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lavoro pubblicato sabato 7 agosto 2010
ultima lettura mercoledì 13 febbraio 2019

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Gifts And Curses: Solstizio D'Inverno /// Capitolo 7 - John

di Resha. Letto 592 volte. Dallo scaffale Fantasia

Per John è una seccatura andare a dare il benvenuto alle nuove reclute. Ma questi sono i doveri di un Lord Comandante e i nuovi arrivati potrebbero addirittura aiutare a risolvere i problemi che stanno creando subbuglio in tutto il Regno del Nord. Una poc

CAPITOLO 7

John

Quella mattina trascorse più lenta del solito. L'addestramento delle reclute fu sfiancante e i progressi ben pochi, così decisi di sospendere l'allenamento solo dopo un paio d'ore, anche perché quel giorno avevo un compito che interrompeva la solita, faticosa e snervante routine.
Ero immerso nell'acqua tiepida delle terme naturali poco oltre le mura di Chasewitch, la differenza di temperatura tra lo stagno e l'aria del Nord aveva un effetto tonificante sulla mia pelle e sulla mia mente. Cercai di rilassarmi, pensando a che scocciatura fosse dover andare ad accogliere le nuove reclute, dover conoscere altre persone che presto sarebbero morte. Se c'era qualcosa di chiaro in questo Regno, era proprio il fatto che troppe vite si spegnevano per errori di burocrazia o per pura casualità. Il destino non era favorevole con chi si trovava così a nord.
Uscii dall'acqua trattenendo il respiro, faceva davvero freddo fuori dallo stagno. Mi asciugai velocemente e recuperai i miei vestiti dalla neve circostante. Un sorriso mi passò sul volto al pensiero di quante volte avevo portato Esther in quel posto. Chiusi gli occhi espirando, mentre mi sembrava di sentire la pressione delle sue dita che dalle spalle mi graffiavano fino a metà schiena.
Scossi la testa allontanando quel fugace pensiero. Ero in ritardo, dovevo sbrigarmi.
Arrivai davanti alla casa del vecchio qualche minuto dopo, i miei capelli erano ancora bagnati e si stavano congelando fastidiosamente. Entrai, la porta non era mai chiusa a chiave. -Vecchio! Sono qui.-
Lo trovai seduto sulla sua solita poltrona, che fumava pensieroso la pipa d'ebano finemente lavorata. Alzò lo sguardo verso di me. -Johnny, finalmente. Sai, in questo gruppo di reclute ci sono un paio di persone che avrei piacere di incontrare.- Si alzò, porgendomi un pettine. -Sistemati, sembra che tu ti sia rotolato nella neve.-
Sbuffai e mi sedetti sul divano davanti al fuoco scoppiettante. Strano come in casa di uno stregone il camino non fosse mai spento.
-Chi devi incontrare, vecchiaccio? Qualche bella signora?- Gli lanciai un'occhiata sarcastica mentre iniziavo a districare i capelli. Goccioline semicongelate cadevano sul tappeto liquefacendosi sotto la supremazia del calore sprigionato dal fuoco vicino. Lui si avviò verso la libreria nelle sue immediate vicinanze, accarezzando distrattamente i volumi impolverati.
-Purtroppo no. Si tratta di un mio amico monaco.- sospirò -Dovrebbe essersi portato dietro il suo vice. Spero che mi siano di aiuto... che ci siano d'aiuto.-
Aggrottai le sopracciglia. -Aiuto per cosa?-
Raven fece un altro tiro dalla pipa voltandosi verso di me. -Per quei mostri che invadono le nostre terre. Ritengo che la loro presenza qui sia dovuta a un qualcosa di magico e soprattutto artificiale.-
Mi alzai, ridando il pettine al vecchio con aria solenne. -Allora? Quando andiamo a prenderli?-
Il vecchio sorrise. -Adesso.-

Soffiava un costante vento gelido da nord-ovest, con qualche folata più forte di tanto in tanto che scompigliava la barba di Raven, al punto che rinunciò a fumare la pipa con il terrore che potesse prendergli fuoco. Passammo prima dalla sede del consiglio di Chasewitch, formalità che ci portò via circa un'ora. Era quasi mezzogiorno quando arrivammo davanti al portale. Sul versante est della città, sola come un'amante nel cuore della notte, sorgeva una struttura ad arco imponente, fatta da cubi di pietra più alti di me, fabbricata in antichità quando Chasewitch era la capitale del Regno e l'uso del portale era riservato a carovane mercantili e a forze belliche. Oltre l'arco vuoto si vedeva un sottile strato di non so cosa, come ad osservare il mondo da dentro una bolla di sapone. I colori si riflettevano su quella strana superficie, mutando, unendosi, increspandosi in una danza eterea. Raven borbottò alcune parole nella sua strana lingua antica da stregone, che ogni tanto sospettavo fosse solo il blaterare di un vecchio troppo in là sia con gli anni che con il cervello. Fece dei gesti veloci e decisi con le braccia e l'interno dell'arco si illuminò di azzurro elettrico, con delle bande violacee che spiralizzavano un po' dappertutto. Restammo in attesa.
Mi sembrò di aspettare un secolo intero. E in quei secondi così piatti non potei fare a meno di pensare di lasciarmi svanire all'interno dell'arco magico. Dopotutto la nostra solitudine era della stessa natura: entrambi eravamo considerati importanti, rispettati da tutti, eppure eravamo drasticamente ed inguaribilmente soli. Stagliati, impettiti nel bel mezzo del niente. Perduti nello spazio, agitandoci nel nostro interno come se ne valesse della nostra sopravvivenza quando, in vero, la triste e dura realtà ci pugnalava nel più profondo del cuore, ricordandoci di tanto in tanto che eravamo utili solo per il nostro uso e non per la nostra essenza. A che scopo continuare dunque a sopportare questa desolata e mortificata esistenza? Questo disagio insopportabile, che insisteva ad attaccarci soprattutto tramite le cose che per noi erano più importanti. Chissà se anche l'arcata colossale che si ergeva di fronte ai miei occhi aveva la costante e spasmodica voglia di fermare quegli sprazzi colorati che da secoli erano in guerra tra loro... Chissà se anch'essa, come me, si sarebbe lasciata spegnere, annoiata dalla continua ingiustizia del mondo, troppo stanca per voler più contribuire a cambiarlo.
Alcune scintille si sprigionarono nella parte centrale dell'arco, ridestando il mio interesse per coloro che avrebbero dovuto aiutarci a fermare il degenero che stava prendendo il sopravvento sui monti Wells. Pian piano, vidi emergere dal portale prima un ragazzo che aveva all'incirca la mia età, ma era chiaramente un ranger; seguirono un altro ragazzino biondo con un buon tono muscolare, probabilmente un guerriero, un omone dall'aria stupida che sospettai essere il monaco che Raven stava aspettando, una mezzorca enorme e un halfling. Lanciai un'occhiata di scherno a Raven, che appariva sdubbiato quanto me. Prima che potessi dire qualcosa l'arco scintillò di nuovo e dalla pellicola blu emersero due mezzelfe. Guardando meglio, mi accorsi che una era un maschio: alto, con lunghi capelli rossi e fisico da... non mi venne in mente nient'altro se non un bardo. Si, senza dubbio era un bardo, e per giunta mi sembrava di averlo già visto in qualcuna delle sue performance. L'altra era più bassa, con lunghi capelli corvini ondulati e lineamenti dolci, estremamente graziosa. Una magicante di sicuro, le sue vesti rivelavano un qualcosa di arcano e lo zaino tradiva la presenza di libri al proprio interno.
Scacciai il disappunto per l'assortimento mal riuscito e mi diressi verso di loro per una sorta di benvenuto.
Appena mi mossi, i loro occhi non si staccarono un secondo da me. Arrivai ad un metro dai prigionieri, braccia incrociate e sguardo critico. La mia voce uscì stanca e con un tono di sufficienza, ma era sincera. -Salve, ragazzi. Questa è Chasewitch, il vostro viaggio è terminato. Vi avviso da subito che nessuno qui osa creare problemi, sia quelli marchiati che i volontari. A me non importa cosa avete fatto per essere spediti nell'inferno più freddo del Regno, ma da questo momento in poi non subirete più discriminazioni né per razza né per il crimine commesso. Quassù siete tutti uguali e verrete trattati come esseri umani, basta che non mi fate incazzare. Questo potrebbe addirittura diventare il posto più simile a casa che abbiate mai avuto. Come ho già detto la chiave è...-
-Non farti incazzare.- Una voce stridula mi interruppe. I miei occhi si spostarono esattamente da dove era uscito il suono. Come il giovane halfling vide il mio scatto, si paralizzò diventando dello stesso colore della neve che lo sommergeva fino alla vita.
-Esatto. E interrompermi non è una saggia decisione.-
L'halfling cercò di farsi ancora più piccolo, nascondendosi dietro la gonna della mezzelfa dai capelli scuri. La squadrai per un attimo. L'avevo considerata graziosa, ma mi sbagliavo. Il termine "strega" le si addiceva di più... perché era riuscita a stregare me.
I suoi occhi avrebbero fatto sfigurare persino la stella polare, e chiesi mentalmente agli dèi quali meravigliose galassie e mondi potessero nascondere. I lineamenti del viso di lei mi parvero l'armonia e la perfezione che nemmeno Esther sarebbe mai riuscita ad ottenere, mentre fisicamente non era da meno: il corsetto metteva in evidenza le sue forme generose, la vita sottile e sensuale, e la gonna lasciava intravedere il più bel paio di gambe che avessi mai visto. Mi sorpresi a pensare che in un'altra vita avrei potuto fuggire con la bella straniera che mi si era appena presentata davanti, ma la ragione e la razionalità ebbero il sopravvento.
Tornai ad osservare i presenti: gli unici senza Anatema erano il monaco e il ranger. Mi rivolsi proprio a loro, sempre però tenendo d'occhio la ragazza per osservare la sua reazione. -Lui è Raven, lo stregone della città- indicai il vecchio. -Potrà esservi d'aiuto per le informazioni che andate cercando, per il resto potete chiedere a me.-
La ragazza, appena sentì che Raven era uno stregone, spalancò gli occhi blu e lo fissò ammirata.
"Bene... Il vecchio riesce a rimorchiare meglio di me..."
Una volta presentato, lo stregone si fece avanti. -Vogliamo trasferirci a parlare nella mia dimora? Qui fa abbastanza freddino, saremo più comodi seduti davanti al camino del mio salotto.-
Raven si era rivolto ai due senza Anatema, ma fu la ragazza a rispondere per prima, zittendo il ranger. -Mio signore, il mio nome è Resha Nighte. Ritengo opportuno informarvi che ho in mio possesso delle informazioni che potrebbero esservi utili. Informazioni che sono disposta a barattare in cambio di consigli riguardo alla magia e a qualche risposta che suppongo voi possiate darmi.-
Inarcai le sopracciglia scrutando Raven, colpito da tanta sicurezza nel tono di voce della mezzelfa. Anche lo stregone rimase piacevolmente sorpreso; si limitò a sorridere enigmatico, poi si rivolse a me. -Johnny, scorta gli altri alla locanda, poi conduci lady Nighte nelle mie dimore, ci assisterai durante le nostre trattative.-
Così dicendo, il vecchio si voltò avviandosi verso il centro della città, dov'era ubicata casa sua.
-Aspettate! Io devo parlare con voi, mio signore, sono stato mandato dal Maestro Raphos!- Il monaco, con tono petulante, cercò di attirare l'attenzione di Raven, che per tutta risposta gli lanciò soltanto un'occhiata indignata.
Poggiai una mano sulla spalla del ragazzo, con fare di solidarietà. -Non preoccuparti, ogni cosa a suo tempo.-
Poi scrutai i presenti. Più il mio sguardo indugiava sul mezzelfo dai capelli rossi, e più ero certo di conoscerlo. Il viso fanciullesco di lui, con il tipico profilo degli elfi: il naso all'insù e le labbra piene e rosee... ne ero sicuro, l'avevo già incontrato prima.
Mi soffermai in seguito sul ranger, l'altro senza Anatema. -Tu sei un volontario.-
La mia non era una domanda, lui annuì. -Himo Grendelwis, da Damonhar. Sto cercando un mio conoscente, è un ranger di nome Garrett. Si trova ancora qui, vero?- Gli occhi castani del ragazzo tradirono una certa preoccupazione.
-Certo, adesso è di ronda insieme ai suoi compagni sui monti Wells, dovrebbe essere di ritorno non più tardi del tramonto. Adesso, se cortesemente volete seguirmi, vi mostrerò dove alloggerete voi tutti.-
Himo sorrise, rassicurato. Gli altri si limitarono ad annuire, tranne la mezzelfa, che continuava a fissarmi quasi con aria di sfida. Le lanciai un'occhiataccia sfuggente, le diedi le spalle e mi incamminai nel gelido vento fino al centro città con gli altri al seguito.
Appena entrammo nel perimetro della città sentii dei brusii di sorpresa. Mi guardai intorno, ormai ci ero abituato essendo cresciuto a Chasewitch, ma riconobbi che per uno straniero doveva sembrare una città incantata: candide costruzioni gotiche dai tetti stretti ed altissimi (per evitare il deposito di troppa neve), stradine fatte con lastre di marmo grigio e poroso che serpeggiavano tra gli edifici dalle guglie splendenti, e una fontana cristallizzata dal freddo dove sotto la superficie congelata era possibile vedere i pesci color carbone e rubino che nuotavano ignari della nostra presenza.
Mano a mano che superavamo le strutture abitate, facevo da guida ai miei ospiti. -Qui c'è un mercante che vende solo abiti pesanti e proprio qui di fronte potete trovare qualsivoglia tipo di pozione, è Esther che si occupa di questo.-
Proseguimmo, gli altri guardavano interessati ogni punto che indicavo.
-Ah! La vostra locanda è qui, spero che Lenor sia clemente con voi, i dormitori sono nella sezione est. Se vi viene fame la mensa è da quella parte, oltre il mercante generico. Dite a Bob che vi ho dato io il permesso, nel caso faccia troppe storie.-
La mezzorca grugnì in segno di approvazione.
-Comandante Icefalls?- Era il ragazzo biondo a chiamarmi, guardandosi intorno. -C'è un'armeria da queste parti?-
Sorrisi socchiudendo gli occhi. -Si, dritto per di là, segui le mura sulla destra e svolta alla prima a sinistra. Il nostro armaiolo si chiama Saek, mostragli rispetto e lui farà lo stesso con le tue armi.-
Li scrutai un'ultima volta. -Sentitevi pure liberi di girellare per la città, domani inizieranno le rogne, quindi divertitevi finché potete. Ah, che non vi salti in mente di fuggire. Se non provvederanno le mie guardie a riportarvi qui, e in tal caso mi vedrete piuttosto incazzato, ci penseranno tutti i mostri che ci sono là fuori a farvi secchi. Ci siamo capiti?-
Annuirono tutti con aria solenne, tranne la ragazza, che sbuffò incrociando le braccia. Iniziava a darmi un pochino sui nervi.
-Tu- la squadrai irritato. -Andiamo dal vecchio.-
Lei mi seguì senza fiatare.

Entrammo in casa di Raven, lei si guardò subito intorno, affascinata dalle pile di libri che si ergevano un po' dappertutto. In un primo momento non si accorse dello stregone che fumava seduto sulla sua poltrona preferita, ma appena lo vide riacquisì un'aria impassibile.
-Suppongo che John abbia avuto la grazia di essere gentile con voi.- Raven espirò una nuvoletta di fumo denso e bianco. Il particolare odore non sfuggì ai miei sensi.
La ragazza mi scrutò. -Si, a grandi linee.- Fece qualche passo avanti in direzione del vecchio.
-Prego, bambina, siediti pure.-
La mezzelfa colse al volo l'offerta di Raven e si sedette sul divano appoggiando signorilmente un gomito sul bracciolo sinistro di esso. -Dunque? Siete interessato alle informazioni che potrei rivelarvi?-
Il vecchio la soppesò con lo sguardo. -Ritengo, ragazza mia, che tu non sia così stupida da bluffare al cospetto di due individui come me e Johnny...- Si sporse curioso sul bordo della poltrona. -Di cosa si tratta?-
Lei sorrise, e da una delle tasche segrete della veste tirò fuori un pezzo di pergamena usurata. -Guardate voi stesso.-
Raven prese il foglio stropicciato, e non appena ci posò sopra gli occhi la sua espressione mutò. Le sue sopracciglia si aggrottarono e poi il suo sguardo si alzò, fissando la ragazza con lo stupore dipinto sul viso. -Bambina, come sei entrata in possesso di questa mappa?-
Lei fece spallucce. -L'abbiamo trovata io e Lorien nella foresta poco prima di arrivare a Goth.- Appena la mezzelfa pronunciò quel nome, nella mia mente scattò l'immagine del bardo. Non sapevo come, ma ero certo che il nome Lorien appartenesse a lui. Come mai lo conoscevo già?
-Ce l'aveva un druido addosso... Il druido era già morto quando l'abbiamo trovato, e aveva con sé solo questa. Le informazioni sono apparse dopo che l'abbiamo fatta analizzare dalle sacerdotesse del Tempio di Goth, poco prima di venire qui.-
Raven la osservò. -E come mai una ragazzina dovrebbe portarsi dietro una pergamena bianca, trovata su un cadavere, per sottoporla alle attenzioni delle sacerdotesse?- Il vecchio pareva molto sospettoso.
-Solo il fatto di averla trovata come unica refurtiva sulle spoglie di qualcuno giustifica il gesto di averla presa, vecchio. Se poi ci ha avvertito sopra qualche traccia di magia, è normale che abbia agito così.- Lanciai un'occhiata alla ragazza, che mi stava fissando sorpresa. -O sbaglio?-
Lei annuì. -Si, ho sentito un flusso di magia muoversi sulla carta. Ho ritenuto saggio farla esaminare.-
Raven fece un tiro dalla pipa, pensieroso. Mi spazientii.
-Si può sapere che diavolo è quel foglio, vecchio?-
Raven mi guardò. -Ah, già, tu non ne sai nulla. Si tratta di una topografia della catena montuosa Wells. Rivela l'esistenza di un passaggio segreto sotto il monte mio omonimo per arrivare in modo sicuro al di là delle montagne. Porta direttamente alla fonte.-
Inclinai la testa. -Fonte? Quale fonte?-
Raven sospirò esasperato. -Certo che... come si fa a diventare comandante con così poco cervello, io non ne ho idea...- fece un altro tiro dalla pipa e si rivolse alla ragazza. -Ai miei tempi sì che ci insegnavano a ragionare, bambina. Non commettere mai l'errore di diventare mentalmente mediocre come la maggior parte delle persone, mi raccomando. Se vuoi fare un piacere a questo povero vecchio, non smettere mai di ingegnarti, d'accordo?-
La ragazza annuì ridendo, finalmente a suo agio.
-Vecchio. Di che diavolo di fonte si tratta? Smetti di cambiare discorso come un vero stregone pazzo e rispondimi chiaramente!-
Tutta quella complicità tra i due mi infastidiva. Perché diamine mi aveva voluto lì, se poi doveva parlare di roba magica senza neanche prendersi la briga di farmi capire?!
Raven lanciò una vispa occhiata alla mezzelfa prendendomi in giro, e schiarendosi la voce si lanciò in una spiegazione rapida e concisa. -Ti avevo già spiegato che le tue "pantere corazzate" non erano di origine naturale e che erano state create da qualcuno, tramite qualcosa dall'altra parte dei monti Wells. Ebbene, la fonte indicata su questo pezzo di carta è il qualcosa da dove escono le tue amiche pantere. Ti sfugge niente adesso?-
Mentre il vecchio mi osservava con aria compiaciuta, io spalancai la bocca per lo stupore. Allora esisteva davvero un modo per mettere fine alle scorrerie di quelle maledette bestiacce?
L'euforia ebbe la meglio su di me. -Quindi è possibile oltrepassare le montagne senza incappare in quelle dannate bestie? Non mi sorprende che l'entrata della via segreta sia proprio all'interno del monte Raven...-
La ragazza mi guardò con aria di sufficienza. -Oh, che sorpresa... Una galleria dentro una montagna! Stranissimo, non trovate?-
Sbuffai, ma fu il vecchio a risponderle. -Bambina, tu non capisci, il monte Raven è sicuramente l'ultima montagna dentro la quale vorresti mettere piede.-
Lei inarcò le sopracciglia. -E perché mai? -
Incrociai le braccia e lanciai un'occhiata alla mezzelfa, sogghignando. -Perché il monte Raven si difende da solo.-
Calò il silenzio per qualche attimo, sia io che il vecchio stavamo pianificando il da farsi. Quando parlai, avevo già deciso ogni minimo particolare.
-Vado subito a radunare una squadra! Partiremo domani mattina all'alba e distruggeremo la fonte!-
Mi stavo già avviando alla porta per dirigermi al campo d'addestramento quando il vecchio mi fermò. Ma la cosa che mi irritò di più fu che gli bastò una sola parola. -No.-
Mi bloccai. -Cosa?-
Raven mi scrutò. -Nel tempo che impieghereste voi per arrivare laggiù e distruggere la fonte, le belve sterminerebbero la città. Tu mi servi qui, e anche i tuoi uomini addestrati.- Si rivolse alla ragazza. -Andrai tu, accompagnata dal monaco e da chi a lui sembrerà più adatto a tale compito-
La mezzelfa fece un'espressione orripilata. -No! Io non voglio andare laggiù. Con il monaco, poi! Non se ne...-
-Raven, andiamo! Sono un gruppo di pivelli, non puoi mandare...-
Il vecchio ci zittì entrambi in un colpo solo. -BASTA.- Il fuoco che fino a poco prima scoppiettava tranquillo, eruttò fiamme ovunque e, anche se fu solo per la durata di un respiro, bastò a farci capire che non era il caso di replicare.
Il resto della chiacchierata tra la ragazza e il vecchio riguardò esclusivamente roba magica, della quale a me non importava assolutamente niente. Finché avevo con me una spada o un pugnale sapevo che gli dèi mi volevano in vita, che senso aveva imparare formule strane e rituali strani per fare cose strane? Era tutto troppo strano!
Prima di congedarsi dal vecchio, la mezzelfa mi lanciò un'occhiata carica di sospetto, come per valutare quanto poteva diffidare di me, poi si rivolse allo stregone. -Avrei un'ultima cosa da chiederti, Raven..-
Il vecchio la guardò curioso. -Dimmi pure, bambina.-
Lei esitò ancora un secondo con lo sguardo, prima di rivelare la domanda in un sussurro. -Qui a Chasewitch non è arrivato uno stregone di nome Phoenix?- Si umettò le labbra. -Visto che sei l'unico stregone della zona, se arriva un altro magicante dovresti saperlo, no?-
Il vecchio la fissò a lungo. -Perché mi fai questa domanda, piccola?-
La ragazza si agitò sul divano, a disagio. -Colui che cerco mi ha salvato la vita, è molto importante per me... -
L'espressione di Raven si addolcì. -Il tuo Phoenix è registrato sulla lista dei prigionieri, ma non è giunto qui. Le guardie cittadine se lo sono fatto scappare un paio di giorni fa, a Falls. Lo stanno tuttora cercando.-
Notai una reazione strana sul viso della ragazza, un misto tra sollievo e fastidio; mentre io, invece, non potei fare a meno di irritarmi nei confronti di questo fantomatico Phoenix. Perché era così importante per lei? E come mai l'aveva lasciata da sola, indifesa, e abbandonata a sé stessa? Che razza di uomo farebbe mai una cosa del genere?
I due artisti arcani si salutarono, scortai la ragazza fino alla porta dopodiché, con un cenno, mi congedai da lei, diretto verso il negozio di pozioni di Esther. Non mi voltai indietro; anche se la tentazione di lanciarle un'ultima occhiata era forte, io lo ero di più.

Mentre percorrevo la stradina ghiacciata, la mia attenzione fu catturata dal mio riflesso nella vetrina del mercante di fronte al chiostro della mia signora. Mi avvicinai al cristallo semicongelato: i miei capelli castani erano arruffati dal vento e mi ricadevano disordinatamente sulle spalle, mentre gli occhi, la cui peculiarità era l'indipendenza cromatica l'uno dall'altro, non tradivano assolutamente alcuna emozione. L'occhio destro del mio doppione era dello stesso colore del vetro ghiacciato, mentre quello sinistro era di una cupa tonalità ambrata. Il suo viso affilato era impassibile e persino le labbra, nonostante avessero un qualcosa di gentile, non erano né imbronciate né inclinate in un sorriso. Mi sentii assolutamente vuoto. Davanti ai miei occhi si agitò qualcosa di rosso; mettendo a fuoco l'interno del negozio riuscii a scorgere Lorien che gesticolava animatamente con il mercante. Sembrava stesse cercando di spiegargli qualcosa, a giudicare dall'espressione concentrata e pensierosa del povero Early.

Esther stava piangendo, implorandomi di perdonarla. I lisci capelli biondi della mia signora erano scompigliati, e si spargevano sul suo corpo pallido e perfetto coperto solo da un lenzuolo di seta grigia. Il ragazzo, che era diventato dello stesso colore dei lunghi capelli, continuava a ripetermi di non ucciderlo, che era stato un errore e che non sarebbe ma più successo; tutto ciò mentre si stava rivestendo in fretta e furia. Era un bardo giunto in città da circa due giorni. Un bardo che avevo visto suonare la sera prima alla locanda. Un bardo che si chiamava Lorien.

Varcai la soglia e il profumo penetrante di verbena, ortica ed aconito mi investì in pieno, così familiare e rassicurante da farmi dimenticare di nuovo di Lorien. Nel negozio non ero solo. A parte vari scaffali stracolmi di boccette e bottiglie custodi dei più improbabili colori, davanti al bancone c'erano tre persone e mezzo. Himo, il ragazzo biondo, il monaco e l'halfling. Esther stava mostrando una boccetta al guerriero illustrandone le proprietà. Appena mi vide mi fece un sorriso, continuando però la sua attività. Notai che l'halfling stava cercando in tutti i modi di arrampicarsi sul bancone, suppongo per riuscire a vedere qualcosa, visto che non arrivava ad un metro e mezzo d'altezza neppure saltando. Mi avvicinai al monaco. -Monaco. Il vecchio vuole parlarti.-
Lui mi fissò e, sebbene fosse di poco più alto di me, potei cogliere un certo timore nei suoi occhi quando incrociarono i miei. -Urgentemente.-
Lui annuì terrorizzato, e per nulla leggiadro si fiondò fuori dal negozio di pozioni. Appena l'halfling si accorse della mia presenza, smise di tentare di arrampicarsi poiché la sua occupazione più grande fu quella di tenersi alla larga da me.
Aspettai che i due ragazzi terminassero con le loro compere poi, con la scusa di agevolarli nell'uscire, mi spostai verso il finestrone della porta.
Guardando fuori mi rivolsi a Esther. -Di' un po'... hai visto chi è tornato in città?- Le lanciai un'occhiata quasi malvagia, deliberatamente consapevole che a lei l'argomento bruciava ancora.
Aggirò il bancone avvicinandosi a me, la voluminosa veste bianca svolazzava sulle sue gambe scatenando l'irrefrenabile fantasia di un uomo. Le braccia candide e sottili emergevano dai merletti delle maniche lunghe fino ai gomiti, terminando con mani altrettanto sottili e curate. La pudica scollatura del corpetto non nascondeva quanto generose fossero le sue forme, ma lei questo lo sapeva bene.
Arrivò a qualche centimetro da me, alle mie spalle, e si alzò sulle punte dei piedi per accostare il suo viso al mio. -John, non mi importa di chi c'è in città, mi basta che ci sia tu.-
La guardai di sbieco, con un sorrisetto sarcastico. -Ma come... pensavo ti piacesse la musica... soprattutto chi la suona.-
Fu come averle dato uno schiaffo. Le sue rosee guance avvamparono, e un'espressione tristemente sorpresa le incupì i begli occhi azzurro chiaro e le incrinò il dolce viso da bambola, prima che lo nascondesse tra lunghe ciocche di capelli dorati.
Scostò il viso dal mio. Sospirai. Forse avevo esagerato un po'. Mi voltai e le sollevai dolcemente il viso, guardandola negli occhi. -Non pensare che non sappia di quanti uomini entrano ed escono dal tuo letto... dal nostro letto. Ma non fingere che non sia vero, quando te lo faccio presente. Almeno in questo mostrami rispetto.-
La baciai prima che potesse replicare. Se la conoscevo bene, sarebbe bastato mandarle un po' di sangue al cervello e per almeno un paio di giorni sarebbe tornata ad essere la fidanzatina perfetta. Lei fece passare le braccia sopra le mie spalle, incrociando le dita tra i miei capelli. Con una mano chiusi a chiave la porta dietro di me e tirai la tenda del finestrone, celandoci dalla vista del Nord. La spinsi con le spalle al muro, accarezzando il suo corpo sinuoso con falsa passione, strappandole un gemito. La conoscevo bene.

La prima cosa che percepii fu l'indolenzimento di una spalla e il calore dei raggi di sole sul viso. Aprii gli occhi: Esther si era addormentata abbracciata a me, la sua testa sulla spalla che non riuscivo più a muovere. La scostai delicatamente, cercando di riacquisire la sensibilità al braccio. L'alba splendeva timida dalla finestra, irradiando i capelli di Esther che parevano oro sciolto sulle lenzuola e accecando me. Cambiai posizione, contemplandola mentre la sua mente ancora vagava negli sconfinati regni dell'irrealtà, chiedendomi da quanto tempo avessi smesso di amarla. Forse dalla seconda volta che mi aveva tradito. O dalla terza. O da qualcuna dopo. Continuavo a stare con lei per abitudine; anche se le volevo bene, non l'avrei mai sposata per amore. L'avrei sposata solo perché tutti si aspettavano che l'avessi fatto. Le accarezzai il viso, sperando di riuscire a fidarmi di lei, un giorno.
Fuori l'aria era ancora carica del gelo delle tenebre. Inspirai a fondo il profumo dei boschi, dei monti e della neve, scacciando la stanchezza che mi era rimasta addosso dalla notte insonne che avevo appena trascorso.
Passai prima da casa del vecchio, dovevo dare agli avventurieri delle cose per suo conto. La casa sembrava deserta, stavo per credere che lo stregone fosse passato a miglior vita prima di sentirlo russare dal piano di sopra. Trovai la sacca degli oggetti misteriosi abbandonata sul tavolo, con un biglietto su cui si leggeva chiaramente "Johnny".
Quando arrivai al campo d'addestramento, luogo dove avrebbero dovuto ritrovarsi subito dopo l'alba la strega e il monaco, rimasi sorpreso dal notare che c'era tutto il gruppetto che il giorno prima era arrivato a Chasewitch.
"Oh, dèi! Il vecchio ha davvero intenzione di mandare questi pivelli..."
Mi avvicinai a loro. -Ragazzi, prima che vi mettiate in viaggio ho delle cose per voi da parte del vecchio.-
Non appena la mezzelfa sentì la mia voce, si voltò verso di me e inarcò un sopracciglio. -Buongiorno...- Il suo tono era derisorio.
"Com'è possibile essere tanto graziosi quanto insopportabili?! COME?!"
Mi voltai serio verso di lei. -Buongiorno.- Frugai nella sacca. -Tieni.- Le presi una mano e colmai il suo palmo dandole una pietra spigolosa dalle mille sfaccettature che riflettevano tutto intorno. Mentre lei sbigottita realizzava cosa fosse, ne lanciai una ad ogni componente del gruppo. La presero tutti al volo, perfino l'halfling, ma il monaco no.
-Un sasso?- Il ragazzo inquietante si rigirò la pietra tra le mani, osservandola attentamente.
-Ma è un bel sasso!- L'halfling saltellava tutto contento, specchiandosi sulla superficie lucida.
-Servono come... ultima chance. Se vi dovesse succedere qualcosa di brutto, vi riporterà qui. Non provate ad attivarle, si attivano da sole quando è il momento.- Rassicurai gli altri.
La mezzelfa fece una risatina sarcastica. -Quando il nostro cuore si fermerà, vorrete dire.-
Mi avvicinai a lei minaccioso, mentre mi guardava sfacciatamente. -Perché, il vostro batte ancora?-
-Vi piacerebbe che così fosse, Lord comandante..- La ragazza puntellò le mani sui fianchi.
-Oh, altroché se mi compiacerebbe, ma purtroppo adesso mi servite per svolgere al meglio questa missione.- Più la sentivo parlare e più mi dava sui nervi.
-Ah, adesso capisco il perché di tanta enfasi nel mandarci oltre quei monti. Sapete già che ci lasceremo le penne o sbaglio, lord Icefalls? Beh, in tal caso ci tengo ad informarvi che non ho la benché minima intenzione di incamminarmi verso la morte. Non ho fatto nulla per meritarmi questo marchio e non intendo pagare per un reato che non ho commesso!-
Non riuscii più a sopportare le sue lamentele, l'avrei colpita seduta stante se non fosse stata una femmina. -TACI, ORA!-
Persino gli altri ebbero un sussulto. -Ti è stata ordinata una missione, hai solo due scelte adesso: portarla a compimento o perire nel tentativo. La strada è quella.- Le indicai il viottolo che serpeggiava tra le case inoltrandosi nel fitto della foresta.
Lei sbuffò, si voltò, e si incamminò verso il sentiero che conduceva fuori città, a ovest, nel cuore dei monti Wells. Lorien fu il primo a seguirla, tutti gli altri lo imitarono dopo qualche secondo.



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