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lavoro pubblicato mercoledì 15 settembre 2010
ultima lettura mercoledì 2 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Deus (Atto Unico)

di spitz. Letto 874 volte. Dallo scaffale Pulp

"solo chi conosce profondamente l'amore può definire il modo assolutamente perfetto il suo diretto opposto" (I. Ponti) "odio quello che ho scritto...perchè ho scritto di quello che odio" (Spitz)

Se ne stava a camminare senza una meta precisa. Le mani in tasca a soppesarsi le palle. Palle di cui aveva depositato il contenuto poco prima nel suo quotidiano rapporto non protetto ma porcellanizzato. Come un rito seriale, appena sveglio si sedeva sulla tazza del cesso. Uno sguardo fuori dalla finestra, una mano sul cazzo. La pratica era di solito risolta in un paio di minuti. Lui manovrava come distratto e si limitava a corrugare le labbra ad accompagnare macchinalmente l’orgasmo seriale. Unica variazione sul tema erano quelle rare volte che gli capitava di dover defecare. Allora aspettava di sentire il tonfo attutito sull’acqua di scolo, lo schizzo d’acqua malsano sul buco del culo ancora dilatato, poi si masturbava. Solo in quel caso perdeva un paio di secondi a guardare il risultato finale. Erano curiose quelle remore di sperma su squali di merda.

Non aveva ancora deciso come ammazzare il tempo. O meglio se avrebbe ammazzato qualcuno o si sarebbe limitato a galleggiare per tutto il giorno. Quella mattina, sul suo diario, aveva scritto:

Il peccato appartiene ad una categoria morale

La colpa ad una etica

L’impunità, beh l’impunita è il divertimento! E in un mondo dove la punizione è eccezione, il divertimento è assicurato. Basta saperlo prendere…

Annodò i due capi del lungo viale di periferia dove abitava. Kebab, ristorante cinese, kebab, phone center, ortolano “da gino”, massaggi orientali, banca, edicola, kebab…negri, pachistani, brasiliane con il culo da formichiere. Lui non era razzista. Per lui negri, froci o marziani non faceva nessuna differenza. Tutti potenziali cadaveri. Come Elena, un paio di settimane prima. Era stato al parco, un pomeriggio di quieto inferno agostano. Lui era stravaccato su una panchina. Leggeva Spinoza ma non riusciva a concentrarsi. Avrebbe potuto tagliare la gola ad una a caso delle cariatidi che facevano le sentinelle solitarie sotto gli alberi asfittici di quel parchetto di merda. Poi la vide. Elena. Non particolarmente attraente. Sola. Vestita senza fascino particolare. Stava gettando molliche di pane ai cigni merdosi del laghetto. Lui si avvicinò senza parlare. Lei evidentemente aveva un dannato bisogno di farlo.

“Do da mangiare a questi poverini”.

“Vedo”.

“Nessuno se ne cura eppure sono cosi belli”.

“Già, meravigliosi…”.

“Sei uno dell’università? Ho visto che stavi studiando…Io sono fuori corso a scienze politiche…”.

“Abiti qui vicino?”

“Si, a due passi, convivo con altre due compagne ma adesso sono tutte in ferie…io dovrei…”

“Andiamo?”

“Ma…aspetta io…”

“Ti va a no?”

Così erano andati da lei. Una di quelle case grandi e superpagate in nero da studenti fuori sede che magari si inventavano i peggio lavoretti, anche quelli in nero, per sbarcare il lunario.

“Costa una fortuna, faccio la barista la sera due volte a settimana…” disse lei mentre apriva la porta. Dentro odore di fumo e sgrassatori grossolani. Un lungo corridoio…un paio di riproduzioni di Chagall. Tutto troppo scontato…al limite del caricaturale…

“Ti preparò un caffè?”

“Qual’è la tua stanza?”

“Quella in fondo ma non vuoi bere niente?...”

Lui era entrato nella stanza senza rispondere. Un letto disfatto con angioletti stampati sgranati. Una scrivania. Un pc. Una libreria piena di fotocopie rilegate. Una sedia. Vestiti sparsi.

Lei gli si era fatta dietro. Vergognandosi un po’ per il disordine.

“Vuoi succhiarmi il cazzo?”

“Ma…cosa dici?” fece lei tra lo stupore e lo spavento.

“Ho chiesto se vuoi succhiarmi il cazzo, sai di che parlo?”

“Si…ma…non…”

“Allora preferisci che ti scopi senza preliminari…”

“No…ecco…e che…io”

Lui la sdraiò sul letto. Le alzo’ la gonna sopra la vita e scostò le mutandine. Cotonina bianca, elastico molle. La penetrò senza particolare entusiasmo o cura. Le mise una mano sulla faccia quando lei tentò di abbozzare un bacio. Con l’altra mano sentì la stoffa di finta seta della camicetta e provò una rabbia cieca.

Accelerò il ritmo per finire la cosa in fretta. Quello era un a-solo, mica una tenera scampagnata. Senti’ arrivare l’orgasmo e le portò entrambe le mani al collo. Gli occhi di lei divennero prima liquidi, poi enormi, poi fanali spenti. Venne quando lei esalava l’ultimo respiro. Lui si alzò e la guardò con disgusto. Quella troia era priva di stile anche da morta. Le mutandine pendevano malamente alle ginocchia. La gonna copriva quell’orrenda camicetta in finta seta. La faccia era per sempre eternata in un ghigno strabuzzante. Cercò in casa qualche prodotto chimico per la pulizia. Trovò della candeggina con cui le inzuppò la fica oramai esanime. Poi non sopportando la visione degli angioletti stampati sulle lenzuola gli diede fuoco. Giusto per cancellare il suo dna. Fece il giro delle altre stanze. Recuperò un po’ di soldi ed un i-pod. Si sparò l’ultimjo dei Grinderman direttamente nel cervello. Dal frigo della cucina tirò fuori una birra e se la scolò dando un ultima occhiata al corpo di Elena. Una brutta scopata pensò. Prima di uscire da quella casa recuperò il suo libro di Spinoza. Là dove diceva…

Per quanto attiene al Bene e al Male, neanch'essi indicano alcunché di positivo nelle cose, in sé considerate, e non sono altro che modi del pensare, ossia nozioni che formiamo mediante il confronto delle cose tra loro.

Scrisse…”vero” con un lapis rosso.



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