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lavoro pubblicato sabato 7 agosto 2010
ultima lettura venerdì 15 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'era delle cavallette, cap. V, parte 2

di Saccinto. Letto 645 volte. Dallo scaffale Pulp

Il Viscido continua a ridere sotto i baffi che non ha ed io sto nervoso come un’iguana, osservo la gente che arriva, non riesco a stare fermo e seduto neanche per il cazzo. Mi metto in piedi, vado a cercare Lorenzo.Attraverso l’office del r...

Il Viscido continua a ridere sotto i baffi che non ha ed io sto nervoso come un’iguana, osservo la gente che arriva, non riesco a stare fermo e seduto neanche per il cazzo. Mi metto in piedi, vado a cercare Lorenzo.
Attraverso l’office del ristorante e la cucina, saluto Fabio e Francesco che stanno preparando gli antipasti per il nostro banchetto, mi dirigo verso l’ufficio di Lorenzo, entro senza bussare.
“Nico… stavo… facevo due conti…” Lorenzo fa sempre conti, ha un casino di prenotazioni e quindi entrate a dismisura, ma, bisogna dirlo, con la gente come noi ci sa fare.
“Mi chiedevo se non sarebbe il caso di tenere soltanto vino rosso a tavola, magari uno pesante, sai com’è, ti prende prima… si vede che sono nervoso?” aggiungo.
“Nico…” Lorenzo si mette in piedi, aggira la scrivania, mi mette una mano sulla spalla “… è già la terza volta che vieni a chiedermelo. Te l’ho detto: finisce in un casino e basta, se li fai ubriacare tutti… io… non è per il locale, lo sai… è per voi, siete i miei migliori clienti, metti che non c’è più nessuno che ragiona, metti che si fa qualche cazzata?” sorride.
“Hai ragione, se il problema è capire, forse è meglio non rischiare di confondere ancora di più le cose… Hai avvisato Sabino per questa sera? Non l’ho ancora visto, in sala…” chiedo.
Lorenzo guarda l’orologio “Arriverà a momenti, aveva un po’ di problemi, mi aveva già detto che avrebbe ritardato… Comunque ho tutto pronto qui” apre un cassetto ed io ci lancio uno sguardo. C’è dentro una pistola minuscola, l’agguanto e me la giro tra le mani.
“Ma… farà male, questo giocattolo?” è veramente minuscola.
“Perfettamente atta allo scopo” il Viscido entra nella stanza col suo ghigno da rettile “Questa qui è un’arma invisibile, è inutile elencartene le caratteristiche…” mi prende la pistola di mano, la fa scomparire nella sua manica “Tanto tu di armi ne capisci come un contadino di teologia”
Lorenzo sorride, è sempre un onore il fatto che il Viscido apprezzi qualcosa che ti riguardi.
“Con questa…” osservo il Viscido muoversi velocemente, come un serpente, prima di puntarmi in faccia il suo indice a mo di pistola, no, un attimo: la canna della pistola appare per un frammento di secondo dietro la carne “…è come sparare col tuo stesso dito”
“La tua dimostrazione è stata efficace. Adesso che ne dici di ficcartelo in culo, il dito, prima che mi irriti più del dovuto?” lo ammonisco, odio più di tutto, nella vita, una canna di pistola che ti guarda proprio in mezzo agli occhi.
Il Viscido abbandona l’arma nelle mani di Lorenzo che continua a sorridere, compiaciuto del tutto.
“E’ vero che si conclude con l’impepata di cozze?” il Viscido si appoggia alla scrivania, va matto per le cose viscide ed infatti nel menu ho dovuto farci mettere persino le lumache che lui non disdegna di mangiare anche crude e vive.
“Ah, porca puttana, ecco che cosa avevo dimenticato…” Lorenzo si sbatte una mano sulla fronte. Si ferma, osserva il Viscido fingendo dispiacere “Non le ho ordinate, non le abbiamo scritte nel menu, avevo un appunto da qualche parte…” finge di cercare tra le sue carte.
“Senti” mi porto avanti “a questo stronzo non gli puoi far mancare l’impepata di cozze, lo sai! Vedi di trovare una soluzione…” anticipo il Viscido che, per queste cose, ci rimane molto male e va in depressione.
“Ne ho un po’ per un altro banchetto… gente piuttosto sofisticata. Mi toccherà spiegare che il fornitore non è riuscito a raggiungermi” ecco, bravo Lorenzo che sai bene chi sta un gradino sopra gli altri.
Il Viscido riprende il suo colorito verdastro da serpe.
“Bene, allora torniamo di là…” fa cenno con il capo, non vede l’ora di ingozzarsi di schifezze melmose. Squilla il telefono dell’ufficio, Lorenzo risponde, richiude il cassetto con la pistola, come potessero vederla al di là della cornetta.
“Pronto, sì… Sabino, non dirmi che… ah, va bene, va bene” chiude “Sta arrivando” fa “E pure gli amici vostri…” conclude, guardando fuori dalla finestra, il Viscido si sfrega le mani.
“Allora, vediamo di capire chi vuol farti la festa…” sorride, riesce sempre a prendere per il culo tutti, mi tira un finto pugno nello stomaco.
“Ah, Nico…” mi volto mentre stavo per uscire, Lorenzo ha la faccia di chi sta per dire una cazzata “Complimenti per i capelli nuovi” alzo una mano in segno di vaffanculo e il Viscido si riappiccica in faccia l’espressione che ha ogni volta che si ricorda di quel che mi è successo in testa.

“Allora…” Etienne arriva quasi correndo da noi che ci siamo appena avvicinati al tavolo “…i ragazzi dei fratelli Leura sono appena arrivati” lo dice come fosse una vera e propria rivelazione. Il Don ce l’ha rimesso insieme e sembra proprio che adesso io, Etienne e il Viscido facciamo squadra. Begli elementi e neppure Tommy mi ha ridato, forse ha in mente di far di lui qualcosa di più di un autista, finalmente.
Saluto i primi invitati al banchetto che arrivano ben vestiti, guardandosi attorno, forse non sono mai stati qui, da Lorenzo.
Poi cominciano ad arrivare gli altri. Ne vengono di tutte le razze e di tutti i clan, tutta gente importante, tutti primi uomini della malavita locale, se agli sbirri fosse arrivata la soffiata, avrebbero preso in un colpo tutte le teste delle cosche locali, piegando una volta per tutte la criminalità organizzata di questa merdosa città.
La carrellata è alquanto soddisfacente, tranne per i commenti sui miei capelli e sulle mie scarpe da ginnastica sotto l’abito che nessuno si risparmia. Ogni tanto me le guardo per vedere se stonino per davvero, ma poi torno a pensare che questo incontro è una cosa seria e comincia ad aleggiarmi in testa un’idea che, per quanto voglia trattenermi, non mi fa stare per niente tranquillo.
Saluto e sorrido a tutti, scruto le facce, osservo dentro gli occhi mentre ognuno entra, ma nessuno tradisce un solo movimento o una sola ombra nello sguardo. Nessuno sembra riconoscere un nemico in me, nessuno parrebbe nascondere alcunché nei miei confronti e la mia fronte prende a sudare sempre più copiosamente, ormai mancano i rappresentanti di due sole bande e una di queste fa tremare al solo sentirne parlare.
“Si mette piuttosto male…” il Viscido non ha paura, il Viscido, da che lo conosco, non l’ho mai visto avere paura di niente e sì che ha avuto a che fare con gente per davvero poco raccomandabile. Adesso ha ancora quel mezzo sorriso sulle labbra, comincio a pensare che sia il risultato di una paralisi facciale permanente.
Sabino fa il suo ingresso in questo esatto momento, con la sua pelata, col suo passo barcollante, con le sue spalle imponenti, vestito da cameriere. Appena lo vedo mi rianimo un poco. Sorride, viene a stringermi la mano.
“A che punto siete?” mi chiede.
“Lorenzo ti ha spiegato tutto, no?” Sabino annuisce con la sua fronte enorme.
“Mi vedi?” allarga le braccia “Lavoro come cameriere soltanto quando è Nico Torelli a chiedermelo” mi osservo attorno, guardo ancora gli invitati che parlano tra di loro, nessuno mi sta guardando, nessuno sembra tramare contro di me, pare proprio che il mio problema dovrà essere risolto con uno dei due clan che ancora non sono stati rappresentati questa sera.
“Come la vedi, l’arma?” gli chiedo, senza smettere di guardare dappertutto, ogni singolo volto, ogni singolo capello che si muove o respiro che aleggia.
“E’ meglio dell’ultima, l’ho consigliata io a Lorenzo, l’avevo provata una volta qualche mese fa” meglio così, non si possono far cazzate questa sera, l’ha detto pure Lorenzo.
“Ascolta, mancano soltanto quattro persone, il Viscido ti darà il via per cominciare il servizio, verrò a cercarti appena dovessi aver bisogno. Tu sta’ attento e tranquillo, è probabile che i nostri uomini non si presentino o che comunque non se ne faccia niente” Sabino mi sorride, prendendo ad allontanarsi, col suo faccione bianco, poi si volta definitivamente, va via.
“Nico…” Etienne mi si avvicina, sussurra “Sono arrivati due che il Viscido non conosce, dicono di essere qui per il banchetto” il cuore prende a battermi in petto.
“Chi li ha mandati?” la mia voce acquista echi sfumati all’interno della mia testa, il volto di Etienne diventa la fonte della verità da cui acquisisco le informazioni utili alla mia sopravvivenza.
“Il Veterano!”



il Veterano

il Veterano

il Veterano, il Veterano, il Veterano, il Veterano, il Veterano, il Veterano, il Veterano, il Veterano, il Veterano…


Mi passo una mano sulla fronte, chiudo gli occhi, cerco di pensare alle cose belle, cerco di pensare all’ultima donna che ho avuto (ultima? Perché ultima?), mi caccio via l’aggettivo ultima dalla testa, decido di cancellare i miei pensieri, di non pensare più a niente, di essere una testa vuota su un corpo in autogestione, penso alle vacche grasse che se ne stanno beate sulle montagne svizzere a pascolar felici e liete nei pomeriggi di sole intrisi.
Ma la morte mi bussa alle spalle.
No, è soltanto Etienne.
“Che faccio?” mi chiede.
“Falli entrare, accompagnali al tavolo… anzi no, portameli qui, voglio parlarci con questi due” rettifico.
Etienne fa quello che ho detto, scompare nell’anti-sala, torna precedendo i due.
Sono due ragazzi dall’aspetto quasi ingenuo, sono ben vestiti, ma si vede che non usano vestire elegante: indossano i loro abiti in maniera impacciata, quasi non riescono a camminarci, dentro le scarpe, ripenso a me quando ero giovane, ripenso a quando chiesi al Don di poter indossare scarpe da ginnastica e lui mi rise in faccia e disse ‘cazzi tuoi’.
Mi si avvicinano, si direbbero quasi spaventati, si guardano attorno con timore, sembra che se qualcuno li sfiorasse farebbero un salto.
Mi osservano.
“Buonasera, amici” sorrido, mi cancello dalla faccia ogni preoccupazione “Io sono Nico Torelli, gregario del Curatolo. Siete voi quelli che vengono in nome del Veterano?”
I due ragazzi annuiscono, quasi non parlano, la esse smorzata di un ‘sì’ emerge con difficoltà dalle labbra di uno.
“Mi dispiace che i posti migliori siano stati già occupati dagli altri amici che sono venuti prima di voi, vi toccherà accontentarvi dei posti accanto alla colonna. Conoscete già gli altri?”
Questa volta i due scuotono la testa, senza neanche provare a pronunciare un ‘no’, si piantano le mani nelle tasche, quasi non sappiano dove tenersele.
Mi tocca presentarli ad uno ad uno.
I due ragazzi stringono le mani, osservano i volti di tutti, ma quasi non hanno il coraggio di fissarli direttamente negli occhi, si allungano in mezzi inchini impacciati ed io raggiungo l’invitato successivo, mi riappoggio con entrambe le mani al tavolo e faccio le presentazioni, spiego un po’ di cose, faccio intrattenimento e nel frattempo osservo le facce dei due che si intimidiscono sempre di più, quasi non hanno barba, quasi neanche il volto da uomini hanno.
Sabino mi raggiunge, nel frattempo sono arrivati i due che mancavano, li saluto, mi sorbisco l’ennesimo commento sui miei capelli, sulle scarpe, dico a Sabino che si può cominciare, concludo le presentazioni e vado a sedermi tra il Viscido ed Etienne al centro della tavolata.
“Sì… decisamente, si è messa proprio male” il Viscido non si risparmia nessun commento, mi volto lentamente verso di lui, se ha il suo solito mezzo sorriso stampato in faccia giuro che gli strappo le labbra, ma la sua ormai certa paralisi deve essersi allentata. Buon per lui.
Tossisco, mi pianto un pugno sulla bocca, poi scosto indietro la sedia, mi metto in piedi, osservo il grande tavolo a ferro di cavallo, finché ho l’attenzione di tutti.
“Amici carissimi, questa sera è con voi che abbiamo deciso di festeggiare il buon andamento degli affari del nostro stimatissimo nonché munifico… Presidente” riempio il discorso di parole da cerimonia, così, tanto per rendere il tutto più degno di interesse per i commensali “Io personalmente ho pensato a questa serata da trascorrere in vostra compagnia, care persone importanti con cui spesso abbiamo concluso affari che hanno portato a tutti grandi benefici e, in occasione di nuove interessanti proposte che questa sera vengo a presentarvi, pensai che il miglior modo per discorrere d’affari fu quello d’invitare tutti ad una sostanziosa cena annaffiata con dell’ottimo vino e prosecco in questa meravigliosa sala messaci a disposizione dal mio stimatissimo amico Lorenzo… Vogliamo ringraziare Lorenzo?” allargo le braccia, alzando le sopracciglia ed un applauso parte dalle mani degli invitati.
“Io lo dico sempre… Nico Torelli, con la favella che ha, il politico avrebbe dovuto fare” un vecchio coglione di cui vagamente ricordo il viso fa sentire la sua voce, aprendo una parentesi di successive risate bonarie.
“Sì, ma qualcuno gli ha spiegato che con quei capelli sono pochi i voti che gli danno?” la voce di un secondo coglione apre invece una parentesi di forti risate che di bonario non hanno proprio un cazzo. Lo vedremo se avranno voglia di prendermi ancora per il culo, a fine serata. Mi volto verso il Viscido, sorride ancora come prima, sembra abbia pagato Ruggero e Nino per godersi la vita a sentirmi sfottere.
“Amici miei…” fingo di ridere anch’io, senza dare spiegazioni su quello che mi è successo ai capelli “che non vi risparmiate una sincera risata ai danni di questo sfortunato deficiente…” mi indico, inclinando ancora di più il mio sorriso, simulando autoironia “…è proprio questo lo spirito che in voi cercavo per questa serata…”
“E le scarpe, le avete viste, le scarpe di Torelli?” a questo gli mancano persino due denti, nuove risate mi investono e vabbé che volevo girarla dalla mia parte, ma qui non si conosce un limite.
Cerco di sorridere ancora. Mi viene in mente il nome dell’ultimo che ha parlato.
“Stimatissimo Oronzo…” riempio i miei discorsi con ‘stimatissimo’ perché ho notato che, come termine, fa sempre molto effetto sui decerebrati “…vogliamo parlare del topolino che di notte ti sta lasciando il suo intero patrimonio?” e qui c’è chi si sganascia per davvero, calano insulti sulla schifezza umana a cui era rivolta la mia battuta e quello sembra farsi piccolo piccolo e scomparire nello schienale della poltrona.
“In ogni caso…” mi riconquisto l’attenzione “…questa sera mangiate a spese dell’onorato Don Curatolo per idea del sottoscritto e non vi fate limiti ed innaffiate tutto con questo nettare stupendo” alzo il calice riempito di prosecco, bevo “Deliziate i vostri palati e lucidate le vostre menti ché grandi sono le offerte che al termine della cena vi proporrò e che ci porteranno sicuramente a dei proficui accordi che gioveranno alle nostre rispettive aziende. Propongo un brindisi a Don Curatolo e a tutti voi…” concludo terminando il prosecco, è sempre difficile parlare a questa massa di coglioni in abito elegante.
La sfilata dei camerieri comincia ed antipasti di prosciutto della più raffinata qualità e di ostriche e lumache per la gioia del Viscido che risucchia tutto, prendono ad apparire sotto i nostri occhi e fragranze e delicati profumi, misti alle nebbiose carezze alle nostre narici prodotte dall’alcol, prendono ad avvolgere la nostra tavolata.
Io mangio quasi fossi distante dal tutto, mi sento diverso da questa gente che adesso si ingozza più che può, spolpando e lacerando con i denti chele di granchio e quanto altro, da questa gente che beve e beve a dismisura e ride e parla sputando pezzi di cibo ed insudiciandosi le labbra, le dita, sporcando dappertutto. Cazzo, questi sono gli uomini d’affari più importanti dei più influenti clan malavitosi.
Poi lentamente gli antipasti scompaiono dalla nostra portata, Sabino fa un lavoro eccellente, anche se non lavora come cameriere da qualche anno ormai, salvo i pochi giorni in cui mi è servito.
I primi piatti fumanti ci si avvicinano volando leggeri sulle mani esperte dei camerieri che sopraggiungono in schiera come nella utopistica promessa di saziarci una volta per tutte. Il gruppo degli invitati parla di questo e parla di quello, qualcuno prende a farmi domande, a chiedermi qualche anticipazione sulle questioni che mi hanno spinto a questo incontro, io sorrido ed invito tutti ad aspettare “Prima dell’impepata di cozze conclusiva, la curiosità di ognuno di voi, gentili signori, sarà soddisfatta ancora più del vostro stomaco” l’attesa si fa ansiosa e tutti pregustano grandi opportunità di tornare dal proprio capo con un grosso affare per le mani.
Lascio che si succhino le dita, lascio che divorino con gusto tutte le portate del menu, l’impepata di cozze sarò io a gustarmela più di ciascuno di loro.
Subito dopo i primi mi metto in piedi, pulendomi le mani e le labbra con il tovagliolo, mi scuso con gli invitati e mi allontano dalla tavolata. Raggiungo la porta dell’office, l’attraverso, mi dirigo verso la cucina dove Sabino è fermo, una mano sul fianco, a fumare una sigaretta, mentre parla con i due chefes.
“Allora?” ha un sussulto nel vedermi, tira velocemente dalla sua sigaretta, quasi dovesse già mettersi all’erta.
“I due vicino alla colonna…” annuncio finalmente “gli unici che non conosci o c’è qualcun altro?” chiedo per sicurezza.
Sabino scuote la testa tirando ancora dalla sigaretta “Gli altri li conosco tutti… tranne quei due, i due ragazzi, i due più giovani…” gli sfilo la sigaretta dalle mani, tiro, nervoso, mi appoggio al muro alle mie spalle. Gli restituisco la sigaretta.
“Sono del Veterano….” mi passo una mano sulla fronte, osservo Fabio e Francesco che alzano per un momento la testa, gli occhi di Sabino vengono attraversati da un lampo di terrore, ma dura solo un attimo.
“…e la roba… piace?” si informa Fabio, lo chef, tanto per stemperare la tensione.
“Cazzo, c’è un motivo se tutti sanno che il sabato possono trovarmi da Lorenzo, a cena. Oltre al fatto che io e Lorenzo siamo amici di lunga data, voglio dire…” io amo la cucina di questi due fantastici cuochi e non voglio neanche decantare la delicatezza del gusto del pesce come lo fanno loro. A me dispiace che anche altra gente debba giovarsi dei frutti della loro arte, ma Lorenzo non può tenere aperto il locale soltanto per me.
Fabio sorride, gli piacciono i complimenti, Francesco invece preferisce le critiche, gli piace che gli si dica che è uno che non se ne frega niente dei clienti.
“Quale vedi?” Sabino ha terminato la sua sigaretta, la spegne dentro un portacenere.
“Io vedo quello attaccato alla colonna, tu guardami sempre negli occhi e voi due vedete di fare l’impepata di cozze migliore che vi sia mai capitata” vado via spingendo la porta dinanzi a me e tornando nella grande sala, ho un peso nel cuore che a tratti diventa una gioia, ma non me la so spiegare.

Il secondo di pesce viene servito da Sabino, lo mangiamo come stessimo contemplando Dio, io sono al culmine dell’estasi. Etienne è un rozzo divoratore come tutti gli altri, al Viscido il pesce non piace, al Viscido non piace nulla di ciò che può essere tenero o compatto. Lui preferisce la melma, non può apprezzare altro, per avere buona considerazione di sé.
La perla di sorbetto viene adagiata sulla nostra tavola, dopo la delizia di pesce spada che, a quanto pare, è riuscita a farsi apprezzare persino da queste teste di merda. Si avvicina il momento del caffè, quello del dolce, la gente attorno a noi comincia ad alzarsi dai tavoli, a pagare i conti, a tornarsene a casa scomparendo in macchine lussuose ferme fuori ad aspettare.
I due ragazzi mangiano moderatamente, ho cercato di non guardarli troppo, di mostrarmi indifferente e, a quanto pare, sono molto più tranquilli di quando sono entrati. Parlano quasi solo fra loro, ascoltano tutto di tutti, si allontanano insieme per andare a fumare, sembrano ad una normalissima cena. Per il momento va bene così.
Il caffè viene servito per tutti, qualche amaro viene richiesto, la maggiorparte degli invitati è ormai al di sopra della soglia dell’ebbrezza, le pance sono piene ed i visi rilassati, soddisfatti, direi quasi felici.
Poi arriva il momento del dolce, questo lo salto direttamente, chiedo a Sabino di non lasciarlo neppure, ormai nel locale ci siamo soltanto noi.
“Fa’ preparare l’impepata di cozze” annuncio, Sabino annuisce e scompare, con quel modo strano di camminare che ha.
Successivamente la nostra tavola viene liberata, Sabino ritorna nella sala, si ferma di fronte a me, guardandomi negli occhi, come gli ho chiesto di fare ed infine gli altri camerieri servono, sparse per i tavoli, le brodiere con l’impepata di cozze. Vengono congedati anche loro, insieme alle ultime persone che pagavano il conto.
“Amici…” mi metto in piedi, allargando le braccia mentre qualcuno già allungava le mani verso le brodiere “…vi prego di attendere soltanto un attimo, prima di deliziare le labbra e il palato con questa semplice, ma raffinata, ultima portata” le mani vengono ritirate “Siamo giunti al momento culmine di questo incontro, quello in cui ognuno di voi si aspetta che io avanzi una proposta che giustifichi questa nostra serata di divertimento e gusto vissuta insieme. Io, invece,” alzo un indice, roteando lentamente su me stesso per abbracciare tutta la tavolata con lo sguardo “voglio raccontarvi una storia da cui ognuno potrà trarre il messaggio che vuole. Che poi, se riuscirete a seguirmi con attenzione, non si rivelerà nient’altro che una proposta. E un’offerta davvero valida” mi sistemo meglio i pantaloni, deglutisco.
“La storia che vi racconto è quella di un rispettabile uomo d’onore come tutti voi che siete qui riuniti che, praticando i suoi affari con la più sincera volontà di non nuocere ad alcuno dei vostri capi, si è ritrovato un giorno a dover andare a riparare una gomma dell’auto messagli a disposizione. Ora, mentre se ne stava ad attendere che la gomma fosse riparata da chi di competenza, osservando rotolare questo oggetto e seguendolo…” tiro fuori il bullone della gomma di una Mercedes dalla tasca, lo mostro a tutti “…si è ritrovata salva la pelle per miracolo, uscendo fuori dalla traiettoria del tiro di due mitragliatrici…” un ‘oh’ di meraviglia fa il giro di tutte le bocche. Affido il bullone al Viscido che prende a farlo girare tra gli invitati. Lo osservano come fossero primitivi che abbiano a che fare con una calcolatrice.
Ringrazio Etienne che mi porge nuovamente il bullone, lo stringo tra le dita.
“Adesso io voglio dire: è possibile che, con tutta la cura e l’attenzione che uno ha a non pestare i piedi” digrigno i denti, sbattendo un piede a terra “a gente che potrebbe rivoltarglisi contro bruscamente, dev’essere un bullone” mostro nuovamente l’oggetto, alzando la mano “a permettergli di essere ancora qui per chiedere spiegazioni?” le facce sono allibite, il silenzio è assoluto, i ragazzi sono bianchi in volto, forse gli è stato riferito che, col peggiorare delle cose, avrebbero dovuto cercare di uccidermi, ma non riescono a prendere la decisione fatale.
“Strana storia!” sorrido, mettendomi seduto, immergo per primo la mano nella brodaglia, catturo una cozza, ne risucchio il frutto, mi pulisco le labbra con il tovagliolo. Tutta retorica, tutta scena, questi uomini si fanno impressionare solo da questo, sono facili da ingannare, sono deboli, te li rigiri sopra un dito come vuoi.
Mi alzo di scatto, il Viscido mi passa la sua pistola, la impugno con la destra, faccio roteare il braccio verso l’uomo che vedo, quello vicino alla colonna.
Un buco rosso gli appare in fronte, l’altro non ha il tempo di capire, porta la mano nella giacca, ma appena lo fa il dito di Sabino si alza, un soffio parte dalla manica, il ragazzo abbandona la pistola, si accascia al terreno.
Tutti ci restano di cazzo, non per altro: erano i due del Veterano.
“Un messaggio, una proposta, un’offerta…” riprendo il discorso con cui avevo principiato “Il messaggio è questo” indico i due uomini stesi dai nostri colpi “la proposta è non rompetemi i coglioni, l’offerta è la vostra vita stessa”
Silenzio in aula. Di tomba.
“Ora mangiamo, che si raffredda” mi affretto a dire, tornando a sedere “E tu fa sparire quei due, non riesco a mangiare con gente che sta ferma immobile senza accompagnarmi” nessuno osa rinunciare a ficcare le mani nella brodaglia per catturare una cozza.


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