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lavoro pubblicato lunedì 9 agosto 2010
ultima lettura lunedì 14 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'era delle cavallette, cap VI: NAIF, parte 1

di Saccinto. Letto 869 volte. Dallo scaffale Pulp

Io non lo so quello che amo e quello che odio, non so quello che spero, non so quello che sogno, so soltanto quello che faccio e quello che fanno gli altri. So che molte cose le faccio meglio di quanto le facciano gli altri e questo è tutto quel...

Io non lo so quello che amo e quello che odio, non so quello che spero, non so quello che sogno, so soltanto quello che faccio e quello che fanno gli altri. So che molte cose le faccio meglio di quanto le facciano gli altri e questo è tutto quello che mi serve sapere, nella vita. Non per questo mi sento migliore di tante altre teste di merda o più degno dell’esistenza, ma mi sento più adatto ad essa. Semplicemente credo di essere in grado di farmi leva sulle spalle di qualcun altro per andare avanti e pochi possono fare la stessa cosa con me.

Aspettiamo da un quarto d’ora l’arrivo degli uomini con cui dovremmo concludere questo affare. Ho scelto una discarica abbandonata come scenario per il nostro incontro ed ora Etienne se ne sta seduto nella Mercedes messa a nuovo a cercare di capire come funziona il suo nuovo telefonino.
Il Viscido invece è fermo ad osservare l’orizzonte con una mano su un fianco, cercando di pisciare controvento nella speranza di non sporcarsi le scarpe. Fa un salto all’indietro, impreca, probabilmente ha vinto il vento.
Io saltello sulla successiva cavalletta, faccio come da bambini si faceva alla pianta: gioco in cui, disegnando delle caselle con un gesso sull’asfalto, si doveva saltarci dentro senza toccare le strisce che le delimitavano.
Salto ora con un piede, ora con l’altro sulle cavallette disposte a cazzo sull’appezzamento di terreno, il gioco consiste nel beccare la cavalletta senza lasciarle il tempo di fuggire. Mi sembra una specie di danza spagnola del cazzo, mi manca la rosa rossa in bocca e la gonna nera voluminosa, le nacchere, qualche fiocco rosso.
“Quanto hai detto che vuoi proporre?” il Viscido ha terminato la pisciata, mi si avvicina, rialzandosi la cerniera, ha il suo solito sorriso tagliente in viso, sembra ricavato con una rasoiata nella carne.
Mi volto a guardarlo, mentre sto su un piede solo, devo avere l’aria di un bambino deficiente. Rimetto l’altro piede a terra, le mani nelle tasche, dopo essermi alzato i pantaloni e dopo aver tirato su col naso.
“Ventimila!” alzo le sopracciglia, suona un po’ troppo esagerato anche a me, me lo riascolto mentalmente, guardando il cielo. Vediamo che si può fare…
Il Viscido allarga il suo sorriso.
“O hai trovato due fessi d’altri tempi o pretendi un po’ troppo dalle tue capacità di commerciante” mi fa, infilandosi anche lui le mani nelle tasche “Prova a chiederlo anche a lui” indica Etienne con un cenno del capo “vedrai che per quanto sia stupido, il prezzo gli sembrerà esagerato. E’ una buona mente su cui tarare la cifra”
“Etienne… tu la prenderesti, ‘sta cosa, per ventimila euro?” quasi grido.
“Mmm…” Etienne non gira neppure il capo, continua a fissare il suo telefonino, perfetto caso di intelligenza artificiale superiore a quella umana, in un confronto diretto “…è… un buon prezzo…” CVD (come volevasi dimostrare).
Alzo di nuovo le sopracciglia spostando il mio sguardo sul Viscido, l’esperimento è perfettamente riuscito e quindi la base d’asta si fissa sui ventimila euro.
Riprendo a giocare alla pianta anche se ormai ho fatto una strage di cavallette, mi toccherà ritornare su quelle già spalmate al terreno.
“Mandiamo Enrico Fermi a procurarci qualche birra?” la proposta del Viscido mi pare accettabile.
“Etienne… va a comprare una cassa di birre” urlo tirando fuori la lingua e chiudendo un occhio per mirare quella cavalletta che sta muovendo già le ali.
“Mmm… aspetta… sto cercando di capire” si ribella.
“Ho il forte presentimento che dovremo attendere per lunghe ere” il Viscido alza le mani. Chissà perché ultimamente mi sta più simpatico, forse perché lo vedo ormai ogni giorno e perché con Tommy non lego più come un tempo. Comunque col Viscido resto sempre all’erta, quello te lo può mettere in culo appena ti volti per sentire da che parte tira il vento.
“Etienne…” mi volto a guardarlo “il giorno che capirai qualcosa credo che la birra sarà ormai un vago ricordo di tempi più felici”
“Cosa?” urla Etienne, aggrottando le sopracciglia, dividendo la sua attenzione tra il telefonino e le nostre parole, cosa inaudita ed alquanto azzardata per la sua povera, stanca mente che impiega già il novanta per cento delle sue energie per permettere al corpo di respirare e muoversi allo stesso tempo.
“Vai a comprare quelle maledette birre” grido e lui ha un sussulto, fa scomparire il telefono e si porta alla guida dell’auto “Agli esseri semplici devi parlare in maniera semplice, no?” dico al Viscido.

Con una birra in mano, seduto sul tettuccio della Mercedes con le gambe che penzolano e senza la giacca per il troppo caldo, osservo attentamente il Viscido aggirarsi attorno alla BMW grigia mentre una decina di gregari di alcuni clan interessati all’affare (a proposito, vengono sempre in coppia come i coglioni), se ne stanno con la fronte corrugata a cercare di valutarne la convenienza.
“Signori, vi trovate di fronte ad un vero e proprio gioiello, potete constatarlo voi stessi con gli occhi, la carrozzeria di quest’auto è praticamente i-n-t-a-t-t-a!” ed accarezza uno sportello come fosse una donna. Bevo copiosamente dalla bottiglia, lasciando un ultimo dito di birra sul fondo.
“Il motore…” riprende il Viscido “ha percorso solamente millecinquecentocinquanta chilometri…” naturalmente abbiamo fatto abbassare la cifra dal nostro esperto di auto, bevo l’ultimo dito di birra “…e l’auto è fornita di tutti i comfort possibili ed immaginabili che l’avanzare della tecnologia permette oggi. Inoltre ha uno e dico: un solo anno di vita. Signori, lasciatevelo dire: se fosse tutto qui, quest’auto sarebbe già un affare irrinunciabile” è logico dire che l’auto l’abbiamo presa che in realtà era nata circa sette anni fa, ma per gente come noi falsificare documenti e tutto il resto è un lavoro che non ha mai creato problemi.
“Ma io voglio dirvi: il prestigio della casa automobilistica, la Bmw… Dunque, signori, questo non sarà l’ultimo modello messo in commercio dalla grande casa, ma intenditori come voi sanno apprezzare i modelli che sono rimasti una leggenda nel panorama del mercato delle auto e sanno molto meglio di me che se l’ultimo modello della Bmw non rende come questo, la gente importante continuerà a chiedere pezzi come il nostro di oggi e probabilmente la produzione del nuovo modello cesserà molto più velocemente della produzione di questa Bmw” il Viscido sa parlare abbastanza bene, sa come adulare questi dementi e sa presentare la convenienza all’acquisto del nostro prodotto, ma non si è abbastanza informato sull’auto e non ne descrive le caratteristiche che possono interessare ai nostri acquirenti: cilindrata, cavalli, trazione, descrizione accurata degli optional. Dopotutto non avuto il tempo di informarsi sui dettagli.
Io, invece, il lavoro di vendere roba ai fessi ad un prezzo molto maggiore di quel che valeva, l’ho fatto per davvero, prima di entrare a far parte del clan del Curatolo.
Ricordo di essere riuscito a vendere persino testi di filosofia agli spacciatori, facendo credere loro che la filosofia fosse necessaria per fare denaro, soprattutto nel loro campo: saper descrivere stati mentali prodotti dalle droghe poteva permettere un salto di qualità non indifferente che avrebbe reso sempre più credibile la loro professione ed avrebbe spinto la gente ad incuriosirsi alla questione delle droghe, comprando e consumando a sbafo.
Uno di essi, una volta, dopo aver acquistato e tentato di leggere un testo di Kant sull’imperativo categorico, venne a me lasciandomi credere che mi avrebbe pestato e mi disse “Questa è roba forte, amico, quello che l’ha scritta sicuramente si faceva di morfina allo schifo! Aspetta che finisca di leggerlo e vedrai come verranno tutti a comprare da me”
Spacciatori filosofi. Bei tempi.
Comunque al Viscido la cosa l’ho proposta così per caso.
Quasi inconsciamente, trovandomi per le mani la possibilità di acquistare il Bmw per pochissimi soldi, mi venne naturale pensare che l’avrei rivenduta all’asta come un tempo e, chiedendo a lui se avesse voglia di farmi compagnia, mi sentii avanzare la proposta di lasciarlo fare, così, tanto per provare se anche lui fosse in grado di vendere a quel modo ed a quel tipo di gente.
“Ed infine veniamo al vero pregio di quest’auto che oggi vi ho presentato…” il Viscido chiude delicatamente lo sportello, fermandosi ad osservare i clienti tutti ancora poco convinti “…signori, come qualcuno di voi saprà già, questa è l’auto” la indica con una mano “che ha accompagnato Gigi d’Alessio da Napoli a Milano in uno dei suoi più famosi concerti e…” sorride marcatamente “…ditemi se ognuno di voi non vorrebbe viaggiare ogni giorno sull’auto che ha, scusate se mi ripeto, ACCOMPAGNATO GIGI D’ALESSIO DA NAPOLI A MILANO… quanti saranno?” chiede voltandosi verso di me “Sei, settecento chilometri?” allarga le braccia “Vi ho già riferito che il contachilometri di quest’auto segna millecinquecentocinquanta chilometri, o mi sbaglio?” cerca consensi fra il pubblico, qualcuno annuisce “Adesso, se qualcuno di voi è avvezzo alla matematica, sapete dirmi quanto fa millecinquecentocinquanta chilometri meno settecento?” chiede, incrociando le braccia.
Le menti si spremono, le facce si induriscono, quasi sembra che nessuno abbia inteso la domanda, pare un convegno mondiale di scienziati messi a fregarsi il cervello per trovare in tre secondi la soluzione al problema dello scioglimento dei ghiacci per evitare la distruzione della specie umana.
“Settecentocinquanta!” urla uno, soddisfatto della propria intelligenza.
“Settecentocinquanta, bravo!” il Viscido indica quello che ha risposto, gli altri paiono prendersela per non essere riusciti a rispondere prima “Settecentocinquanta chilometri lo sapete cosa sono, amici? Sono la distanza per andare da Milano a Napoli, fare un giro, andare a fare benzina, arrivare alla casa di Gigi D’Alessio e poco altro. Quest’auto quindi…” spiega tra la meraviglia degli astanti “è servita solo all’unico scopo di condurre Gigi D’Alessio a Milano e di riportarlo a casa. Bene, ditemi adesso se questa non può essere definita tranquillamente una delle auto di Gigi D’Alessio?” il sillogismo è perfetto, anche se tutti sembrano non crederlo possibile.
“Ed allora concludo in fretta, signori! Voi avete oggi la possibilità di appropriarvi ad un prezzo irrisorio dell’auto di Gigi D’Alessio che, al di là della sua fama, fa belle canzoni che voi avete sicuramente la competenza necessaria per apprezzare e che sarà senz’altro per voi, come per me e per tutti gli ottimi conoscitori di musica, una leggenda vivente. Il prezzo… simbolico peraltro… da noi richiesto, è quello di (credetemi, li vale già l’auto senza la questione di Gigi D’Alessio) ventimila euro” lo dice veloce, quasi provasse vergogna “voi direte: soltanto? Ebbene sì, signori:” annuisce vigorosamente “soltanto!”
I piatti o le padelle o gli strofinacci, alle feste patronali, potrebbe venderli tranquillamente, ma qui mi sa che ha fatto un buco nell’acqua.
Agguanto una nuova birra dalla cassa accanto a me sul tettuccio della Mercedes, la stappo con l’accendino che ormai mi serve solo da stappabottiglie, me la porto alle labbra e bevo.
Erano altri tempi, quelli in cui me ne stavo ad urlare sotto il sole o sotto la pioggia prendendo per il culo poveri emarginati sociali e vendendo loro le cose più assurde cercando di fargliele passare per necessarie.
In quell’epoca, più di dieci anni fa, io mi mantenevo con questo mestiere bastardo, arrangiandomi con le magre integrazioni che mi provenivano dal mio lavoro di cameriere perché a quei tempi c’era ancora qualcosa con cui abbindolare la gente. I dischi dei Nirvana coi falsi autografi, i jeans strappati di marche assurde che assicuravo stessero andando a ruba negli Stati Uniti, le scarpe da calcio di quando Baggio era bambino che Baggio non aveva usato mai, il pallone che i bambini avevano tirato in casa di Maradona e che lui aveva restituito loro, le magliette con la falsa cintura di sicurezza stampata sopra per ingannare gli sbirri, il plettro di Jimmy Hendrix e tutte le altre cazzate.
Questi poveri coglioni invece non hanno sogni, stiamo loro vendendo una stupida macchina col pretesto che un personaggio famoso ci abbia viaggiato dentro, che cosa significa questo per queste facce da stupidi?
“Ma… forse credi che noi siamo fessi?” dopo un intero minuto di silenzio che neanche ci si stesse raccogliendo, uno degli acquirenti si esprime, confermando le mie teorie: solo chi crede in qualcosa si lascia ingannare, bevo dalla mia birra: bella fregatura, questo Bmw di merda “Noi per ventimila euro… ce la prendiamo, la macchina di Gigi D’Alessio!” quasi mi strozzo, osservo qualcosa che ha dell’incredibile, la gente si fa avanti.
“Ventimila, voi?” dice uno “Noi ce la prendiamo, per ventiduemila euro”
“Forse vorrai dire noi ce la prendiamo, per venticinquemila euro, la macchina di Gigi D’Alessio…” eccone un altro.
“Scusa…” questo sembra determinato, poggia una mano sul petto dell’ultimo che ha offerto “…la macchina la prendiamo noi perché diamo trentamila euro”
“Forse non avete capito niente” quest’altro sorride, sembra minaccioso, porta una mano sulla pistola “noi ci prendiamo la macchina per trentuno mila euro” sta a vedere che si ammazzano per questa fregatura? Sorrido, muovendo velocemente le gambe penzolanti, eccitato, e quasi dò un tacco in fronte ad Etienne che sta seduto nella macchina, ancora intento a capire il telefonino.
“Signori, mi raccomando, composti. E’ un’asta civile, questa, capisco che l’affare alletti tutti quanti, ma cercate di contenervi” ammonisce il Viscido: e così alla fine ce l’ha fatta e si gode pure la disputa per accaparrarsi la macchina.
Il telefono di Etienne prende a squillare, forse ha capito come si impostano le suonerie… dopotutto sta consumando la sua giovinezza, era pure ora.
“Va bene, va bene…” si fa avanti di nuovo il primo acquirente “…noi offriamo trentacinque mila euro e siamo disposti ad alzare di parecchio, se qualcuno non l’ha capito”
Il telefono di Etienne squilla ancora, questa dev’essere proprio una chiamata, a meno che non gli sia venuto un collasso mentre la suoneria girava.
“Allora di quanto siete disposti ad alzare?” questo invece è quello più minaccioso che torna alla carica “E se noi mettiamo trentaseimila euro?” alza sempre di mille euro soltanto, vuole aggiudicarsela col minimo possibile.
Il telefono non smette di squillare, mi sta rompendo i coglioni.
“Oh!” faccio, bussando sul tettuccio “Vuoi rispondere a ‘sto cazzo di telefono?”
Etienne si affaccia da dentro l’auto, ha gli occhi stanchi per lo sforzo di aver guardato da ore nel piccolo schermo.
“Stai dicendo a me? Guarda che il mio telefono non sta squillando” ‘cazzo dici? Non può essere che…
E’ il mio nuovo telefono, quello che mi ha dato il boss. Ha detto che non posso andarmene in giro senza essere rintracciabile e così ha diffuso il mio nuovo numero.
Scendo dal tettuccio, mi infilo nell’auto scavalcando Etienne, agguanto il telefonino, apro la chiamata.
“Pronto? … Sì, sono io, chi sei? … Che cazzo ti prende, Gino, sembra che parli con una pistola puntata alla temp…” sorrido “Oh cazzo” non sorrido più “… aspetta… dì a tutti che sto arrivando e non fare niente, non fare niente, avvisa che nessuno si muova neppure per grattarsi il naso, hai capito?” spingo lievemente Etienne, per farlo uscire dall’auto, non si muove “… e, vabbé, sto arrivando… ah, Gino, aspetta, aspetta… dove state? … sì, sì… la conosco, la strada… cosa? … sì, faccio presto … no, è meglio se vengo da solo, vabbé?” chiudo la chiamata.
“Ho un casino per le mani, vado e torno finché piazzate l’auto, ci vediamo fra un po’” accendo la Mercedes, ma Etienne schiaccia ancora i tasti del suo telefono. Mi volto verso di lui “Che fai, scendi tu o me ne voglio andare a piedi?” gli chiedo, per vedere se capisce in fretta di alzare il culo dalla macchina.
“Aspetta…” non fa in tempo a finire che già si ritrova a rotolare a terra in mezzo alle cavallette morte.



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