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lavoro pubblicato venerdì 1 ottobre 2010
ultima lettura domenica 20 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

I temporali uccidono

di RichardBrew. Letto 634 volte. Dallo scaffale Generico

“La luna rischiarava ancora la tomba di marmo quando il temporale ritornò sui suoi passi”Bram Stoker 1. L’ultima...



“La luna rischiarava ancora la tomba di marmo quando il temporale ritornò sui suoi passi”

Bram Stoker

1.

L’ultima cosa che ricorda di aver provato è la vodka che incendia la lingua e divampa nell’esofago, non ricorda di aver salutato e di essere uscito dal bar, né di aver messo in moto la sua Chrysler Crossfire d’argento, ancora aveva il controllo, ma non lo ricorda.

Lui adesso è ancora immobile, forse sta dormendo, anzi sta sognando un barbecue di quindici anni prima quando tutta la famiglia era al completo, nel sogno c’è un sole di ghiaccio, c’è suo padre che cuoce le bistecche e ride a sua madre, le sorelle che giocano con un pallone.

Lui non ricorderà, ma noi possiamo vedere.

Esce dal parcheggio e si insinua nella colonna del traffico cittadino, la sua Crossfire è giovane e il motore romba silenzioso, passa accanto a un uomo con l’impermeabile chiaro che parla al cellulare, è un avvocato o un maneggione di borsa, tra poco pagherà da bere ad alcuni vecchi amici.

Sfiora una moto parcheggiata con sopra un ragazzo col casco che supplica una ragazza con golf rosa, fisico sciupato dagli ansiolitici, lei lo sta lasciando, lui morirà la sera stessa per un incidente domestico, una lampada che si rovina e sfrigola volt nella vasca da bagno, tutti penseranno al suicidio, il ragazzo sulla moto ama la vita, non può convincere gli altri che in realtà non si è mai suicidato, e se c’è una vita oltre a questa verserà lacrime, solo.

La Crossfire deve uscire dalla città, percorre una rotonda, avvita troppo stretto e con il paraurti d’acciaio stronca un colonnino, ma lui guida, ha in mano il volante morbido, non si accorge di niente.

Una pattuglia è posteggiata di fronte a una drogheria, il poliziotto fa appena in tempo ad annotare il numero di targa, è pronto a chiamare la stazione per spedire una multa al deturpatore di cose pubbliche, quando la radio di bordo sibila, fischia, emergenza, sparatoria alla traversa successiva.

Il poliziotto getta il taccuino sul sedile posteriore, si ripulisce il bavero dalle briciole, richiama il collega che pasteggiava là fuori e insieme sgommano via.

Lui non ricorda nemmeno l’improvviso suono delle sirene, se lo lascia alle spalle, è già in periferia, alla radio parte il notiziario di metà pomeriggio, lui non ascolta nemmeno, sta ansimando, si chiede come mai, ma non importa, fuori rimbomba un tuono, si era già rannuvolato quando beveva al bar.

Al semaforo un improvviso formicolio alle mani, diventa sempre più insistente, come un mucchio di formiche che gli rodono la pelle.

Passa di fronte all’ospedale, sta per mettere la freccia, ride di gusto, accelera verso la provinciale, alberi e siepi, vecchi cottage abbandonati e capre lasciate lì.

La strada di campagna sparisce all’orizzonte, è enorme e lui fa galoppare la Crossfire, non c’è nessuno, cemento libero, surfa avanti e macina chilometri, la strada è lunga, dove lo aspettano starà già piovendo, la festa sarà già cominciata.

Finisce l’interminabile notiziario, comincia qualcos’altro, ma non ci interessa.

Prime gocce di pioggia, pesanti e bluastre, si infrangono sul parabrezza, i tuoni esplodono nel cielo plumbeo sopra la campagna, tutto è verde e grigio.

Prima che gli si annebbi l’occhio destro, un ultimo lusso, un ultimo pensiero lucido, prima del blackout.

Un salotto, pochi anni prima, sua madre con le mani in grembo, lo sguardo addolorato.

- Non farlo, ti prego. Conosco tuo padre e tuo nonno, so la loro storia, ma tu…tu è diverso-

- La campagna inglese – prosegue – è uno spettacolo cromatico: il verde accecante della terra e il grigio dei nembi.-

Scoppia il temporale.

Le mani si irrigidiscono, il respiro gli muore in gola, anche l’occhio sinistro è andato.

Alcuni singulti, frasi insensate gli fanno scoppiettare saliva tra le labbra, poi perde il controllo di tutto.

La Crossfire sfreccia ancora per pochi minuti sull’asfalto bagnato e poi schizza verso destra, trancia in un bailamme di scintille e fumo il guardrail, lamiera che si piega, catarifrangenti che schiumano, la Crossfire esegue l’ultimo, eroico doppio balzo mortale della sua esistenza, ultimo spettacolo signori, si esibisce il mito stasera, e poi atterra con gran fragore in mezzo alle erbacce, tra gli sterpi, lui è andato, ha il collo piegato ed è privo di coscienza, sulle note wagneriane di ricordi perduti il temporale suona il suo fanatico concerto.

Le trombe dei tuoni, dai cieli, fanno sussultare gli archi, vento tra i rovi e il fischiare dei fili d’erba annegati nell’acqua, melodie ancestrali si snodano lungo la provinciale deserta, stridio di animali che scappano nei boschi, conigli, cervi, scoiattoli.

L’acqua si raccoglie nelle fosse e il fango si anima, prende vita, borbotta e si incupisce.

I flauti echeggiano un disperato inno, sono le rondini di ritorno dalla migra, come Ulisse ritrovano lo scempio dei Proci, ma non riescono a scagliare la lancia e ululano in maniera funesta.

Al calore di una candela, un boscaiolo settantenne intona un rosario, alle sue spalle rivoli di pioggia si insinuano tra gli assi di legno divelto del soffitto e scrosciano sul pavimento polveroso. Le sue mani scrostate dai pini e piene di schegge, le unghie nere e avvizzite dall’età, sono giunte, dalle labbra screpolate e semiserrate parte la cantilena, nascosta dai suoni esterni.

I lampi che si accendono in cielo riflettono di sinistro bagliore sul dorso lustro di pioggia dell’infinita strada provinciale, sgombra di ogni respiro, nel campo al di là del guardrail sbrecciato esala gli ultimi soffi una Chrysler Crossfire, il suo passeggero tornerà padrone di alcuni suoi sensi tra pochi minuti, metri e metri più avanti un bosco, che ingurgita la pioggia, soffoca nell’abbraccio umido e inesorabile del temporale.

2.

Un uomo deve morire stasera.

Si chiama Forselli e faceva l’imprenditore, ora è fissato a una vecchia poltrona, e l’unica cosa che sente è la canna ghiacciata di una pistola che gli preme la tempia. Da un’ora.

La stanza dove si trova è buia, c’è puzza di marcio, solo una luce viene da una vecchia finestra inchiodata dagli assi di legno.

Fuori ulula un temporale, sa che si trova in un vecchio paese al limitare del bosco, sa che l’hanno portato lì gli uomini in impermeabile nero, sa che è spacciato.

Tenta solamente di riportare a memoria alcune preghiere che un frate cappuccino gli aveva insegnato vent’anni prima, nell’istituto collegiale in cui era cresciuto.

Ma non ce la fa, ogni incipit gli muore nella mente, forse è il ghiaccio della morte che gli pigia il cranio a impedire ogni memoria.

Insieme a lui ci sono altri tre uomini.

Uno, gli è parso grasso ma altissimo, è quello alle sue spalle che impugna l’arma da fuoco, quando lo caricavano in macchina ha visto i suoi occhi, instupiditi e balordi, nient’altro.

Forselli, in fondo, non è spaventato, è lucido, nonostante la sprangata nel collo per caricarlo di forza a bordo del furgoncino.

Sa benissimo perché si trova lì, non lo accetta, ma non può fare niente, il fuoco e il nastro adesivo ce l’hanno loro, l’ascia, la misericordia, non è in mano sua al momento.

Gli altri due uomini si trovano nella cucina della casa e discutono, sebbene cerchino di mantenere un tono di voce basso, Forselli non può non sentirli.

- Ammazziamolo ora, non ci pensiamo più. –

Voce giovane, scaldata da qualche drink, prepotente.

- Senti, forse hai qualche problema,stronzetto. Ti ho già detto che abbiamo ordini precisi, dobbiamo aspettarlo.-

Voce più anziana, indurita dal tabacco, delicata ma decisa.

La voce giovane: - Ma gli acceleriamo il lavoro se lo facciamo subito, lui non potrà che ringraziarci!-

Rumore di piatti che si rovinano a terra, metallo che stride.

La voce anziana e ruvida si impone sull’ansimare di quella giovane e prepotente, non più ora.

- Ti faccio un buco in fronte e ci faccio anche colazione dentro, piccolo merdosetto del cazzo. Poi ci piscio dentro e aspetto di vedere se marcisce, sennò ci faccio una cacata e vedo se nascono le mosche dalla merda, in caso contrario servo il pasto ad alcuni cani randagi. Io faccio questo lavoro da secoli e gli ordini sono ordini, lui verrà qua e sbrigherà il lavoretto da solo, noi dobbiamo solo tenergli buono lo stronzo di là. Riesci a capirlo, o ti devo lobotomizzare per fartelo entrare in quella merdosissima testa di cazzo?-

La voce giovane si ricompone e balbetta prima di formulare una frase sensata.

- C-chiaro capo, non c’è bisogno di scaldarsi così tanto, ho capito b-benissimo…-

La voce ruvida e anziana borbotta qualcosa che Forselli non comprende, la voce giovane e prepotente si zitta.

Parla Voce Ruvida.

- Sei fortunato, stronzetto lo sai?-

Pausa di qualche istante, forse per accendersi una sigaretta, sente lo scatto metallico di un accendino.

- Ai miei tempi non esisteva tirocinio, si imparava a pallottole e merda. Voi giovani del cazzo di oggi avete troppi lussi, e sei fortunato se il capo è un tipo calmo, che non fa più le cose sporche come una volta, oggi silenziatore e acido muriatico…dico io, hai mai sentito parlare delle vendemmie?-

Silenzio.

- Un tempo – riprende – non avresti mai fatto questo lavoro se avessi partecipato a una vendemmia. Molti miei vecchi amici si sono distrutti di antiemetici e cazzate del genere, lì per lì reggi alle vendemmie, ma poi ci ripensi la notte, e arrivano a condizionarti la tua merdosissima vita del cazzo che non puoi più fare un bel cazzo di niente. Ma io sono temprato a tutto questo, io sono un sopravvissuto.-

- Allora? Mai sentito parlare delle vendemmie, baco da seta del cazzo?-

Silenzio, Forselli immagina che Voce Giovane abbia scosso il capo.

Voce Ruvida ride, un colpo di tosse e si ricompone subito.

- Immagina un lavoro come questo, roba ordinaria insomma, e immagina ora carta bianca da parte del capo, fate voi il lavoro, stronzi. Come vi pare.-

- Vedi? Il mio oggettino da ufficio era questo rasoio della guerra civile, ma ho visto i matti più matti, gente con bachi nel cervello, con motoseghe e falciatrici faidatè. Allora non dovevamo nemmeno aspettarlo il capo, la polizia non avrebbe riconosciuto la merda di turno che ci eravamo lavorati fino a renderla carne irriconoscibile.-

- Le più belle vendemmie? Alle faide. Ai matrimoni di cosche mafiose nemiche, allora una volta addobbammo di sangue e interiora una sala da cerimonie, che ci vollero le pompe dei vigili del fuoco per ripulire tutto il bordello che avevamo combinato.-

Sospiro nostalgico, sa di tabacco anche se Forselli non può sentirlo, ma lo immagina.

- Guarda oggi, tu, merdosetto, non saresti durato un giorno di vendemmia. Ora è tutto pulito e controllato dal capo, niente più divertimento, solo fottutissimo e noiosissimo lavoro del cazzo. Ma io me ne vado in pensione, questo lavoro non è più come una volta, ti dico.-

Silenzio.

Passa mezz’ora, non cambia niente.

- Non ci sta mettendo troppo? – Voce Giovane è meno prepotente, anzi forse non lo è più.

- Hai ragione una volta tanto. Di solito è puntuale. Ma anche lui è un baco da seta del cazzo, suo padre…oh, suo padre era un maestro di vendemmie, che grande fantasia, pensa che una volta…-

Voce Ruvida si interrompe.

- Questo temporale del cazzo, senti che tuoni?-

- Forse ci sono problemi di strada, interruzioni…- azzarda Voce Giovane.

Una pausa, poi Voce Ruvida grida dalla cucina:

- Natone, chiama il capo!-

Natone è il gigante che da più di un’ora preme la pistola contro la tempia di Forselli, dev’essere quello che nel lavoro sporco svolge gli incarichi pesanti.

L’ha sollevato e scaraventato nel bagagliaio del furgoncino, l’ha trascinato sulla poltrona e ha fatto un gran lavoro di nastro adesivo per immobilizzarlo.

Senza calare l’arma, con la mano libera tira fuori da una tasca dei pantaloni il cellulare e fa partire con estrema lentezza una chiamata.

Forselli socchiude le palpebre, il collo gli duole da impazzire, forse sta sanguinando, chissà.

Forselli sente gli squilli dal cellulare sopra la sua testa, ma non ode lo scatto della risposta.

Dopo un paio di minuti, Nantone ripone il cellulare in tasca e comunica a Voce Ruvida che il capo non risponde.

E’ molto lento a parlare, deve essere la mente tarda del gruppo.

- Dev’essergli successo qualcosa, perché non risponde? Quando c’è un lavoro da sbrigare risponde subito!- Forselli non sa se cogliere un riflesso di paura nella Voce Giovane.

- Calmati, adesso. Non voliamo con la fantasia, starà guidando, o semplicemente questa merdosissima pioggia del cazzo sta rallentando tutto.-

Fuori, il temporale non accenna a smettere, ma man mano che il tempo passa sembra autoalimentarsi diventando sempre più devastante e rumoroso.

- Aspettiamo che smetta un po’, poi se non arriva ancora pensiamo a qualcos’altro.- Voce Ruvida ha il pieno controllo della situazione, Forselli avrebbe fiducia di quell’uomo se non fosse lo stesso che ha in mano la sua vita, che anzi vuole cancellarla.

Voce Ruvida canticchia una vecchia hit di Merle Haggard, “…lonesome whistle blowing…”, Voce Giovane prova a scherzare:

- Certo, che di questo passo non smetterà davvero di piovere.-

- Ti apro lì e mi faccio una ghirlanda intestinale, poi vediamo se smette di piovere.-

Voce Giovane deglutisce, c’è proprio poco da scherzare oggi.

3.

Ecco, ora ci vede di nuovo.

Di fronte l’acqua cola sul parabrezza con violenza, non si vede niente.

Ha le gambe e le braccia rigide come tronchi di legno, non riesce, non può muoverli.

Per alzare un dito suda come un maiale, il respiro gli sibila dalle labbra con indicibile difficoltà, il cuore gli saltella nel petto, a un ritmo spaventosamente irregolare.

Cerca di procedere con respiri profondi, ma si trova a emettere una serie di singhiozzi, quasi gli pare di soffocare.

Recupera lentamente la sensibilità degli arti inferiori, e sente bagnato, cos’è?

Ancora non riesce ad abbassare gli occhi, ma noi possiamo vedere al posto suo che tre dita d’acqua gli lambiscono la carne fino al polpaccio, e che l’acqua piovana sta entrando nella vettura da un foro che si è aperto sulla carrozzeria argentata al momento dell’impatto con il guardrail.

Cosa gli è successo?

Fuori ulula la tempesta perfetta, l’acqua dentro la macchina continua ad elevarsi di livello.

Un infarto? Sarebbe già morto, poi ha un cuore a prova di bomba, almeno così gli aveva sorriso il cardiologo, appena un mese prima.

Cos’ha?

Ha un’emicrania lancinante e non riesce a muovere un muscolo, fatica persino a respirare.

Tenta di sollevare un braccio ma per poco non tira il calzino, è uno sforzo troppo grande ancora.

Finalmente si rende conto che l’acqua del temporale sta inondando la Crossfire, l’acqua piovana sta spengendo la sua Fire…ride per qualche secondo, ma poi ritorna a considerare la gravità della situazione.

La mente torna poco a poco lucida, capisce che se non si riprende dalla paralisi che l’ha scaraventato fuori strada, farà la fine del topo annegato nella trappola della sua Chrysler Crossfire.

Se solo fosse in grado di alzare un braccio per aprire lo sportello, afferrare il cellulare che si trova in tasca, a pochi millimetri dalle dita bloccate, sarebbe salvo.

Ma la Crossfire continua a suggere acqua, ce l’ha alla vita adesso, è fredda e bagnata di cielo e fulmini.

Il rumore del getto che entra dal foro è un ringhio di metallo e aria.

Grida, me nessuno può sentirlo, là in mezzo al nulla e divorato dal nulla, la sua mente perde a tratti lucidità e vaga tremolante tra i ricordi.

Ritorna il barbecue di prima, suo padre lascia cuocere le bistecche sulla grata infuocata e si pulisce le mani sul grembiule.

Poi si avvicina a gli tira uno schiaffo, la vista vortica, luce e pallore, si riprende dal colpo e si trova in una cantina, sottofondo vecchi cd dei Beach Boys, di fronte a lui una spia implora pietà, fuoco e poi si salta su un altro ricordo, si precipita come in un caleidoscopio multicolore, gioca a pallone con la sorella, ha cinque anni, poi a scuola, il primo giorno, suona la campanella, un bacio pochi anni dopo e il sapore della polvere da sparo, parenti e amici, oggi si sposa mia zia, scivola al parto della seconda sorella, addio casa, oggi polizia e pallottole, spara, figlio mio, spara.

Cade al fidanzamento, ritrova l’adultero e con i suoi lo estirpa dal mondo, barbecue, di nuovo, la famiglia piange, sua madre lo supplica, non ripercorrere la strada pregna del sangue degli altri percorsa da tuo padre e da suo padre prima di lui, ti prego non farlo, pietà, misericordia, le parole vi stordiranno, come quella volta, ancora, no, non farlo, bagno alla spiaggia, lenzuoli sporchi di sangue, fuochi d’artificio sopra di noi, legno di mare e salsedine e corallo, stanza d’albergo, ti prego aspetta, fuoco, uccidete il bastardo traditore, scommettiamo, scommettiamo, ho un lavoretto per te, no, ti pago bene, lasciala, o sarà la fine, la fine, la fine…

Grida, urla, strepita, è madido di sudore, imperlato fino agli alluci dei piedi, annaspa e grida, il suo grido lo riscuote da incubi e ricordi ed è accompagnato da un tuono che impazza sopra la sua testa, sopra il tettuccio dell’auto che lo protegge dall’inferno d’acqua là fuori ma al contempo lo sta uccidendo, i litri gli arrivano alle costole, non può tirarsi indietro, è finita, per sempre, finita.

Grida e ancora grida, e fuori piove, come mai era piovuto prima d’ora nella sua vita.

4.

Ci sono alcune canzoni che dovreste sentire, almeno prima che finisca il temporale. Pioverà ancora per un po’; hanno chiuso la metropolitana, ci sono stati grossi allagamenti nella tratta principale, l’aeroporto è inservibile, i voli in partenza sono stati bloccati fino a nuovo ordine. I traghetti sono fermi al porto, sballottati da onde che borbottano spuma biancastra, ci sono stati dei crolli ai margini di una galleria, auto cappottate e un paio di feriti in modo grave, tuona e si sentono ambulanze in lontananza.

Le sente anche il prigioniero della Chrysler Crossfier, sa che non sono per lui, sta morendo ormai, si sta chiedendo in che modo può chiedere perdono a Dio, lui che non ci ha mai creduto ma che ora sente il disperato bisogno di aggrapparvisi.

Ma torniamo alle canzoni.

La radio della Crossfire, prima che smetta di funzionare per l’acqua che continua a salire di livello, manda le note di The times they are a- changin’ del vecchio Bob Dylan, anzi quando era ancora giovane e la sua voce risuonava limpida o quasi.

Your sons and your daughters are beyond your commands…”

Aria e metallo, metallo e aria sibilano dal foro che succhia dal cielo l’acqua mortale, ora si allunga, se soffia la increspa in superficie.

“ Please get out of the new one…” Grida parole incomprensibili, ha paura e non ha mai avuta in vita sua, sa che può salvarsi in teoria, lo sportello è lì, il cellulare in tasca, ma – dannazione – il malore o cos’altro l’ha scaraventato fuori strada paralizzandolo come un salame lo condannano a una lenta fine, cosciente, perché il sistema nervoso del prigioniero ora che si è risvegliato dagli incubi e dai ricordi, dai fantasmi del proprio passato, pulsa attivo e vigile come mai lo è stato.

Riecco sua madre in salotto con la faccia addolorata e le mani giunte in grembo.

- Non farlo, ti prego. Tu potessi vedere il sangue sopra tuo nonno e sopra tuo padre…Non farlo, per quanto potrà piovere, un giorno, non ti laverai mai dal sangue di cui ti sarai macchiato-

“ …can’t lend a hand…”

Sua moglie, pochi anni prima, seduta sul letto ancora da rifare, il trucco colato sulle guancie con le lacrime, addosso una camicia stinta.

- Tu non mi hai detto la verità…Sparisci dalla mia vita, uccidimi se non sei in grado di liberarti di me, ma vattene-

“ The line it is drawn the course it is cast”

Annaspa, annaspa.

Incubi e realtà di nuovo!

Grata infuocata, l’acqua sopra i polmoni, schiaffo sapore di bistecca, non farlo ti prego, pietà, pietà.

Mi disse pietà ma non ascoltai le tua parole, adesso queste quattro lettere senti come tuonano, lacerano l’anima, adesso so che non avrò la mia misericordia.

E piove, e tuona, forse potrebbe non finire mai.

L’acqua lambisce il mento, riesce a muovere due dita, il braccio non lo sposta però.

Sputa acqua piovana, ha il sapore delle grandi città quando tutto è grigio.

“…will later be fast”

Anche se io, ora, aspetta…

Ero il campione, ma adesso muoio come voi.

“ And the first one now will later be last”

La radio frizza, la canzone è quasi finite, l’acqua penetra e si fotte i circuiti interni, la voce di Bob Dylan -chissà dov’è ora, cosa sta facendo, mentre ora io muoio qua sentendomi la sua musica-, si sta attorcigliando su se stessa, diventando il ruggito di un mostro.

“…for the times they are a-changin’…bzzzz”

La radio se n’è andata, l’acqua gli tappa le narici, peccato non averla sentita tutta, nella parte finale Bob dà il meglio di sè con il plettro e la magica armonica.

Con le poche forze ancora a disposizione, cerca di sollevare il capo verso l’alto per poter respirare, conscio di essere ormai incapace di salvarsi pur avendo la salvezza a pochi millimetri dal proprio corpo.

Gli aguzzini di Forselli, nel frattempo, aspettano il loro capo, forse si è perso sotto la pioggia, ma Voce Ruvida è convinto che seppure in ritardo arriverà a calare implacabile l’ascia dell’apocalisse sul condannato.

Voce Giovane si avvicina al vecchio stereo e cambia canzone, ecco il buon vecchio Elvis con Always on my mind, sbuffa accennando a cambiare di nuovo cd, ma Voce Ruvida lo afferra per un braccio.

- Lasciala! Voi e le vostre merdate di canzoni di oggi…Questa roba di un tempo sì che è musica, stronzo-

Voce Ruvida si siede, sfila dal taschino una Morris e mentre se la accende si slaccia i primi bottoni della camicia.

- Questo fottuto temporale non smette –

Voce Giovane è alle sue spalle, l’ardore però suicida si impossessa dei suoi centri nervosi ordinando alla mano destra di serrarsi intorno al manico della colt ficcata nei pantaloni.

Voce Ruvida canticchia cercando di stare al passo con gli ottavi di Elvis, “ Maybe I didn’t treat you, quite as good as I should have”, Voce Giovane vuole il suo momento di gloria, vuole la sua vendemmia, vuole dimostrare al veterano che canticchia e fuma i tempi andati che anche un giovane come lui è un pezzo da novanta.

Nell’altra stanza, Forselli si è addormentato, Nantone ha il braccio teso con l’arma indolenzito.

Lo faccio.

Voce Giovane estrae la pistola e la punta contro Voce Ruvida.

Voce Ruvida sta immobile, la sigaretta ferma tra indice e medio emana una sottile riga di nicotina grigiastra, Elvis continua imperterrito.

- Cosa cazzo vuoi fare, ragazzo?-

“ Little things I should have said and done…” Voce Ruvida si gira di scatto, fulmina Voce Giovane con lo sguardo, tira una boccata dalla sua Morris.

- Alza le mani! Il capo non verrà, io me lo sento, guarda là fuori che cazzo sta succedendo, sarà morto per la strada.-

“…I just never took the time”

Voce Ruvida spenge la sigaretta sul tavolo, e si alza in piedi, sa benissimo di avere a che fare con un disturbato.

- Ascolta, lo uccidiamo insieme, allora. Ma dammi la pistola.-

Voce Giovane grida di no, Nantone drizza le orecchie preoccupato.

- Dammi quella cazzo di pistola, amico.-

Voce Giovane piagnucola, ha paura, non ha mai fatto male a una mosca.

Voce Ruvida, guardingo, si avvicina, Voce Giovane intima di stare indietro, è pronto a fare fuoco.

- Ehi, bello, guardami! Siamo nella stessa squadra, cazzo… Il capo sta per arrivare, anzi, facciamo una cosa, montiamo sul furgoncino e andiamo a cercarlo, Nantone può benissimo rimanere qu…-

- Basta con queste cazzate! Lo stronzo di là lo uccido io, e se non mi lasci fare ammazzo pure te!-

Voce Giovane ha le braccia tese che impugnano la pistola puntata contro il collega, ansima e sputa dalla rabbia.

Un momento di esitazione, Voce Ruvida mette mano alla sua colt, ma Voce Giovane grida, grida come un pazzo.

Forselli si sveglia di colpo, Nantone lo molla e corre verso la cucina.

You were always on mind…”

Voce Giovane è completamente andato, legge la mossa di Voce Ruvida come un attacco contro di lui e prima che Nantone varchi la soglia della cucina, scarica i proiettili della colt nel petto di Voce Ruvida, che viene scaraventato all’indietro, colpisce con la schiena il bancone della cucina, lo inonda di sangue e tessuti interni, e la voce di Elvis chiude con un altro “ you were always on my mind…”

Voce Ruvida ha gli occhi strabuzzati, la faccia contratta dalla stupefazione e dal dolore, la colt gli cade di mano, tocca il pavimento con un tonfo sordo, poi scivola a terra sopra il suo sangue ed esala l’ultimo respiro.

Elvis canta e nella cucina c’è puzzo di polvere da sparo e di sangue, c’è Voce Ruvida stramazzato al suolo, Voce Giovane ansima, Nantone gli mette una mano sulla spalla.

Nantone stacca lo stereo.

Voce Giovane si gira di scatto verso il gigante un po’ tardo puntandolo con la pistola.

La cucina è un mattatoio.

Abbassa l’arma e si dirige nel salotto insieme al collega.

Gli occhi vitrei di Voce Ruvida fissano un punto imprecisato della cucina, vuoti d’ogni guizzo di vita.

C’è un’altra canzone che vorrei sentiste.

Ricordate il poliziotto che qualche ora fa ha annotato il numero di targa della Crossfire?

Si è dovuto scaraventare sul luogo della sparatoria dove è stato chiamato, ma quando è arrivato con la pattuglia ha scoperto che l’emergenza è stata presa in mano da un altro distretto, in pratica arrivederci, tornate presto.

Non sapendo come chiudere quella noiosissima giornata, il poliziotto ha raggiunto il distretto e si è seduto dietro la propria scrivania.

Ha rettificato la multa al proprietario della Crossfire, e non sapendo cosa fare ha inserito il codice della targa nel motore di ricerca dell’archivio, per pura curiosità, per vedere se il proprietario è già un amico della polizia.

Sbuffa, pensa che se arriva a perdere tempo così è alla frutta, ma sullo schermo del computer appare una scheda abbastanza preoccupante.

Suonano Help! dei Beatles, il poliziotto conosce il pezzo a memoria, lo canticchia mentre stampa il profilo del proprietario.

“When I was younger, so much younger than today, I never needed anybody's help in any way.”

E’ un mafioso ricercato da due anni, un pezzo grosso, figlio di un boss che ha fatto il bello e il cattivo tempo giù in città.

Roba che scotta, abbiamo in mano roba che scotta, il poliziotto si precipita nell’ufficio del capo per riferire le notizie.

And now my life has changed in oh so many ways,my independence seems to vanish in the haze.

Afferra giacca e berretto, ha sulle labbra ancora la canzone di prima, borbotta:

- Ah, che maleducato non mi sono presentato, sono Carleni!-

Tutto questo sta accadendo mentre l’acqua tocca le costole del prigioniero mafioso nella sua auto, e mentre Voce Giovane sta mettendo mano alla sua pistola, poco prima del raptus.

Carleni spiega tutto al capo in tre minuti, il capo fa scattare il codice nero, si allertano le forze speciali, il satellite sibila, si solleva qua una cornetta, una voce detta il codice di una targa, dall’altra parte del mondo una centralinista con l’hobby del giardinaggio preme un bottone e un omaccione scapolo si annota il codice della targa sulla rivista di auto che stava leggendo.

Dopodichè afferra un interfono e contatta un centro specializzato a migliaia di chilometri da dove si trova lui, risponde un centralinista con l’hobby della pesca che attacca un cavo e passa la chiamata a una signora di mezza età che bazzica i night la notte, registra sul proprio pc il codice e fa una telefonata sul cellulare. Risponde una voce rauca, che a sua volta memorizza il codice e lo trasmette subito a un collega al suo fianco, il quale – pur stanco per i bagordi della notte precedente – prepara un mail urgente per il capo dei servizi appositi. Costui stava dormendo, si risveglia in fretta, legge la mail, copia il codice sul cellulare e con il telefono della sede contatta la sala situata all’ultimo piano dello stesso palazzo; risponde un addetto sulla trentina, uno scrittore fallito, si prende il codice e lo passa alla collega al suo fianco, che finalmente lo inserisce in un terminale che brilla vomitando una schermata con mappa.

I Beatles continuano a chiedere aiuto.

In due minuti e trentaquattro secondi, Carleni, il suo capo, il distretto di appartenenza e tutta la squadra hanno la precisa locazione della Crossfire del mafioso criminale; la macchina è ferma.

Il meccanismo delle retate parte, meccanismo perfetto e ben oliato, la giornata di Carleni è salva alla fine, i Beatles hanno smesso con Help e c’è il meteo, domani sarà bello.

5.

Il temporale non è finito, ma la pioggia non è più violenta e abbondante come prima.

Scoppia un ennesimo tuono in cielo e il prigioniero della Crossfire ha l’acqua fino ai capelli, gli sta entrando nei polmoni, sente una raffica di spilli che glieli bucano.

Vedete in lontananza?

Balenano in mezzo alla pioggia le luci rosse e blu delle pattuglie di polizia, l’ululare delle sirene è coperto dal ringhiare del vento e della pioggia.

Forse possono salvarlo.

Carleni ha il piede che schiaccia fino in fondo l’acceleratore, lo sterzo ben stretto tra le mani, oggi si scivola, il capo è accanto a lui, spiaccicato contro il sedile, si regge con una mano per la forte velocità.

Pochi metri dietro di loro romba l’elicottero delle forze speciali, la festa comincia.

Eccola, nonostante la pioggia nasconda tutte le cose, una Crossfire in mezzo al campo, fuori strada, una breccia di alcuni metri nel guardrail.

Ecco! Riesce a sollevare la mano, forse l’effetto di quello che ha sta finendo, se riuscisse ad aprire…

Due auto della polizia si fermano davanti alla breccia, Carleni e il suo capo si lanciano con un’arma in mano sotto la pioggia, entrano dalla breccia, la pioggia scivola lungo il bavero del capo, lava il distintivo di Carleni, il prigioniero sta morendo.

Ancora pochi istanti, la Crossfire è a pochi metri da loro, ha fatto un bel volo.

Non esitare Carleni, salvalo.

Carleni si ferma alcuni metri avanti e punta l’arma, alle sue spalle, l’elicottero si posa sulla strada provinciale deserta, solleva ondate d’acqua e di fango.

- Esci subito dall’auto con le mani in alto!-

Non si muove niente, la pioggia continua a ticchettare su di loro, Carleni vede il foro che sibila e grida.

Si lancia contro lo sportello e prova a forzarlo, l’acqua dentro ha bloccato il meccanismo, tutto è inutile, si allontana, punta l’arma, fa fuoco contro la maniglia, schizzo di scintille, il capo fa segno alle forze speciali, il prigioniero, è troppo tardi, lascia questa vita.

La maniglia scatta, il portello collassa su se stesso, una colonna d’acqua esplode fuori dall’auto, rimbalza sul sedile il corpo privo di vita di un uomo massiccio ma pallido, consumato dall’acqua.

Carleni abbassa la pistola, attende l’arrivo dei rinforzi per rimuovere il cadavere e l’auto semidistrutta.

Il capo gli mette una mano sulla spalla.

- Non te la prendere. Non siamo riusciti a salvare uno stronzo, quello era veramente una testa di cazzo, un mafioso del cazzo, lascia perdere.-

Il capo si allontana, corre verso le altre vetture, dovrà chiamare i colleghi della scientifica.

Carleni si avvicina, guarda il corpo privo di vita del mafioso, il capo chino verso il petto, ha ancora la cintura che lo immobilizza al sedile, il completo elegante infradiciato dai litri d’acqua che la Crossfire ha appena vomitato.

Ricomincia a piovere forte.

Suona un cellulare.

Carleni istintivamente si mette la mano in tasca, non è il suo.

E’ il telefonino del morto.

Si avvicina, non dovrebbe toccare nulla, ma quella è la sua giornata.

Con la mano tremante, mette una mano in tasca al morto ed estrae il telefono cellulare.

Accetta la chiamata.

-…Capo, dove sei? E’ ore che ti stiamo aspettando, cazzo, quando viene?-

Carleni non è stupido, infrangerà tutte le regole, metterà a tacere quei quattro mafiosetti del cazzo e riceverà la più grande promozione della sua vita.

La voce giovane e alquanto prepotente gli ripete il posto in cui si deve presentare.

E’ un attimo, Carleni afferra il cadavere e lo scaraventa fuori dall’auto, da lontano il capo lo vede, strabuzza gli occhi, agita le mani e grida il suo nome.

- Cosa fai, Carleni? Fermo!-

Monta sulla Crossfire, è tutto un pantano, mette in moto, ingrana la retromarcia e schizza a tutta velocità lungo il campo.

Prima che il capo dia l’ordine di seguire Carleni, non ha idea di cosa gli è preso, il poliziotto in aria di eroismo macina chilometri a tutta velocità, i lampi lo accecano, i tuoni fanno festa, la pioggia non smette, dannazione.

Mezz’ora dopo, Carleni spegne la Crossfire tutta ammaccata in un vialetto davanti a una vecchia villa, c’è un furgoncino nero parcheggiato accanto a una rimessa per gli attrezzi, una tenda si scosta dalla finestra.

Carleni esita, dovrebbe chiamare i rinforzi, ma è un suicida.

Impugna la pistola di servizio, vorrebbe impedire alla mano di tremare, esce di macchina, sotto la pioggia sferzante.

Si apre la porta della villa, cigola.

C’è un giovane con la camicia sporca di sangue sopra un paio di pantaloni marroni.

Ha gli occhi fuori dalle orbite ed è impastato dal sudore.

Sorride vedendo la Crossfire, ma l’emozione gli muore in volto quando vede che l’uomo che ha di fronte non è il suo capo ma un poliziotto.

Alza subito la pistola, Carleni fa lo stesso.

- Ascolta – grida per farsi sentire sotto il rumore della pioggia.

- Il tuo superiore è morto, poco fa. E’ annegato nella macchina-

Indica la Crossfire mezza distrutta.

- Consegnami la pistola e nessuno si farà male.-

Il giovane con la camicia insanguinata grida, è fuori di sé.

Non cede.

Carleni sa che non può aspettare, spara in basso, il proiettile si mangia la rotula del giovane, schizzano frammenti d’osso e perle di sangue.

Il giovane sbianca, urla per il dolore, si accascia sulla gamba sana, fa fuoco quattro o cinque volte contro Carleni, che si butta a terra per evitare la raffica omicida.

I proiettili si mangiano il legno della vecchia veranda, addentano un palo, fanno schizzare pezzi di materasso dal rivestimento di un dondolo arrugginito, frantumano gli assi di legno per terra.

Carleni ricarica l’arma, è a terra nascosto dietro il casottino dell’elettricità e risponde al fuoco, il giovane ferito evita i colpi, si trascina verso il poliziotto imprecando per il dolore, dietro di sé lascia sangue e pezzi d’osso.

Sta perdendo un sacco di sangue.

Carleni si alza di scatto e fa fuoco, lo colpisce alla schiene, poi spara di nuovo e lo centra in pieno volto.

Il giovane rantola, muore sulla veranda di quella vecchia villa in un lago di sangue, Carleni reprime un conato di vomito, non ce la fa, vomita il pranzo dietro il casottino.

Rumori da dentro la casa, la porta è socchiusa.

Carleni si ripulisce la bocca con la manica, si spinge fino all’ingresso con le gambe tremanti, sente l’ululare delle sirene in lontananza, è zuppo di pioggia.

Si schiaccia alla parete al fianco della porta, grida a chiunque è dentro di alzare le mani, di non muoversi.

Silenzio.

Avverte che sta per entrare, è dentro, è buio, corre nel salotto verso un uomo legato, che mugugna richieste d’aiuto sotto centimetri di nastro adesivo che gli tappano la bocca.

Si china e comincia a liberarlo, lo rassicura, tutto è finito, Forselli ansima e balbetta ringraziamenti, è il giorno più bello della sua vita.

Una gran botta e poi un mare stellato, una vampata di bianco, poi un tappeto rosso.

Carleni vacilla, grida di dolore, sente rivoli di sangue sul collo.

La testa gli è come esplosa.

Si gira, non si regge sulle gambe, c’è un gigante di peso indefinito davanti a lui, ha la faccia imbronciata e impugna una mazza da baseball con la punta insanguinata.

Si tocca la testa, ha in mano un pezzo di cranio e cuoio capelluto, tutto impastato di sangue, sente una cosa molle e calda che gli penzola fuori, è un pezzo del suo cervello.

Piange, grida, inciampa e si rovina a terra, il gigante lo tiene sotto tiro con la mazza insanguinata, sta per calare la misericordia, è il tuo boia, Carleni, Forselli grida come un disperato.

Carleni tenta di replicare, ma le parole escono disarticolate, non parlerà più,il colpo gli ha maciullato l’area di broca, l’area della parola, si regge il cervello e pezzi di cranio, perde sangue come un idrante, sta morendo.

Ha fatto una cazzata e lo capisce solo adesso.

Le pattuglie ululano davanti alla villa.

Il gigante alza la mazza e lo centra in pieno addome.

Le costole si spezzano come le corde di una chitarra, gli perforano le pareti dei polmoni, Carleni rantola e sputa schizzi di sangue, muore così, in un oceano di sangue, pezzi di cranio, e un dito di cervello che gli spunta tra i capelli insanguinati.

Il gigante ulula, prende Forselli in collo, getta la mazza a terra, tira un calcione alla porta, si trova davanti luci rosse blu della polizia, gli altoparlanti sibilano parole che non capisce, romba sopra di lui un elicottero, vede fucili e pistole che lo tengono sotto mira.

Voce Giovane è di schiena a terra, annegato nel suo stesso sangue.

Nantone, il gigante, si lancia con Forselli verso i poliziotti, questi esitano per non colpire l’innocente.

Nell’urto, Forselli cade a terra, batte la testa, perde i sensi.

Nantone ringhia, le forze speciali lo centrano e fanno fuoco.

Nantone crolla come un titano su una vecchia panca di legno che si fracassa sotto il suo peso, mugugna e l’anima gli esce dalle narici.

I poliziotti irrompono nella villa, un’ambulanza raggiunge Forselli, è deceduto per infarto pochi istanti prima, ha fatto la migliore morte della giornata.

Il capo di Carleni è dentro la villa, piange come un bambino, per terra, stringe al petto la testa fracassata di quel ragazzo che per lui era come un figlio e versa molte lacrime.

Ha l’impermeabile sporco del sangue di Carleni, sa che nessuna pioggia glielo laverà mai di dosso.

Fuori smette di piovere, il temporale muggisce lontano, domani si cacceranno tartufi e le lumache usciranno dalle loro case per tornare a respirare l’aria fresca della terra.

Conclusioni

Ci sono state delle indagini dopo quella tremenda giornata.

Come avrete capito, il proprietario della Crossfire era un rampollo mafioso, figlio di un vecchio boss, quel giorno avrebbe dovuto fare fuori un imprenditore che aveva dichiarato guerra alla sua famiglia.

Ma dall’imprenditore non c’è mai arrivato.

Prima di uscire dalla città con la macchina si è fermato a bere una vodka al bar.

Un cuoco l’ha riconosciuto dalle cucine, ha storto la bocca e ha ricordato i crimini di quel mafioso, ha ricordato le grida di un suo amico.

Si è tolto cappello e grembiule e si è improvvisato barista, quello vero era al bagno.

Si è frugato in tasca, aveva ancora una boccetta piena di una roba che usava per curare i suoi cavalli, o meglio per non farli soffrire durante un intervento chirurgico di alcune settimane prima.

Senza farsi vedere, ha rovesciato tutta la neurotossina nella vodka del mafioso, che ha consumato, ha pagato e se n’è andato.

Il resto, sapete com’è andata.

Il capo di Carleni, distrutto dal dolore, ha rinunciato alla pensione anticipata per continuare le indagini e prendere gli altri membri della “ famiglia “ del mafioso che ha ammazzato il suo giovane collega.

Qualcuno al distretto ha pensato che la morte del giovane sottoposto e amico lo avesse devastato nel profondo, che non fosse più in grado di lavorare, ma la freddezza con cui il capo e i suoi uomini sfondano porte di casette e palazzi sorprendendo nel sonno mafiosi e criminali sta diventando leggenda.

I cadaveri degli altri tre mafiosi, il gigante, il giovanotto e l’anziano con la voce roca sono stati identificati come ricercati da tempo, la vecchia villa è stata ripulita e verrà demolita, il furgoncino nero è passato sotto la pressa dello sfasciacarrozze, preceduto da quello che restava della Chrysler Crossfire.

Ah, la stradale ha pure riparato il guardrail.

Al funerale dell’imprenditore Forselli, il cui cuore non ha retto a tutta questa vicenda, c’erano le due figlie e una banda di vecchi amici, alcuni colleghi e un piazzista fallito.

Alle esequie di Carleni piangeva il capo, stringendo il cappello tra le mani, la fidanzata aveva gli occhi chiusi, le parole del sacerdote la laceravano, aprivano la ferita.

Nantone, Voce Giovane e Voce Ruvida sono stati seppelliti al cimitero comunale senza troppe cerimonie, nessuno ha contattato la polizia o gli istituti della scientifica, non un parente, non un amico, al funerale del protagonista, di cui preferisco tacere il nome, solo la ex moglie, la faccia indurita e priva di espressione.

Sua madre sta lentamente morendo dal dolore, aveva provato ad avvertire il figlio.

Spengiamo la radio, basta canzoni per oggi, vi saluto e mi congedo da voi prima che il sole sbuchi da quella nuvola laggiù.



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