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lavoro pubblicato domenica 12 settembre 2010
ultima lettura mercoledì 22 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

il cubo delle dimensioni

di lexx. Letto 1369 volte. Dallo scaffale Pulp

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IL CUBO DELLE DIMENSIONI

01

Mi destai in quella stanza dopo esserci arrivato non saprei nemmeno come, la fronte intrisa di sudore e le mani completamente nere sul palmo.

Il fatto poi che lo spazio intorno a me fosse completamente vuoto, fatta eccezione per il materasso macchiato sul quale giacevo e un armadio da Motel di second’ordine messo in un angolo, mi metteva nelle condizioni di non riuscire assolutamente ad accettare la situazione.

Dovevo vederci più chiaro, questo era certo.

Mi frugai in tasca, e come ricordavo trovai, ancora avvolto nel cellofan delle sigarette, un quartino di LSD.

Non ricordavo di averlo acquistato ma sapevo che lo avrei trovato li quasi fosse destino.

Lo scartai con cura e riposi il cellofan di nuovo in tasca, forse sperando che si sarebbe riempito un’altra volta, poi, lasciai che il cartoncino colorato mi si sciogliesse in bocca mentre restavo a contemplare la stanza, i miei stivali di pitone, l’armadio….

LA TORRE DEI SUICIDI

Un armadio a doppia anta raccoglie polvere nell’interstizio tarlato tra il cardine e lo stipite nero.

Sembra quasi che dai minuscoli granelli grigi, possa nascere l’ombra biancastra di una ragnatela tessuta dal tempo.

Il mobile l’ha guardato passare e li è rimasto senza avere funzione.

Un uomo e la sua giacca più in la nella stanza; una speranza per l’oggetto di legno ed un’altra per l’abito consunto che conteneva il corpo spoglio.

Freddo?

Solo a volte. Per il resto, più che altro contemplazione.

Strani fili di acqua legati alle dita del burattinaio nel cielo si tendono senza nessuna marionetta da far danzare mentre, molte altre, per lui ruotano il capo sotto le volte degli ombrelli.

Alcuni nascono, altri muoiono, altri ancora sognano l’estate affinché continui a piovere e a tirare vento.

Il cerchio è chiuso e il rettile s’ingoia dal fondo.

Descrivo solo sbiaditi contorni d’alluminio e marmo sotto la colonna spezzata nel tronco, ho spesso timore che oda stridere, che desideri fronde d’acanto corinzio scolpite nel punto in cui si è recisa.

Il vecchio ora ride, irregolare disegno d’avorio ingiallito nell’incavo distorto in cui un tempo albergava il suo verbo.

Cieco emissario dei suoi figli di pietra; né sfera né poliedro ma devoto ariete, nell’attesa, si diparte inquisitore.

***

L’imperatore si destò nella sala grande dal soffitto di vetro. Giaceva ancora steso sul pomolo delle sue obiezioni incoscienti all’austerità del libro.

La falena gli si posò sul dorso macchiato della mano, invertendo il ciclo delle pagine e l’inchiostro nella penna del monaco muto.

Menzognera ed infante maliziosa, s’inarcò sulle zampe geometriche nell’istante del verdetto supremo; l’ingiuria maggiore fu nel palmo di lui.

Poi acqua calda e petali morti di rosa.

I passi proseguivano per il corridoio sino ad essere uditi nel parco degli dei, l’erborista dall’immenso diadema piumato, filtrava semi di biancospino e calendula su braci ardenti di betulla; rigoglioso spettro di corda con la quale s’impiccherà il giullare.

La porta invece restava chiusa, piccolo cerchio di vetro nel quale si mostrava, ai pochi pensierosi maestri d’argilla, la bimba che li plasmò sul retro dell’abside.

Gli arti legati dal fumo e lo sguardo che torna a vedere, in ultimo, il viso di lei nel vapore che sale dal crine d’uno stallone di ghiaccio.

Ed ora cavalca paladino di sabbia, rapisci, difendi e glorifica il nome di lei, offrendole il vello caprino per scacciare l’inverno.

Poi voltati e scorgi quale commiserevole bontà profana doni alla puerile innocenza coperta di lana.

Osserva, non vedi ora, l’ombra di corna ornata e l’ariete che fu?

***

Riaprii gli occhi in un torpore sonnolento e psicoattivo, la sensibilità degli arti e del pensiero stesso parevano essersi fusi in una sorta di miscela perfetta.

Nulla all’interno della stanza era in se cambiato ma il silenzio che mi circondava rimaneva del tutto parte di un’altra dimensione.

Dall’esterno i suoni della vita cittadina non potevano entrare, sembrava quasi che qualche barriera invisibile li facesse rimbalzare contro le pareti confinandoli ove non potevano disturbare quella sorta di sonno rituale.

Avrei avuto voglia di fumare ma era soltanto un’esigenza marginale poiché mi bastava immaginare di farlo per trovarmi, poco dopo , a spegnere un mozzicone sulle piastrelle opache.

L’armadio intanto si era aperto, o forse lo avevo aperto io, proprio nello stesso modo in cui avevo fumato la sigaretta che ora era spenta di fianco a me.

Eppure l’alterazione dello spazio che identificavo nell’anta aperta dell’armadio, nel fumo che s’alzava dalla cicca di Lucky strike sul pavimento e dalla luce delle braci a terra, non mi sembrava essere casuale, soltanto non capivo, eppure sapevo.

Dovevo guardare, osservare, conoscere?

02

La sensazione di torpore volteggiava nell’aria come la carta bruciata che si solleva dalle fiamme, turbinando come le farfalle notturne nel volo a spirale ascendente, verso lo stesso elettrico, irresistibile bagliore, che le incenerirà.

L’anta dell’armadio aperto in fondo alla stanza lasciava intravedere un’altra oscurità all’interno del mobile, un buio diverso da quello al di fuori, più scuro, più denso, quasi fosse volto a celare qualcosa a chi prova a guardavi dentro.

Sapevo che qualcos’altro, dall’armadio osservava l’esterno e me pensando le medesime cose, cercando un contatto che forse solo nella quarta dimensione del nostro pensiero poteva verificarsi.

Chiusi di nuovo gli occhi e guardai la stanza e il contorno del mobile, infine vi entrai.

I CAVALIERI CRISALIDE

Rami di betulla irrompono scaltri oltre le feritoie offese della cappella, il tempio è al limite della scogliera d’alabastro sulla quale si infrangono flutti di mercurio opaco.

Stranamente il sacerdote ignora il culto e incalza i fedeli con aforismi sommessi, nel rintocco della pendola.

Sordi al canto del coro s’ammassano disorientati i guaritori nella grotta.

Pensieri al quarzo, fate notturne di giorno, attorno ad avvizziti fiori d’arancio.

Si è fatto di nuovo buio…

Sole e solitudine che di solerzia si fa scudo, innalza lo sguardo asimmetrico verso la simmetria del vuoto.

Ella ora corre, cresciuta adolescente nei pensieri di suo padre.

Ruota intorno a se ed al ricordo che ne fu oltraggiosa memoria, solo note tra righe di china, incise da mani incaute ove volano farfalle.

Sedicente metamorfa equina dalla pelle vinilica. Fusione artefatta di se, nella liberata espressione dell’ego e di frusta sollecitata.

Reazione sonnolenta.

Attorno all’immagine scura danza sapiente il giullare, sferzando ritagli di se nei colori miniati del libro e delle sue parole incaute.

Molti, a volto anonimo, osservano la ruota d’anelli attorno al suo collo; tintinnante legame metallico e di lega, fusione occulta.

Picche innalzate al cielo nel fervore della milizia, annunciano la venuta delle lettrici, declamanti il circonciso preambolo di piombo.

Succubi serve della loro parola, annunciano la discesa della sfera sul pilastro.

Solo così rannuvola la chimera.

Deserto onirico, mare di dune orgiastiche;

racconti dimenticati qual segreti d’una perduta speranza;

universo illogico e fuochi senza luce,

Or sia che sorga il sole sotto terra.

Declama l’ospite nascosto, un ironico poema.

Neoclassica scultura e falsa moralità.

delinea nel contorno, del fuoco sulla pietra,

Una parola, per chiave di porta.

Storci il guardo d’ignoranza incompresa sapienza di ferro,

e d’oro i fili che ti ricadono sulle spalle.

Desideri o desidéri che ti fecero scaltra,

sono gocce sull’orizzonte verticale dello specchio in cui,

timorosa,

di soppiatto ti guardi.

Dunque ascolta chi d’amianto arde fuoco

e che riarde in te di cenere.

Nella pietra scavasti il ricordo,

e con essa ne cogliesti l’amaro.

Reclina il capo quindi, nell’ombra di te stessa che fu.

O riversa in eterna passione

Per ciò che è di me,

se in me sarà.

Cessato il canto rituale, la sacerdotessa china sparse il silenzio, insieme alla cenere di foglie verdi, attorno al viticcio.

L’anfiteatro tuonava metallico nel rintocco sermonico dal pulpito; strane ombre del piccolo popolo fuggivano la luce che li fece folletti.

L’aracnide funambolo, appeso al pensiero che di ricatto è rete, udiva silenzioso gli strepiti nell’orazione del Console.

Che la sua parola fosse inganno l’avevano ormai compreso anche i paggi di sale disposti ai bordi della scacchiera.

La madreperla, di conchiglia casto rifugio, forgiata a piattaforma d’un gioco matematico e illogico.

D’un tratto le nubi violacee si accesero sull’incudine del fabbro intento a battere la lama d’osso destinata al vincitore supremo del torneo; gli alfieri brandirono le aste lignee prima di allinearsi sui riquadri scuri di pece brunita.

Fu il lamento austero del tuono ad accendere le torce di silicio attorno ai bordi del nuovo mondo a riquadri. Sequenze ritmiche si scandirono nel mutevole orizzonte sciogliendo i molossi del sovrano ciclope.

Nel frattanto la galea del principio fatto epilogo, spiegò le proprie vele dal porto in cima al monte. Estasiati fanciulli talpa ne videro scorrere la chiglia dai rifugi di tufo nelle viscere della montagna.

Era questo il passo che avrebbe condotto alla vittoria le misere truppe del senza volto.

La catena tintinnava ancora acerba al collo del giullare capovolto nel mistero del suo compito, per troppo tempo l’aveva ignorata noncurante, ed ella cominciava a stringere la sua morsa insieme al verdetto degli insetti notturni.

Cessarono di ridere anche le sfere colme d’aria che lo portavano in cielo per renderlo cristallo.

Mentre ascendeva goliardico dall’incavatura della terra, si ripromise di non essere più devoto al proprio sovrano; lo spigolo della crepa delimitava irregolare la profondità nera del crepaccio.

Là erano stati confinati gli scribi accusati d’ostracismo. Sui cocci a terra, era inciso il loro nome bandito.

Il gioco intanto procedeva limando gli acuminati incitamenti della folla, radunatasi attorno alla colonna spezzata, ai piedi della torre.

Volteggiando a cavallo di polverose crisalidi cieche, ascendevano a spirale i guardiani condannati, sino ai merli da cui pendevano le corde della vittoria.

L’imperatore completò l’arco col drappo di seta purpurea indicando la dimora dei salici, affinché fosse posto il sigillo sulle ultime pagine di pergamena prima che i pendagli ornassero la cima della torre.

Si rincorsero a lungo in voluttuose evoluzioni di seta e pulviscolo mentre, lo stesso artefice della esilarante follia, si contorceva in spasmi acidi e irregolari premendo le mani contro la catena, simbolo del suo ordine, che gli si stringeva al collo.

Ne infamia ne lode fu l’asfissia del giullare, solo morte variopinta di risate tremule e semenza senza campo.

Il monaco intinse nuovamente la penna nel calamaio della sua cronaca tacita. Poi il susseguirsi dei cavalieri crisalide raggiunse il capo merlato del torrione.

A quel punto il fermento dei presenti venne a mancare assieme all’ossigeno nei corpi appesi dei cavalieri.

Sogno di corda fatata negli occhi soddisfatti dell’erborista e morbida stretta stregata attorno al collo dei prescelti volanti.

Ora il cubo delle dimensioni ruoterà ancora.

La colonna s’innalza oltre il suo capo tronco; il pilastro accoglie la sfera e la torre suprema è ornata dai sapienti, i cui piedi non profaneranno più la terra.

Che il loro seme cada dall’alto e nasconda nel suolo radici di mandragola.

Torre dei suicidi la chiameranno…. Ma chi, invero, narrare di morte potrebbe?

03

Mi accesi il fondo di una sigaretta che avevo trovato vagante in tasca, probabilmente residuo di qualche spinello fattomi nel corso della giornata, che ne so…

Sta di fatto che, mentre me ne andavo a zonzo per le vie del centro, sentivo come un formicolio al cervello, quasi dovessi, da li a poco, essere soggetto a qualcosa di mistico ed illuminante che tardava a manifestarsi poiché imprigionato in qualche cassetto incastrato della mente.

Dovevo assolutamente trovare la chiave per aprire quel fottuto cassetto altrimenti prima o poi mi sarebbe scoppiato il cranio.

Mi fermai di fianco al Dublin Irish pub, di solito mi scolavo una Guinnes e un paio di Burbon per rimettermi in sesto dopo un viaggio ma sapevo che questo avrebbe soltanto incrementato quel maledetto ronzio.

Infatti poco dopo avevo la testa tra le mani e gli occhi ridotti a due fessure come quelle per inserire la moneta nei distributori automatici di sigarette, doveva accadere qualcosa da li a poco, lo sentivo, di certo avrei trovato la risposta a quel maledetto ronzio assordante e soprattutto il modo in cui metterlo a tacere.

Infatti riuscii a mala pena a raggiungere una panchina e a stendermici prima che tutto si facesse completamente nero….

IL REGNO DEL LAGO E LA SAGGEZZA DEL FUNGO.

Spore migranti sull’opaca superficie della palustre pozza d’acqua scura.

Scruta sovrano il rospo, l’avvento di libellula, regina che fu.

Tra la nebbia che di vapori si veste a notte, schegge di sarcasmo cortigiano abbracciano le ortiche fatte barba dei tritoni.

Mani palmate reggenti coppe d’ambrosia ai fauni.

Canto duttile di metallo fuso, negli stampi a far danzare lo storpio.

Così il bardo si abbandona lieto al liuto, del sospiro primo al sonno.

Temevano fosse proibito cantare della sapienza e del suo ombrello maculato, lattiginoso gocciolare di nuvola sulla cuspide rivolta al cielo.

Attorno allo stelo ignoranti presenze perdute, non una squama d’arcobaleno filtrata a bruma, solo eremiti dai mille passi, divenuti impronta sul sentiero degli smarriti.

Che si desideri la profezia quand’è linfa del profeta.

Etico narrare d’infauste visioni perdute sul fondo del lago nero, affiorate in superficie come danzanti ninfee e divenute seggio di flora a sostegno dell’acqua.

Gracidante, nel fioco torpore del sonno vagabondo, l’anziano rettile custode, narrò alla palude l’ipocrisia della serpe con le zampe, solita dormire al sole, sin che buio non fosse ovunque oltre l’ombrello proibito.

Sentiero elettrico,

luce eterea.

Il lago è scuro,

un frammento di notte.

Una pietra liquida,

caduta dal cielo.

Mai chiudere gli occhi,

quando è infausto dormire.

Or segui la foschia che viene dopo la pioggia,

le voci della nebbia senza ombra e senza volto,

già danzano in un cerchio

fatto onore dell’incontro,

del principio con la fine

di chi striscia sul suo ventre.

Stupore allibito tinse gli occhi dello stagno, nessuno osò chiedere oltre affinché restasse indefinito il contorno insano dell’erba, cresciuta attorno al segreto del rospo.

Saggio vuole il suo sovrano la melma uniforme, poiché non c’è zampa, che calpestare la deve, senza ch’ella, interamente, la ingoi.

Sia che il monarca apprenda, l’umiltà che fu sapiente ed il torbido vedere, che non tema la terra e rinunci a camminare.

Ventre esposto al suolo e dorso intero al cielo, stanco involucro ignorante, sia il tuo sonno rivelazione.

Squame d’ametista tra fango e notte, balsamo di terra e dorso bianco di luna.

Suo il lembo di spicchio reciso e d’allora evoluto pensatore offeso, egli resta fisso al suolo ed è polvere nel cielo.

Attorno al circolo di buio, isterismo roteante.

Soffuso il vaneggiare degli incauti profanatori improvvisati e disattenti nell’irrispettoso desiderio che li rese folli.

Solo muti, con un grido in gola.

Corte di stagno e trono di fungo, il Sire incede mutilato nel salto e prostrato alla sapienza vegetale ornata di bianco e rosso tramonto.

Che non sia balzo d’oltraggio futile mezzo ad ornare il capo di corona spoglio, si cinga il sole con semenza mortale, che il disco sostenga il cielo e completi il gambo.

Non v’è più riso sul volto degli stolti.

Che di spore fauci avide nutrano la mente affinché il rettile non cammini e s’accosti alla terra. Conosca ed apprenda quindi la sua ruvida carezza ed ingoi sapienza assieme al saggio.

Divieni rettile strisciante cercatore spoglio e conosci ove si celava l’epilogo dei tuo pensieri.

Teco, reca una lama, che appresa risposta, aprirà il varco nel ventre della serpe per la luce del tuo mondo.

Camminerai più, tu illuminato?

Le moltitudini si raduneranno attorno a te ed al corpo che di pelle mutata sangue non perde e di rubino ha il guardo.

Allora parlerai, allora dissipare potrai, diffidenza e fumo.

IPERBOLE

Bipede errante; d’aria e terra servo fedele. Adoratore d’elementi che respiri e calchi col vanto di dirti eretto.

Or vedi la serpe inferiore e viscida, la temi e ritrai il piede poiché immonda.

Ella striscia nel fango, ella riceve l’ustione del sole e la sferza della pioggia.

Ella non costruisce ripari e non indossa calzari, ella non prega e non rende grazie, ella non conosce e non potrà.

Dunque dimmi tu, eletto eretto, dagli dei prescelto e preservato, che la terra conosci e che con solchi di tua mano ferisci; che al cielo ambisci e sprezzante lo guardi.

Quanto ricevi il suolo, se non con la misera pianta del tuo piede?

Quanto, il cielo se non con l’esiguità del tuo capo?

La serpe invece….

***

Così fu che, attorno al fungo, giacciono rospi senza zampe dal cui ventre aperto esce l’impronta d’un uomo che striscia.

04

Mi rialzai dalla panchina con la schiena indolenzita dalle sbarre di ferro e i vestiti quasi zuppi a causa della pioggia che aveva iniziato a venire giù con una certa determinata convinzione.

In compenso il sogno che avevo fatto mi aveva aperto gli occhi sul ronzio e sulla chiave del cassetto mentale. Un Fungo avrebbe di certo fatto al caso mio.

Attraversai la strada di corsa, in tempo per salire al volo sul Bus che portava alla periferia Sud della città. Il capolinea distava qualche passo dalla catapecchia che Jimmy l’indiano chiamava casa.

Mi ricevette come al solito dandomi il benvenuto in una qualche lingua inventata che diceva essere quella dei suoi antichi avi.

C’è da chiedersi poi di che avi parli visto che, a parte la carnagione parecchio olivastra, Jimmy è l’immagine dell’uomo mediterraneo fatta persona, comunque, alzai la mano nel gesto solenne del saluto indiano e mi sedetti a gambe incrociate su un cuscino davanti al fuoco.

Jim, già strafatto in modo inverosimile, blaterava cose incomprensibili ad un interlocutore invisibile ai miei occhi, mentre bruciando incensi danzava saltando da un piede all’altro.

Allungai la mano verso uno scrigno cubico nel quale erano riposti diversi esemplari di Amanita muscaris colti di fresco e ne mangiai una buona manciata rimanendo seduto a contemplare le fiamme.

IL CUBO DEL DEMIURGO

Segugi scarlatti lungo la pista, l’incedere delle bighe a seguito.

Ove smarrisce l’auriga il passo, da tempo esse attendono.

Rivolo di ruscello e ghiaccio disciolto, s’alza il sole oltre antiche pietre levigate e di vetro infranto s’orna il suolo.

Rubate, le ombre dei sassi vanificano il sole che a giorno non teme nube se fumo, dalle rovine s’innalza.

Sono orfani i pensieri sull’architrave ed ottuse le arcate nell’offesa del tempo.

Regno d’isola cupa che ad ombre non richiede luce; edificate ramificazioni nelle venature dei velieri che la prua rivolgono al cielo.

Il monastero sorgeva sul colle oltre la vallata, fortificazione sedotta dalla sua storia che d’eremiti fece culto e di legno croci mortali.

Frate dal volto di cera di vimini intreccia il cesto ove s’accatasta il frutto proibito del melograno.

Che siano le vostre mani a strapparne la scorza amara, entro la quale, rubini vennero nascosti all’uomo per la ricchezza di Dio.

E reca il sentiero al circolo di erose cariatidi, neoclassico progetto d’anfiteatro greco ove un di si narrerà tragedia. Cadde così d’ottone il rombo oltre il mistero del silenzio.

Vuoto il cesto dei frutti rubati e grondante d’ambrosia la bocca dei prelati.

Il bimbo genuflesso raccoglie tiepide gocce disperse sul fondo dell’anfora, ne immerge il collo entro un braciere spento quindi s’alza e ruota su di se incendiando coralli.

Simboli runici di protezione incisi sul volto di preziose urne di giada. Esse radunate da anziane matrone diffondono fragranze di ciò che furono nell’opinabile certezza di chi siamo.

Sappiamo dove si nasce, mai dove si muore.

Dietro la fossa lampi di luce azzurra.

Pietrificata anima prigioniera.

Soffocate urla senza suono

Spalanca gli occhi,

or giunge nuova vita.

Madre creazione,

illusione di pioggia,

vola sulla pietra che copre la fossa

e tocca in un soffio

l’entrata mortuaria

che tinse il tramonto

col rosso dell’odio.

Ascolta non c’è rumore,

silenzio,

solo,

attorno.

Qui si perde il significato di lacrime,

non c’è terra per seppellire il terrore.

Sogna,

non chiudere gli occhi,

le tue membra frammenti di ghiaccio

sarai vittima del tuo sacrificio, questo il prezzo che devi pagare.

Di bende s’avvolge, ancora spoglio di vesti, l’audace cercatore defunto.

Destatasi nell’incavo di terra smossa e di sfere colma, l’opaca visione di ciò che insegue ed il celato cubo.

Vago impeto a svolgere le garze per lustrare i globi e d’ossidiana il nucleo, pur sempre rotondo.

Perduto maestro del suo fato, ammanta le nubi con nugoli di polvere.

Ove indaffarato siede sfregando e strappando l’affannato apprendista, danza funambolo il giocoliere, rimestando in cielo le sfere.

Qual dunque contiene il cubo e quale l’immagine onnisciente che di sfera discesa, fece rotolare spigolo di dado sapiente?

Esperto conduttore muto nel canto, trascina a se l’inverecondia umana attraverso il mutato ordine di ciò, che fu in tempo, posto ed escluso.

Chiaro volto di speranza illuminato e succube alleato dell’aspirante dio, lustra muto l’involucro errato poiché altri, ancora troppo opachi, restano sul finire di ciò che gli è dato per coprirsi.

Oltre le sfere lo sguardo non corre a seguire l’impaurita carovana dei soprusi, anch’essi limati e nudi scalfiscono rovine di vento, sin che non s’accorgono vinti.

E costante si svolge la benda qual serpe avvinghiata alle membra, recisa la stoffa a scoprire le mani ed il capo chino ma nulla, entro le sfere lucidate, incombe a mostrarsi cubico.

Acrobati semantici s’inseguono rimestando le polveri ove gli opliti calcarono sentiero; trasparenza di cristallo colmo d’aria mentre soffia il vento vetro in bolle se di fiamma luce ardente l’alimenta.

Lume d’ombra acceso a soffio e di gelo in membra spoglie clessidra orizzontale; in ultimo la garza che ti copre gli occhi hai rimosso per vedere il riflesso del tuo volto sconfitto nella bolla trasparente che in vano sfregavi.

Or vedi te stesso affranto e le mille sfere a terra, non contiene alcuna il cubo della tua ricerca presuntuosa.

Ma di qual forma è la stanza ove angosciato t’indaffari, qual frenetico occupante spoglio d’uno spigoloso ed uniforme solido capiente?

Non più bendati i tuoi occhi, la tua bocca né le tue stesse mani, libero dal sudario del dubbio ascetico che d’alibi t’ha sin’ora vestito, alza gli occhi e scorgi il cubo che cercavi e le molteplici sfere che insieme a te contiene mentre, lucida di pioggia e fosca di nubi, attorno ad esso ruota l’incostante sfera della volta celeste.

***

Quando ripresi coscienza Jimmy era svenuto di fianco a me e continuava a straparlare in quella lingua incomprensibile anche mentre dormiva.

Lo lascia li a delirare sul bisonte bianco e altri vaneggiamenti simili ed uscii all’aria aperta con una nuova concezione della realtà.

Fuori aveva finito di piovere, nelle pozzanghere fangose navigava qualche rametto strappato agli alberi dal vento e il fango umido del vialetto sterrato, mi si attaccava agli stivali quasi ci si fosse affezionato.

Maledizione, con tutto quello che mi sono costati.

Proseguii fino alla statale sulla quale c’era il cartello della fermata dell’autobus per rientrare in città ma, con immenso stupore, notai che il detto segnale era stato rimosso o inghiottito da qualche altra dimensione poiché non ve ne era traccia alcuna.

Risultato il bus non faceva alcuna fermata ed io ero appiedato, coi postumi di un potente allucinogeno ancora in circolo, a miglia e miglia dalla città mentre stava scendendo la sera.

Mi dedicai all’autostop con scarsissime speranze di successo, ed infatti rimasi sul ciglio della strada come una meretrice africana per almeno una buona mezzora, sino a che, impietosita dal mio aspetto provato si fermò l’auto di una anziana signora che, abbassato il vetro disse.


:- Salga pure giovanotto, non vorrà mica restare li a prender freddo?

Sorrisi con tutta l’empatia che riuscivo a trasmettere in quel momento e feci per aprire la portiera ma, non appena toccai la maniglia, la cordiale nonnina sfoderò da sotto il sedile uno di quegli storditori elettrici e agitandomelo sotto il naso, gracchiò


:- Stia attento però, che se è un malintenzionato che vuole abusare di me so benissimo come difendermi!

Riuscii a stento a trattenere una risata prima di estrarre l’ultimo preservativo dal portafogli e gonfiarlo come un palloncino fingendo fosse una gomma da masticare, quindi la rassicurai e mi accomodai sul sedile posteriore.

05

L’auto procedeva a velocità talmente ridotta da sembrare ferma e da rendere tutto ciò che gli passava accanto, persino le biciclette, estremamente veloce.

La cariatide al volante si deliziava ascoltando inverosimili canzonette provenienti dall’autoradio. Di tanto in tanto mi scrutava dallo specchietto retrovisore mostrandomi lo storditore a scariche elettriche.

Me lo sentivo, prima o poi lo avrebbe usato.

Giungemmo in città dopo un viaggio interminabile dalla colonna sonora anni trenta, stavo per chiederle di scendere quando fu proprio lei a fermare la carretta nei pressi dell’università.

:- Io sono arrivata, caro.

Disse con la sua vocetta stridula sistemandosi sul naso degli occhiali a goccia,

:-voglia essere così cortese da scendere qua poiché non posso attardarmi oltre, devo cominciare la lezione.


Feci per aprire la portiera ringraziandola ancora del favore ma mi sfuggì il manico della sua borsetta incastratosi nella fibbia della mia cintura.

Quando la vecchia si accorse era troppo tardi; con un gesto fulmineo mi puntò addosso quel maledetto arnese da autodifesa e mi carbonizzò letteralmente.

Mentre cadevo all’indietro l’unica immagine che ricordo è quella della prof che mi sputava addosso come fa Jon Wayne nei film di guerra.

Poi il buio totale.

IL TEOREMA DI MALLEN

Segmenti d’oleandro nelle pozze fangose fuori dal planetario, curve tangenti la vanità del soppalco sotto i pini di sale oltre il colle e le querce.

Dove sei stato intrecciato al crine del cervo, futile sterpo di rovi?

Il ramarro non si degnò di evolvere, succube di se stesso ripose i rimproveri nello scrigno del geometra intento a scavare la falda nella roccia salina.

Turpe il dialogo dilaga tra la folla ed il folle nel frainteso postulato degli equinozi, allineamento planetario descritto dal cerchio e dal vetro, mostra la reale fattezza del pensiero che intride il cielo come fosse stoffa vecchia.

Il dotto disegna strane coordinate sulla sabbia sommersa e ne riporta il pretesto, a renderle relative e reciproche.

Una e una sola, la volta

Una volta, sola una, tra simmetrici archi rampanti.

Architetto d’archetipi e metonimie dissonanti, sovente dissente la sinergia e il connubio che s’irridono, di spalle, non udendo il canto dell’orto.

E zappa ghermita da arto calloso si fece picca e stendardo d’un regno di stracci; scienza collaudata dall’animo antropomorfo e dal suggerimento della vostra stessa suggestione.

Nel frattanto colpi di frantoio dal pestello di canna sbriciolano angustie ed angherie fondendole a schegge di legno inumidito dalle lacrime dell’incomprensione.

Equazione equidistante nel triangolo equilatero dai lati asimmetrici; s’innalza al cielo l’umana ipotenusa che d’ipotesi dimostra assurdo.

Eppur si muove,

eppur giaceva il quadrato costruito sul catetere del moribondo.

Or dunque dimostra l’assurdo della gestazione e del parto, bisettrice secante l’esistenza intransitiva nell’infrangersi dell’angolo.

Proiezione onirica e comatosa che di sogni ha fatto materia concreta, scandendone il respiro con segnali atomici.

Valori numerici che di lettere si scrivono su quadrettate pergamene, e pergolati che da pergole mancanti, traggono significato sin che edera li avvolge.

Incognita.

Incognito.

Coscienza incosciente d’un comune denominatore.

Brama di certezza.

***

Il simulacro accademico restava vano nel suo stesso apparire recondito, solstizi cablati in modo anacronistico trafiggevano l’umiltà degli eletti al circolo primario.

Ove sedeva il lettore v’erano solo stole consunte, auditori minimalisti restavano sordi al rintocco della prima campana.
Campale descrizione anatomica di scienza esasperata a dottrina.

L’inchiostro nel chiostro reso calamaio, attendeva penna di pensiero intrisa affinché s’intingesse nella tinta amara ed acre della cultura spicciola e ad un tempo stesso, inconfutabile.

Stramonio decotto e filtrato, gocciola sulle ripetizioni della memoria visiva, in un tremolante gesto di disprezzo rivolto al colto sognatore corrotto.

Spiragli e fessure occluse nel correre del suo sangue essiccato su pagine ardenti, così giace l’immortalato martire nel rifiuto dell’apprendimento.

Ignoranza e non sapere di domande armato, contraddice la spiegazione razionale e confuta il docente.

Non esiste risposta giusta, solo domanda sbagliata.

****

Mi svegliai in ambulanza mentre un culturista travestito da infermiere mi guardava con aria di compatimento. Feci per alzarmi dalla barella ma non ci fu verso, con una mano enorme l’energumeno in bianco mi incollò al suolo intimandomi di stare fermo, lo diceva per il mio bene continuava a ribadire.
Certo, come no.

Gli chiesi dove mi stavano portando, visto che non ricordavo precisamente cosa fosse accaduto; questo rispose che avevo ricevuto una forte scossa elettrica provocata da uno storditore dopo aver tentato di stuprare e scippare una anziana signora.

Nella caduta avevo poi battuto la testa sul marciapiede causandomi un leggero trauma cranico. Avvisate le forze dell’ordine, era stato deciso di ricoverarmi per un paio di giorni i in osservazione, poi, se l’anziana vittima non avesse sporto denuncia , sarei stato libero di andarmene per la mia strada.

06

Lo stipite della porta a vetri mi passò a qualche millimetro dal cranio dolorante mentre l’infermiere culturista si tratteneva a schiaffeggiare le natiche di una collega di passaggio.

La poveretta, colta di sorpresa, venne proiettata ad un paio di metri di distanza e continuò ad insultarlo, agitando sacchetti di plasma, sino a che non girammo l’angolo del corridoio.

Avevo la netta sensazione di essere capitato nell’ennesimo luogo nocivo ai miei pensieri, tutto ciò che mi circondava, o almeno quello che riuscivo a vedere, mi causava dubbi sul mio stato di salute mentale, dubbi peraltro aggravati dalla sensazione di avere la testa delle dimensioni di un’anguria matura riempita di vodka per un party estivo.

:- Eccoti arrivato

Boffonchiò l’armadio alle mie spalle.

:- Arrivati dove scusi? Con questo maledetto collare non vedo nulla a parte il neon del soffitto ed ho come l’impressione che stia per cadermi in testa, tra l’altro scusi, ma a proposito di testa non le sembra che la mia sia di dimensioni sproporzionate?

Non ci fu risposta, l’energumeno probabilmente si era già defilato e a giudicare dalle urla provenienti dalle mie spalle, aveva già raggiunto il sedere di un’altra malcapitata collega.

Restai li per almeno qualche buona mezz’ora in attesa, poi una vocina tutta dolce e carina mi parlò da non so dove, dicendo

:- Hai male tesoro?

Non feci nemmeno in tempo a rispondere che mi venne infilato nel braccio uno spillone di almeno tre centimetri collegato ad un tubicino che s’inerpicava su per un asta di ferro dalla quale pendeva una sacca di plastica stracolma di liquido trasparente.

:- Ecco qua

Di nuovo la vocina,

:- un bel po’ di morfina e ti passa tutto, adesso andiamo, ti porto alla tua stanzetta, bello.

Ad un tratto ricominciai a muovermi spinto questa volta non più dal gigante di prima ma da un paio di seni altrettanto giganteschi che mi guardavano dall’alto.

Si creò così una catena, il seno spingeva me e io mi trascinavo dietro l’asta con la morfina e lo spillone, sino a che lentamente, l’antidolorifico fece effetto e tutto diventò di bambagia.

ARCHETIPI RITUALI

Anestetico riluttante la mia stessa sofferenza equivoca, soddisfa latente l’aspetto gioioso del dolore, attribuendogli sonorità lascive.

Carpito nel profondo istinto primordiale d’evasione, dipinge la tela del realismo con le tinte acidule dell’alterazione.

Medicinale senza cura, posologia aritmica dal carteggio interpretabile e stolido, rimuovi languore ruvido dalle pupille dilatate in occhi senza palpebra.

Roteante soffitto soffocato da cilindri azzurrati ed inutili ramificazioni venose, imprigionano l’anima d’ulivo portata a colomba pasquale.

S’inverte gravitazionale il tripudio guaritore che, riflessivo, si disinfetta con cura qual esempio di sanità, benchè esso stesso, all’interno, oltre non permanga.

Sbiadiscono, quantificate in diagrammi, le temperature al capezzale; dovunque si rechi il nostromo affonda il vascello in sondaggi sommersi.

Turbina poi l’ansia nell’ansiolitico, medicamento posticcio che incapsula i pensieri intorpidendo le membra per evadere il lamento.

Dedizione ?

Altruismo ingordo, metodico rituale nelle misurazioni dell’embolo e prognosi dall’aspetto prognato.

Ribadivo a me stesso l’icona della mia imperfezione mutevole ed altrettanto irregolare, tediandomi con propositi liquidi in alambicchi di vetro.

Nel frattanto il costante gocciolare dell’invisibile torpore s’incanalava in condotti di pelle guidati dalla pungente sterilità del metallo e dall’anonimato della plastica trasparente.

Il resto?

Un sonno senza sogni ed una realtà psicoattiva ed onirica.

Gioco dei giunti congiunti a loro stessi nella creazione della patologia, contuso contundente disteso, inoffensivo e devitalizzato dall’ustione della luce.

Circolare contatore di tempo infisso al muro, che d’ore fuggite ha fatto raccolta.

Dispensa il tempo sottratto ai caduti regalandolo a coloro che d’attesa s’ammalano.

Evanescenti guardiani in bianco si tingono dell’omonimia perduta del miracolato, vagabondi tra le file dormienti del sonno visionario dal loro timore indotto, s’inarcano sulla schiena per non portare il peso del misfatto pendente.

Il corridoio al di fuori della stanza e della mente segue un corso eroso dal transito delle lettighe, sofferto a tratti nelle plumbee risonanze degli ibridi dettami rimossi ed omessi, s’incide la linea della ruota ove un tempo corse il carro.

Fugace resta il rimanente ricordo sviscerato dal rientro, dolore presente in bolle e stordimento insufficiente al sonno.

Purtroppo, solo campane nella mente ed un foro livido nel braccio.

***

Firmato il registro trascinai la suola dei miei stivali fino alla porta di vetro dalla quale ero entrato.

L’autobus era alla fermata al dilà della strada ma non avevo nessuna voglia di mettermi a correre per raggiungerlo, rimasi fermo a guardare che se ne andava mentre cercavo disperatamente una sigaretta nelle tasche della giacca, per circa tre giorni non ne avevo fumata nemmeno una… in compenso mi ero imbottito di morfina, ma la cosa aveva un’importanza secondaria, mi sentivo stranamente parte del mondo salutista.

Cominciai a pensare cose strane, mi vennero in testa quei pensieri assurdi tipo passeggiatina al parco, gelato e granita al tamarindo, jogging , bicicletta…

Aspetta un attimo, bicicletta?

Quella si che sembrava un’ottima idea, salutare, dinamica e ritemprante; una bella corsa in bicicletta su e giù per la pista ciclabile a guardare il fondoschiena delle baby sitters che portano al pascolo i marmocchietti delle donne in carriera.

Mi sarei sentito di sicuro meglio.

07

La zona vicino alla stazione era un po’ fuori mano ma ancora vivibile e soprattutto poco urbanizzata.

Rimasi in contemplazione del verdeggiante giardinetto, rigorosamente non calpestabile, attorno al quale correva la pista ciclabile.

Una miriade di nanerottoli sui pattini, piccole biciclette, passeggini, skateboard ed ogni sorta di mezzo di trasporto a rotelle, scorrazzavano senza sosta mentre, un tripudio di studentesse addette al controllo, faceva cricca attorno alla minuscola fontana spenta.

Colto da un raptus stavo proprio per lanciarmi anch’io nella mischia quando mi resi conto di avere un piccolo problema: la bicicletta.

Eh si, perché non ce l’avevo mai avuta io una bici e tantomeno avevo mai considerato necessario averla, ma adesso la questione era diversa, no bici, no pista ciclabile, no bella baby sitter da insidiare con l’atteggiamento dell’eterno bambino innamorato delle cose semplici.

Dovevo trovare una soluzione, o almeno una bicicletta, ma dove, come ?

D’un tratto accadde l’inaspettato; avete presente quando le cose sembrano quasi piovere dal cielo? Ecco, accadde proprio questo. Un ciccione, attratto dalla fontanella infingarda, si diresse con determinazione verso di essa, credo allo scopo di abbeverarsi.

In prossimità dell’aiuola non calpestabile lasciò cadere il biciclo e aggirò rispettosamente il praticello.

Girato l’angolo sparì alla mia vista e io alla sua per almeno qualche decina di secondi che mi furono sufficienti per inforcare la sua biciclettina, che per me era di taglia standard, e proiettarmi con uno scatto guizzante ed atletico lungo pista che s’inoltrava nel parco.

Dopo una quindicina di metri mi venne un attacco d’asma dovuto probabilmente alla devastante attività fisica ciclistica.

Cercai immediatamente di fermarmi ma, con immenso turbamento e stupore, mi accorsi che la bicicletta del ciccio non aveva i freni.

Mi diressi quindi fuori dalla pista, sull’erba in modo da perdere velocità, ma a furia di zigzagare tra la gente stesa al sole o sotto gli alberi, finii per carambolare addosso ad una ragazza assorta nella lettura di un grosso tomo.

Rotolai sino a sistemare la faccia su quello che dall’incarto poteva sembrare il pacchetto di una pasticceria di lusso.

La tipa mi guardò annichilita, mentre rialzandomi, mi passavo una mano sul viso per vedere se avevo ancora un volto.

Sul palmo mi restò qualcosa di umidiccio ed appiccicoso e non appena guardai di cosa si trattava, mi sentii mancare.

Avevo le mani completamente sporche di una sostanza rosso scuro, di sicuro materia cerebrale o giù di li, non ce la feci; iniziai ad urlare e mi accasciai a terra sulle ginocchia lamentandomi.

Poi mi sentii pesante, molto pesante, troppo per non crollarle svenuto sulle gambe.

ANONIMATO

Implume identità nascosta dall’ego mentitore ed opaco.

Vocativo d’opale tra le nebbie di fumo ove ardono carboni confinati ad essere tiepidi.

Reattiva dispensa cognitiva e contenuto d’ideali goloso, remissivo e rivoluzionario.

Malattia immaginaria ed evasione onirica mi reca a giacere ove ella stessa cura non cerca ma, trova, medicina simbolica che autonoma si somministra.

Le Barriere oltre il ruscello restavano issate a coprire l’alga traditrice che nel suo ondeggiare fittizio mimava corrente.

Stagnante invece tutto il resto ribolliva comodo nella staticità liquida del dolciume lasciato cadere nella pozza.

Riverso invece era il manipolo ed il milite, traditore e figlio redento.

A chi il quesito venne posto ad illuminare le piume della fenice di pietra seduta in cima alla fontana duttile?

Rimase senza risposta il genitore che di sembianza corrotta aveva issato rimanenza.

Involucri ingannevoli di vesti ricercate mimano corpo in movimento, rimargina sensibile la ferita elastica nel suo tornaconto omaggiato.

Tempra quindi la difficoltà iniziale di memorie rivalutata ed eccezionale ubicazione superflua.

Non vi fu più calore nelle stanze della mente.

E mentivano sempre più spesso i servi del nostromo, circumnavigando l’alba oltre il volo dei gabbiani ciechi, inveivano assolutisti contro il grido della vedetta.

Solidificatosi il pensiero si diffuse polveroso nel soffio desertico del vento.

Sollevatasi da onde e dune, la sabbia raggiunse l’acqua sprofondando sino alla vile imposizione di se stessa come fluida.

Non rimase chiglia a fendere il mare naufrago, asciugato dal sole negli occhi di cento rematori stanchi.

Eppure vogano, si ripeteva ritmico il tamburo risonante della pelle umana.

Rivoli d’artemisia riposti lungo la costa, s’intingevano nell’impeto della marea calante, ove gli scogli scoprivano d’esser visti dal cielo.

Per poco ancora cammineremo senza bagnarci i calzari, dissero gli uomini.

Un solo fiato,

prima che fossero pinne.

08

Alzai la testa dalle sue gambe ancora incrociate sull’erba ingiallita del parco.

Lei mi osservava quasi rassegnata, probabilmente aveva confinato lo stupore ed il fastidio in qualche angolo del suo inconscio in modo che potesse maturare ed esplodere successivamente nel modo più efficace.

Tentai di scusarmi ma fu inutile, a quanto pare la crostata di mirtilli che le avevo spappolato con la fronte mi aveva automaticamente privato di qualsiasi possibilità d’appello.

Lei si alzò guardando il pacchetto della pasticceria dal quale fuoriusciva una sostanza rosso scuro a grumi, più che i resti di una crostata sembrava materia cerebrale o roba simile.

Comunque, in quel momento lasciò esplodere la sua ira furibonda contro di me e anche contro i resti del dolce calpestandolo e saltandoci sopra più volte.

Totalmente ridotta a poltiglia, la crostata di cervella al mirtillo, finì per spalmarsi sotto le suole della giovine, facendola rovinare a terra con il fondoschiena precisamente sopra i resti maciullati del tortino.

:- la mia gonna di lino, ecco ci voleva pure questa! E tu, cosa fai li impalato, aiutami a rialzarmi.

Tesi la mano timorosa verso di lei quasi fosse un albero di melograno dai bei vermigli fior,

ma l’ingannevole fattucchiera aveva tutt’altro piano.

Afferrato il mio arto soccorritore gli diede uno strattone trascinandomi a terra, quindi iniziò a riempirmi di poltiglia mirtillata mista a fango ed erba.

:- Signorina, si contenga, la prego. La gonna di quel suo amico omosessuale, come ha detto che si chiama? Lino ecco! Insomma la sua gonna si sporcherà ulteriormente se continua a rotolarsi in questo schifo e dovrà finire per ricomprargliela nuova!

A queste mie parole il demone in gonnella si placò e mi osservò perplesso….

Un attimo!

non stava osservando me, guardava giusto dietro di me.

Feci appena in tempo a voltarmi per vedere il ciccione a cui avevo rubato la bicicletta incedere verso di me paonazzo per la rabbia o la fatica.

Non persi tempo, raccolsi il biciclo e dissi alla donzella

:- Se vuoi aver salva la vita, seguimi e non fare domande.

Montai quindi a cavallo della bici quasi fosse un destriero, feci sedere lei sulla canna ed iniziai a pedalare vorticosamente.

Per fortuna dopo un paio di metri ci inserimmo in un vialetto in discesa così da prendere un po’ di velocità.

L’unica cosa che riuscii a vedere voltandomi fu il pingue ciclista, chino sotto l’albero, a mangiare i resti della crostata.

Lasciai la bicicletta appoggiata al bordo della fontanella poi, chiesi alla fanciulla se desiderava la accompagnassi a casa passando prima dalla pasticceria per ricomprare la torta.

Questa si mise a ridere dicendo che ormai la festa a cui doveva andare era già iniziata e dovendo passare da casa per cambiarsi non sarebbe di certo arrivata in tempo.

Colsi l’attimo proponendole di mangiare qualcosa insieme così da farmi perdonare, lei accettò e ci incamminammo verso casa sua per renderci presentabili dato che eravamo totalmente coperti di crema ai mirtilli e fango secco.

L’appartamento era in una zona centrale della città, l’ascensore dagli interni rosso acceso sobbalzava di continuo mentre salivamo o scendevamo, questo ancora dovevo capirlo, per raggiungere il piano preselezionato.

A pensarci bene, non l’avevo vista digitare alcun numero sulla pulsantiera e, ora che mi soffermavo ad osservarla, sembrava che di numeri non ce ne fossero proprio.

I bottoni incolonnati su due file erano tutti illuminati di una luce biancastra e fievole, più li osservavo e più questa luce si faceva intensa e abbagliante, non riuscivo a distogliere lo sguardo, mi voltai verso la ragazza per chiedere spiegazioni ma con me nell’ascensore non c’era più nessuno.

Mi voltai ancora per premere il tasto di blocco ma non riuscii nemmeno a vedere se c’era.

Tutto iniziò a girare, talmente forte che persi i sensi.

ASCESA

Immobile visuale omogenea e folle rintocco di servizio passivo.

Parallelepipedo cavo che d’ascesa discende statico.

Conduce chiamata che la rampa elude, ai livelli nascosti oltre il suono di fermata.

Ospite devoto all’invito perpetrato, s’affida al trasporto lungo il cavo d’acciaio che s’avvolge in capo per recarlo in fondo.

Ove le porte si aprono si cela l’escluso principio gravitazionale sovvertito, limbo tra piani nella barriera di pietra.

Emicrania.

Soffocamento.

Ironia e sorte imprigionata.

Seducente la risata cristallina dell’immobile edificio, deglutisce l’inquilino sino al seminterrato.

Recidi le tue dita una ad una

Poi osserva il rasoio,

proprio come hai fatto prima

scorgerai nel vuoto

la tinta purpurea

che ti scalda le mani.

Premi dunque l’incompleta falange sull’evanescente circolo della scelta, quindi attendi ignaro dove l’incompletezza indecisa del tuo gesto ha deciso di condurti.

Ruvido pensiero abrasivo d’ansia reso torbido e meschino, s’inebria dell’aroma angosciante nell’attesa dei molti che il tuo posto occuparono.


Corre nel ventre della costruzione un’anima prigioniera, intruso volontario senza luogo di destinazione definito e definitivo.

Invano rincorre l’apertura fugace del nuovo livello e non conosce terra mentre aspira al cielo.

Singhiozza a tratti la scatola rossa.

Singhiozza e ride d’avarie mimate.

Suggerisce il tasto l’imposizione d’arresto,

l’hai premuto tardi…

Ora è troppo presto.

L’uscita si cela oltre il muro di sassi, sarcastici passi mossi in ritardo verso il piano intermedio si offuscano in rintocchi sordi e ovattati mentre, avanza il dubbio, come foschia nei ricordi.

Sale.

Scende.

Sosta.

Più nulla.

Il piano raggiunse la base del solido in movimento.

Rimase uniforme e muto egli stesso di fronte all’inutile presentimento d’essere, di nuovo, giunto da dove era partito.

***

Quando l’ascensore si fermò ero seduto sul pavimento con le ginocchia strette al petto.

Fuori il corridoio correva a perdita d’occhio in entrambe le direzioni senza preannunciare svolte.

Sul soffitto, equidistanti tra loro, lampade circolari dalla luce bianca e soffusa diffondevano un bagliore malsano in corrispondenza delle porte degli appartamenti.

Della ragazza nessuna traccia.

Non tentai nemmeno di cercarla, era evidente che non l’avrei trovata.

La moquette decorata con una fantasia a rombi gialli e rossi pareva non essere mai stata calpestata prima, non una bruciatura di sigaretta o una macchia, solo rombi colorati in un equilibrio geometrico perfetto.

Mentre esaminavo il luogo mi accorsi di qualcosa che alterava la perfetta simmetria ossessiva e innaturale di quel piano.

Poco fuori dall’ascensore, esattamente sotto una delle lampade ed in corrispondenza di una porta, c’era quello che poteva sembrare una pezzo di cellofan accartocciato, come se qualcuno, scartato un pacchetto di sigarette, lo avesse lasciato cadere prima di entrare in casa.

Ora, se fossi stato altrove non lo avrei nemmeno notato, ma la cosa era ben diversa.

Mi avvicinai e lo raccolsi.

Mentre lo rigiravo tra le mani mi accorsi che conteneva qualcosa, a guardare bene pareva trattarsi di un quartino di LSD.

Lo misi in tasca e mi incamminai in una delle due direzioni possibili.

Del resto potevano anche essere la stessa.

09

Proseguivo lungo il corridoio con passi equidistanti e ritmici, proprio come la fantasia a rombi della moquette variopinta.

Le porte degli appartamenti si susseguivano identiche una dopo l’altra, illuminate dalle lampade circolari sul soffitto.

Stavo camminando ormai da un’ora ma il corridoio continuava a proseguire dritto senza accennare svolte o altro che potesse alterare l’uniformità innaturale del luogo; nessun rumore proveniente dall’interno degli appartamenti , nessun incontro con qualcuno degli inquilini, nulla.

Solo il cammino di fronte a me e le porte chiuse ai lati.

Ad un tratto , mentre alzavo la testa dal pavimento ipnotico mi sembrò di scorgere qualcosa di diverso in una delle porte alla mia destra, mi voltai e tornai indietro.

Avevo di fronte la porta scorrevole dell’ascensore.

Considerai immediatamente la possibilità che sul piano ce ne fosse più di uno ma, poco dopo accettai la realtà dei fatti.

Mi trovavo al punto di partenza.

L’ascensore scarlatto era di fianco a me con le porte chiuse e l’unico bottone acceso sul pannello, la luce bianca s’irradiava sul metallo rosso descrivendo bagliori scuri sulla superficie omogenea e fredda.

La mano si tese da sola mentre, l’ultima falange, si estendeva premendosi sul cerchio di luce.

Sarei uscito da dove ero entrato ecco tutto.

Stavo accedendo all’ascensore con quel classico sospiro di sollievo che di solito viene strozzato in gola dall’inaspettato cambiamento di ciò che ci si aspetta.

E così fu.

Dietro lo scorrere della porta automatica, si apriva spaziosa una stanza ben arredata, in lontananza, un ticchettio simile a quello di una macchina da scrivere.

BATTITURA FIGURATIVA

Tappeto d’unico crine e vello intonso.

Tosature di scarto a riempire i vasi sottili dove il legno si tinse laccato dal supposto restauro diffuso.

Ove ospite non accolse invito egli stesso siede e commenta, sorseggiando alfabeto nell’impressione dell’inchiostro.

Stampa timbrica di stampo allusivo.


Lacrime sul vetro che s’intinse trasparente nella stanza pensosa di sfarzo e miseria.

Ascende pergamena contenuta nel piccolo spazio, che ne volge la riduttiva ipotesi, d’esiguità e contenuto.

Mossi i passi rispettosi, oltre lucidi mastini di porcellana.

Lume ad olio sovrapposto all’ombra degli arazzi, s’abbatte l’invettiva nulla, al centro stesso dell’emissione sonora.

Tic Tic

Tic .

Aracnidi di pelle ed osso su precarie parole a pressione, rincorrono il concetto nella mente affinchè si digiti voce e codice sbavato.

Lettura afona rimossa e stanca,

nel tocco indeciso

sbiadisce maiuscola

e si scorda vocale.

Intercessione dattilografica materializza fonema in uniformante ticchettio, tende l’arto indeciso ad incaute succubi indecisioni .

La figura dietro il tavolo esprimeva il nucleo della stanza.

Chino il capo sul verdetto verbale della macchina, descriveva il resto con ritmici accenti dattiloscritti.

Ove cancellava parole, svanivano oggetti.

Ove ne riscriveva, generavano ombre i corpi che esse proiettavano.

Tic tic

Tic

L’ombra di me stesso permase ove io l’avevo proiettata, permettendosi d’allungarsi sino all’insorgere del foglio.

Tic tic

Tic.

Or batte l’anima nel cuore del verbo

Tic tic

Tic

Or batte il cuore sulle lettere del pensiero.

Mi resi conto d’esistere quale testimonianza del resto, le mie stesse parole vane, impresse sulla carta del creatore di questa precaria immaginazione prigioniera.

Lancette d’un orologio di carta, sulla quale illusioni disegnano il lasso tra le ore.

A terra?

Tic tic

Tic…

Ero ancora in piedi al centro della stanza mentre l’uomo che scriveva, restava in penombra facendo ticchettare i tasti di della macchina da scrivere.

Non credevo fosse in grado di vedermi, come del resto, io non vedevo lui ma avvertiva la mia presenza e ne descriveva i contorni sul foglio bianco.

Mi diressi verso il centro del locale camminando su un tappeto a pelo lungo, al termine del quale crepitava il fuoco di un caminetto acceso.

:- Salve

dissi con tono di circostanza

:- Mi perdoni l’intrusione ma non riesco a trovare l’uscita del palazzo. Credevo di aver chiamato l’ascensore ed invece sono entrato qui.

Non saprebbe dirmi da che parte sono le scale che conducono fuori?

Nessuna risposta.

Poco dopo un foglio volteggiò verso il camino sino a finirvi dentro. Allungai la mano e lo presi.

La fuliggine mi si dispose uniformemente sulle mani rendendo il palmo nero come il buio della stanza.

Mi accovacciai vicino al fuoco per leggere cosa vi fosse scritto.

“USCITA

Presupposto convenzionale d’interno,

Soglia e folle rimestare d’ipotesi mentali nell’inverosimile concetto d’entrata. “

Piegai il foglio e lo misi in tasca, poi mi voltai e ritornai da dove ero venuto, al corridoio, le porte e tutto il resto con la rassegnata convinzione che forse ,quello che stava accadendo, aveva un senso e che lo avrei capito in tempo, prima di impazzire o diventare parte di quella stessa follia che mi costringevo a considerare normalità.

All’interno della stanza la porta era come tutte le altre, di legno, con il pomolo della maniglia di ferro cromato e lo spioncino rotondo all’altezza degli occhi; non so per quale motivo, ma sentii la necessità di guardarvi dentro con l’ironica speranza di scorgere il corridoio di prima in un ultimo barlume di razionale implicita aspettativa.


Quando scostai gli occhi fui sul punto di svenire.

Fuori il corridoio mi attendeva silenzioso e in penombra come lo avevo lasciato, la moquette a rombi, le lampade circolari sul soffitto, le porte…

Eppure qualcosa era cambiato, oltre la porta la via percorribile era soltanto una, quella di fronte a me, quasi l’edificio fosse ruotato variando la disposizione di ciò che vi era dentro.

Girai la maniglia ed uscii, anche se ripensando alle parole sul foglio, forse entrai ancora una volta in una nuova dimensione della realtà; uguale nello scheletro ma mutevole e variegata nel suo presentarsi ai miei occhi allibiti.

10

Proseguivo trascinando le gambe lungo il corridoio interminabile di quel condominio.

La sensazione era come di scivolare sulle suole quasi pattinassi sul ghiaccio.

Ormai rassegnato, cominciavo a fregarmene letteralmente delle buone norme di cortesia che vietano gli schiamazzi e tutto ciò che può nuocere alla quiete degli altri.

Cantavo a squarciagola canzonette da camerata scorrazzando a zig zag; talvolta, mi soffermavo di fronte ad una delle porte, bussavo con forza sul legno e poi scappavo sghignazzando come un bambino. Tanto chi volete che rispondesse?

Ad un tratto decisi di spingermi oltre; perché bussare e scappare come un pavido quindicenne in cerca di emozioni da raccontare agli amici nei cessi della scuola?

Questa volta avrei superato me stesso, non solo avrei bussato, ma avrei atteso risposta, e se non ci fosse stata mi sarei occupato di procurarmela da solo forzando la porta.

Ah Ah Ah! Questo si che si poteva chiamare diversivo.

Ecco, quella porta faceva proprio al caso mio, aveva quel non so che di stimolante.

E poi, era proprio uguale a tutte le altre!

Si, si si! Lei sarebbe stata la prescelta.

Mi avvicinai e bussai energicamente.

Niente. Silenzio di tomba.

Rincarai la dose concludendo con un bel calcione urlando:

- Pronto Pizza , la sua gigante con le acciughe e la marmellata di prugne signore!

Niente da fare.

A questo punto procedetti con il piano X: la forzatura della porta.

Non avendo forcine per capelli, da infilare sapientemente nella serratura, decisi di utilizzare un altro metodo, altrettanto efficace e risolutivo.

Presi la rincorsa per sfondare letteralmente l’esile barriera di legno, ma appena vi appoggiai la spalla, questa si spalancò facendomi ruzzolare sino al centro della stanza.

Quando finii di sghignazzare come un folle alzai la testa e rimasi a bocca aperta.

Di fronte a me, in pantofole, c’era un uomo di mezza età ancora in boxer e canottiera, mi osservava con aria vacua tenendo un coniglio per le orecchie.

:- Beh, la mia pizza dove diavolo è?

Disse con voce anonima.

:- Guardi, io volevo consegnargliela, ma il signore la fuori mi ha detto ci avrebbe pensato lui e io gliel’ho data.

Lo sguardo dell’individuo si fece torvo. Poi, alzò gli occhi verso la porta e disse:

- Mi dica ragazzo, l’uomo a cui ha dato la pizza aveva per caso un paio di pattini ai piedi e correva a zig zag bussando alle porte e cantando a squarciagola?

Non sapendo che fare annuii, restando seduto.

:- Bene!

Riprese l’uomo in mutande.

:- Mi tenga questo.

Rifilatomi il coniglio in braccio si diresse ciabattando nel corridoio.

Diedi un’occhiata alle spalle per vedere cosa succedeva, la porta era chiusa e il silenzio totale si era ristabilito.

In compenso il coniglio che avevo in braccio sembrava essere aumentato incredibilmente di peso.

:- Mi metta giù per la miseria! Il tempo a sua disposizione è scaduto, mi lamenterò con l’agenzia!

E parlava anche!
Ma soprattutto non era un coniglio ma una coniglietta da pin - up.

:- Mi scusi signorina, è che ho perso la cognizione del tempo e….

Non riuscii a terminare, la coniglia, con tanto di orecchie di peluche, giarrettiera e codino a pon-pon, saltò a terra e a quattro zampe, zompettò fuori dalla porta con aria stizzita.

A quel punto non persi un attimo, mi rialzai e corsi fuori per inseguirla ma feci appena in tempo a vederla entrare in un altro appartamento, prima di volare all’indietro e sbattere la testa sul pavimento mentre, a gambe all’aria, mi osservavo i piedi infilati in due pattini a rotelle.

LE STANZE DELLA MENTE

Dissoluti e disconnessi condotti eterei lungo l’immagine del pensiero, compianta e creativa.

Amnesia d’orientamento volontaria.

Smarrimento indotto ad essere reperito nell’accatastarsi di divergenze interne ed interiori.

Soglie da varcare ove il varco s’è chiuso,

solido spunto a spuntare l’irriducibile numero d’involontarie tentazioni d’evasione

che edificarono prigione.

Dipingi un cerchio oltre la luce che vi imprigioni,

descrivi un limite e poniti all’interno

corri

scava

cammina

e trema.

Recluso nella mutevolezza di ciò che t’imponi, risoluto e muto sorridi.

Folle.

Quando mi rialzai i pattini erano svaniti per essere sostituiti dai miei soliti stivali, la cosa mi mise di buon umore, benchè la situazione fosse nuovamente quella di prima: corridoio, porte lampade circolari e tutto il resto.

Tra l’altro non mangiavo da parecchio e la fame cominciava a farsi sentire, cercai di ignorarla e decisi di proseguire finché potevo aprendo ogni porta senza discriminazioni di sorta.

Se c’era un modo per uscire l’avrei trovato.

Mi dedicai subito all’appartamento successivo girando la maniglia con un gesto secco, quasi stessi tirando il collo ad un pollo per la cena di Natale; lo scatto fu immediato, la porta ruotò silenziosamente sui cardini e mi mostrò l’interno della stanza.

Completamente vuoto.

Mi voltai dandole una spinta decisa e forse troppo incisiva poiché quando questa si richiuse, il ricongiungersi degli stipiti rimbombò per tutto il piano producendo peraltro un forte spostamento d’aria che mi fece barcollare.

Imprecai tra i denti e proseguii, ma non feci in tempo a fare nemmeno due passi che una voce alle mie spalle strillò:

- Ma dico, le sembra il modo di chiudere la porta?

Mi voltai ma non c’era nessuno.

Scossi il capo e andai avanti, quando la voce riprese:

- Hei, dico a voi! Non vedete che ho le mani occupate e che mi avete chiuso dentro sbattendomi anche la porta in faccia! Ora fate il piacere, tornate qua, apritemi e lasciatemi uscire, non posso certo passare il mio tempo qua dentro da solo quando mi stanno aspettando per la festa.

Ok, c’era di nuovo qualcosa che non quadrava, quando avevo guardato nella stanza non avevo visto nulla, né un mobile, né un’altra porta, niente di niente, solo una dannata stanza vuota con le pareti dipinte e istoriate …

Maledizione!

Mi voltai e tornai indietro, riaprii la porta e appena lo feci, balzai all’indietro giocandomi probabilmente dai due ai tre anni di vita per lo spavento.

Subito oltre la soglia c’era un giocoliere in calzamaglia, truccato da scena ed impegnato a far roteare un numero indefinito di quelli che potevano sembrare dei birilli.

:- Alla buon’ora!

Esclamò contrariato, poi si incamminò lungo il corridoio con passo svelto continuando a far roteare i birilli sulla testa.

Allibito non riuscii a proferire parola, iniziai direttamente a sbraitare:

- Adesso basta! Mi vuole dire dove diavolo sta andando? Anzi, non me lo dica proprio, mi dica come si esce da questo manicomio, non ne voglio più sapere di tutte queste stronzate da circo!

A quel punto il giocoliere si fermò, senza voltarsi e senza smettere il numero in corso disse:

- Circo? Uscire dal Circo? Ma lo spettacolo è appena iniziato hi hi hi… comunque non si alteri, tenga, si fidi almeno di se stesso.

Detto questo, senza nemmeno voltarsi, fece volare uno di quegli strani birilli, oltre le sue spalle, verso di me.

L’evoluzione parabolica dell’oggetto terminò precisamente sulla mia testa con un suono sordo, la vista mi si annebbiò.

Mentre cadevo nuovamente a terra mi accorsi che non si trattava di una normale clava da giocoliere ma di una marionetta con le mie sembianze.

SENZA FILI

L’inumano sterile aggeggio cammina di fronte a me con perifrasi meccaniche nella muta narrazione.

Indica il percorso evitando di ribadirne la direzione quando s’accorge che lo seguo.

Ligneo e diffidente infonde parametro acrobata nel significato di distanza.

Ne stabilisce una e la mantiene accorto ed accurato nella costanza meticolosa della verifica.

Passo in scala e pressione che di peso non permette traccia.

Premo la suola ove egli cammina conferendo misura all’incombere della meta.

Egli tace e procede inconcludente variando destini e destinazioni.

Rammenta il rammendo sulla giubba minuta, tessuta senza filo dalle mani dell’incauto falegname.

Disegna modello maneggevole raggiungendone l’imposizione neutrale accentuata dall’ombra fisica che non proietta, ma che lo segue.

Lo zoppo incedere dell’acrobata sui rombi, disegna rimostranze ove lo spettacolo si finge auto conclusivo e fine a se stesso.

Fine anche il filo di lana che brama tensione…

Il legno stesso sterile ne nutre l’inverosimile esistenza che, parca occlude l’asola al filo delle parche, addormentatesi nel danzare dei trapezi.

Obliquo rintocco d’avorio nello sguardo inanimato e vacuo.

Ribolle l’intonaco istoriato sulla parete in festa.

Infestato il resto di disegni assenti.

Pittografie vaganti, fuori dal contesto dipinto da pinte di colore.

Refrattario e rinominato nel volto unicamente riprodotto, conduce lungo il corso della cruna, la tessitura evanescente.

Simbolico d’Arianna legaccio all’ingresso reso uscita.

Non v’è trama consequenziale e coesa.

Non v’è tessuto che di trama racconta cucito.

Non v’è alcuno che silente trama di tramonto all’oscuro dell’intreccio.

Non v’è cucitura ove s’è smarrito il filo.

Quando riaprii gli occhi, la marionetta sostava di fronte all’ennesima porta chiusa, stavo per ridurla in mille pezzi con un calcio ma appena sollevai lo sguardo, la gamba si fermò autonomamente.

All’altezza della fronte avevo un cartello ingiallito sul quale era scritto a chiare lettere “USCITA”.

Finalmente era fatta, da li a poco mi sarei dileguato da quel dannato palazzo e sarei andato ad annegare tutta questa storia in qualche gallone di birra scura al Guinnes pub in centro.

Raccolsi la marionetta da terra quasi intenerito e spinsi il maniglione anti-panico con soddisfatta enfasi.

In testa uno strano ronzio.

Di nuovo quell’idea che come una mosca cozzava contro le pareti della mia mente.

La mano mi corse in tasca a svolgere il foglio annerito raccolto dal caminetto.

USCITA

Presupposto convenzionale d’interno,

Soglia e folle rimestare d’ipotesi mentali, nell’inverosimile concetto d’entrata. “

Sollevai la testa come se una montagna vi pesasse sopra. Gli occhi stretti nello sforzo.

Quando li riaprii ero pronto a qualsiasi cosa, nulla avrebbe potuto scuotermi minimamente.

Eppure accadde.

Scale, solo scale che scendevano.

Logico del resto, prima con l’ascensore ero salito, adesso con le mie gambe sarei sceso.

Una cosa normale, tangibile e chiaramente accertabile.
Gradino per gradino.

Rampa per rampa.

Guardai di nuovo la marionetta con gratitudine e paterna ammirazione.

Trovavo in se gratificante che in un qualche modo ero stato io stesso a trovare l’uscita,

ma di nuovo tutto si sgretolò nella stessa razionale follia che mi costringeva, lucido, ad esaminare l’irreale ipnosi di quel luogo.

Tra le mani rigiravo una clavetta da lancio, roba da giocoliere…da circo, un aggeggio simile a quelli disposti in fondo alla pista del boowling.

Un fottutissimo birillo.

11

Il corrimano metallico si perdeva nella penombra del primo pianerottolo, guardando in basso tra le rampe si scorgeva il buio più profondo fondersi all’opacità della scala in un’indefinita comunione dimensionale levigata dalle tenebre.

Le luci di sicurezza delineavano il contorno delle pareti con bagliori verdastri e incostanti lasciando l’incertezza come unica connessione tra il passo precedente e quello successivo.

Scendevo con una certa fretta, quasi fossi un bambino che, prese le scale, gareggia con l’ascensore sul quale sono saliti i suoi genitori, per attenderli sulla porta d’uscita.

La porta d’uscita…

L’ultima volta che avevo letto quella parola scritta su una porta, invece di uscire ero nuovamente entrato in un’altra zona del palazzo, quella delle scale antincendio, proprio dove mi trovavo ora.

Mi tornò di nuovo in mente quel foglio che avevo raccolto dal caminetto prima di giungere qua.

Infilai la mano annerita dalla fuliggine in tasca e lo tirai fuori per l’ennesima volta.

“USCITA

Presupposto convenzionale d’interno,

Soglia e folle rimestare d’ipotesi mentali nell’inverosimile concetto d’entrata. “

Forse per cantare vittoria era di nuovo presto, le rampe di scale si susseguivano identiche ed infinite, ormai scendevo da un’ora e a meno che, non si trattasse di un grattacielo, dovevo aver raggiunto più o meno le catacombe.

Eppure continuavo a scendere.

Ad un certo punto i cedimenti fisici e mentali dovuti alla fatica, alla fame e alla sete cominciarono a farsi sentire in modo consistente, tanto da costringermi a fermarmi per riprendere le forze.

Appoggiai la schiena alla parete del pianerottolo lasciandomi scivolare lento sino raggiungere la superficie fredda del quadrato di metallo forato; la luce verdastra del neon illuminava il semicerchio dove stavo seduto strisciando conica lungo il muro sino al vetro della lampada.

Alzai la testa nella contemplazione del tragitto percorso che, mi si mostrava solo nella sua ultima tratta, prima di venire del tutto ingoiato dal buio.

Scale che scendevano e scale che salivano nella unilaterale limitazione visiva dell’ombra.

Salire o scendere ormai pareva condurre alla medesima meta, l’ignoto nascosto dal buio.

Il sonno prese il sopravvento.

La mano di Morfeo si posò caritatevole sulla stanchezza del mio sguardo, conducendomi di soppiatto nel silenzio di un uomo che dorme.

DISCESA

Fisarmonica di metallo, fredda e obliqua estensione di se stessa.

Si ripiega solida nel riquadro d’intervallo.

Biunivoca, percorribile ed acre, sfugge al passaggio.

La duplicità di senso irregolare ma pur sempre libero ed interpretabile, infonde parsimoniosa certezza, fugando mite e proiettandosi in ombra.

Si snoda geometrica e tridimensionale l’alternanza tra i piani, perpendicolari, paralleli a loro stessi e periodici nella stesura del passo, rivoltano l’ambiguità del senso percorso.

Dipanata soave l’obliqua discesa, percuote la suola sul metallo del gradino.

Gravitazionale spirale spezzata

Intonsa sublime anima di ferro,

rimprovera passante con echi trascorsi.

Conduce la mano sulla sbarra brunita,

Ovvia guida e binario rovente.

Scorre il palmo nero sul cammino ritmato,

tattile indice di passaggio a fusione fredda.

S’inverte il moto ascensionale retrocedendo,

freme nella ricerca dell’esito ed esitando,

medita.

Nell’atrio spento un cono di luce veste smeraldi, le pareti del torrione cavo intonacate dal tempo, riflettono il lume ad intervalli quadrati.

Esterno idealizzato e contorto attende il ripetersi del moto forse nuovamente ascensionale; l’oscurità stessa, un’ipotesi di cielo.

Scende,

Sale,

si ferma ed osserva.

Stasi intermedia,

limbo preventivo.

Alibi.

Il fulcro a venire,

forse sin troppo avvenente ed avventato.

Immagini il sole

e la notte che porta,

ricreando il bagliore

di una stella

già morta.

Mi ridestai seduto con le spalle al muro e le gambe ben distese, il pianerottolo sul quale giacevo, caldo sotto di me e freddo intorno.

Alzatomi, lentamente guardai in basso: la solita storia, la rampa di scale che scendeva sino a perdersi nel buio.

Ormai rassegnato ripresi a camminare gradino per gradino, probabilmente non avrei raggiunto l’uscita prima di morire di stenti…

E non avevo nemmeno l’ultima sigaretta dei condannati per riuscire ad accettare la cosa dilettandomi a fare cerchietti di fumo contro luce.

Dovevo venirne fuori al più presto o sarei veramente rimasto li in eterno, divenendo parte di quel luogo assurdo come probabilmente lo erano diventati quegli strani personaggi che lo abitavano.

Quel pensiero mi fece rabbrividire gettandomi di peso giù dalla rampa che, sin’ ora, avevo solo guardato con malavoglia e di seguito con tutte le altre in una corsa folle e disperata.

Ad un tratto, mentre meccanicamente mi preparavo a proseguire, tenendo stretto il pomolo del corrimano per usarlo come perno e girarci intorno, mi accorsi che le scale erano del tutto finite e di fronte a me un’altra porta, metallica e ossidata attendeva silenziosa.

La osservai come inebetito e fui quasi sul punto di piangere quando dalla fessura tra il ferro e il pavimento scorsi filtrare la luce inconfondibile del sole.

Chiusi gli occhi e girai la maniglia, il tempo che passò prima che il meccanismo scattasse, ancora adesso non saprei dirlo; ore, minuti, giorni o forse anni ma scattò.

Un’ondata di luce bianca rifranse i colori dell’esterno sull’iride costretta dal buio, il risultato furono lacrime, e un sorriso idiota.

Poi sbigottimento.

Di fronte a me si apriva un giardino rigoglioso; alberi, fiori, cespugli e siepi sapientemente potate a perdita d’occhio ed un vialetto di ghiaia candida e ben distribuita che vi si inoltrava tortuoso e brillante sino a smarrirsi nel verde.

Dedussi che si trattava sicuramente del giardino interno al condominio, dove i pargoli degli

inquilini, liberi e spensierati, giocavano e schiamazzavano senza nuocere alla quiete dei vicini e dei loro stessi genitori.

Se non fosse che di infanti non c’era traccia e nemmeno c’erano tracce del loro passaggio, tutto sembrava fin troppo curato e accuratamente ricercato in ogni dettaglio.

La cosa non mi turbò più di tanto, mi incamminai con determinazione lungo il vialetto respirando a piene nari l’aria fresca e il profumo dell’erba, senza però dar troppo peso a tutto ciò che mi circondava poiché si trattava solo di un contorno gradevole che mi avrebbe scortato sino al raggiungimento di ciò che non vedevo l’ora di fare:
chiudere tutto alle spalle, dietro un robusto cancello.

Attraversai con noncuranza una lunga serie di siepi dalle forme più disparate, piccole fontane dallo scrosciare cristallino e incantevoli spazi colmi di fiori esotici, sino a raggiungere quello che doveva essere il tanto agognato cancello d’uscita.

Lo spinsi e feci per attraversarlo ma subito mi ritrassi cadendo a carponi.

Oltre la soglia il vuoto più totale.

Dovevo essere sul tetto di quel dannatissimo palazzo, guardando in basso si scorgevano le pareti perdersi in un fitto strato di nubi prima ancora di toccare terra, se mai una ce ne fosse stata in fondo.

Avevo disceso miliardi di gradini e li avevo discesi, questo era certo; adesso invece, sembrava proprio dovessi rivedere il mio concetto di discesa dato che mi trovavo così in alto che non vedevo nemmeno quello che avevo di sotto.

Certo, magari avrei trovato un altro fottutissimo foglietto annerito con un’altra frase sconclusionata dal titolo, che ne so, discesa?

Certo perché no….. fanculo a tutto.

Fanculo anche a me stesso, salterò.

12

Restavo in piedi sul cornicione con lo sguardo perso nelle nuvole sotto di me, l’edificio pareva esservisi conficcato dentro come una lancia di pietra.
Il vento soffiava stranamente tiepido e gradevole lavando un po’ di disperazione dal mio viso e lasciandovi la risolutezza della decisione presa.

Saltare e mandare tutto a farsi fottere.

La cosa pareva però non incontrare l’approvazione delle gambe che si erano piantate nel granito del cornicione senza avere la minima intenzione di muoversi.

Restai in contemplazione del vuoto per qualche tempo, poi accettai la realtà dei fatti, non avrei mai saltato.

Ritornai nel giardino in preda alla collera più profonda, non ero riuscito nemmeno ad ammazzarmi, ma forse non sarei neanche morto, forse mi sarei solo ritrovato al punto di partenza con qualche altro strano individuo intento a blaterare insensatezze.

Una cosa era certa, da ora in poi non mi sarei più arrovellato le meningi nel tentativo di comprendere quello che accadeva, sarei rimasto passivo e contemplativo come un Buddah.

Ricercai un albero ombroso e mi ci sedetti sotto accarezzando l’erba, poi iniziai a raccogliere le margherite che avevo intorno e a contarne i petali lasciandoli volare nel vento sino a che, non si fece sempre più difficile trovare fiori da cogliere per proseguire il gioco.

Decisi di dedicarmi quindi all’esplorazione del giardino alla ricerca di qualcosa di commestibile tipo frutti o roba simile, mi sarebbero stati utilissimi per prolungare l’agonia mantenendomi cosciente e in forze quanto bastava per godermi un po’ di sofferenza fisica e mentale.

Mentre camminavo tra siepi con la forma di strani animali mitologici, iniziai a sentire un specie di melodia provenire dal fitto della vegetazione, il suono stridente ma armonioso mi filtrava in testa in modo pungente.

Doveva essere un’altra di quelle insulse creature, questo era certo ma non riuscii a resistere, mi incamminai quasi ipnotizzato divenendo vittima di quel canto sino a giungere ad una piccola radura con al centro una fontana spenta.

In cima un flauto di pietra.

Il resto accadde troppo in fretta per poterlo decifrare e descrivere; sensazioni di ansia e privazione, rabbia, quiete, pace e tormento si susseguirono in un vortice di colori e suoni, per esplodere all’unisono attorno ad un’immagine femminile vestita d’ombre incerte e delicate.

Restavo impietrito con un ginocchio a terra ed il volto basso, sapevo che era li, di fronte a me, che mi guardava ma non avevo il coraggio di farlo a mia volta.

Sembrerà assurdo ma temevo si sciupasse incontrando il mio sguardo.

Questa volta non mi sentii mancare, non fu un sogno ne una visione, solo realtà introspettiva e ordinaria.

Attraverso le percezioni dello spirito, sulle corde dei miei sentimenti vibrò una nota profonda, una nota nascosta, fu questione di istanti poi mi resi conto, quello che avevo sempre cercato era di fronte a me, avrei solo dovuto allungare una mano e prenderlo ma non lo feci.

Come fosse un gesto di coraggio, fatta forza sulle gambe, mi alzai in piedi quindi mi voltai e tornai indietro.

Coraggio? No, solo vigliaccheria mascherata, paura di essere compresi forse o di poter comprendere a nostra volta, la cosa che mi riusciva meglio in questi casi?

Voltare le spalle ed andarmene nel tramonto come il solitario di un film Western.

Lei rimase li a guardarmi svanire dietro le fronde dei salici piangenti.
Quando la vegetazione si richiuse dietro di me, divenni un salice anch’io…

MUSA

Sinapsi elettrica ed evocativa, rifugge il guardo l’ametista del sonoro.

Sublime ed eterea l’aria attorno, descrive il confine con già smossi fili d’oro.

Ella sorge oltre il sole nel ruotare, tagliente, del rimorso.

Infinito oltre il ponte,

lo stormire delle fronde,

narra il lento corrodersi del quarzo.

La mia seta

Il tuo splendore,

ambra liquida

e poi parole.

Silenzioso osservo la friabile essenza di scogli oltre il mare del mio naufragio,

mi perdo affinché mi si trovi e ci s’accorga d’avermi smarrito.

Di nuovo.

E tu?

Svela muta l’asse dei significati che non descrivo ancora,

vuoi forse essere udita?

Dunque taci.

Sono stanco di parole.


Lungo il cammino della ruota di pietra, non v’è grano a segnare la terra.

Solo fango e zampe di corvi.

Demagogia inespressa o parzialmente taciuta,

riflette ossessiva sulla fortuna dell’ammaraggio.

Ammiraglia di te stessa,

ammira lo splendore del relitto sommerso.

Esile e percosso,

seduce il tendersi delle vele,

alle correnti nel profondo.

Timone quadrangolare, sinonimo di cerchio bussola e frammento cardinale.

Veleggia a dritta ove mi voltai capovolto,

illogica,

nell’impeto delle maree,

fende le nebbie la luna faro.

Ma non v’è porto.

Dopo aver prodotto paranoie a cottimo per una buona mezz’oretta in lacrime tra i salici anch’essi solidali e piangenti, mi rimisi in marcia con l’intento di percorrere il perimetro del giardino per poi muovermi in modo concentrico assicurandomi di non tralasciare nulla.

Perché lo stavo facendo restava un mistero, si vede che in preda a qualche altra turba mentale, mi ero convinto di trovarmi a vagare in un luogo stregato e la mia passione per il mondo Fantasy, cominciava ad emergere facendomi sentire un cavaliere errante.

Errante, poi di sicuro, perché se c’era qualcosa di estremamente sbagliato era cercare di razionalizzare gli eventi o il contesto in cui avvenivano.

Ogni volta che avevo tentato di farlo, tutto il resto aveva risposto soverchiando qualsiasi aspettativa, facendomi morire in testa una buona fetta di neuroni.

Dato che, le poche cellule cerebrali che mi restavano, erano abbastanza provate dalla persistente assurdità di ciò che avveniva, decisi che forse sarebbe stato meglio ritornare alle scale, risalirle e ritornare nel palazzo così da poter cercare un’altra via d’uscita, ammesso sempre che ce ne fosse una.

Imboccai nuovamente il vialetto di ghiaia e lo ripercorsi al contrario, i sassolini scricchiolavano sotto la suola come fossero biscotti.

Feci appena in tempo a superare un cespuglio di rose inoltrandomi in uno stretto passaggio tra due querce quando una voce alle mie spalle esclamò:

- No! Non da quella parte! Ma è impazzito? Se prosegue ancora finirà per cadergli in bocca!

Non mi voltai nemmeno.

Ero terrorizzato all’idea di cosa potesse aver parlato, questa volta cosa avrei visto?

Il Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie?

No! Davvero non era il caso di voltarsi, a questo punto interagire col resto avrebbe solamente complicato le cose, peraltro già oltremodo complicate.

Avevo un solo obbiettivo da quando mi ero ficcato in questa situazione assurda, venirne fuori al più presto.

Ogni distrazione sarebbe stata nociva, per me, per la mia emotività e per la missione.

“Evacuare il campo soldato!”

Con questo proposito, urlato nella mente da un sergente immaginario, oltrepassai le due querce inoltrandomi in una parte buia del giardino, una zona strana, in cui pareva che la mano esperta del giardiniere avesse deciso di scioperare, lasciando il fango e l’erbaccia, a testimoniare il reale volto della natura prigioniera.

Arrancai quasi a carponi sprofondando sino alla caviglia nel fango putrido, una toccasana per i miei stivali pitonati non c’è che dire ma presto non avrei più dovuto preoccuparmi solo di loro…

Tutto avvenne in un lampo, fatto un passo troppo affrettato infilai il piede in un buco profondo e stranamente invisibile.
Anche se non sarebbe dovuto accadere, venni come risucchiato verso il basso scivolando lungo un cunicolo scavato nella terra come da una grossa talpa.

Il cieco sovrano del sottosuolo.

13

Il cunicolo buio terminò con lo schianto del mio fondoschiena sulla nuda roccia sotterranea, il dolore si propagò velocemente in tutto il corpo ed il sonno, forse per la stanchezza o per la botta, giunse rapido come un diretto inter regionale sparato in faccia.

Dolore e indolenzimento…

Il resto, un lungo sogno.

ONIRICA

Sollevato il respiro in bolle di vetro,

cresce l’ondeggiare di filamenti d’oppio sui papaveri nell’etere.

Triplice emissione gastrica d’acido e base immobile in schegge di fisica.

Sono l’immorale sinonimo di silenzio,

non taccio per udire

ma odo e sto zitto.

Tremano le flebili fiamme neon all’unisono e in coppia,

non diffonde l’epidermide, il profumo dell’ocra.

Immagini patinate livellate a pellicola

Infondono superflue l’ossigenata illustrazione.

Sotterranee disegnano in ogive ricolme,

l’emerso deserto dell’oltre sonno.

***

La volta oltre la galleria era alta e ben levigata, stalattiti d’osso pendevano dal soffitto di pietra come guglie invertite nell’aspirazione d’ascesa verso il basso.

Strani orologi naturali erano inoltre disposti lungo i licheni cristallizzati sulle pietre cave, attorno ad essi, indaffarati cancellieri in completo a righine ridimensionavano il plebiscito dei rintocchi.

Messomi in un angolo mi cimentavo nella goniometria atavica mentre con un proiettile scalzo rinominavo le lapidi al cimitero.

Subito s’accorse l’ombrellaio autunnale riparandosi dal sole, ripiegato il manico ad uncino si nutrì delle radici dette rami in superficie.

Ribolliva nel tino l’estratto vegetale delle rocce, ruotava antiorario, il mestolo delle ore.

Mi sollevai diagonale alla superficie del frutto olivastro, intanto, Jimmy l’indiano passeggiava, cosparso di strane scaglie bluastre, nei pressi del laghetto sotterraneo.

Lo guardavo mentre con una cannuccia nell’occhio centrale, sorbiva argilla dalla pozza verde.

Rimessosi in piedi mi chiamò afono e intrecciando fili di cuoio ai miei capelli, disse:

- Sei strano oggi amico, non hai ancora finito il pavone che hai nel piatto vuoto.

Poi, esploso in una risata isterica, sparpagliò visceri ovunque attorno, facendo sbocciare fiori di mandorla negli occhi dell’educatore di foche.

Presa penna e calamaio iniziai ad intingere l’inchiostro nell’acqua sino a che non si tinsero gli specchi delle signore.

Esse, iniziarono a guardarsi vicendevolmente, sino a divenire rupestri.

Decisi quindi che era il caso di muoversi prima che ammarassero i deltaplani, non sarebbe stato assolutamente utile continuare a ripetere algoritmi di permesso.

Intanto, mentre con le braccia dietro la schiena, incartavo pasticcini, mi accorsi che dal soffitto della grotta pendevano le fronde degli alberi in superficie, scendevano verso terra divenendo tronchi ed in fondo radici.

Affascinato dal vegetale infittirsi dei linfonodi, mi inoltrai nel bosco sotterraneo fatto di muffe e legno.

***

Una volta nel fitto della vegetale spoglia rete di radici, il silenzio si fece palpabile, non riuscivo a muovere nemmeno un passo quasi avrebbe risuonato come un tuono fino al cielo.

Ma ad un tratto:

- Ma beeeeene, moooolto mooolto beeeene. Guarda che bel mentecatto avventuriero e infangato in cerca di fortuna e licheni secchi.

La vita deve puzzarti almeno quanto gli stracci fangosi che indossi!

Sobbalzai atterrito, una voce mi scherniva dal nulla, non potevo accettarlo, raccolsi un grosso ramo secco e gridai:

- Chi diavolo sei?! Vieni subito fuori e ti faccio vedere a chi puzza la vita!

:- Ma che diamine , signore, siete veramente patetico!

La vegetazione restava immobile mentre, la voce, assunto un tono beffardo sembrava provenire da tutte le direzioni.

:- Fatti vedere vigliacco e ti fracasso la testa!

:- Combattere? Ah ah ah, nooooo, non credo di averne poi tanta voglia, anzi a dire il vero, preferirei lasciarti qui in attesa dei cacciatori dalle zampe di cavallo e godermi lo spettacolo di vederti smembrare lentamente ma ho degli ordini precisi per te, mio Lord, ed ho soprattutto intenzione di assolverli in tempo per il banchetto di stasera quindi…

Uno scricchiolio sopra di me mi diede giusto il tempo di alzare lo sguardo per vedere un enorme ramo precipitarmi addosso.

Un istante dopo giacevo a terra immobilizzato da un grosso tronco.

:- Ahh, devo dire che per quanto pezzente e rozzo, non sei per nulla scomodo

Disse il tronco sulla mia schiena.

:-Beh, comunque tutta questa situazione comincia a stancarmi, veniamo al sodo prima che qualche gruppo di ronzini troppo evoluti, annusi il tuo lezzo e ci raggiunga trovandoci in questa posizione compromettente. I centauri cacciatori non vanno molto per il sottile!

D’un tratto il gravoso peso del legno scomparve per lasciare spazio all’immagine di un giovane dalle orecchie aguzze, vestito di elegante velluto verde, che si ciondolava a testa in giù dal ramo di un grosso albero radice.

:- Lo so, questo nuovo tessuto è sbalorditivo, lo ammetto, ma non è veramente il caso di guardarmi con quella faccia.

Ah, capisco, sarà quella posizione a confonderti le idee, dovresti raddrizzarti, stando sottosopra il sangue ti va alla testa e non fa certo bene! Pensa che per ostinarsi a camminare sulle mani, il giullare del Gran Duca, ha cominciato a pensare con un’altra parte del corpo che, come dire, per posizione si trovava a sostituire la testa, tutti sono rimasti sbalorditi ma la cosa è caduta in scandalo quando si è scoperto cosa aveva iniziato a fare, con la testa.

Una pietra saettò a un soffio dal cranio dondolante del folletto e si schiantò contro la corteccia dell’albero da cui penzolava.

:- D’accordo, le presentazioni prima di tutto!

Disse il giovane dai capelli color sabbia, arricciandosi i baffi ben disegnati sopra una barbetta ramata.

La leggera figura in verde saltò roteando su se stessa, atterrando sul terreno cosparso di muschio con stivali di pelle scura.

Le vesti verdi cominciarono a cangiare tingendosi di sfumature marroni e nere mentre, un cappello con lunghe penne di pavone, gli si materializzava in mano descrivendo un ampio cerchio nell’aria, seguito da un profondo inchino.

:- Il mio nome è Dalevan e il mio compito e scortarti sino alla porta che conduce fuori, o dentro, a seconda dei punti di vista, s’intende.

Il tuo nome non mi interessano molto, tanto lo scorderei dopo poco.

Quindi andiamo, non hai idea di quello che rischiamo stando qua.

:-Dannazione! Non mi muoverò assolutamente, almeno sino a quando non mi avrai spiegato bene questo discorso della porta, uscire non è sinonimo di entrare come salire non lo è di scendere, quindi cerca di essere chiaro…altrimenti…

Un cupo fragore interruppe la mia filippica facendomi voltare a destra di scatto.

:- Fai pure come vuoi ma io me la svigno, non ho nessuna intenzione di farmi catturare da quelle bestie sgraziate, sarebbe un peccato rovinare un così bel tessuto.

Beh, si è fatto tardi, arrivederci mio Lord, se hai un po’ di sale in zucca più che pidocchi, corri

sempre a Sud, e non voltarti .

Se mai cambiassi idea non hai che da chiamare tre volte il mio nome e se avrò voglia apparirò.

Detto questo, l’immagine del giovane folletto scomparve di colpo seguita da un acuto risolino;

il rombo, invece incombeva, crescendo di intensità e facendo vibrare la terra.

Senza dire nulla cominciai a fuggire verso l’infittirsi della rete di radici.

L’irregolarità del terreno rendeva impossibile la corsa; continuavo a cadere e a rialzarmi, sino a che, superati alcuni cespugli di ortiche, precipitai in un profondo baratro che si apriva nella terra bruna.

La caduta durò interminabili secondi, poi lo schianto.

Schizzi di melma scura si levarono verso l’alto mentre il naso e la bocca si riempivano di quello stesso fango che mi aveva salvato la vita.

Non c’è mai limite alla discesa…

Tutto attorno, il paesaggio era quello di una palude.

Alberi ricurvi dalle foglie marce, riversavano le fronde nell’acqua fangosa dalla quale si levava una nebbia azzurra.

Enormi ninfee nascevano dalla melma per ricadere morbide su di essa e funghi giganteschi decoravano con tinte malariche i pochi lembi di terra nera.

Aggrappandomi a grosse radici emergenti dall’acqua mi trascinai fino alla prima sponda e con un ultimo sforzo, strisciai fuori dalla pozza fetida nella quale ero caduto.

Tutto il mio corpo era coperto di alghe e melma putrida, piccole sanguisughe mi ricoprivano le braccia e le gambe.

Imprecai strappandone alcune saldamente attaccate.

Brutte bastarde ingorde…

Quando mi fui liberato delle insaziabili salsiccette nere e dal fango che avevo sul volto, mi guardai intorno.

La disgustosa marea si estendeva a perdita d’occhio , la terra scura e macilenta si fondeva a pozze d’acqua marcia e melma ribollente.

Molto probabilmente la mia infelice permanenza in quel nuovo inferno di rami contorti sarebbe cessata di li a poco.

Esaminai ogni possibilità di movimento, ogni direzione pareva la stessa.

Mi arrampicai allora su di un albero dal tronco nero, sino ad avere una visione soprelevata dell’acquitrino putrescente, quando scorsi una sorta di collina erbosa levarsi dalla fanghiglia.

Da quel promontorio avrei di certo avuto una visione panoramica di ciò che mi attendeva dopo.

Mi incamminai quasi a carponi ricadendo a destra e a sinistra non so quante volte.

Giunto finalmente alla base del colle notai che attorno ad esso erano disposte grosse rocce che cingevano la cima come un’irregolare corona.

Procedetti con la melma alta fino alla cintura sino a giungere alla base del colle per poi stramazzare con la barba sul muschio che ricopriva quelle grosse pietre.

Ripresi fiato.

14

sollevai lo sguardo dal terreno nel quale gli stivali affondavano sino alla caviglia e rimasi inebetito.

All’interno del cerchio di massi sul promontorio, un fitto manto erboso ricopriva la terra. Svariati tipi di fiori e funghi colorati interrompevano l’uniformità rilassante del verde con tinte magnifiche.

Più in la crescevano cespugli punteggiati di frutti vermigli ed in lontananza, si udiva il soave scrosciare di una piccola cascata.

Stremato ed ansimante feci l’ultimo sforzo.

Raggiunta la cima del colle ed attraversata l’ultima corona di pietre, mi precipitai all’interno sull’erba sdraiandomici ansimando.

Appena ripreso fiato cominciai ad avvertire uno strano torpore che dalle gambe, saliva lentamente diffondendosi in tutto il corpo mentre profumi inebrianti impregnavano l’aria levandosi dai fiori.

In pochissimi istanti la stanchezza del lungo viaggio fu totalmente dimenticata sostituita dalla freschezza refrigerante dell’acqua e dal dolce sapore dei frutti.

Non so dire per quanto tempo mangiai e bevvi prima di cadere in un sonno profondo e senza sogni.

NEL SOGNO

Limbo salassato e uniforme.

L’onnisciente saggezza vegetale, in rivoli di linfa fossile.

Fiorisce scaltro il di vetro esaedro,

plasmando sementi nel ventre della terra.

Porpora disciolta,

seta liquefatta.

Botanica,

alchimia di carne vegetale.

Fotosintesi sintetica

Nell’osmosi sotto pelle.

Radicale e radicata,

simulazione di radice.

Parassita.

Quando mi svegliai compresi subito che era successo nuovamente qualcosa di pericolosamente incredibile.

L’erba era cresciuta mostruosamente avvolgendomi da capo a piedi, le fragranze inebrianti dei fiori erano divenute opprimenti e nauseanti e il lieve scrosciare cristallino delle acque si era trasformato in un susseguirsi di trilli diabolici.

Ancora stordito dal sonno provai a muovermi.

Il risultato fu sconcertante.

Non solo non riuscivo a spostarmi di un millimetro ma, quando con sforzi sovrumani, riuscii a muovere un braccio sino a strappare alcuni fili d’erba, fui sopraffatto da un dolore accecante e vidi del sangue sgorgare da alcune estremità recise.

Fatta da parte la manica, mi accorsi che non solo l’erba era penetrata nella carne assorbendone il sangue ma, la stessa pelle, avvizzita e morta si era tramutata in legno.

Era la fine, da li a poco sarei morto divenendo un arbusto o qualcosa del genere.

Stavo per abbandonarmi al torpore quando mi tornarono in mente le parole del folletto

“ pronuncia tre volte il mio nome ed apparirò”

Ma come diavolo si chiamava, Dalevan? Si ,forse era proprio Dalevan.

Con l’ultimo filo di voce rimastami rantolai:

- Dalevan, Dalevan Dalevan!

Ad un tratto una vocetta seccata gracchiò:

- Tre volte, zotico che non sei altro! Tre volte, non tremila! Finirai col farmi scoppiare la testa. Che modi sono questi, dico!

Forse, grazie ad una rinnovata speranza, riuscii a riaprire gli occhi in tempo per vedere un giovane dalle lunghe orecchie che, vestito di una sfarzosa seta violetta guarnita di pizzi, si lisciava l’aguzza barbetta ramata, standosene appollaiato su una delle rocce; i capelli raccolti in lunghe trecce.

:- Devo dire che questo tuo aspetto bucolico ti dona quanto mai, se non fosse per quel colorito pallido… Si, non c’è che dire, ti fa sembrare un po’ malarico ma ammetto che il tuo tentativo di renderti più presentabile è veramente apprezzabile.

Certo, la moda del tronco l’ho lanciata io, ma diamine, è già qualcosa per un rozzo individuo come te.

Ah già, dimenticavo, hai forse bisogno d’aiuto? Si direi di si! , così proprio non va…

E’ che non ho mai sopportato un giardino poco curato, qui c’è proprio bisogno di una bella potatina.

Nelle mani del folletto comparvero due lunghe forbici.

In un attimo era balzato giù dalla pietra e si dava un gran da fare tagliuzzando fili d’erba e gambi di fiori qua e la.

Quando fui libero mi trascinò di peso fuori dal cerchio stregato ed estratta magicamente da un tricorno apparsogli in testa, una ampollina colorata, mi versò il liquido che conteneva in gola, scuotendo il capo con evidente disapprovazione.

:- Oltre che puzzolente e zotico sei pure ignorante. Solo uno stupido come te poteva cascarci… si, è vero, anche il lacchè della Duchessa ha fatto la stessa fine quando questa lo ha mandato nella foresta a cercare le fragoline di maggio… Ecco adesso è diventato un cespuglio di lamponi!

Disse accennando ad una delle piante coperte di frutti piccoli e rossi.

:- Beh, spero che non te li sia mangiati tutti, quel poveretto rimarrà senza occhi fino alla prossima stagione… senza occhi e chissà cos’altro.

Bene, adesso possiamo incamminarci prima che qualcuno si renda conto che il suo giardino verrà privato di una nuova, stupenda pianticella.

Ancora muto ed incredulo, guardavo Dalevan con espressione interrogativa finchè, con un filo di voce dissi:

- Ma che cazzo di…

:- Caro il mio oculato signore,

Dalevan sorrise in modo pungente sistemandosi il pizzo delle maniche.

- Si da il caso che tu, rozzo individuo, sia entrato in uno dei giardini delle donne farfalla…o

almeno nella sua anticamera… o porta d’accesso…o cerchio… come diavolo si chiama? Mmmmh, dov’ero rimasto? Ah, si! Quando qualcosa del genere accade, i giardinieri di pietra, quelle che a te sembrano comuni rocce, iniziano il loro lento lavoro traendo la vita dei malcapitati, per mutarla in vita vegetale e così accrescere la bellezza del giardino.

Se compiaciute dall’operato, le loro signore, concederanno loro di divenire finalmente… alberi

Beh? Che hai da guardare così? E’ la verità, non mi credi?

Il folletto esplose in una fontana di lacrime singhiozzando e soffiando rumorosamente il naso in un fazzoletto, più simile per dimensioni ad una tovaglia merlata, comparsagli dal nulla nell’incavo della manica.

Restai a guardarlo annichilito.

:- Dunque io prenderei commiato, se vuoi seguirmi tieni stretto questo filo di lana… Mai apprezzate le dame in sciami chiassosi, nevvero?

Detto questo il folletto ben vestito si dileguò lasciando solo l’enorme fazzoletto ad ondeggiare nell’aria.

Feci appena in tempo a raccogliere il filo di lana che aveva giusto in quell’istante, toccato terra, quando dal cerchio di rocce vidi sgorgare come l’acqua di una cascata, uno sciame di schiamazzanti farfalle dal corpo di donna.

Fate?

15

Il filo di lana che tenevo in mano si tese all’improvviso trascinandomi di colpo nuovamente nel fitto della intricata vegetazione sotterranea.

Con grandissima difficoltà riuscivo a mala pena a mantenere il ritmo, correndo alla meglio per non cadere.

Alle spalle ancora si sentiva il ronzio di quei maledettissimi insetti.

Dopo diversi interminabili momenti, fu il filo non più teso a darmi la possibilità di recuperare il fiato sino a fermarmi in un’altra grotta, questa volta, apparentemente normale e priva di pericoli in agguato.

Il folletto che avevo imparato a chiamare Dalevan, mi attendeva disteso su una roccia allungata dalla forma simile a quella, di un triclinio romano.

:- Alla buon’ora, mio tartarughesco compagno.

Disse, mentre si faceva comparire in mano una coppa di vino rosso.

- c’è giusto, giusto, la temperatura adatta per degustare un buon rosso d’annata.

Questo in particolare, proviene direttamente dalla cantina ducale, una prelibatezza per pochi palati questo è certo, quindi non provare nemmeno a chiedermene un sorso e se ti devi abbeverare fallo in quella pozza, l’acqua qui è buonissima, ricca di sali minerali…già già.

L’arsura era tremenda, in un altro momento non avrei accettato una simile umiliazione. Avrei strappato il calice dalle mani del damerino e glielo avrei scolato sotto il naso incipriato ma in quel momento, mi scaraventai sulla pozza bevendo ad ampie sorsate.

:- Con calma, un po’ di decenza cribbio!

Non riesco a sorseggiare nemmeno il mio vino con tutti questi gorgoglii…

Ma un attimo, ma da che pozza stai bevendo?
Non mi dire che stai bevendo da quella di destra!

Ma sei proprio un villico, un agricolo, un… un… Insomma smettila subito, quella è l’acqua dell’oltre sonno finirai per rimanere prigioniero di questo sogno addormentandotici dentro!

Quando sollevai la testa il folletto era appollaiato sulle mie spalle ed estratta una tromba da non si sa bene dove, continuava a suonarmela nelle orecchie, ripetendo ad intervalli:

-Non dormire, non dormire, non dormire.

Ma non credo fu utile poiché, piano piano, tutto cominciò ad annebbiarsi, il ghigno soddisfatto del folletto, la volta della grotta, persino il suono della tromba.

Mi ridestai a mollo in una vasca da bagno, i miei vestiti appesi sommariamente ad un gancio sul muro.

:- Caro, tutto bene? E’ un’ora che sei li dentro, non vorrai mica diventare un pesce!

La voce proveniva da dietro la porta, una sagoma scura si delineava contro il vetro decorato.

Una voce femminile…

Cercai di fare mente locale ma non fu cosa semplice, mi ricordavo solo lo strano sogno che avevo fatto, il folletto, la caverna ma null’altro.

Decisi quindi di fingere sino a quando non mi sarebbe tornata la memoria, onde evitare problemi.

Quindi risposi:

- tutto bene tesoro, ora mi asciugo ed esco.

Preso l’accappatoio mi strofinai energicamente i capelli, mi sembrava di non lavarmi da mesi.

Allungai la mano e presi i vestiti ma mi accorsi che non era proprio il caso di indossarli poiché completamente sporchi di fango e quello che poteva sembrare marmellata, o roba del genere.

:- I vestiti puliti sono sullo sgabello vicino al lavandino, quelli che avevi indosso buttali pure in lavatrice.

Di nuovo la voce dietro la porta, di nuovo la sagoma dietro al vetro decorato.

Allungai la mano sino a toccare qualcosa di morbido appoggiato sullo sgabello, mi asciugai il viso e guardai.

Una camicia a quadrettoni verde scuro, un paio di jeans, una maglietta degli Iron Maiden, boxer, calzettoni e un paio di stivali con inserti di pitone.

Di certo roba mia.

:- Sono i vestiti di mio fratello, spero siano di tuo gradimento, puoi tenerli se vuoi, lui ormai si è trasferito e questi li ha lasciati qua perché non gli andavano più bene, sai nell’ultimo periodo era ingrassato parecchio, te li regalo a me ingombrano i cassetti e basta.

:- Ti ringrazio

Risposi cordialmente.

:- la maglietta è veramente bella, gli Iron sono uno dei miei gruppi preferiti.

Indossai i pantaloni e la maglietta; la camicia la lasciai ai posteri, quindi calzai gli stivali ed uscii dal bagno affibbiandomi la cintura di cuoio scuro.

Superata la porta mi preparai all’incontro con la sagoma dalla voce sexy che mi parlava da dietro il vetro.

Non feci nemmeno in tempo ad uscire che una ragazza dai capelli biondi e lunghissimi mi si avventò addosso baciandomi appassionatamente.

:- Sei stato fantastico ieri sera.

Disse bisbigliando con uno sguardo complice.

:- ah… certo, anche tu, non c’è che dire.

Risposi imbarazzato.

:- Il tuo cellulare ha squillato parecchie volte, poi hai ricevuto un SMS da un certo Cello, non l’ho ancora letto ma credo tu debba farlo subito visto che ha continuato a chiamarti anche dopo avertelo inviato.

:- Si, certo, ora lo faccio subito,

Dissi, legandomi i capelli ancora umidi con un elastico che avevo al polso.

Avevo un cellulare?

La cosa cominciava a piacermi, chissà quante altre novità mi avrebbe riservato questa giornata.

Allungai la mano e preso il cellulare, il mio cellulare, selezionai l’opzione SMS e lessi il testo.

“ hei sbarellato! Oggi ci sono le prove, vedi quindi di portare il culo in studio alle 21:00 ti aspetto in stradina vicino al parcheggio.

Cello.

Prove? Stradina? No, non ci capivo proprio nulla.

Guardai l’orologio appeso sul muro. Le 19 : 00 spaccate.

Iniziai ad armeggiare col cellulare sino a trovare il modo di richiamare il numero corrispondente al messaggio.

L’arnese squillò per diverso tempo poi una voce dall’altro lato rispose:

- Eccoti! Finalmente sei risorto.

Ci hai dato dentro ieri sera, eh?

:- Si, certo..

Risposi con tono di circostanza

:- senti vedi di arrivare puntuale stasera che dobbiamo preparare il concerto di sabato e soprattutto, ripassati le canzoni!

Ok, per quello che riguardava le prove si trattava di musica.

Ma che strumento suonavo?

Guardatomi in giro non vidi alcuna custodia che potesse contenere uno strumento musicale, allungata la mano agguantai un pacchetto di Lucky Strike e ne accesi una aspirando avidamente.

Intanto dall’altro capo, il misterioso interlocutore chiamato Cello, stava divagando raccontandomi delle sue ultime esperienze sessuali avute con una certa Cinzia, una donna a quanto pare, pelosissima.

Colto il rumore dell’accendino interruppe la tremenda descrizione di come l’aveva depilata con un rasoio acquistato al dicscount, dicendo:

- E smettila di fumarti le canne, tossico! Abbiamo bisogno di un cantante con la voce, non di un hippy rintronato!

:- Ok, ok.. Senti piuttosto, non riesci a passare tu da me, non so se ce la faccio ad arrivare in tempo… sono già le 19:00…

Ripresi con tono suadente,

:- Sei il solito stronzo. Comunque dove ti trovi? Perché è palese che non sei a casa tua.

Passai il cellulare alla bionda dicendole di comunicare l’indirizzo a Cello. Questa mi guardò stranita e lo fece.

Riagganciato mi rese il telefono dicendo:

- Dice che sarà qui per le 20:30, si è raccomandato di farti trovare pronto.

:- Sarà fatto baby!


Risposi, sistemandomi di nuovo l’elastico al polso, lasciando i capelli sciolti a ricadermi sulle spalle.

La bionda era intenta a spadellare qualcosa di indefinito in cucina, il fumo che si levava dalla pentola cominciava ad invadere anche il salotto.

:- hai fame?


Chiese senza voltarsi.

:- Beh, in effetti un leggero languorino ce l’ho,

Mentii spudoratamente, sovrapponendo la mia voce ai ruggiti dello stomaco.

:- Allora vieni e siediti, è quasi pronto.

Certo che dovevi essere proprio cotto ieri sera dopo cena, il fatto che non siamo neanche usciti non ha evitato che ci sbronzassimo alla grande grazie al vino e al Jack D. che avevo in casa.

:- Ehm, si, certo…

Mi chiedevo quando mi sarebbe tornata la memoria, la questione cominciava davvero a stancarmi.

Mi sedetti a tavola versandomi un bicchiere di birra d’importazione quando l’instancabile, loquace biondina riprese:

- Scommetto che non ti ricordi nemmeno come mi chiamo,

Disse sorridendo speranzosa.

:- in effetti no..

Risposi costernato

:- Ecco! L’immaginavo.

Certo che non è cordiale da parte tua non ricordare nemmeno il nome della donna che ieri notte volevi sposare.

Insomma, mi investi con la bicicletta, mi spiaccichi una costosa torta al mirtillo, mi fai perdere una festa fantastica, abusi di me, ti scoli il mio vino e il mio Jack e non ti ricordi nemmeno il mio nome?

:- Eh, no…

Dissi dopo aver deglutito un boccone di carne dal sapore terribile.

Scoppiammo in una risata corale e probabilmente forzata.

Finita la cena ci spostammo sul divano a sorseggiare il caffè fino a che il telefonino non squillò di nuovo.

Dopo una buona decina di trilli fastidiosi mi accorsi che si trattava del mio.

La bionda mi guardava con rassegnazione.

Premuto il tasto verde con il simbolo della cornetta venni investito da una folle sequela di parole:

- Allora rincoglionito vuoi darti una mossa, sono già le 21 : 15 e sono qua sotto da un quarto d’ora. Idiota!

Riaccostato il ricevitore all’orecchio risposi:

- Ok, ok, scendo subito…

Quando però aprii la porta mi trovai in uno strano e familiare corridoio con la moquette a rombi gialli e rossi, le porte degli altri appartamenti allineate su entrambi i lati e delle soffuse lampade circolari, equidistanti sul soffitto.

Non so per quale motivo ma mi sentii colto da un senso d’angoscia.

Poi direttomi verso l’ascensore dalle porte scarlatte permetti il tasto luminoso per far si che raggiungesse il piano.

16

L’ascensore era di nuovo di fronte a me con la porta scorrevole che veniva ingoiata dal muro mentre l’avviso sonoro trillava con discrezione, segnalando la presenza dell’arnese metallico al piano.

Non so per quale motivo ma continuavo a sentirmi angosciato dalla situazione, l’attesa, il corridoio silenzioso, doveva essere successo qualcosa in quel luogo.

Qualcosa che mi riguardava.

Forse la memoria iniziava a tornarmi manifestandosi attraverso il canale delle sensazioni, lasciando emergere dall’inconscio lampi di emozioni rimaste impresse sulla pellicola dei ricordi.

Allungai la gamba facendo scattare la fotocellula al fine di bloccare la porta scorrevole che si stava richiudendo.

Ma non entrai.

Rimasi fermo, come un’ebete, ad attendere che tentasse di rifarlo, con lo sguardo fisso all’interno della rettangolare scatola buia.

Non so per quanto tempo restai li come un idiota a guardare la porta scorrere avanti e indietro ad intervalli regolari, sino a che, dal fondo del corridoio una voce ringhiò:

- Allora sei proprio scemo! Ecco perché cazzo ci mettevi così tanto.

Mi voltai di scatto con l’angoscia crescente mentre il sudore, freddo, mi imperlava la fronte.

:- Mi vuoi spiegare che cazzo stai facendo di fronte a quell’ascensore? Ti sto aspettando di sotto da mezz’ora e tu stai a contemplare un fottuto ascensore fuori servizio?

Udite queste ultime parole da quello che doveva essere Cello, strizzai gli occhi e riguardai verso la porta scorrevole.

Nastri gialli con la chiara scritta nera “ GUASTO” si incrociavano di fronte all’ascensore; il pulsante che avevo premuto invece, aveva fatto scattare il meccanismo di apertura senza far salire la gabbia trasportatrice.

Un solo passo e sarei precipitato nel vuoto di parecchi piani.

L’elemento rasato con il piercing al sopracciglio riprese:

- Dunque, ho appena salito le scale di questo cazzutissimo palazzo per venirti a raccattare mentre contempli un ascensore guasto. Adesso cosa devo fare prenderti in braccio e portarti giù come se fossi una principessina?

No! Aspetta, non dirmelo. Hai chiamato il Macchia e sei strafatto!

Mi voltai verso Cello con espressione vacua e risposi:

- No amico, non sono strafatto, ho soltanto bisogno di uscire da questo cazzo di posto al più presto e non venirmi a chiedere perché.

Muoviamoci e scendiamo tutte queste fottutissime scale che hai salito e leviamoci di torno, una volta fuori starò meglio.

Cello non emise fiato, si voltò scuotendo la testa con sconsolata rassegnazione e si diresse verso il fondo del corridoio dove, una porta d’emergenza, con tanto di maniglione antipanico, ci attendeva.

Attaccato sul ferro con colla a presa rapida, un cartello recante la scritta: “USCITA”.

Non saprei ben dire per quale motivo ma la mano, mi scattò d’istinto infilandosi nella tasca dei pantaloni, alla ricerca di qualcosa di non meglio specificato; intanto Cello aveva già cominciato a scendere rapidamente le scale perdendosi nell’ombra che le inghiottiva.

Appoggiai la mano sulla sbarra metallica della ringhiera e lo seguii sino a che, non ci trovammo di fronte ad un’altra porta di metallo ossidato.

Di nuovo la sensazione di angoscia mi paralizzò le gambe.

:- Allora! Datti una mossa, adesso attraversiamo il cortile e una volta fuori mi spieghi cosa cazzo ti prende.

Cello mi guardava stranito, quasi fosse anche lui turbato dalla situazione.

:- Questo posto non mi piace per niente e tu non mi aiuti certo a migliorare le cose…

Detto questo imboccò un vialetto di ghiaia, camminando energicamente.

I sassolini che scricchiolavano sotto le nostre suole.

Arrivati in fondo al cortile ci trovammo di fronte ad un alto cancello arrugginito ma appena fummo vicini ad oltrepassarlo, ancora una volta, la mia mente mi tradì facendomi cadere in ginocchio urlando.

Ormai però era tardi, Cello era già uscito.

Riaperti gli occhi lo vidi esterrefatto osservarmi di fianco ad una utilitaria bianca degli anni ottanta, seduto al volante un altro strano individuo.

Una volta oltre il limite del cancello mi sentii diverso, un po’ come quando preda di un forte raffreddore, l’antistaminico spray che ti sei spruzzato nel naso, comincia a fare effetto dandoti l’impressione di essere guarito.

L’impressione appunto…

Balzai sul sedile posteriore dopo aver litigato con la portiera incastrata per qualche minuto, l’elemento al volante, un certo Jaco, era impegnato a raccontare a Cello un film porno che aveva visto ultimamente; quando fui a bordo si voltò per salutarmi.

Dovetti schivare il naso che mi stava infilando nell’occhio.

:- Hei amico, hai preso un allucinogeno o sei solo scemo?

Disse Jaco passandosi una mano fra i lunghissimi capelli castani.

:- Mi vuoi spiegare che cazzo ci facevi in ginocchio per terra? Non dirmi che non ti piace la mia macchina nuova?

Anche tu hai un’aria strana, Cello, non è che mi state nascondendo qualcosa, se vi siete fatti qualche storia e non volete dividerla con me ditelo pure, non mi offendo mica.


Gli occhi di Jaco divennero due fessure dietro le lenti degli occhiali da vista.

Cello si voltò guardandomi torvo, poi, dedotto che non avrei risposto mi tolse dalla merda dicendo:

- Senti, metti in moto e leviamoci di torno, siamo in ritardo per le prove. Del resto parleremo poi. Adesso non mi pare il caso.

Partimmo a tutto gas sfiorando una velocità pari ad 80km all’ora, il veicolo traballava e vibrava tutto ma sembrava resistere.

Una volta raggiunto lo studio gli altri ci accolsero con un’ottima sequela di insulti, congedando in egual modo un gruppetto di giovinette mezze svestite che si affrettavano ad uscire.

A quanto pare avevano dato all’attesa un significato meno noioso, arricchendola con qualche bottiglia di birra e le grazie di qualche fanciulla.

Detto questo ognuno prese posto accanto al suo strumento per dare inizio al Rock.

ONDA D’URTO

L’asta mi puntava il microfono in mezzo agli occhi,

Quasi fosse la canna di una Colt.

Con un gesto istintivo lo portai all’altezza della bocca,

allentando il morsetto, alla base del tubo di ferro cavo.

Spararsi in fronte è più complicato.


Se ti spari in bocca,

il fuoco ti fa morire l’urlo in gola,

lasciandolo per sempre,

prigioniero del tuo cadavere.

Il seguito fu la luce del fuoco ed il tuono della polvere.

Travolte le masse uniformi,

Nell’espressione reverenziale del timore.

Gloria,

Estrema sinergia di movimento.

Divinità?

Ora, di certo…

17

L’utilitaria bianca si fermo sgommando sotto i lampioni intermittenti del vialone deserto, proprio di fronte al cancello metallico del palazzo grigio.

:- Allora, rieccoti a casa della bionda di prima, beato te che adesso ti puoi dare di nuovo da fare per tutta la notte.


Disse Jaco battendomi la spalla con aria complice.

:- Beh, cos’è quella faccia? Non mi dire che hai qualche problema ad affrontare la nottata perché se no, ci penso io al posto tuo!

Proseguì con un ghigno diabolico sotto i baffi, sino a che Cello non si sovrappose dicendo:

- Se non te la senti di entrare, lascia perdere, nessuno ti costringe, giriamo l’auto e ti portiamo a casa.

:- No grazie, credo non possa farne a meno…

Risposi guardando l’acqua piovana scorrere ai bordi del marciapiede sconnesso, ciuffi d’erba che nascevano tra le lastre di cemento.

:- Se vuoi possiamo venire con te

Dissero entrambi con aria convinta, per poi proseguire dicendo:

- Però non possiamo, vero?

:- No, purtroppo no…

Li salutai mentre il cancello di ferro cigolava sinistro, riaprendosi sotto la spinta delle mie mani. Il palmo stranamente sporco di fuliggine.

Quando si richiuse dietro di me lo schianto mi fece voltare in tempo per vedere i fari dell’auto allontanarsi lungo la strada deserta.

Poi di nuovo il buio.

L’ascensore si fermò dove lo avevo chiamato prima di scendere.

A quel piano.

Me ne fottevo che doveva essere fuori servizio, per me non lo sarebbe stato.

Io ero quello per cui si facevano le eccezioni…

Ipotetico, infermo concetto tranquillizzante di concretezza matematica.

mi veniva quasi da ridere.

Si perché cominciavo a ricordare.

A ricordare e a capire.

Anche…

Porte?

Si, moltissime.

Quante?

Non so.

L’appartamento da cui ero uscito doveva essere da quelle parti.

Divertente no?


Un sacco di tempo a cercare di capire da dove ero entrato nel palazzo, per riuscire ad uscirne e adesso, un altro sacco di tempo per cercare di rientrare dall’appartamento da cui ero uscito, così da comprendere come fossi entrato nel palazzo e definitivamente, uscirne di nuovo.

Due sacchi di tempo.

Strana unità di misura,

il sacco.

Affrontare la realtà della propria limitatezza,

non è cosa che spetta a molti,

questo è certo.

Rendersi conto

di non essere nulla,

invece,

spetta a meno

che a pochi.

Ed ora si che mi potevo rendere conto,

rendere conto d’averlo perso,

il conto…

D’aver perso

il conto delle porte,

delle ore

e dei sacchi che le contengono;

d’aver perso me stesso,

lungo il cammino delle scelte

e d’aver scelto di smarrirmi,

per dare senso alla strada.

Immagina i luoghi della mente, come interni d’un interno; cerca una cava alterazione lungo il muro che non vedi ed imprigiona luce i bolle di vetro sul soffitto.

Poi entra,

non avere timore.

Non esitare…

Respira, respingi

ed attendi il responso.

Responso…

Forse verdetto...

Ma la verità stessa si cela oltre il rimanente, dispersivo e mutevole rigetto della risposta.

Quindi scorda la domanda.

Siamo rimasti in uno solo , quand’eravamo molti.

Egli striscia sulla pancia masticando la polvere,

Ella gli schiaccerà la testa

Ed egli le insidierà il calcagno.

Ove ci troviamo ora la porta s’è chiusa.

Nessuno,

nulla,

potrà uscire da qui.

18

Di nuovo, il corridoio in penombra strisciava dentro il buio, come un rettile dalla pelle a rombi gialli e rossi.

Su di esso ed in lui, camminavo convinto di potermi muovere, autonomo e padrone delle scelte che operavo.

Ma erano le stesse possibili opzioni a convogliare le mie decisioni, recludendole nella mal celata limitatezza delle possibilità.

Il pavimento strisciava sotto i miei piedi dando l’impressione che fossero essi a muoversi, ed ora una, ora l’altra bocca dell’infinito rettile eterno, mi ingoiava per sputarmi nuovamente sulla retta delineata dal suo percorso.

Ero stanco.

Stanco di questo fardello che mi costringevo a portare per la sola brama di conoscenza, del resto, rimanere ignoranti e felici è sempre stata la cosa migliore, tutto sarebbe scivolato come pioggia sulle penne delle anatre; eppure…

Eppure ormai parte del tutto, restavo una metonimia vagante in questa sorta di limbo squamato.

Attendendo che il rettile cambiasse pelle o che mi offrisse la pancia, mi preparavo ad impugnare la lama della determinazione per aprirmi un varco nel suo ventre.

Smarriti in modo irreversibile, mi si mostravano ormai senza nascondersi, coloro che come me, incoscienti avevano deciso di saltare in gola alla serpe, per conoscerne la prospettiva e la percezione della realtà, diventandone ignobili vittime eterne.

IL SIGNORE DELL’EDEN

Rifrangono le scaglie brunite dal sole, la luce dell’oltre.

Suggerisce il diluvio l’onniscienza minata.

Un vecchio mi guarda,

il cerchio di Samael chiuso attorno a lui.

Sulla sabbia descrive la stele con pietra d’avorio,

più in la, siede e contempla.

S’apre la terra al passaggio dell’infausto disegnatore di sabbia,

egli non lascia impronta con cui il suolo riconosce.

Ripete e triplica l’esametro cingendolo con sordidi voli d’uccelli.

Essi poi, ritornano all’arca, non trovando terra su cui poggiare zampa.

E divino divieto si pone sul frutto,

ignora il figlio la saggezza del padre.

Ed ora guardami ed abbi pietà di te,

di te ch’eri scalzo,

di te ch’eri nudo.

Adesso scopri ciò che t’è detto bene e ciò che, invece, dici male?

Nuoci a te stesso.

Ipocrita.

Danzerai farfalla d’ombre

Come il faggio al vento dell’est.

E ad est conduci la tua gente,

oltre il mare di sabbia,

sull’impronta del ventre che striscia.

Quello è il solco che t’ostini a dire strada…

Cammina l’uomo con il passo della serpe,

striscia umano, l’architrave del sapere.

Desideravi verità spiandola avido dall’asola nella veste,

ed invece cruna d’ago cinse il sole,

prima che forasse il dito.

Chiedi a lui quand’è il tramonto.

Simulacro d’onniscienza l’emissione della furia,

il circolo di nuove danzatrici l’epicentro del giudizio…

caduti i veli.

Caduti i cieli.

Concentriche spirali d’elementi.

***

Cosciente del pensiero folle che, solitario ormai s’impadroniva della mia mente,

mi guardai le mani, nere del fuoco trascorso.

In esse avevo stretto vittorie,

con esse avevo asciugato lacrime e rubato sogni al cielo,

avevo pregato e bruciato idoli.

Con esse avevo spalancato porte e bussato ad altre.

In esse ora stringevo il frutto della sfida,

il giro della chiave…

Mi rese cieco,

la fiamma d’oltre porta.

***

Gli specchi all’interno della stanza che avevo scelto erano vuoti, non v’era riflesso alcuno che potesse rendere palpabile la cecità iridescente dei miei vecchi occhi.

Non avevo più bisogno di loro in quel luogo, non avrei più dovuto stancarmi le membra e serbare il fiato.

Ora la verità, prossima, diveniva contestatoria e sempre più concreta, spazio e tempo, nella loro unilaterale espressione di misura, erano divenuti obsoleti strumenti di dimostrazione posticcia.

Sovvertiti gli assi ed emarginato Cartesio.

L’antico rettile mi attendeva avvolto al tronco di un nuovo albero della vita,

un altro sorso d’ambrosia mi accese fuoco nello stomaco lasciandomi in ginocchio,

di fronte al signore delle scelte.

Nelle fauci aperte,

il dado sul vertice ruotava…

antiorario.

:- Molti prima di te, e molti dopo di te, sulla spirale della mia pelle…

ove ti rechi, non v’è uscita per il corpo, non v’è che insidia per la mente…

Resomi il cubo delle dimensioni, si svolsero le spire dal tronco.

:- Ecco il frutto, proibiscitelo di nuovo e rendimi grazie.

Ecco il flagello di Dio che toglie i peccati del mondo…

La mano scura di fuliggine corse in tasca a frugare in fondo ma non era ancora tempo.

L’eterno serpente di pietra parlò ancora con voci simmetriche:

- Cerchi la lama ?

Hai recato il coltello?

Ma conosci la risposta, non v’è uscita, inizio e fine.

Non v’è sapienza per te, misero figlio dell’uomo.

Il dubbio crebbe in me alimentato dalla coscienza d’essere solo un granello nel deserto dell’ignorante cultura del nostro mondo, chi ero io per uscire e raccontare, illustrare e narrare a coloro che non avrebbero potuto udire?

- Mi incanti, giovane figlio di Cassandra, per te danzerò sino ad ingoiarmi la coda.

TI cingerò il capo col lucente cerchio dell’illuminato.

Comprenderai, ma solo sino a che, nel mio ventre dimorerai silenzioso.

Che nessuno oda la voce dell’uomo,

se non dalla bocca del serpente.

19

E fu il rettile ad invitarmi a scegliere lo specchio della vita, mi invitò a guardarvi dentro e ad entrare nuovamente in lui.

Sensazione di irregolarità costrittiva e vana.

Silenzio.

Quando mi deglutì, scivolai nel tunnel del suo corpo, distribuendomi come il sangue sotto pelle.

Freddo.

Egli mi parlava nei pensieri, conferendo alla percezione del resto un sapore nuovo, metallico e gelido.

Ruggine.

Ora il resto appariva diverso, ora che non ero più eretto restavo incantato dagli spifferi d’aria che scorrono sotto le porte, dalla carezza abrasiva della terra irregolare sul ventre e dal cielo che mi pesava sulla schiena.

Una lastra di granito grigio.

Come ratti smarriti correvano intorno a me i secondi ed i minuti del nostro tempo, scivolando sulle scaglie a rombi della mia pelle, si sollevavano come polvere, sino ad incontrare anfore antiche.

Dimenticate.

Vuote.

PERCEZIONE

Purifica te stesso dall’involucro umano.

Disperdine i frammenti nel sole…

Dove andrai non v’è bisogno d’impulso, poiché tutto è da scrivere.

Rimuovi la pietra dal foro nella terra,

umida infiltrazione d’onnipotenza tiepida alla luce dell’impero.

La volta concentrica tra le spire non lascia spiraglio nel ghiaccio,

egli si avvolge a se stesso e alle tue supposizioni per sconvolgerne il senso.


Rettile.

***

ll pensiero anfibio del serpente mi risuonava in testa con fermezza sterile.

:- Ora ti conduco fra i popoli nella veste del rinnegato, ora ti reco a vedere i disegni d’ultrasuono.

Segna il tuo corpo con simboli di calcolo, poiché il numero delle volte sotto alle quali strisceremo ti indicherà la via al tempio.

Ora vedrai e capirai, che il cammino non è di passi, che il percorso, è ancora da percorrere.

La sua voce riversava onde di fiele nell’atrio della mente ormai purificata e vuota.

L’anfora da riempire non si colmava, restava empia nella pretesa di contenere.

L’emanazione simultanea di veleno tinse i coriandoli dell’ istruita sapienza frammentaria e presuntuosa.

Intimoriti fuggivano i dotti; come nuvole al soffio del vento riversavano pioggia, a lavare la mutevole cromatica sovrapposizione, di terra e cielo.

Cammina col serpente,

il mio spirito superbo.

Cammina sulla pancia,

come l’umile sapiente.

Atterrita umana sindone,

ne nasconde il sangue bruno,

gloria in terra

al Dio di tutti

gloria in cielo

al Dio nessuno.

E come topi correvano i secondi ed il loro figli minuti, progenie delle ore…

La serpe antica colse la domanda che in lei risuonava atavica come nella mia stessa mente.

Rispose silenziosa in un sibilo di scherno:

- Di questi ratti mi nutro da sempre e ora, anche per te sono esauriti…

Temi la morte e la fine di tutto essere superiore?

Se è così cessa di tremare poiché mi scuoti tutto e inutilmente…

I topi ed i figli dei topi…

I figli dei loro figli ed i loro figli ancora…

Ma tu sai che i topi non avevano nipoti?

Sei stranito?

Non comprendi?

Ed allora sapiente dotto superbo e umano, traccia tu stesso la mia affermazione nei segni che conosci e chiami scrittura e quindi comprendi il ciclo del tempo.

Preso uno sterpo, descrissi la parola del serpente con segni di scrittura

“ I TOPI NON AVEVANO NIPOTI”

:- Ora leggi nella direzione che hai appreso… nella direzione in cui corre il tempo e le lancette delle macchine che lo contano. Bene. Lo hai fatto?

Adesso sovverti la certezza unilaterale che da senso ai tuoi segni e ripercorrili leggendoli nel senso inverso. Sibilavo divertito insieme a lui quando mi accorsi che, letta al contrario, la frase che avevo scritto aveva ugualmente un senso…

20

Dopo una scorpacciata di tempo degli uomini attraverso le fauci del serpente, mi venne sonno, molto sonno, mi sentivo pesante e goffo.

Gonfio.

Mi acciambellai vicino ad una delle tante porte della mente, proprio sotto uno dei lumi della ragione, e li mi addormentai…

NEL SONNO

Il miracolo della vita.

Il mistero della morte.

L’istinto e la contraddizione…

Imposizione logica e

parto artificiale.

***

Avanguardia umana ed intellettuale, spinse l’essere eretto ad erigersi dominatore dell’istinto, evocando idoli di moralità e coscienza.

Il resto fu inevitabile.

Innaturale interpretazione della pulsione primordiale, inquinata dalla morbosa esigenza di privazione.

Una sorta di parziale esclusione di se stessi e di ciò che è l’origine.

Il centro del cerchio.

L’essere oscuro, riflette l’arco nel cielo e cubi si uniscono ai cubiti nella semplice costruzione dell’arca.

Ogni essere maschio e femmina, tutti gli uccelli del cielo e gli esseri che strisciano sulla terra.

Insidie?

O scalza somiglianza…

Eppure spesso ci troviamo a desiderare l’oppiacea, immorale scorrettezza malvagia e incontrastata, dell’intersezione parallela nei luoghi dell’infinito.

Progressione negativa.

Succube senso di giustificazione riflessiva.

***

Abnegazione simmetrica e metà repressa.

Vocazione prigioniera,

meta inespressa.

Moto parabolico tra gli assi,

sinusoide,

sinusite…

mancanza d’aria.

Nuovo estimatore della nostra personale ed umanoide interpretazione di rettitudine, descrissi una retta io stesso, col mio nuovo corpo.

Una retta tangente il tramandato imposto postulato di moralità e giustizia, coerenza umana e umanità corretta.

Una retta secante il repressivo ripudio dell’essere primordiale.

Ove l’istinto, istrice costretto dal paternalismo coercitivo e circoncidente, si dimenava trafiggente e trafitto; mi distesi parallelo a quella forma di me stesso.

Allo scopo di incontrarla.

All’infinito.

***

Essa si manifesta agli occhi del rettile sacro, sulle sponde di un ruscello.

Veste d’ombra cupa al sole

e si nutre di se stessa.

Rigenera primogeniti oltre la sponda

E li rende tritoni sullo specchio dell’acqua.


Incontra la serpe trinità del suo volto,

Mi guarda di nuovo attraverso i miei occhi.

Negativa impressione malvagia…

Ove male s’apprezza.

***

La scorgo danzare sotto l’arco delle scelte,

vetro e terra sulle squame del mio ventre

e sale del cielo sulla schiena.

La fame persuase la serpe sazia di pietre e polvere.

Tra i denti l’alito di rabbia di chi può ingoiare se stesso e giungere completo,

capire ed essere.

Per una volta…

Davvero…

Il crotalo sorse dalla terra come una torre verso il sole.

In mille lingue tuonò il suo nome, ruggendo sorda al suo stesso richiamo.

Timore, forse…

e una stirpe d’illusi.

Sterpi bianchi…

Storpi…

L’arida sembianza, mutò alla luce, nel rifrangersi di specchi e sabbia.

Occhi nel ventre dell’ombra sul cielo…

che titanio si fonda al ghiaccio,

nel vento.

Rimossi l’apatica concentrazione dell’involucro attorno a me, cancellando ogni barlume di speranza fine a se stessa.

Aspirazione,

incauta tendenza,

misera aspettativa…

Incontrando lo sguardo della mia stolta delusione rammaricata, disegnai gli occhi dell’amnesia sul volto dell’oblio, in modo che fosse chiaro ove ero destinato a guardare.

E quindi vidi.

Vidi il branco umano muoversi ignavo attorno ai pali della propria limitatezza, li udii parlare di comprensione e professare giustizia, innalzare templi ed abbatterli per condannarne gli architetti ed i demolitori.

Generarono il divieto e sua figlia trasgressione, numerarono per contare, perso il conto all’infinito.

:- Accendi una lanterna

Disse la voce del serpente.

:- Accendi una lanterna e crea il buio ai tuoi occhi.

Ora vedi quanto sei vicino a Dio, quanto uomo e quanto essenza, fessura opaca nel mio ventre.

Sei giunto in fondo al cammino che hai scelto, ora vai se credi ed incontrali di nuovo.


Le fauci della serpe si spalancarono mostrandomi l’uscita.

Uscita?
La mano, nera di fuliggine, corse in tasca alla ricerca del foglio che avrebbe dovuto contenere, quel foglio bruciato dalle fiamme domestiche, sul quale era scritto

“USCITA

Presupposto convenzionale d’interno,

Soglia e folle rimestare d’ipotesi mentali nell’inverosimile concetto d’entrata. “

Ma non lo trovò.

Al suo posto, la fredda superficie di una lama recise il palmo, scaldandolo col sangue.

Il coltello…

Impugnato l’osso del manico, aprii il varco nel ventre della serpe strisciando fuori, di nuovo.

Sotto di me il corridoio correva ancora a perdita d’occhio.

Ma ora sapevo di cosa si trattava.

Sapevo che l’origine non era quella che conoscevo.

Quella che mi avevano impartito.

Quella che prevede un esito.

Non ci sarebbe stato esito,

poiché non avrei esitato.

Non più.

Mi trascinai esausto sino alla porta.

Non più una delle tante,

delle infinite…

Quella porta.


Tesi la mano verso la maniglia e pensai, quante altre volte…

Quante altre porte…

Poi sorrisi e mi accorsi del tranello originale.

Origine…

Principio…

Zero.

Girai la maniglia ed entrai.

Le mani nere di fuoco passato.

Una stanza spoglia, un materasso logoro a terra ed un armadio da motel di second’ordine in un angolo.

Nient’altro ma bastava.

Ero stanco,

molto stanco…

Ricaddi sul materasso in un sospiro sordo.

L’ultimo prima del sonno.

Poi il silenzio…

Riuscivo ad udirlo…

***

Mi destai in quella stanza dopo esserci arrivato non saprei nemmeno come, la fronte intrisa di sudore e le mani completamente nere sul palmo.

Il fatto poi che lo spazio intorno a me fosse completamente vuoto fatta eccezione per il materasso macchiato sul quale giacevo e un armadio da Motel di second’ordine messo in un angolo, mi metteva nelle condizioni di non riuscire assolutamente ad accettare la situazione.

Dovevo vederci più chiaro, questo era certo.

Mi frugai in tasca, e come ricordavo trovai, ancora avvolto nel cellofan delle sigarette, un quartino di LSD.

Non ricordavo di averlo acquistato ma sapevo che lo avrei trovato li quasi fosse destino.

Lo scartai con cura e riposi il cellofan di nuovo in tasca, forse sperando che si sarebbe riempito un’altra volta, poi, lasciai che il cartoncino colorato mi si sciogliesse in bocca mentre restavo a contemplare la stanza, i miei stivali di pitone, l’armadio….

Ed ora la porta è aperta.

Non esiste chiave che possiate girare per chiudere.

Ora sapete e siete certi.

Entrate,

Entrate pure.



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