima ancora che mi venisse data: nel mio letto ovviamente. Io ero già storia vecchia, come un cane troppo anziano che si vede arrivare in casa un dolce e paffuto cucciolo mi sentii morire di gelosia. Piansi mentre chi mi aveva portato a casa rimaneva impietrito sull'uscio, indeciso se farsi i cazzi di questa famiglia sconclusionata o no. Dissi al mio nuovo amico di tornare da sua figlia, di non preoccuparsi per me e andai a stendere un sacco a pelo ai piedi del mio letto occupato.
Mi svegliai poche ore dopo per scoprire che il mio letto era stato riempito di pisciazza e che quella stronza sapeva a priori che sarebbe successo, ma se n'era altamente fregata e stava dicendo alla figlia "Ma no tesoro, fa niente, va bene cosi". Certo cagaci pure nel mio letto, tanto ormai è tuo cazzo di una bambina invadente e puzzona...
Nelle settimane in cui la nuova amichetta di mio padre visse con noi imparai a capirla, era una stronza con la S maiuscola che voleva un uomo che portasse a casa la grana e voleva delle figliastre che non rompessero i coglioni, magari pure invisibili, ma che quando c'era da lavorare e faticare fossero ligie, servizievoli, disponibili e non si lamentassero. Rimaneva da capire come mai erano li e quando cazzo se ne sarebbero andati tutti quanti, ma mio malgrado scoprii troppo tardi che era meglio non saperlo.
Poco prima dell'inizio della scuola mi fu detto che saremmo andati tutti a vivere insieme in una nuova casa che in quel momento era in fase di finitura. Mandai giù anche questo groppone e così giunse il giorno del trasloco. Raccattai le mie quattro cianfrusaglie, il mio vecchio pc e mi trovai pronta per vedere la nuova casa. Per fortuna che le mie erano proprio poche cose, perché la stanza a me assegnata era il fondo di un corridoio e misurava esattamente 140x250cm. Ci misi il mio letto ripetutamente spiciazzato, mio padre montò delle mensole e una scrivania fatta con i rimasugli del top cucina comprato troppo lungo. Nella mia stanza c'era spazio per i libri di testo, presi al libraccio vendendo i precedenti, una tv color da cinque pollici che si spegneva per surriscaldamento dopo trenta minuti di utilizzo e il pc che mia madre mi regalò cinque anni prima, i miei vestiti stavano in scatole di cartone sotto il letto, almeno fin che non fu montata una specie di cabina armadio comune a tutto il gruppo di coinquilini eccetto ovviamente la donna di mio padre e sua figlia.
Ci fu promesso un giro a Gardaland se fossimo state così brave da fare il trasloco in due giorni senza fiatare, ma il secondo giorno invece di trovarci a riordinare oggetti ci trovammo chine sul pavimento di, in mano una spugna impregnata di detersivo per cessi in crema; lo scopo di far diventare bianche le fughe nere tra le piastrelle. La donna di mio padre non voleva le fughe nere perché sembravano sporche... E pensarci prima cazzo di una psicopatica?
Feci il possibile per mantenere la calma e fare in modo che niente andasse storto. Ogni tanto tra me e mia sorella saettavano sguardi di sgomento, disapprovazione e disperazione. Alle nove di sera, distrutta dal tanto irrazionale lavoro optai per una doccia prima di andare a letto. Il giorno dopo c'era Gardaland ad aspettarci. Purtroppo mia sorella ebbe la stessa idea nello stesso momento e mai errore fu più grave. Marisa trovando i bagni occupati andò su tutte le furie, uscì in giardino a pisciare e da quel momento smise di rivolgere la parola a tutti, mio padre incluso...
Era un bel campanello d'allarme, avremmo dovuto raccogliere le nostre cose e filarcela il più in fretta possibile invece mi svegliai al mattino nella mia Buco-Camera e beh, i piani per la giornata erano cambiati. Niente Gardaland, niente giostre e divertimento per noi, ci aspettava una visita alla casa di Gabriele d'Annunzio... Ma come vacca poteva essergli venuto in mente uno stravolgimento di piani tanto assurdo? Per quanto meschina e odiosa potesse essere doveva averci pensato tutta la notte, perché una persona dotata di cultura generale zero, e letterale ancora più irrisoria non poteva sapere dove fosse vissuto d'Annunzio...
Ma si scoprì anche quell'arcano, la sera prima incazzata come una iena chiamò la sorella intelligente per chiedere consiglio... E cosi, un po' per caso e un po' per sfiga la nostra giornata premio stava per trasformarsi in una noiosa gita scolastica accompagnati da una tardona...
Io e mia sorella si sgolammo per convincere mio padre a fare rotta verso la meta iniziale e alla fine lui preferì il parco di divertimenti invece che la casa del pervertito italiano storicamente più famoso. Probabilmente l'idea che si fosse fatto levare una costola per potersi sparare dei pompini da favola lo rivoltava, un po' come a me aveva rivoltato vederlo nudo qualche settimana prima.
La scelta, sebbene dovesse preludere ad una giornata di felicità si rivelò tutt'altro che allegra, ma d'altronde cosa lo era da qualche mese a quella parte? Ci ritrovammo, io mio padre e mia sorella, a scorrazzare su e giù per le varie attrazioni del parco, seguiti a ruota da una donna con un musone incredibile e Francesca, trattenuta per un braccio che avrebbe tanto voluto seguirci ma non poteva lasciare la madre nevrotica e pazza.
I segnali della follia di quella donna c'erano tutti, ma nulla, mio padre decise che quella sarebbe stata la nostra nuova vita e così fu.

2
In previsione dell'inizio della scuola mio padre comprò un motorino nuovo per me e mia sorella. Un bello scooter nero, piuttosto veloce per la sua cilindrata, non troppo grande. Sentirsi indipendenti con uno scooter a disposizione sembrava normale, quasi obbligatorio, una vera pacchia per tutti i ragazzi della nostra età. Ci era stato detto che per poterlo avere avremmo dovuto lavorare e così fu. Marisa ci trovò un lavoro presso una brutta fabbrica in catena di montaggio.
Prima che iniziasse la scuola lavoravamo su turni da 8 ore, inscatolavamo pennarelli, incollavamo braccialettini sulle pagine dei giornali, posizionavamo tic tac negli espositori...
Un mattino, mentre ero sulla catena di montaggio dei ventilatori, dove i vari pezzi venivano assemblati e le stufette elettriche prodotte venivano poi testate ed inscatolate (quelle che durante il test non si incendiavano) la titolare mi chiamò tutta concitata, mia sorella stava male... Nell'altro reparto la trovai seduta a terra, in preda ad una crisi di nervi secolare, tremava come una foglia, balbettava qualche frase sconnessa, sudava pur avendo i brividi e non riusciva a stare in piedi. L'accompagnai a casa, le feci bere una camomilla e mi arrangia come meglio potevo... Due giorni dopo lei, che sicuramente era più furba di me, inscenò un appendicite infiammata e finì in ospedale. Credo che malgrado un inutile operazione quelli siano stati i giorni più tranquilli della sua estate.
Alla fine del mese di lavoro attesi con ansia il mio stipendio, che non arrivò, ma continuai a lavorare anche nei pomeriggi quando iniziò la scuola. Se lavorare era l'unico modo per poter usare il mio motorino avrei lavorato, ma nemmeno il secondo mese mi fu retribuito in quanto si scoprì che la signora proprietaria della fabbrica era andata a chiedere cash a degli strozzini e si era ficcata in un mare di merda.
Non ricordo se era già li o venne montata apposta, ma qualche giorno dopo il mio motorino venne rinchiuso con tanto di lucchetto in una malconcia rimessa di lamiera sul retro del giardino. Da quel giorno alla stazione dei treni che ci portavano a scuola iniziammo ad andarci in macchina con mio padre ma il ritorno alle due del pomeriggio era da fare a piedi mentre rosicavamo all'idea che Francesca andasse in una scuola privata vicino casa con tanto di pulman privato a cifre assurde.
Senza un lavoro pomeridiano il ritorno a casa pareva ancora più tedioso. Il lunedi trovavamo tutti i mobili del salotto, inclusi i cuscini del divano e i vari soprammobili gettati in malo modo a terra. Quello era il segnale che Marisa ci lasciava per farci capire che era giorno di pulizia di quella stanza. Il martedi toccava alla camera che mia sorella era costretta a condividere con quel culo parlante mangiacipolle di Francesca. Giocattoli, libri, materassi, tutto in mezzo al corridoio. A volte era quasi impossibile andare a pisciare senza prima pulire perché gli oggetti in corridoio ostruivano il passaggio... Giorno per giorno una stanza diversa veniva svuotata in quel maledetto corridoio nell'ora che intercorreva tra quando noi uscivamo per andare a scuola e quando Marisa usciva per andare a fare la sarta in una squallida azienda di produzione di intimo.
I primi giorni stare al gioco era fastidioso, ma in un modo o nell'altro, più o meno grossolanamente pulivamo e riordinavamo quel che ci veniva indicato. La sera quando Marisa rientrava controllava accuratamente il nostro lavoro e con una smorfia di disgusto su quella sua faccia da cazzo ributtava tutto fuori per risistemare nuovamente le cose, cosi noi iniziammo a fregarcene, ma fu un errore. Tornate a casa da scuola dopo i nostri 5km di passeggiata un giorno notammo che cornetta del telefono e telecomandi di televisore, videoregistratore e stereo erano spariti. Quella sera, Marisa rientrando in casa estrasse dalla borsetta la cornetta del telefono per riattaccarla all'apparecchio, i telecomandi e accese la tv sulla sua soap preferita... Mi crebbe dentro una voglia di picchiarla che mai avrei creduto di avere, ma per l'ennesima volta strinsi i denti e i pugni e me ne andai a rifugiarmi nella mia buco-camera.
In quel periodo scrivevo molte poesie e testi in cui torturavo ed uccidevo personaggi di fantasia, erano scritti carichi di rabbia e dolore, ma anche di sessualità estrema che qualche anno dopo scandalizzarono mio padre al punto che non mi rivolse la parola per mesi.
I giorni passavano e a parte il fatto che Marisa non mi rivolgeva la parola, non cucinava per me e non mangiava ciò che io preparavo nel buio della mia adolescenza cresceva dentro l'odio che mi avrebbe poi portato a oggi. Pian piano io e mia sorella iniziammo a farci più scaltre e in un certo senso a contare i giorni in quanto ormai era palese che Marisa dava fuori di matto e assumeva comportamenti altamente antisociali nei giorni precedenti e successivi al ciclo. Non che nei restanti 15 giorni del mese fosse tutto rose e fiori, ma almeno non si sentivano urla e non si assisteva a scene al limite della follia sempre che per tale limite non si dovesse contare il fatto che quando Marisa andava a fare la spesa riponeva pane pasta e riso nella dispensa, ma brioche succhi cioccolatini e caramelle tra le mutande, sul fondo degli stivali o dentro gli armadi della biancheria nel vano tentativo di nasconderli a me e mio sorella in quanto quel sacchetto di spesa settimanale era riservato a Francesca.
Anche in una gran bella villa i giorni di "non c'è nulla da mettere sotto i denti non mancavano" e in quei giorni la caccia alla brioche nascosta o allo stivale delle sorprese era quasi un obbligo, ma ciò suscitava l'ira di Marisa la quale nella spesa successiva s'ingegnava a trovare posti più squallidi dove infilare le cose.
Io e mia sorella andammo a vivere in quella casa insieme al nostro cane, Billy, il quale, malgrado soffrisse il freddo, e fosse un cane di razza fu relegato in un angolo del giardino, nascosto a tutti, legato a una catena di due metri scarsi e con un pasto giornaliero a base di pane e acqua. Il cane dei genitori di Marisa che abitavano al piano di sopra era invece libero nell'enorme giardino, con crocce fresche ogni giorno e tutto l'amore che una bestiola meriterebbe di avere.
Vivere li era un incubo quotidiano, ma certe scene rimangono stampate a caldo nel cervello per sempre, anche se si dovesse vivere mille anni. Una di queste mi provocò conati di vomito. Una sera aprii la porta del bagno e dentro ci vidi Marisa e Francesca a mollo nella vasca. La bambina teneva una mano sul seno della madre. Sbiancai e con uno "scusate" richiusi la porta rimanendo un attimo imbambolata, sentii una frase di cui anche ora ricordo il tono della voce tanto mi scioccò: "Francy amore della mamma, attaccati a succhiare il mio capezzolo come quando eri piccina!". Corsi nella mia stanza e poi in giardino dove vomitai ubriaca di orrore. Quando lo dissi a mia sorella mi raccontò che più di una volta aveva sentito Marisa nel bagno o nella camera dire cose del genere, ma evidentemente era più forte di me, io non ce la potevo fare.
In men che non si dica tutta la follia che Marisa, suo padre malato di halzaimer e suo fratello malato di mente portavano con sé divenne quotidianità e con i primi caldi arrivò anche la prima "estate in famiglia". Mi feci degli amici, cosa assurda per me e incominciai a rimanere fuori di casa sempre più a lungo. Al mio rientro mi rifugiavo nella mia buco-camera e ci rimanevo fin che tutti andavano a letto ed io potevo finalmente assaltare il frigorifero in pace. Quell'estate la convivenza con Marisa in ferie diventò impossibile. Non impazziva solo nei 15 giorni al mese a cavallo del ciclo, matta ci era tutto il tempo e così capitò spesso di litigarci apertamente. Un po' perché io, da ragazzina timida, insicura e sempre al mio posto stavo diventando estroversa, sicura e decisamente bastarda e un po' perché lei non perdeva occasione per rompermi i coglioni.
Un pomeriggio mio padre mi ordinò, non chiese, di aiutare Marisa a stendere i panni bagnati in giardino, ma quando mi avvicinai a lei si incazzo, mi insultò e mi lanciò il secchio pieno di vestiti fradici e non centrifugati addosso. Sentii un forte dolore al seno e fu la scintilla che mi fece scoppiare. La alzai di forza, la buttai con quel suo culo flaccido nella fontana e la presi a calci sulle gambe. Anche questa volta, come tante altre, ci guadagnai solo una serie quasi infinita di calci in culo da parte di mio padre, l'uomo che fin che mia madre era viva non aveva mai alzato le mani, ma che evidentemente aspettava solo un buon pretesto per farlo. Mi rifugiai in camera mia e mia sorella, che aveva assistito alla penosa scena insieme al suo ragazzo venne da me. Pochi minuti dopo urla e rumori di schiaffi ci giunsero dalla cabina armadio e Francesca venne in lacrime a rifugiarsi nella mia buco-camera. Non ne potevo più, ormai nemmeno quei due metri quadri mi appartenevano davvero e cosi andai a vedere che accadeva nella cabina armadio. Ci trovai mio padre spalle al muro mentre Marisa lo schiaffeggiava e graffiava sul viso e sulle braccia. Sicuramente non avrei dovuto intromettermi ma lo feci, afferrai le braccia della psicopatica e la tirai a me, poi con uno spintone degno di un lottatore di wrestling la lanciai contro l'armadio contenente i miei quattro stracci. Ci piombò dentro sfondando le ante e atterrando su un cumulo di stivali e zaini. Fiera del mio atto di salvare mio padre nemmeno mi accorsi del sonoro schiaffone che mi arrivò ma scoppiai a piangere quando mi disse "fatti i cazzi tuoi, guarda cosa hai fatto a Marisa".
Corsi fuori di casa e andai alla stazione, dove per la prima volta presi il treno che mi portava a casa di mia zia. Non fu ne la prima ne l'ultima volta che scappai di casa, ma fu la prima volta in cui in qualche modo provai a chiedere aiuto ad un parente.

3
Non ero io ad essermi fatta degli amici, piuttosto erano gli amici ad essersi fatti me. Ero la maiala della compagnia, quella che non usciva una sera senza scoparsi un tipo a caso. Non era questione di essere particolarmente porca, la verità è che mi facevo del male da sola senza sapere che stavo a farlo. Sebbene tutti quei ragazzi pensassero il contrario non ebbi mai un solo orgasmo con loro, e nemmeno mi interessava di averne, perché non era quello lo scopo delle mie azioni. Iniziai anche a drogarmi pesantemente, provando tutte le droghe che mi capitavano a tiro, dai funghetti allucinogeni all'estratto di bufo fino ai vari estratti più o meno comuni.
Ebbi una storia con un tipo sposato con figli, durò circa 3 mesi e in questo tempo ogni volta che questo mi vedeva con la scusa di un gelato, di andare a prendere le sigarette o di passare a raccattare qualche amico ci ritrovavamo sul retro della macchina a scopare. La storia finì il giorno in cui mi accusò di avergli portato qualche malattia sessuale per cui il suo cazzo era pieno di bollicine pruriginose. Per la prima volta capii che stavo facendo qualcosa di sbagliato, ma ciò non mi aiutò a smettere.
Passavo di gruppo in gruppo, mostrandomi mezza nuda a cani e porci girovagando per le varie compagnie sempre sola in modo da non avere legami con qualcuno e poter fare tutto quello che volevo.
Iniziai a uscire con il gruppo dei drogatoni quasi per caso, Mattia mi invitò ad andare in discoteca con lui e i suoi amici una sera e io accettai. Quella fu la prima sera in cui mandai giù una pasticca di extasy e una seconda poche ore dopo. Alle 6 del mattino ci ritrovammo in mezzo ad un campo circondati da una schiera di auto con l'autoradio al massimo a ballare senza renderci conto di quello che stavamo facendo. Avevo quindici anni e fu la prima volta che non tornai a casa a dormire non perché ero scappata ma perché semplicemente non mi serviva. Quel sabato sera finì la domenica pomeriggio nella stanza da letto di Mattia e suo fratello Davide. Scopai con entrambi, lasciandogli fare del mio corpo ciò che volevano fin che non ci addormentammo. La sera stessa uscendo da casa loro conobbi una coppia di fratelli gemelli, Sergio e Sandro e ci uscii. Avevano qualche grammo di coca e il bagagliaio della macchina stracolmo di birra. Non so quanti ne bevemmo o quanta coca ci aspirammo, ma quel giorno nacque la mia leggenda, quella della ragazza a cui basta offrire da bere e da drogarsi per avere in cambio la figa, la bocca o qualsiasi altro orifizio...
Improvvisamente chiunque avesse abbastanza soldi per farmi ubriacare o per comprare una qualsiasi sostanza stupefacente era il mio amante di una sera. Un ragazzino mi chiamò a casa per invitarmi a passare un pomeriggio in città e accettai, ma al mio arrivo in paese, dopo una passeggiatina di qualche kilometro capii che sarebbe stato meglio starmene a casa. Li non trovai solo il ragazzino che mi aveva invitato ma anche un tipo losco che probabilmente aveva il doppio della mia età il quale mi invitò a salire sulla sua auto. Non avrei mai dovuto farlo, ma lo feci, salii senza nemmeno chiedermi come mai chi mi aveva invitato non aveva fatto lo stesso. Dopo due ore di macchina in cui i discorsi caddero su cosa mi piaceva bere, che droghe preferivo e quali erano le mie posizioni preferite a letto accostammo a bordo strada di fronte ad un pub e andammo a bene tante birre medie quante ne servivano per portarsi a casa la t-shirt con impresso il logo del locale. Uscii storta, perché le birre a berle fui quasi solo io e appena in macchina il tipo mi passò una canna d'erba e mi disse "fumati questa mentre io preparo la prossima". Si era organizzato bene e io mi sentivo la ragazza più furba del mondo, riuscivo ad uscire di casa, sbronzarmi, farmi senza avere mai una lira in tasca. Non mi serviva nulla, o almeno così credevo. Finita la prima canna e poi la seconda mi trovai le sue mani addosso, mentre tentavano di cavarmi i pantaloni. Non ne avevo per nulla voglia, la testa mi girava e mi veniva da vomitare, ma lui non smetteva, continuava a palpeggiarmi e a cercare di spogliarmi. Per un po mi abbandonai a quel che stava succedendo, quel tipo era proprio brutto, probabilmente non scopava da mai, ma ad un certo punto mi si figurò l'immagine della sua auto in una di quelle stradine di campagna piene di troie in minigonna che fanno un pompino per 25000 e una scopata per 50000, 100000 senza goldone. Mi affrettai a levarmelo di dosso ma lui si lamentò: "ho dato 50000 lire a quel ragazzino perché ci presentasse. Mi aveva assicurato che se ti facevo bere e fumare me la davi". Mi salì una rabbia incredibile e d'improvviso mi ritrovai lucida e serena come mai prima d'ora. Tirai un pugno nello sterno al tipo e un secondo nelle palle, lo mancai ma si arrese e acconsentì a riportarmi a casa. La resa durò il tempo di un paio di semafori, dopo di che questo tornò all'attacco chiedendomi di succhiarglielo mentre guidava e a quel punto non ne potevo più, al primo semaforo rosso aprii la portiera, mi catapultai fuori dall'auto e m'incamminai a piedi verso una stradina illuminata...
Per una buona decina di minuti il tipo mi seguì con la sua auto cercando di convincermi a risalire, poi si stancò di pregarmi e se ne andò. Io mi ritrovai in una città sconosciuta, da sola la sera. Inizialmente spaventata e un po' intimorita feci quello che sapevo fare meglio, mi accalappiai un tipo in mezzo alla strada e gli chiesi di darmi un passaggio. Mi lasciò qualche paesino più in la e li chiesi un altro passaggio a un gruppo di ragazzi diretti in discoteca. Arrivata al casello dell'autostrada si fermò una macchina di egiziani che si offrirono di accompagnarmi vicino casa. La musica sconosciuta in macchina mi rilassò e presto mi addormentai. Arrivai davanti a casa distrutta ma non andai subito a dormire, dovevo trovare l'imbecille che mi aveva ficcato in quel casino!
Lo trovai in paese, seduto al tavolo del bar che con una birra e granatina in mano giocava a carte i soldi che si era guadagnato vendendomi. Lo affrontai di petto, sebbene fosse più grosso di me, gli diedi del figlio di puttana, del bastardo e poi tentai di schiaffeggiarlo. Finimmo per fare a botte, quindi feci quel che insegnano a fare a ogni donna o ragazza, gli agguantai le palle e gliele strinsi tra le mani finche non lo sentii gridare "basta". Nel bar c'era chi mi dava ragione e chi pensava che dato il mio comportamento da troia non potessi aspettarmi di meno che questo ma vinsi la mia battaglia, mi presi i soldi che aveva puntato sul tavolo e mi ci presi una birra e qualche canna da fumare mentre tornavo a casa.
Dopo quell'esperienza cercai di evitare i gruppetti di sfigati e mi affiatai sempre di più con il gruppo dei drogatoni. Le serate iniziavano quasi tutte con un giro al bar alla ricerca di qualche droga, dopo di che si andava a zonzo facendosi per il paese fino a quando i primi non iniziavano ad andarsene a casa. Io e Mattia eravamo sempre gli ultimi ad andarcene e ogni volta, con la scusa di accompagnarlo ci fermavamo nel magazzino di materiali edili di suo padre per scopare. Lui aveva una ragazza ufficiale, alta, magra e bella, il classico pezzo di legno ben scolpito, ma aveva anche me, la porca con cui sperimentare, divertirsi e godere ogni sera. Ci divertivamo e anche se non ci permettemmo mai di provare sentimenti concludere le nostre serate accartocciati sopra ad un bancale di piastrelle divenne un abitudine.
Una sera lo incontrai in un pub con gente che non avevo mai conosciuto davvero ma che frequentavano i nostri stessi locali. Mi aggregai a loro in un giro di bevute di un non meglio specificato cocktail di colore azzurrognolo. Al quinto bicchiere ero veramente ubriachissima, e ormai mi capitava cosi di rado di esserlo che quasi non ricordavo come fosse. Quella sera Mattia mi portò tra le mura di una casa in costruzione, ma non eravamo soli, i compagni di bevuta ci avevano seguito e mi chiedevano di starci con loro, tutti.
L'idea di scoparmi 4 o 5 ragazzi con la testa che mi girava e il vomito a 2 centimetri dalla bocca era impensabile e mi opposi con tutte le mie forze, scoppiando anche a piangere e supplicandoli di non insistere. Mattia mi si avvicinò e mi disse che se avessi fatto la brava sarebbe rimasto ad aspettarmi e poi saremmo andati insieme al magazzino. Non ce la feci, vomitai appena il primo cazzo tentò di intrufolarsi nella mia bocca e i ragazzi se ne andarono. Mattia rimase, aspettò che mi riprendessi e poi fece di me quel di cui aveva bisogno. Quella sera decisi che non sarei mai più uscita con lui.
Per un paio di settimane rincominciai ad uscire con chi mi capitava, il primo gruppetto a caso che aveva qualche proposta interessante per la serata o la miglior droga a portata di mano. Fu così che conobbi Alessandro e suo fratello Alfredo. Uno dei due era un ex carabiniere con una collezione di chilum bong e calumet sequestrati da invidia. Uscire con loro era divertente, non gli importava nulla della mia figa, a loro facevano piacere le mie battute e la mia propensione a provare qualsiasi droga e fregarmene di qualsiasi regola di buona condotta. Non che non ci scappò mai una scopatina o un pompino, ma non era certo quello lo scopo delle loro serate con me. Una sera, poco dopo aver conosciuto Alfredo andammo a casa di un suo amico, un eroinomane piuttosto malconcio che ci offrì dell'ero, un pezzettino di carta stagnola e una cannuccia. Per la prima volta in vita mia provai la sostanza proibita, quella che nessuno prendeva o accettava che venisse usata dagli amici malgrado poi si facesse delle droghe più strane e degli allucinogeni più forti.
Aspirai quel fumo rancido che saliva dal sassolino mentre si scioglieva sotto la fiamma e non mi fece nulla. Pensai che fosse una droga inutile, stupida, ma vedevo gli altri ammorbidirsi sotto l'effetto di quell'onda tossica e mi chiesi come mai a me non faceva effetto. Continuai a fumarla per tutta la notte, e tornai anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Più ne fumavo e più ne sentivo il vellutato effetto rilassante e in men che non si dica iniziai a lasciarmi cullare dall'ero fino al giorno in cui diventai un fenomeno da guardare con curiosità e disgusto davanti al solito bar. Io e Alfredo uscimmo per una tiratina e una decina di ragazzini ci seguì per vedere come fumavamo e che effetto ci faceva. Lo trovai squallido e disgustoso, decisi che quella sarebbe stata l'ultima volta e lo fu. Se non altro, malgrado fossi diventata un artista nel farmi del male riuscivo ancora ad avere dei limiti.
A casa ormai ci andavo esclusivamente per dormire durante i giorni di scuola e per rubare qualcosa da mangiare quando la fame chimica s'impadroniva di me. Spesso stavo via per giorni senza che nessuno si preoccupasse della mia assenza, senza che a qualcuno importasse che fossi ancora viva o no.
Ho vaghi ricordi delle giornate e delle nottate di quegli anni, se non per quello che scrivevo sul mio taccuino:
"Asilo, Marco, XXX" stava per "mi sono scopata un certo Marco dentro ad un asilo"
"Discarica, Fabio + Luca, X" stava per "ho succhiato cazzi a 2 tipi in una discarica"
"Traliccio, Roberto, Y" stava per "ho sverginato un ragazzino appoggiata ad un traliccio".
Quando quel taccuino divenne una Smemoranda piena di fatti, scopate, pompini e sostanze da dimenticare ormai ero sulla via del non ritorno. Per drogarmi rubavo stemmini delle auto, pezzi di computer e qualsiasi cosa mi capitasse per le mani, perché ormai quello che mi passavano le persone che mi si facevano non bastava più.
Ebbi il mio primo incidente in macchina in quel periodo. Avevo preso del Contramal in dosi massicce, non ricordo chi me lo procurò. Mentre Riccardo, un tipo che avevo conosciuto quel pomeriggio in un bar e non rividi mai più, guidava, vidi davanti a me enormi insetti che tentavano di attaccarmi e mi buttai su di lui facendolo sbandare ed uscire di strada. Finimmo in un campo. Io non ero del tutto illesa, sentivo un gran dolore al torace, dove da li a breve mi si sarebbe formato un livido a forma di cambio e avevo un braccio spezzato. Riccardo si infuriò, scese dalla macchina, mi strattonò sul terreno e mi diede dei calci insultandomi per averlo fatto cioccare. Alla fine mi lasciò li, e non so come finii in ospedale ma mi ingessarono il braccio e tornai a casa con mia zia alla quale fui costretta a raccontare un muccho di balle più o meno credibili.

La lezione non mi bastò e il giorno dopo presi altre gocce di quel antodolorifico a base oppiacea prima di andare a scuola. Fece effetto e di colpo mi trovai catapultata alla terza o quarta ora di lezione. Le scritte alla lavagna bianche iniziarono ad ingrandirsi, fino a farmi vedere solo bianco, mi girai verso un compagno di classe che mi chiese che mi ero presa e senza rispondere mi rigirai verso la lavagna. Improvvisamente vidi la professoressa allungarsi ed accorciarsi, poi senza ragione iniziai a gridare come una pazza. Mi portarono fuori dall'aula e la scenata mi costò una settimana di espulsione e la bocciatura assicurata.
Decisi che andare a scuola non valeva più la pena e cosi mi trovai a fare caffè in un bar dove conobbi Mirko, quello che poi sarebbe stato il mio primo vero ragazzo e la causa della mia morte.
Uscimmo la prima sera tanto per fare qualcosa, mi portò a ballare e poi a casa sua. Mi offrì dell'ero, e anche se sapevo, se avevo già fatto la mia scelta, se avevo giurato a me stessa di evitare quella droga come la peste alla fine cedetti. Scopammo, poi ci bucammo e quando ci riprendemmo tornammo a scopare. Non mi resi nemmeno conto che i giorni passavano, in men che non si dica mi ritrovai come in una realtà parallela, quello che mi interessava era bucarmi e scopare o scopare per bucarmi.
Fino a quel momento non avevo mai avuto orgasmi con un uomo, ma l'ero me ne faceva avere, mi bastava il tocco della mano di Mirko mentre mi facevo per venire, ed era bello, tremendamente bello, paurosamente eccitante.
Tronai a casa diverse volte in quel periodo ma non per vedere i miei, il mio unico scopo era di rubare qualcosa da mettere sotto i denti o da vendere e così la donna di mio padre iniziò a chiudere a chiave la porta e lasciare le chiavi nella toppa in modo che io non potessi usare le mie. Senza volerlo, senza che fosse meditato io e Mirko ci trovammo a vivere insieme, ad intossicarci insieme e a rubare insieme fino a poche ore fa. Non smisi di scoparmi chi mi capitava solo perchè stavo con lui, che per altro ripeteva sempre "io non ti amo ma ti voglio un gran bene" e arriva a farmi suo fratello, il suo datore di lavoro nei rari giorni in cui lavorava e il fratello di quest'ultimo. Ogni tanto scopavo per soldi, ogni tanto per un panino e una birra, e ogni tanto giusto per farlo o perchè mi veniva chiesto.

Per un certo periodo fummo una famiglia allargat,a con la sua ex moglie tra i piedi, ma durò poco, o meglio durò finchè lui non si innamorò della migliore amica di Marisa. Fu un duro colpo per me, finalmente avevo qualcuno che mi voleva bene, anche se non smetteva di dichiarare di non amarmi e quel qualcuno mi veniva portato via da una vecchia bagascia. La loro storia non durò a lungo, la vecchia bagascia rimase incinta e se ne andò in Inghilterra ad abortire, ma mentre lei era sotto i ferri io e lui scopavamo nel suo letto. Al ritorno la vecchia bagascia inorridita nel vederci cucinare dell'ero insieme mollò gli ormeggi e dopo una scenata da circo sparì all'orizzonte.

Ci furono alti e bassi tra me e lui, mi picchiò perchè l'Inter aveva perso una partita importante e tentai il suicidio un paio di volte impiccandomi con una cintura alla colonnina della doccia che cadde rovinosamente e bevendo un miscuglio di pastiglie e Vetril. Infondo eravamo entrambi troppo soli e disperati per non stare insieme, anche se gli undici anni di differenza che ci separavano erano tanti le espereinze famigliari simili ci univano...

CONTINUA!!!



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