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lavoro pubblicato martedì 17 agosto 2010
ultima lettura giovedì 10 gennaio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'era delle cavallette, cap. VII: COMPARE ZADDACI, parte 1

di Saccinto. Letto 600 volte. Dallo scaffale Pulp

Faccio il gioco degli specchi scomparendo e cercando di evitare la mia immagine riflessa. Non è che un fantasma, uno sconosciuto, di quello che conoscevo di me non è restato molto, in questi ultimi giorni.Qualcosa nella mia vita sta cambi...

Faccio il gioco degli specchi scomparendo e cercando di evitare la mia immagine riflessa. Non è che un fantasma, uno sconosciuto, di quello che conoscevo di me non è restato molto, in questi ultimi giorni.
Qualcosa nella mia vita sta cambiando, non capisco se in meglio o in peggio, ma mi sento diverso, adesso che, vestito da civile con un paio di pantaloncini ed una maglietta senza maniche, raggiungo il balconcino di casa mia, mi siedo per terra ed osservo la lunga strada che mi passa sotto gli occhi salire verso una vetta che preclude la vista dell’orizzonte.
Non penso a niente, ma mi sento bene. Non ho desideri o forse uno: vedere Naif, ma lo cancello come non fosse mai esistito.
Nel sole di questa mattinata estiva, sto bruciando.
Io, nel sole che inonda, nell’onda del sole, io brucio e non posso fuggire, appiattito al terreno guardo il muro orizzontale di calore che scende e sento in faccia il peso dei cieli e dei secoli.
Questo somiglia ad una tragica e inevitabile fine!
Ho le vene bollenti, gli occhi che tagliano piccole porzioni di spazio su cui si posano come farfalle arroventate, nell’aria che frigge i muri e accartoccia la vernice verde delle ringhiere.
Sento l’assenza immutabile e immobile, sento di essere ciò che non muta nel tutto circostante, sono il punto fermo su cui si può far leva e mentre si scioglie il mondo e cola di cera, mostrando la natura di finzione, io pare che bruci, ma resto, con gli occhi di fuoco, le labbra ardenti, le vene bollenti, la pelle rovente, il sangue di lava, insensibile al tempo. E la mente è un vento dell’anima che genera, da qualche parte, intramontati eventi inesistenti.
Scuoto il capo, sudaticcio, mi passo una mano tra i capelli. Per la prima volta nella mia vita, questo è il problema, io sto sognando qualcosa di migliore per me.
Un telefono squilla, mi rimetto in piedi, lo raggiungo, apro la chiamata.
E’ Don Curatolo, dice che nel pomeriggio arriva compare Zaddaci, mi tocca prelevarlo e dargli il benvenuto. Chiudo la chiamata.
Ci siamo. E’ successo qualcosa di grosso di cui, come al solito, non so un cazzo. Va bene, questa volta davvero non me ne frega più niente, dei casini del boss.




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